Informazioni sul Documento
Data del documento: 1876
Forma del manoscritto: modern_print
Fonte: documentary
Testo del Documento (Italian)
1876
Carissimo amico,
Stavo a Latronico, paese a 900 metri circa sul mare; il primo che s'incontra allorché dalla valle della Calda, nel versante tirreno, valicato l' Appennino, si passa in quella del Sinni, nel versante jonico. — Ogni volta che mi recavo sull'alto del paese, ed ogni volta che, per ragioni del mio ufficio, uscivo da esso, scendendo o rimontando la valle, vedevo sempre torreggiare ad una certa distanza verso il sud-est, il gruppo dei monti del Pollino, che, maestoso ed imponente sembra staccarsi dalla direzione generale della catena Appennina. Esso segna il confine fra la Basilicata e le Calabrie. Coperto di boschi, di cui avevo sempre inteso magnificare la bellezza, e coperto di neve l'inverno fino alla base e con la maggior sommità biancheggiante sino nella più inoltrata estate, lasciava supporre che dalla sua cima un osservatore sarebbe stato compensato largamente delle fatiche, che forse occorreva sostenere per andare sin là. — Ciò mi tentava. — Altre ragioni di studio mi spingevano a fare unii scorsa per quei luoghi, tanto che decisi visitare quel gruppo di montagne.
Esposto il progetto ad alcuni amici, due di essi vollero essere della partita. — Non vi era tempo a perdere; eravamo ai 17 agosto 1875 ed il tempo incominciava a turbarsi, e per poco che si fosse tardato, avrebbe bisognato rimandare l'escursione ad altr'anno. Vari incidenti però non permisero partire prima del giorno 25.
L'itinerario prefissomi era quello di ascendere, rimontando la vallata del Frido e discendere percorrendo quella del Sarmento molto più a valle della prima, e cosi avere agio di meglio studiare la conformazione di quel gruppo, sulla cima del quale, non so che altri abbia mai messo il piede, fuori dei signori Tenore, Terrone e Petagna, che nel 1836 vi fecero una escursione botanica rapidissima, ascendendolo dal versante calabro. Ma per ragioni del mio ufficio che mi chiamavano a Senise, dovetti invertire l'itinerario
Il mattino del 25 agosto dunque, alle óre 8:18 antimeridiane, lasciammo Senise dirigendoci verso il Sarmento. La comitiva era composta dai miei amici e colleghi ingegnere Pisani e Cantone, da me e da dodici altri individui tra mulattieri e scorta, che fu necessità condurre, atteso che una banda di malandrini si era pochi giorni prima vista scorazzare in quei boschi. — Tutti, meno la scorta, eravamo montati su muli, le bestie dai garetti fermi e dal passo sicuro. Alle ore 9 si guadò il Sinni. Valicato il fiume, la via (e quando dico via, intendo sempre parlare dei sentieri cavalcabili o per lo meno che dovrebbero esser tali), attraversa una breve estensione di terreno pianeggiante, indi si mette in ripida salita su pel colle che costituisce il versante destro del fiume. — Cammin facendo ammiriamo la cresta del colle frastagliata in modo assai bizzarro. Due sfaldamenti l'uno in un versante e l'altro nell'opposto, hanno lasciato in piedi una esile parete di terreno, qua e là interrotta da altri franamenti in senso normale, che hanno determinati vani e spigoli vivi pressoché verticali. — Sembra avere dinanzi un rudero di colossale castello, co' suoi merli e colle sue muraglie dirupate, sulle quali non mancano rari cespugli di lentisco ad accrescere l'illusione. — L'altezza di queste pareti è di circa metri 15 ed il loro spessore variabile da 2 a 5 metri. — La via passa attraverso una muraglia e l'altra, ed il sito è detto Porticelle, a memoria della forma dei vani, che sembrano porle inancanti di arcotrave.
Da questo sito si vede di rincontro Noepoli, altra volta Noia, piccolo paese a cavaliere del colle, fabbricato sul conglomerato che ne corona la cima.
Discendiamo in un torrente, risaliamo l'opposta pendice ed alle 12 entriamo in Noepoli. — Qui ci fermiamo un poco a far colazione, ed io profitto della sosta per prendere uno schizzo delle Porticelle.
Lasciamo Noepoli all'1 pomeridiana incominciando a discendere rapidamente verso il Sarmento, grosso torrente tributario del Sinni; vi giungiamo all'1:45. — Il caldo è soffocante e per soprassello bisognerà camminare sempre lungo il greto, che qui è amplissimo ed ha poca acqua.
Rimontiamo così il Sarmento per due ore continue; di tratto in tratto girando i grandi coni di deiezione de' suoi affluenti.
In un sito, presso l'acqua, siamo salutati da un gruppo di donne albanesi, che in ginocchio maciullavano sulle pietre le ginestre macerate nella prossima corrente, per adoperarle in grossa tela di cui fanno uso. — I loro cenci multicolori, i loro piedi nudi ed il loro orribile sudiciume, non ostante che parecchie di esse fossero giovani ed anche belle, ci fanno rispondere al saluto senza fermarci ad osservare i particolari del costume pittoresco e poco deteriorato che qualcuna di loro indossa.
Finalmente alle ore 4 pomeridiane lasciamo il greto del torrente e ci arrampichiamo sulla sua destra sponda, percorrendo un sentieruccio a zig-zag inclinato di 40' all'orizzonte, e che forma la cresta di un ciglione scosceso dai due lati e fatto di argille miste a straterelli di arenaria, rotti e contorti. La prudenza ci consiglia a camminare a piedi, quantunque la guida cercasse convincerci non esservi pericolo alcuno andando a cavallo.
Però la considerazione che un possibile accidente potrebbe avere per conseguenza un salto d'una quarantina di metri, ci mette in forza, e non ci fa lamentare della salita con l'aggravante del caldo.
La meta del giorno è Terranova di Pollino, paesetto più prossimo in altezza al gruppo montuoso.
— Quant'è che ci vuole per arrivare, domandiamo alla guida, l'onorevole pedone che ogni giorno da Terranova va a Noepoli a portare e rilevarvi la corrispondenza postale.
— Siamo arrivati, risponde.
Ma per quanto girassimo lo sguardo, e non ostante che si camminasse in piano sulla mezzacosta, attraversando vigneti e terreni coltivati, pure non vediamo che d'esser chiusi nella valle, ed un monte che ci sbarra poco lungi la strada, né possiamo intendere come si possa essere arrivato in un sito, che non si scorge neppure di lontano.
Camminiamo così per un'altra buon'ora. La guida sostiene sempre che siamo arrivati, e finalmente, dopo aver girato il monte e svoltato a destra, ci troviamo sui tetti di Terranova. Sono le 5:15 pomeridiane.
Terranova di Pollino, a metri 910 sul mare, è un ammasso di casupole, poste in un'immensa buca tagliata dal Sarmento, che corre e rumoreggia nel fondo, stretto fra pareti rocciose, alte ed a picco. — I monti fanno corona, — e non si vede che un limitato spazio di cielo. Le case, o meglio i tuguri, sono fatte di pietre a secco, con galestri1 che si prestano benissimo e sono tolti dal prossimo monte Calvario; essi sono coperti con assi di abete ottenute a forza di scure e biette, e tenute in posto mercé quattro o cinque pertiche in croce, legacci di salice e molte pietre, che nei giorni ventosi costituiscono una permanente minaccia pei passanti.
Pernottiamo in casa del principale proprietario signor Lonigro, ove riceviamo cordialissima accoglienza e beviamo gli ottimi vini del paese.
1 Galestri, sono pietre che si trovano naturalmente a straterelli rotti in pezzi di forma prismatica regolare. ↩