Lucio Scipione Atellani (Matteo Bandello, Novelle II 1)

Matteo Bandello, Le novelle, a cura di G. Brognoligo, Bari, Laterza, II, 1928

1544-1573
Lelio Camassa, Fulvio Delle Donne
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Informazioni sul Documento

Data del documento: 1544-1573

Forma del manoscritto: modern_print

Funzione: narrative

Fonte: literary

Testo del Documento (Italian)

1544-1573

IL BANDELLO al molto reverendo signore monsignor FILIPPO SAULO vescovo brugnatense salute

L’avarizia è cosi pestifero e vituperoso morbo che ancor che l’uomo si ritrovi carco di figliuoli e figliuole ed abbia pochi beni de la fortuna, secondo che viene lodato spendendo discretamente ed astenendosi da molte cose che forse paiono necessarie, sempre che si conoscerà che egli sia avaro sarà senza dubio da tutti i buoni biasimato e morso, perciò che l’avarizia mai non sta bene in qual si voglia grado né età d’uomini o donne. E perché crediamo noi che gli usurai, i rattori, i ladroni e quei mercanti che con inganno fanno la mercanzia siano chiamati avari, se non perché per la lor volontà di pigliare e ritener le cose altrui e non proveder ai bisogni necessari s’oppongono a la giustizia? Opera giudicata di grandissimo peccato, ché questi beni che Iddio ci dona deveno da noi esser con quella misura presi e dispensati che il grado nostro richiede. Altrimenti avendovi inordinato appetito, facciamo un’opera contraria a la liberalità che è vertu moralissima, tanto da tutti gli scrittori cosi infedeli come cristiani celebrata. Ora se l’avarizia che mai non può esser buona, a tutti sta male, ché certamente sta malissimo rendendo ciascuno in cui regna infame ed al publico odioso, penso io che non possa star peggio in nessuno di quello che ella sta nei preti. E chi dubita, se ogni cristiano che voglia esser degno di questo nome, deve esser pieno di carità la quale rende l’uomo amorevole, cortese, liberale, benigno, paziente e compassionevole ai bisogni del prossimo, che molto più non debbia esser ogni persona religiosa? Quei religiosi che vivono in commune deveno più degli altri esser pieni di carità e compassione, avendo questo obligo da le loro instituzioni. I preti poi che hanno benefici e particolarmente attendono a le cose loro temporali, deveriano tutti ardere di carità ed esser i più liberali e cortesi che si trovassero, perciò che sono quelli che meno hanno a considerare a la roba che nessun’altra sorte d’uomini, sapendo che dopo la morte loro i benefici che tengono e godeno non vanno per eredità, non gli potendo lasciar a lor volontà. E nondimeno — ahi vituperio del guasto mondo! — pare che oggidì come si vuol dire uno avaro si dica un prete. E certo chi lo dice ha gran torto, perciò che la mala vita di tre o quattro non deveria macchiar l’onesto vivere degli altri, essendoci molti in questa nostra età preti da bene che santissimamente vivono e liberalmente dispensano i beni loro. Io direi che tra gli altri voi séte uno di quelli, ché sino da la vostra fanciullezza sempre séte stato nemicissimo degli avari e ché dopo che séte beneficiato vivete splendidamente e largamente a’ poveri e vertuosi donate. Ma io non vo’ su la faccia vostra lodarvi, tanto più essendo la liberalità vostra chiarissima. Ora tornando a questi preti avari i quali vorrebbero per loro soli trangugiare quanto hanno al mondo e non darebbero un pane per amor di Dio, dico che se talora vien loro fatta qualche beffa e se sono biasimati, che a me pare che lo meritano e che poca compassione si deve lor avere. Onde avendo questi di il vostro e mio anzi pur nostro Lucio Scipione Attellano fatto un solenne e sontuoso banchetto a la signora Bianca da Este e Sanseverina, ove intervennero molti gentiluomini e gentildonne, ragionandosi dopo il desinare di varie cose, il nostro dottor di leggi, che era imo degli invitati, messer Girolamo Archinto, e che conoscete come è piacevole, narrò una bella beffa fatta a un avarissimo parrocchiano. La quale parendomi molto festevole io scrissi, e quella ho voluto mandarvi a ciò che dopo gli studi vostri de le civili e canoniche leggi, ne le quali séte eminentissimo come l’opere vostre stampate fanno ferma fede, possiate quella leggendo gli spirti vostri ricreare, se quella degna stimerete deversi da voi leggere; il che la vostra mercé mi persuado che per l’amor che mi portate voi farete. State sano.