Informazioni sul Documento
Data del documento: 1485-08-04
Forma del manoscritto: summary
Testo del Documento
Branda Castiglioni a Gian Galeazzo Maria Sforza, Napoli, 4 agosto 1485
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Ascanio Maria Sforza1 a Gian Galeazzo Maria Sforza, Roma, 9 agosto 1485
Sono giunte le lettere riguardanti il processo di Roberto Sanseverino tramite Leonardo Botta, che ha informato Innocenzo VIII, dispiaciuto per quello che è successo.
Ringrazia il duca per il sostegno mostrato durante l’elezione alla legazione di Bologna.
Il fratello del pontefice, Maurizio Cybo, è giunto a Roma, dove è stato accolto dalla famiglia. Alloggia a San Pietro in una modesta ma comoda residenza. Leonardo Botta è andato a trovarlo in nome del duca. Il Cybo è rimasto contento della visita e lo ringrazia.
La peste non cessa di infettare gli ultimi superstiti.
Il protonotario Giovanni Andrea da Gallarate e Domenico Ferrusino, figlio di Filippo Ferrusino, si sono ammalati di terzana.
Il cardinale partirà per partecipare alla legazione di Perugia.
Il papa intende partire per qualche giorno ma non ha ancora deliberato.
Si è sparsa la voce della morte del cardinale Giovan Giacomo Schiaffinato, vescovo di Parma, poiché un suo uccellatore è morto a Viterbo a causa della peste. È molto tempo che non si vede a Roma perché si è trasferito altrove.
Notizie su alcuni fuoriusciti senesi: il papa dice di avergli detto di non osare innescare scontri in Italia, soprattutto in quel periodo precario, altrimenti sarà costretto a combatterli.
1485-08-04
1 Nato a Milano il 3 marzo 1455 dai duchi Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, fu iniziato alla carriera ecclesiastica già all’età di dieci anni, per ottenere la commenda di Chiaravalle, che il papa Paolo II voleva porre sotto il diretto controllo della Santa Sede. Tuttavia, il pontefice accettò la sua candidatura e lo consacrò il 18 aprile 1465, nominandolo, a giugno, protonotario apostolico. Alla morte del padre (1466), dopo essere passato sotto la tutela della madre, fu inviato, l’anno seguente, a Pavia e affidato a Gian Giacomo Rizzi, precettore gerosolomitano e ad Antonio Alasia, canonico del duomo. Dal 1469 al 1473, frequentò lo Studio pavese, ma non conseguì alcun titolo. Nel 1471, si recò a Roma per prestare giuramento al nuovo papa Sisto IV, il quale cinque anni più tardi non accettò la sua candidatura al cardinalato. Allorquando i fratelli Ludovico e Sforza Maria si opposero aspramente a Bona per la tutela del piccolo Gian Galeazzo, figlio del defunto Galeazzo, egli, pur evitando lo scontro, fu esiliato nel 1477 a Perugia, con l’obbligo di riprendere gli studi. A seguito della morte di Sforza Maria, il Moro rimase l’unico ad avanzare pretese per la tutela del duchino, ottenuta nel settembre del 1479. Ascanio fu, quindi, richiamato a Milano dal fratello, ma egli non volle condividere con lui il potere appena acquisito e, per tale motivo, avanzò al papa una nuova richiesta per la sua nomina a cardinale. Non contento del comportamento di Ludovico, lo Sforza aizzò il partito ghibellino contro il fratello e cercò anche di ottenere l’aiuto del condottiero Roberto Sanseverino. Fallita la sua impresa, nel 1480, fu nuovamente esiliato, questa volta a Ferrara. A questo punto, cercò l’aiuto di Ercole d’Este per convincere il Moro a farlo rientrare a Milano, ma, dopo aver estromesso dalla gestione del ducato anche Bona, Ludovico si rifiutò di farlo tornare. Nel frattempo, preso dalla sete di vendetta, Ascanio prese nuovamente contatti con il Sanseverino, in quegli anni avvicinatosi alla Serenissima, ma, per tutta risposta, il fratello lo inviò come protonotario a Napoli nel 1481. Tuttavia, quando scoppiò la guerra di Ferrara, Ascanio, nella primavera dell’anno successivo, riuscì a fuggire, rifugiandosi a Roma, per poi dirigersi a Venezia, dove fu accolto. Qui, gli fu offerta una condotta di 20 ducati al giorno per poter attaccare Cremona ma, inizialmente direttosi verso Brescia, abbandonò l’impresa appena seppe che il partito ghibellino stava operando per farlo rientrare nel ducato col beneplacito del fratello. L’impresa riuscì e nello stesso anno lo Sforza poté rientrare in patria. Finalmente, le preghiere del Moro furono esaudite e, il 17 marzo 1484, Sisto IV lo nominò cardinale con diaconia dei Ss, Vito e Modesto in Marcello. Ad agosto, recatosi a Roma votò per il candidato di Giuliano della Rovere, Giovan Battista Cybo, eletto papa col nome di Innocenzo VIII. L’anno seguente, in piena Congiura dei Baroni, lo Sforza evitò sempre di entrare direttamente nella questione, ma, durante il Concistoro indetto dal pontefice, egli si oppose ferocemente a Della Rovere e al francese Jean Baule, che invocavano la discesa del duca di Lorena Renato II, sostenendo di fatto le ragioni del partito aragonese e, quindi, del suo ducato. Di questo periodo sono, infatti, presenti diverse lettere in cui, come un abile e attento informatore, descriveva la situazione e gli intrighi che aleggiavano nella Santa Sede. Rimasto deluso per il suo mancato coinvolgimento nei trattativi di pace, fu, tuttavia, nominato nel 1487 dal Moro, allora malato, suo successore. Nel 1489, sostenne, inoltre, la candidatura di Giovanni de’ Medici a cardinale, cosa che avvenne grazie anche al suo intervento. Dopo la morte di Innocenzo VIII, nel 1492, egli contribuì a far eleggere al soglio pontificio Rodrigo Borgia, noto come Alessandro VI, che gli procurò ricche ricompense, tra cui: l’ufficio di vicecancelliere; le signorie di Nepi e Anticoli (Fiuggi) e il vescovado ungherese di Eger, poi commutato con le commende di S. Pietro di Lodivecchio e di S. Salvatore di Szekszárd. Gli fu, del resto, concesso di alloggiare al palazzo apostolico, dove ebbe modo di convincere il nuovo pontefice a far unire sua figlia Lucrezia Borgia con il nipote Giovanni Sforza, signore di Pesaro. Entrato, quindi, in contrato con Alessandro VI, egli accolse le ragioni del fratello per agevolare, nel 1494, la discesa di Carlo VIII, re di Francia, verso il regno di Napoli, in modo da impedire l’alleanza tra gli aragonesi e Roma. Esiliato quindi dall’Urbe, il 2 dicembre riuscì a rientrare poiché il papa fu ridotto all’impotenza, grazie all’arrivo in Italia del Francese. In questa occasione, nell’aprile del 1495, fu creata la Lega Santa, in funzione antifrancese, a cui prese parte anche il ducato di Milano. Diede, quindi, il suo pieno appoggio, anche economico, per riportare suo nipote Ferrandino sul trono napoletano. L’imprese riuscì, anche dopo la morte del re, poiché la vittoria fu raggiunta e Federico, secondogenito di Ferrante, divenne, nel 1496, il nuovo sovrano. Tuttavia, la stabilità italiana era stata messa a dura prova e Alessandro VI ebbe una svolta filofrancese, la quale portò come conseguenza anche l’invasione del ducato milanese, nel 1499, da parte delle truppe francesi di Luigi XII. Gli Sforza furono, dunque, costretti a riparare in Austria, da dove poi mossero, l’anno dopo, una controffensiva scaturita dalle sommosse cittadine. In questa occasione, Ascanio divenne luogotenente a Novara per conto del fratello, ma le cose precipitarono e Ludovico fu imprigionato e condotto in Francia, mentre Ascanio fuggì da Milano. Consegnatosi poi ai Veneziani, scontò la sua prigionia a Bourges, riuscendo a stringere un legame con il sovrano e il cardinale di Rouen, a cui egli promise il voto, nel 1503, dopo la morte del Borgia. Del resto, giunto a Roma, egli sostenne l’elezione di Francesco Todeschini Piccolomini, pontefice, per un solo mese, col nome di Pio III. Dopo aver provato senza successo a candidarsi, nel conclave successivo, egli sostenne poi il vecchio rivale Della Rovere, eletto come Giulio II, il quale, alla sua morte, avvenuta per malattia il 28 maggio 1505, ne incamerò i beni, utilizzati anche per la realizzazione del monumento sepolcrale sito nell’abside di Santa Maria del Popolo a Roma (ASM, SPE, Roma, 98-99;PellegriniM.,2002,Ascanio Maria Sforza. La parabola politica di un cardinale-principe del rinascimento,Istituto storico Italiano per il Medioevo,Roma) ↩