A ridosso, il vallo di Diano

«L’emigrazione dalle campagne», in "Scritti Vari", Vallecchi, Firenze 1920, pp. 222-227. Trascrizione a partire da "Galantuomini e cafoni prima e dopo l’Unità", scritti scelti a cura e con introduzione di Gaetano Cingari, Casa del Libro, Reggio Calabria 1982, pp. 71-75.

1920
Carmine Cassino, Fulvio Delle Donne
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Informazioni sul Documento

Data del documento: 1920

Forma del manoscritto: modern_print

Fonte: documentary

Testo del Documento (Italian)

1920

Non m’indurrei a scrivere da questo angolo dell’ Appennino meridionale, senza una ragione di grave importanza, senza esservi costretto da un fatto singolare, che assume, di anno in anno, proporzioni sempre maggiori: un fatto, che, rivelando all’osservatore una piaga misteriosa della vita così poco studiata dei nostri contadini napoletani, scopre come un indizio di pericoli non lontani, come un fenomeno di oscura malattia sociale, come un enigma pauroso del nostro avvenire; perché da per tutto mi par di sentire negl’infimi strati sociali un cupo rombo quasi di vicino tremuoto, un tuono sordo quasi di imminente tempesta. Parlo dell’emigrazione agricola all’estero, che in questo circondario può dirsi a ragione abbia il suo fuoco principale, cui si rannodano le emigrazioni dei circondari limitrofi del Cilento, della Lucania e del Pollino, formando una regione sola di mezzo milione di abitanti, ove, più che in ogni altra, l’esodo dei contadini non ha limiti né misura. Certo, a me fa difetto quella ricca messe di notizie e di dati statistici, che sola può dare intera la spiegazione del fatto; ma a me basta consigliare l’autorità governativa perché riprenda per conto suo l’inchiesta, e ne ricerchi le cagioni e i rimedii.

Il circondario di Sala Consilina – il più piccolo dei quattro nei quali è divisa la provincia di Salerno – è circoscritto ne’ confini del gran vallo boreale di Diano; il quale, chiuso a levante da quel tratto della catena appenninica, che si estende dall’Arioso al Sirino, è fiancheggiato a ponente dal contrafforte dell’Alburno, che si attacca appunto e si collega al Sirino. Lungo più di ottanta chilometri, è suddiviso dal corso del Tanagro, che nato ai piedi della Mal’Ombra, scorre dapprima a tramontana insino a Polla; ivi si precipita in una voragine, donde, poco dopo, più celebre si dirige a maestro fino a Contursi, presso cui sbocca nel fiume Sele. Il vallo, un dì immensa palude, venne sistemato in sul cominciare di questo secolo: unica grande opera di bonificamento, quando se ne eccettui quella del Volturno, compiuta dal Governo borbonico. Intorno è come un esteso anfiteatro di alti monti coltivati a vigne ed olivi, su le cui pendici siedono o si arrampicano borghi e villaggi; giù nel fondo è una pianura di centomila ettari di terreno, adatta ai cereali, al cotone, agli ortaggi; un mare di fango l’inverno, come disse il deputato Petruccelli della Gattina, un mare di smeraldo a primavera, un mare di oro al cadere dell’estate. Notevolissimo è il movimento commerciale del vallo di Diano: su la gran via nazionale delle Calabrie, che l’attraversa da un capo all’altro fin dal secolo scorso, ad esso fanno punta, d’ambo i versanti, le due vie nazionali del Valdagri e del Valsinni; molte vie provinciali e comunali scendono in esso dal Cilento e dalla Basilicata. Chi si trovasse a diporto in questo circondario, sia per iscoprire le vestigia delle città osco-romane di Atena e di Polla, sia per ammirare la certosa monumentale di San Lorenzo in Padula, non potrebbe, a prima vista, non restare colpito da quell’insieme di ordine nell’agricoltura, che tanto di rado conforta l’occhio del viaggiatore nelle regioni montuose dell’Italia inferiore: l’animo non è quivi turbato da quell’aspetto generale di abbandono e di solitudine, che ci rattrista negli Abruzzi e nel Molise, nella Basilicata e nelle Calabrie; quivi il paesaggio non è così monotono e così mesto come in tutte le province dell’ Appennino, dal Gran Sasso all’ Aspromonte, per tutte quelle grandi distese di campagne brulle e deserte, ove regna immane il silenzio, come se da tempo, sopra di esse, si fosse lentamente disteso il velo delle cose morte, e ove domina, implacabile, la malaria, perenne maledizione di quasi tutta l’ Italia Meridionale. Non è frase rettorica dire che, e nel presente e nell’avvenire, il problema del Mezzogiorno è il problema della malaria…

Eppure, in pochi luoghi del Regno il contadino abbandona il suo abituro come nel circondario di Sala. Appena cessato il brigantaggio, qui appunto l’emigrazione agricola ebbe il suo inizio; qui sempre fu maggiore il suo concorso; qui anche oggi, come ho detto, è il suo fuoco principale. Nel 1872, l’anno in cui salì più alta la cifra dell’emigrazione italiana, de’ quattromila e cinquecento emigranti di questa provincia, che pur conta seicentomila abitanti, ben duemila e cinquecento furon dati dal circondario di Sala, che ne annovera meno di novantamila; il contingente de’ circondarii circonvicini del Cilento, della Lucania e del Pollino, tanto più miseri, non raggiunse i settemila su più di quattrocentomila abitanti: non ebbe, cioè, se non una proporzione di meno che duemila per ogni centomila. E, mentre altrove l’emigrazione è venuta decrescendo dal 1872 in poi, qui invece si è mantenuta costante e inalterata fino all’anno corrente, in cui ha superato di molto – per quanto sappiamo dalle statistiche ufficiali – le maggiori proporzioni di qualsiasi regione italiana. Dal primo gennaio al trentuno agosto sono emigrati1555 lavoratori, per nove decimi contadini, così distinti: uomini, 160 fino a’ diciotto anni, 716 da’ diciotto a’ quaranta, 52 da’ quaranta in su; donne, 157 fino a’ diciotto, 440 da’ diciotto a’ quaranta, 30 dai quaranta in su. In media, più di sei persone al giorno, tutte fornite di regolare passaporto. E dire che, nell’ufficio della sotto-prefettura, si ha motivo di credere, che un altro migliaio, almeno, è andato via clandestinamente nel breve spazio di otto mesi! Di questo passo, a fin di anno, il circondario conterà più di tremila emigranti nel solo corso del 1879.

Com’è facile vedere, il caso non è tra i più soliti ad avvenire, e merita la pubblica attenzione. La causa prima del fatto può essere indagata in una ragione o, per meglio dire, in un complesso di ragioni d’indole economica. La piccola proprietà, che è il carattere agricolo del vallo di Diano; le condizioni sanitarie migliorate al punto, per opera del bonificamento, da rendere abitabile la pianura; il commercio sempre crescente per le nuove vie di comunicazione con le Calabrie e con la Basilicata; la sicurezza del luogo e la vicinanza della capitale: tutti questi motivi fecero sì, nella prima metà del secolo, che la popolazione del circondario si aumentasse fuor di misura. Essendo perciò, a mano a mano, vie più sentita la domanda di lavoro, a lungo andare scese per modo l’offerta corrispettiva del salario, che i lavoratori ne furono presto ammiseriti. Le crisi annonarie, ne’ cinque anni di fiero brigantaggio, portarono il decadimento assoluto della classe colonica, già innanzi divenuta anch’essa troppo numerosa. Così, quando cominciò l’emigrazione come ultimo rimedio disperato, la fame batteva al tugurio del contadino. Certo, era allora l’epoca propizia per i nostri possidenti di mettere un argine alle acque, che davano così manifesto indizio di voler irrompere: la sostituzione, possibilissima qui, del contratto di mezzadria a quello di fitto, sarebbe allora bastata per mutare, alla meglio, la pessima condizione delle classi rurali del vallo di Diano. Ma il difetto di ogni sentimento dei doveri sociali, insieme con l’assoluta mancanza del capitale, resero noncuranti le classi agiate.

Chi per poco si fermasse qui a dimora, crederebbe che la borghesia, cioè l’unica classe dominante, fosse davvero di spiriti democratici e radicali: udrebbe parlare di massoneria, di repubblica, di sinistra e che so io; parola d’ordine di tutti e per tutto, il progresso. E il vero è, che da essa appunto provengono i guai maggiori che hanno afflitto i nostri contadini; da essa hanno origine la gravezza dei patti agrari, il socialismo a rovescio nelle imposte comunali, lo sperpero dei beni demaniali e delle rendite delle opere pie; da essa, insomma, i soprusi e le angherie. E ad essa, insieme col sentimento sociale, mancava l’interesse alla trasformazione della coltura estensiva e di ogni vieta rotazione agraria, poi che il meglio loro i nostri possidenti riposero nell’acquisto dei beni ecclesiastici, per i quali non solo si privarono di risparmi precedenti, ma si obbligarono contemporaneamente per molte e gravose rate annuali da realizzarsi con le entrate delle vecchie proprietà e col frutto delle nuove. Ma, aumentate le imposte governative e le provinciali, bisognò, per fare fronte ai pagamenti promessi, ricorrere all’usura e all’ipoteca. Così le strettezze della borghesia servirono, anch’esse, ad accrescere il movimento, già cominciato nel 1865, dell’emigrazione del circondario per i lontani lidi degli Stati Uniti e dell’America meridionale.

Sarebbe lungo ripetere quel che avvenne, d’allora in poi. Ai primi fortunati, per lo più celibi o vedovi, seguirono i padri di famiglia; a questi, un poco per volta, amici e parenti. Si cominciò a partire col desiderio del rimpatrio, frequenti furono gli invii dei vaglia postali e i ricordi della casa paterna, qualche famigliuola tornò a riporre stanza nel paese natale. Poi la febbre dell’esempio, il sogno di una terra meno avara e di uomini meno crudeli soggiogò tutti, anco i più freddi: in quell’agitazione soffiarono gl’incettatori locali delle agenzie di Napoli, gli usurai, i preti, i sindaci, i notai. E a mano a mano, all’idea dell’assenza temporanea, rallegrata dalla speranza di tentar la fortuna, successe il disegno, più modesto ma più maturo, di cambiar cielo e terra, una volta per tutte, di farsi americani, di abbandonare per sempre l’Italia. Ogni notizia di delusione e di compianti non ebbe più efficacia di sorta: si partiva e si parte, ormai, per allogarsi altrove, di là dall’oceano, forse non bene, certo però meno peggio che qui su per le pendici del vallo. Le quali, intanto, rimangono vuote di braccia, con somma disperazione dei possidenti. Il salario cresce, insensibile, sì, ma inesorabile, per ogni comunello ad ogni partenza di emigranti; e con esso crescono e si sviluppano i contrasti, le ire, i dispetti, le invidie fra la borghesia e il proletariato: gretti i possessori, cupidi i diseredati dalla fortuna, profondi e implacabili gli odii dall’una parte e dall’altra. Così il circondario di Sala, nello spazio di quindici anni, ha popolato di ventimila dei suoi contadini il Brasile e l’Argentina.

Al punto cui siamo arrivati, uno studio minuto su le cause e sui fenomeni della emigrazione, che ha bisogno di essere guidata e ordinata, mi pare necessario: uno studio che riveli una buona volta a noi stessi il paese com’è realmente, non come ce lo siamo foggiato sui banchi di scuola. Spesso, da un po’ in qua, ci si domanda quello che sia il Mezzogiorno. È quello che ne han fatto la natura ingrata e la sorte avversa: una gran causa di debolezza, politica ed economica, per tutta quanta l’Italia, il cui destino è quindi riposto nella resurrezione del Mezzogiorno. Non ha scritto Giuseppe Mazzini: «l’Italia sarà ciò che il Mezzogiorno sarà»?

Possano, per molti anni ancora, i due maghi della montagna – l’Internazionale nera e l’Internazionale rossa – non gettare cupido l’occhio su queste derelitte regioni, e, lungo la discesa, non istringere per la fretta i cordoni a’ calzari!