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Data del documento: 1891
Forma del manoscritto: modern_print
Fonte: documentary
Testo del Documento (Italian)
1891
VI. Escursioni nelle vicinanze della Calda.
Descriviamo alcuni luoghi degni di essere visitati. Alcuni, come la grotta, ed il pozzo di Don Gregorio, sono vicini e fanno parte della stessa valle, e li indichiamo alla visita di tutti i bagnanti trattandosi di un’amena e breve passeggiata.
Altri sono discosti, e li additiamo non alla comune dei bagnanti trattandosi di un’amena e breve passeggiata.
Altri sono discosti, e li additiamo non alla comune dei bagnanti, ma agli Alpinisti ed a quelli che sono vaghi di esplorazioni, entusiasti di belle vedute, o studiosi di luoghi di antiche città. Queste escursioni, che importano qualche ora di cammino e un po’ di strapazzo, sono: Monte Alpe, uno dei monti più alti della nostra provincia; Agromonte, luogo di antica città distrutta; Siluce o Siruce, luogo del pari di Castello od antica città distrutta.
Una visita al paese di Latronico la crediamo doverosa per tutti i bagnanti, e può farsi comodamente a cavallo, ed anche parte in carrozza e per quelli che han buone gambe, a piedi.
Pozzo di Don Gregorio. – Discosto un chilometro circa dalla Calda trovasi altra abbondante sorgiva di acqua, anche minerale, ma non al grado della Calda, e porta il nome di pozzo di Don Gregorio; da un prete di tal nome che in quest’acqua morì forse suicida. Questa sorgiva è al piede di una erta balza, e costituisce un laghetto della superficie di pochi metri quadrati, di forma irregolare, incassato in ripe di enormi massi di travertino di disuguale altezza e dimensione. Nulla di più pittoresco, vedere questo pozzo e la balza sovrastante, ricoverta di fitta verdura di alberi e piante rampicanti. Al basso del pozzo, trovansi piante di scalopendre e capelvenere.
In questo luogo vivono grossi gamberi.
L’emissario di questo laghetto è sotterraneo per breve tratto, e poi serve ad innaffiare i giardini.
Grotta delle stalattiti. – Vi sono delle piccole grotte, poste nel banco di travertino che si eleva in altipiano, avanti delle casine dei Signori Maturi e Bruno, e che divide la parte superiore scoscesa della valle, dalla parte pianeggiante inferiore.
Vi è una grotta maggiore posta a mezzo chilometro di distanza dalla sorgiva dell’acqua; e questa grotta che merita essere visitata, è della lunghezza di un 60 metri, altezza da 4 a 8, larghezza ove quattro ed ove due.
È anfrattuosa e frastagliata da grosse stalagmiti, non si sprofonda nel suolo, ma resta quasi sempre a livello dell’ingresso: nel suo contorto cammino ha due spiragli naturali per fenditure della roccia. L’apertura è uno spacco a triangolo isoscele in mezzo a grossi massi, adorna di parietaria. Il panorama esterno è vaghissimo, costituito da massi enormi di travertino, con querce e querciole rivestite di edera. Ha belle stallattiti e stallagmiti1 costituite dal gocciolio di acque sature di carbonato calcare.
È stata una grotta preistorica? Manca qualunque osservazione. Da quali insetti abitata? Mancano del pari le osservazioni.
Nella parte superiore della grotta trovasi un luogo ondulato e pianeggiante di qualche estensione, il cui sottosuolo è roccia calcarea dalla quale filtra l’acqua pregna di carbonati nella sottoposta grotta. Lo stillicidio non è continuo, ma si ha nell’inverno, nelle primavere piovose, e nelle altre stagioni, quando dirottamente piove.
Monte Alpe. – È discosto tre chilometri dalla Calda: si accede fino alla metà del monte a cavallo con un’ora di cammino; e poi per toccare la sommità, bisogna avere buone gambe, ed affidarsi ad una guida, la quale può benissimo essere scelta tra i pastori, che nella state conducono la gregge fino alla sommità del monte.
È uno dei monti più alti; è tricuspide. Ha il perimetro della base di chilometri 18. È interamente sul versante Ionico, ancorché poco discosto dalla catena degli Appennini. È a forma di un emiciclo od anfiteatro gigantesco, colla parte concava ed interna rivolta a mezzogiorno, e la convessa od esterna a borea. Pende acqua a ponente ed a borea nel Cogliandrino, ad oriente nel Fiumicello, ed a mezzogiorno nel Sinni direttamente per mezzo del burrone le Zappatelle . La vetta più elevata è la media per metri 1906; altra vetta si eleva per 1894, e l’altra 1745; altro picco minore è di 16342.
È brullo e roccioso nel dorso, nella base, e nell’apice delle tre punte; è boschivo nella parte media dell’emiciclo, alle pendici della vetta più elevata, e nella gola tra questa vetta e quella rivolta a mezzogiorno3.
La roccia è calcarea, con delle venature di marmo saccaroide, e di serpentino. Un tempo si sperava molto sulla cava di questo marmo, ma non può formare oggetto di speculazione, per essere un semplice filone di pochissimo spessore. Trovasi alla metà del monte di sinistra. Questo marmo può servire per oggetto di ornamento, ed anche per statue4.
Grandi furono, occorre ripeterlo, le speranze che si concepirono per la cava del marmo, ma le speranze non corrisposero alla realtà, non perché il marmo non fosse di grana fina ed atto a un bel pullimento; ma per la esiguità del filone. Fu oggetto di visita dello scienziato Pilla; ed il poeta De Luca ne fece oggetto di un canto dedicato al buon Re Carlo III.
Il panorama che si gode dalle vette eccelse di questo monte è dei più belli ed estesi. La vista spazia sul mar Ionio e su quasi tutti i monti e paesi della Basilicata e parte di Puglia e Calabria;
Anche qui ci permettiamo di riportare le testuali parole dell’ Arcieri.
«Offre una veduta magnifica e sorprendente; il cui raggio indeterminato si perde tra le immense pianure della Puglia. Il curioso che ne ascende gli aridi greppi, e sul maggiore dei suoi coni si asside, tiene sotto vista la Terra di Otranto, il capo di Leuca, e l’ampio golfo Tarantino; e giocondandosi sull’amena prospettiva del Ionio, ad un girar d’occhi mira i moltissimi paesi e città che sono disseminate sull’immensa estensione di suolo che si arresta sulle sponde di questo mare. Se poi li rivolge a manca, si specchia sul Tirreno affacciandosene buona parte verso Maratea, e tra Aieta e Scalea. Può pure scorgere le calabre montagne, e la direzione della strada Consolare che dalle Calabrie scorrendo il Vallo di Diano, rade le falde di Sicignano, e si precipita sul Sele; e ponendosi alle spalle il nord, la sua vista si inebbria a prospetto degli Apollinei monti. Si mira dunque tutta la frontiera Calabra; e incominciando dall’Jonio, e terminando al Tirreno sul corso del fiume Lao. Bella è la vista del torreggiante Pollino con la sua clamide di neve per più di due terzi dell’anno. Nel dorso settentrionale, l’ Alpi accoglie il bosco Pantanella impiantato di faggi, e l’altro detto Toduro, verso la cresta occidentale, egualmente di consimili alberi folto, il quale comunica per una zona col bosco centrale dell’ Alpi medesima.»
Agromonte5. – Con questo nome si indica una contrada estesissima che appartiene tanto a Latronico quanto a Castelluccio Superiore: la parte spettante a Latronico è sulla sinistra del Sinni, e quella di Castelluccio è sulla destra.
La contrada di Agromonte spettante a Latronico è molto estesa; è ad oriente di Latronico, e si distende verso Fardella, Chiaromonte ed Episcopia. È una contrada anfrattuosa frastagliata da burroni, torrenti e valanghe.6
Due monti in questa contrada7 sugli altri si elevano, e sono: la Pallareta ed il Colle dei Greci.
Sono questi monti vicini e divisi da una gola o sellata, per dove passa la via mulattiera che da Latronico va a Fardella, a Chiaromonte ed altri paesi.
Noi facemmo prima l’ascensione della Pallareta, e poi quella del Colle dei Greci.8
La Pallareta è un monte elevato 1054 metri, di forma ovoidale, isolato dappertutto, e solo contiguo per una parte a borea, all’antica Nazionale del Sinni. La roccia del luogo è un’arenaria. Le pendici di questo monte sono ertissime, e di difficile accesso: fu grande sforzo ascenderlo sul dorso dei muli. Al culmine esiste una spianata di circa 5 ettari, ove avrebbe benissimo potuto esistere una città, ma sul suolo non trovammo il più piccolo pezzo di terra cotta.9
Nell’altro monte Colle dei Greci trovansi le vestigia di un’antica città.
Questo monte è vicino ed opposto alla Pallareta, in modo per chi muove da Latronico e va a Chiaromonte, la Pallareta resta a sinistra, e questo monte a scoscese pendici (in dialetto vauze , ossia Balze) resta a destra; la Pallareta è a borea ed il Colle dei Greci a mezzogiorno. La Pallareta è elevata 122 metri in più del Colle dei Greci. Questo monte tutto circondato da balze ha all’apice una estesa pianura. Da questo luogo si gode bellissima veduta: a mezzogiorno la catena del Pollino coi vertici suoi, i monti di Aieta; a ponente Serra della Spina, e sotto questo monte Siluce, Monterotondo o Cavallo (Lauria), i Caccavello lontano e l’ Alpe vicina; a borea, in distanza le vette del Raparo, ed in prossimità la catena della Pallareta; ad oriente tutta la vallata del Sinni fino ai monti di Nocara.
I paesi che si vedono sono: Latronico ad occidente, Episcopia in basso e ad oriente, Sanseverino in alto a mezzogiorno. L’estensione è di circa 5 ettari. È lontano da Latronico circa 4 chilometri.
Quivi non dubii segni della dimora dell’uomo nell’età romana e greca, e forse pre-romana e pre-ellenica. Gli avanzi sono numerosi, e consistono in frantumi di mattoni e tegole, e più di tutto di grossi vasi di terra cotta per contenere acqua: tutte terre cotte rozze, e non accennanti alla finezza dei vasi dell’epoca greca. Doveva prima questo monte avere maggiore estensione, atteso i continui scoscendimenti che col tempo sono avvenuti ai lati. La superficie ove era posta l’antica città, non è piana ma a sbalzi: ove elevata, ove valliva, ed ove scoscesa. La figura è indefinibile per gli abbassamenti e scoscendimenti laterali del suolo. La natura del suolo è arenosa. Ancorché la superficie è profondamente variata da quella che era primitivamente, pure qualche segno resta del ciglione ove esistere dovevano le mura; e questo ciglione è più visibile alla parte di mezzogiorno e di occidente. Sul suolo veggonsi ancora cumuli di pietre provenienti dal disfacimento delle mura; e in diversi luoghi, scavandosi, vari oggetti antichi si troverebbero. Sebbene la figura della città, sia indefinibile, pure a giudicare dalla situazione del suolo sarebbe stata di una forma allungata da oriente ad occidente, e con angoli rientranti alla parte di borea.
Il luogo era erto e fortificato naturalmente, massime a mezzogiorno ed al sud-est.
Gli stessi rottami si trovano in luogo poco discosto, posto in direzione di oriente, luogo contiguo alquanto sottoposto al piano della città, chiamato il timpone . Tutta l’area dell’antico paese è posta a coltivo; l’albero naturale del luogo è la quercia. Il luogo è sterile sia per la natura del suolo, e sia per le continue coltivazioni.
Alle falde trovansi vari pezzi e frantumi di vasi, discesi dal soprapposto suolo; e massime questi frantumi, sono visibili alle falde occidentali.10
Il paese provvedeva di acqua dalla fontana ora detta del Marchese, posta al piede di questo rialzo; fontana che abbonda di acqua pura e fresca ed è la più vicina a questa località.
Alle falde e al piede di questo rialzo, si sono trovati in diverse epoche monete ed oggetti antichi, sieno in terracotta, sieno in bronzo: è rimasta memoria di essersi rinvenuto un leoncino di bronzo.
Sulla superficie di questo antico paese si sarebbero rinvenute delle ruote per carri o bighe: gli avanzi del ferro erano ossidati, e scorgevasi ancora la parte che circondava il legno. È rimasta ancora tradizione di essersi in questa località ha trovato un cumulo di piatti antichi, patere o piatti larghi di base. Tutto ciò che di antico si è rinvenuto nell’agro di Latronico fa capo a questo antico paese.11
Le tombe erano disseminate nelle vicinanze, e se ne sono rinvenute molte, e se ne rinvengono ancora.
Queste tombe non hanno nulla di speciale, sono le comuni rozze tombe antiche, coverte con tegole, e contenenti il più delle volte vasi rozzi. Ma ciò non toglie che non se ne fossero trovati, eccezionalmente dei figurati e belli. Si trovò anni dietro, nell’area di questa città, una cuspide di lancia di bronzo. Nessuna iscrizione.
Nelle tradizioni del luogo sta l’esistenza di questo antico paese: tutta Latronico lo ritiene per tale. Nel discendere da questo sito per le falde meridionali, ci imbattemmo in un vecchio più che ottagenario, e da noi interrogato: ispose: «Era su questo monte posta una città ricca e forte, e distrutta dai Genovesi. (?)»
Forse il vecchio voleva dire Cartaginesi. Egli nel corso della sua lunga vita aveva rinvenuti spesso dei pedali sfasciati , ossia grossi vasi rotti.
Ci voleva indicare il sito d’una tomba rinvenuta anni addietro, ove con le ossa del cadavere fu trovato un vaso a calice.
Quale città è questa di Agromonte?
Non è per nulla vero che Agromonte fosse l’antica Grumento, ancorché lo asserisca Luca Olstenio, il P. Arduino, il Coletti, il Baudrant, ed il Facciolati.12
La città di Grumento è una delle città antiche tra le più conservate nelle sue rovine, ed il suo indubitato ed indubitabile è sulla destra sponda dell’ Agri nelle vicinanze di Saponara.
In tempi in cui le etimologie si improvvisavano per la somiglianza di qualche sillaba, o per le assonanze delle loro terminazioni, fu creduto, e fu scritto che da Grumento fosse corrottamente derivato Agromonte.
Ma ora la scienza dell’etimologia e della trasformazione delle parole è molto progredita, e sarebbe ridicolo ed assurdo pretendere che Grumento si fosse tramutato in Agromonte.
Grumento in latino Grumentum, è parola anteriore alla lingua latina, essendo noto che i nomi della città colla terminazione in ntum , come Grumentum, Sipontum, Maleventum, furono accettate dal latino, ma essi sono nomi appartenenti a lingua precedente, forse alla pelasgica. Mentre la parola Agromonte è pretto latino, e dipende dalla asperità del luogo, Acris-mons. Ma poi la parola acris si è tramutata in Agris.13
Confessiamo sinceramente di non sapere come quest’antica città si nominava.
Questa città a nostro modo di vedere ebbe esistenza non solo ai tempi romani e greci; ma anteriormente ad essi. Io vedo in questo sito il luogo di un’antichissima città dell’epoca degli Enotri, coeva a quella di Cersosimo vecchio, e di Capo-Coppola, le cui rovine sono state da me rinvenute ed altrove descritte.
Siluce – Nell’alto Valle del Sinni, e poco dopo la confluenza del Cogliandrino, trovasi sulla destra del Sinni un masso calcareo isolato che si eleva sulla campagna, in mezzo ad un bacino che è circoscritto da alti monti, l’ Alpe, il Serino, Montezacchena ed altri monti. Sulla vetta di questo enorme masso calcareo, trovansi avanzi di un probabile castello con Chiesa annessa; trovansi ancora avanzi di case medioevali, erette sulle rovine di un pago antico, come rilevasi dal rinvenimento di antiche monete e terrecotte antiche. Questo è Siluce.
Alla sponda sinistra del fiumicello trovansi avanzi di un villaggio medievale con vestigia di una chiesetta od eremo. Possedevasi Siluce alla diocesi di Policastro Policastro, e questo sempre più dimostra di essere stato un casale ed una terra nei tempi di mezzo.
Siluce è stata anche una città dell’epoca romana e greca, anzi anteriore ai Romani e Greci. È la legge generale di tutti i nostri antichi paghi o Città; ed aggiungasi, per ragione topografica, che questo luogo ha dovuto propriamente servire di dimora ad antichissimi popoli, i Sirini, menzionati da Plinio ed abitatori, fuori di dubbio di questa comarca, e che rimasero il loro nome al monte Sirino ed al fiume omonimo. Notasi ancora che questo luogo letterariamente è detto Siluce, ma dal popolo è pronunziato Siruce: vocabolo pel suo radicale, uniforme a quello di Sirino.
Siluce è nell’agro di Lauria; e per costante tradizione si vuole essere stata un’antica città. Nelle campagne intorno al masso calcareo sul quale veggonsi queste rovine, si sono rinvenute e si rinvengono sepolcri dell’epoca greca.
Qui ci fermiamo per non allontanarci, e divagare dal nostro soggetto.
Chi avesse vaghezza di ascendere altri monti e visitare luoghi di antiche città o paesi distrutti (e discosti dalla Calda una giornata di cammino calcolando andata, visita e ritorno) potrà a suo bell’agio farlo, visitando il Serino che è il gigante dei monti Lucani, il Raparo poco di meno elevato, la grande grotta sottoposta al Raparello, il sito dell’antica Planula tra il Monte Raparo e Castelsaraceno, quello di Montechiaro sopra Carbone, e quello della Tebe Lucana tra Castelluccio inferiore, e Laino.
Latronico. – Questo paese merita una visita dei bagnanti della Calda, ed in effetti non vi è alcuno che non la faccia. Il fabbricato del paese, parte e su di un colle, e parte e al piede del colle. Le case all’esterno hanno aspetto di squallore e di miseria; mentre nell’interno sono provvedute di masserizie e mobili che denotano agiatezza. Se fossero imbiancate, che aspetto ridente e pittoresco non offrirebbe Latronico? e quanti cittadini guadagnerebbero in igiene, e salubrità?
La chiesa non offre nulla a vedere, tranne l’altare, e la statua marmorea di S. Egidio.
L’albero delle campagne di Latronico è la quercia rovere.
L’agro è sterile per i cereali; ottimo per alberi da frutta, noci, castagni, e nelle parti vallive peri, olivi, fichi. Ha delle belle località per vite; ma la vigna è poco o nulla coltivata, e tenuta in modo selvaggio. È associata ad alberi, quando non vi si semina grano e granoni; onde un contadino bene mi disse: non si miete e non si vendemmia.
In Latronico vi è da ammirare sopra tutto l’uomo. Il contadino è laborioso, frugale, tranquillo, onesto; le loro donne laboriose del pari, belle, dotate di grande affetto, inclinate al canto ed alla danza. Nel gentiluomo si trova la più sincera e disinteressata amicizia, ed ospitalità grande. L’ospitalità è l’antica virtù dei Lucani; ed in Latronico e paesi contermini, questa virtù si è integralmente conservata. Una volta conosciuti quei gentiluomini, la loro amicizia rimane indelebile.
Tace l’antica storia riguardo a Latronico; e l’etimologia del suo nome s’interpreta da diversi in vario modo: segno di non essersi indagata la vera. Noi ci fermiamo ad esaminare quella che le dà il Comm. Racioppi.
Il suo nome non può dipendere a nostro modo di vedere da Lateronicus, mattonaia , luogo ove si fabbricavano laterizie, poiché Latronico e sue adiacenze difettano interamente di creta; ed aggiungasi che le vecchie fabbriche di questo paese hanno un mattone, e sono costituite da pietre e grossi ciottoli di puddinga disfatta. Né vedesi fabbricato alcuno fatto di mattoni.
La istoria feudale di Latronico si trova nella monografia dell’ Arcieri: non la riportiamo per non accrescere fuori ragioni le pagine di questo libercolo; e poi ci ripugna l’animo a parlare di tempi orribilmente nefasti, passati sotto il più obbietto di tutti i dispotismi14, quello feudale; e fra i feudali il peggiore, quello dei Gesuiti.
Post fata resurgo: il popolo latino doveva spezzare le catene dell’indegno servaggio. E Latronico nell’epopea del 1860 non fu da meno degli altri paesi Lucani nel rispondere alla patria riscossa.
Latronico ha dato i natali ad uomini distinti: Arcieri Gaetano, dotto Giureconsulto ed autore di pregiate opere legali; Mariano Marsico, prelato; Nicola Giacoia, giureconsulto; e colti sacerdoti: Antonio Maturi, e Nicola Giacoia.
Non parliamo dei vivi: la istoria è solo per i morti; ma quello che più di tutti onorò Latronico fu Bonifazio De Luca, leggiadro poeta. Di lui riportiamo quello che ne scrisse l’ Arcieri: «Nacque nel 1720 da notar Giuseppe de Luca, e Caterina Armenia. Studiò in Maratea i rudimenti delle lettere umane da Biagio de Martino, e le lettere superiori dal Barone Giuseppe Pallamolla di Torraca. L’estro poetico si risvegliò in lui precocemente in modo, che reduce nei patrii lari, compose il dramma sotto il titolo: L’umil grandezza di S. Egidio, divulgato pei tipi di Boezio, nel 1751. In laude dello stesso santo compose quel responsorio latino che tuttodì cantasi in Chiesa. Nel volumetto delle sue Rime sacre e serie (1783) i letterati di quei tempi ammirarono più di ogni altra composizione i pometti La Croce ed il Peccator Contrito .
Ebbe epistolar commercio co’ più cospicui letterati dell’epoca, ed avendo diretto al Metastasio un sonetto, si ebbe gentile risposta. Molti suoi componimenti sono riportati nelle poesie di Saverio Parisi di Montepeloso impresse nel 1791. Moltissimi ne giacciono inediti. Ne abbiamo scelti tre volumi da una serie sterminata, che la mercé di sedule ricerche si potettero ottenere da varii paesi, e precisamente da Montepeloso. Era egli un uomo faceto, ilare, scherzevole. Scriveva poesie anche sopra argomenti frivoli, su di avvenimenti sovente bizzarri, e sopra cose che la moderna delicatezza non riceverebbe. Taluni sono anche contrarii al pudore, ma in quei tempi si tolleravano. Vedi perciò qual numero di elucubrazioni poetiche scoppiavano dal suo cervello!
Avea acquistata una facilità tale ne’ sonetti, che si può dire l’improvvisasse. Morì agli 8 luglio 1798. Celebre è il sonetto nel ricevere il S. Viatico: era sul letto della morte e tuttavia cantava?».
Dalle poesie del De Luca scelghiamo un sonetto, che fa al caso nostro:
LE ACQUE MINERALI DILATRONICO
Per tortuose vie, dell’ Alpi in seno
Or pigra io corro, or veloce io erro;
E nei liquidi argenti il zolfo e il ferro
Traggo meco, negli antri, e l’incateno;
Poscia in un fiume limpido e sereno
I miei tesori, i furti miei dissero;
Quel che nel grembo mio chiudo e rinserro,
Gorgogliano strisciar fo sul terreno.
Inermi a me venite; altri s’immerga
Nelle chiare onde mie, altri m’ingoi,
E vegga ognun s’ogni malor si sperga;
Infermi a me venite: io parlo a voi:
Mosé con l’acqua dall’ultrice verga
Sol dissetò, ma non guarì li suoi.
1 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 27) ↩
2 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 28) ↩
3 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 28) ↩
4 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 28) ↩
5 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 29) ↩
6 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 29) ↩
7 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 29) ↩
8 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 29) ↩
9 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 30) ↩
10 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 31) ↩
11 ( recuperare note originali alla fine del libro, p. 31) ↩
12 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 32) ↩
13 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 32) ↩
14 (recuperare note originali alla fine del libro, p. 34) ↩