Informazioni sul Documento
Data del documento: 1876
Forma del manoscritto: modern_print
Fonte: documentary
Testo del Documento (Italian)
1876
Il giorno dopo, ben per tempo, si fecero i preparativi di partenza. — I figli del padrone di casa vollero esserci compagni nella gita; ad essi si uniscono tre guardaboschi e la comitiva sale cosi al numero di venti.
All'uscita del paese vediamo la fontana provvista abbondantemente di acqua buonissima mercè un ponte-canale di tronchi di abete escavati e sostenuti da rozzi pali confitti nel suolo.
Alle ore 6,20 antimeridiane ci mettiamo in cammino. Il cielo si mostra qua e là alcun poco annuvolato, ma noi speriamo sempre bene.
Il sentiero segue la scoscesa costa che forma la sponda sinistra del Sarmento, la cui valle qui si stringe moltissimo, ed esso corre incassato fra precipizii. — Si cammina cosi per circa quaranta minuti, ed arriviamo in un sito ove uno sporgente calcareo tutto di un tratto attraversa la valle; il torrente però lo ha tagliato producendovi un'oscura fórra, alta più di metri sessanta, nel fondo della quale esso passa placido o furibondo a seconda del casi. — Girato lo sporgente, la valle si allarga di molto, e poco dopo ci fermiamo nella masseria del signor Rosciano, l'ultima in altezza.
La temperatura si è abbassata; mutiamo gii abili in altri più pesanti, e dopo una brevissima sosta ci rimettiamo in cammino. — Il Sarmento, che qui è un rivo, Io valichiamo con un salto, indi rimessici a cavallo, ripigliamo la salita.
Alle 10 incontriamo i primi boschi di faggi con qualche abete, e dopo altra mezz'ora di cammino ci troviamo in una bellissima piana erbosa, chiusa nel bosco, e da cui sorge limpida ed abbondante acqua. — Poco più in su vediamo le sorgenti principali del Sarmento in piena foresta, sgorganti voluminose dai massi calcarei e serpeggianti frammezzo una congerie di tronchi abbattuti dalla tempesta, e che le piante parassite quasi occultano alla vista.— È un incanto; ed io rinunzio a descrivere la imponenza e la m'aesià della foresta, accresciuta dalla poca luce che vi penetra e dal profondo silenzio, rotto di tanto in tanto dal tintinnio di qualche campana di vacca, e per una sol volta da un colpo di archibugio tirato contro un caprio.
I rami dei faggi s'intrecciano con quelli degli abeti. Tronchi superbi! Ne ho misurati di metri 5, 6 e 7 di circonferenza. — In alcuni di essi i pastori hanno praticato col fuoco una nicchia per ricoverarsi, e spesso è sufficiente per tre persone. — Non si vede cielo, e si stenta a camminare per la grande quantità di tronchi rovesciati e fradici che sbarrano la via, e pei cespugli di rose che bisogna evitare. — Non vado molto lontano dal vero dicendo che per ogni albero in piedi corrispondono tre abbattuti. — Proseguiamo. Il bosco si rende sempre più fìtto. È impossibile deviare di un sol passo dal sentiero, chiuso fra muraglie di fogliame e di spine. Il sostrato del bosco alcune volte è calcareo ed altre volte fatto di argilloschistì ed arenarie brillanti.
Alle. 11,30 ci fermiamo a prendere riposo e rifocillarci lo stomaco, che l'aria purissima e leggiera rende molto petulante. — Il sito è al piede dell'ultima salita da fare per raggiungere una delle cosidette Porte di Pollino, ossia un dei varchi che mettono sull'altipiano; salita la piii erta e faticosa, perchè sempre sul nudo calcare frastagliato da mille accidenti.— Sediamo presso un gran macigno. Ivi sgorga acqua limpida e freddissima (6° centigradi). Ai nostri piedi verso sud-est, scorgiamo il mar Jonio e la limitrofa Calabria. — Siamo a 1,670 metri sul mare.
Qui fluiscono gli abeti; i soli faggi costituiscono il bosco, che man mano diventa meno fitto, per la mancanza quasi assoluta di terra vegetale.
Ripigliata la salita, sempre a cavallo, ad un'ora ed un quarto oltrepassiamo la Porta Orientale di Pollino, fra le due eminenze Serra Crispo a destra (metri 2,0o2) e Serra delle Ciavole a sinistra (metri 2,182). —• Gli ultimi alberi, che coronano queste vette, sono i faggi un poco nani ed il pino marittimo, detto Fioca, che anche cresce nano e bitorzoluto per effetto del vento che sempre ne rompe le cime. — Il ginepro, moschinissimo, serpeggia fra le pietre.
Qui lasciamo le vetture, ed a piedi incominciamo la salita del Monte Crispo, la più orientale delle cinque cime principali del gruppo. Il tempo si è raffreddato; soffia un vento di sud-ovest molestissimo, che fa galoppare le nuvole, e per giunta la nebbia; minaccia involigerci. Ci affrettiamo alla meglio. Qua e là qualche isolato gruppo di pioche si disputa le fessure del calcare, lottando col vento.
Arriviamo alla cima, e con noi arriva la nebbia, e ne siamo involti. - Aspettiamo che il vento ci favorisca diradandola. Infatti, di tratto in tratto essa si squarcia, però l'orizzonte annuvolato ci limita molto la vista di tutto il bacino compreso fra le Murgie, l' Appennino principale, Pollino ed il Ionio, e solamente di volta in volta si scorge qualche particolare.
Dopo esserci trattenuti un'ora su questa cima, ne discendiamo per recarci poco lungi alle capanne dei pastori, che custodiscono le numerose mandre di vacche, pecore e capre, che qui stanziano ogni anno per soli tre mesi producendo latte eccellente, con cui si fabbricano eccellentissimi formaggi.
Queste capanne, in numero di due, sono poste all'estremità pili bassa del Piano di Pollino; esse sono fatte di poche tavole discoste l'una dall'altra, e coperte con pochi rami di abete, trattenuti da pietre, e senza alcuna porta o chiusura di sorta. — La più ampia misura circa 9 metri quadrati, ed è divisa da un tramezzo che ne stacca una parte addetta a deposito di formaggi, mentre l'altra parte serve di alloggio al capo massaro. — Del resto tutti dormono all'aria aperta, e così conveniva fare a tutta la comitiva. Infine bisognava rassegnarsi, e s'incominciarono a fare i preparativi per la notte.
Un'immensa pira di tronchi di abete fu elevata in un sito e le si dette fuoco; in breve si ebbe una fiamma imponente, che regolarmente alimentata dovette durare sino al mattino. Intorno ad essa sedemmo e s'iniziarono i preparativi del pranzo.
La temperatura era molto bassa (6° Centigradi), ma per compenso il cielo si era rasserenato e non tardò molto che una splendida luna venne a rallegrarci. — Verso le 10 pomeridiane la temperatura si elevò, e dopo il frugalissimo pranzo, si stette fino all'una antimeridiana a far baldoria sulla bella spianata, per un momento trasformata in una sala da ballo, e che ballo! Il morbidissimo tappeto venne in tutti i modi pestato e ripestato dai pastori, che, al suono della cornamusa, grottescamente contorcendosi e saltando, mostravano aver tenuto molto da conto la qualità del nostro vino.
Finalmente andammo a riposare, noi tre nella capanna che il massaro volle mettere a nostra disposizione, che del resto non impediva per nulla di godere la vista delle stelle e della circostante campagna, ed il rimanente intorno all'immenso focolare, disposti come altrettanti raggi, ognuno coi piedi verso il fuoco e ravvolto in una coperta. — Noi facemmo del nostro meglio, profittando delle pelli di montone, delle coperte e dei plaids.
Non ostante la stanchezza si stentò a pigliar sonno, anche perchè il continuo abbaiare dei mastini ci frastornava. — Come Dio volle ci addormentammo.
Alle 5 antimeridiane mi risvegliai pel primo. Quale sorpresa! — Pioveva. — Il cielo, grigio dappertutto, lasciava cadere una pioggiolina minuta e penetrante. —'Svegliai gli altri due e comunicai la poco piacevole notizia.
In piedi tutti si tenne consiglio. Bisognava aspettare, e si aspettò. Alle 6 cessò di piovere, ma facea freddo (7° centigradi). Aspettammo ancora un'altra mezz'ora; il tempo parea rabbonirsi; qualche largo squarcio si produceva di tanto in tanto nelle nuvole, lasciandoci intravedere un magnifico azzurro. — Decisi di salire il monte ad ogni costo; i miei amici furono dello stesso avviso, e senza por tempo in mezzo ci mettemmo in cammino a piedi.
Dopo breve salita tra i faggi, eccoci sull'altipiano di Pollino, magnifica spianata a 1,780 metri sul mare, chiusa da cinque eminenze pressoché eguali, e coperta di un folto tappeto di erbe aromatiche, e senza il più piccolo alberello. Mezz'ora impieghiamo a traversare per lungo questo piano, ed arriviamo al piede della Sella più elevata, che separa le due vette M. Dolcedorme (metri 2,274) e Pollino (metri 2,248). —- Qui incomincia la vera ascensione faticosa, e che fino alla Sella può anche farsi a cavallo. — I faggi, sebbene di minori dimensioni, continuano su quelle vette; qualche gruppo di picche presto ci lascia.
Dopo altra mezz'ora di salita arriviamo alla Sella, ed incominciamo a godere del panorama, per quanto le nuvole lo permettono.-—Da un lato il basso delle valli del Sinni e dell' valle dell’Agri, e dall'altro, ai nostri piedi, gran parte della prossima Calabria. Dopo un poco di sosta ripigliamo la salita, arrampicandoci sul nudo calcare, nei cui interstizii vegetano qualche umile graminacea e pochi sterpi di ginepro. Poco prima della vetta, in una cofica della roccia, vediamo un ammasso di neve, vuoto al disotto, costituente una calotta di 50 metri di circuito.— Questa neve la dicono perpetua. — Ancora altri pochi passi più in su e finalmente tocchiamo la base del segnale geodetico del gruppo, a metri 2,248. — Sono le 9,45 antimeridiane; il termometro all'ombra ed al nord segna 13º centigradi. Siamo contenti, e lo stomaco, al solito, richiamando vivamente la nostra attenzione, facciamo colazione a pie del segnale, ma in fretta in fretta, perchè il tempo ed il vento impetuoso ci promettono poco di buono, e le nuvole ci ballano intorno una ridda che finisce per metterci di malumore. Epperò dopo due ore di vana aspettazione e dopo aver gettato uno sguardo su tutto il bacino del Jonio, e su parte della Calabria, visibili chiaramente per un momento, eccezione fatta degli alti monti che si mantennero coperti da una densa coltre di nuvole, ci disponiamo a discendere, dolenti di non aver potuto rilevare un panorama degli Appennini calabresi, o qualche altro importante particolare. — Bisognò rassegnarsi. Il tempo frescava (10° centigradi) e ci mettemmo la via tra le gambe. Non occorre dire che la breve discesa fino al Piano di Pollino fu disastrosa. Trovammo pronti i muli, e montati a cavallo, e per altra via, facemmo ritorno alle capanne. — Una più lauta colazione ci aspettava; di essa facevano parte i latticini locali, eccellenti oltre ogni dire. Facemmo onore a tutto bravamente, ed alle 3 pomeridiane, separatici dagli amici di Terranova, incominciammo la discesa della valle del Frido, sempre fra boschi di faggi ed abeti, con qualche raro acero. — Questi boschi sono in continua diminuzione per lo sfrenato taglio che loro si dà; non cosi quelli posti molto in alto, che invece sono rigogliosi, e dove la sola tempesta atterra gli alberi vetusti e marci.
Poco in giù troviamo una manifattura di cerchi da stacci, all'aria aperta. — L'officina, consistente in un paio di coppie di segatori, che atterrano e fanno in pezzi i faggi, un capo dirigente, e quattro o cinque garzoni, cambia continuamente di posto portandosi sempre nel sito ove l'albero è stalo tagliato; quivi lavora tutto il legname, indi si trasporta altrove.
Usciti dai boschi, al borgo detto Mezzana, visitiamo la sega meccanica del signor Iannarelli, ed accelerando il passo, entriamo finalmente alle 8 di sera nell'abitato di San Severino Lucano.— Era tempo: non se ne poteva più.
Il mattino seguente diamo un rapido sguardo al paese, e ne riceviamo buona impressione. È fabbricato sopra un'eminenza alla destra del Frido, e, cosa rara in questi sili, le case sono in gran parte imbiancate; ciò gli dà un appetto molto allegro e pulito.
Alle 9 antimeridiane partiamo seguendo la sponda del Frido, che fu valicato su di un ponte in legname. — Seguiamo per poco la sinistra del torrente indi, tagliando nell'interno, sbocchiamo nella valle del Sinni, che rimontiamo sino ad Episcopia, percorrendo vie abbastanza comode, e valicando il fiume sul ponte comunale in muratura.
Ad Episcopia, fatta una breve colazione e stretta la mano agli amici, ci tratteniamo pochissimo tempo, e ripigliamo il cammino dirigendoci a Latronico, costeggiando sempre il Sinni o camminando nel suo spazioso letto fin sotto al paese. — Finalmente dopo circa quaranta minuti di erta salita, entriamo in Latronico quasi a sera.
Qui ha fine il viaggio e tutti ci separiamo. E qui finisco anch'io, non senza dichiarare esser rimasto col desiderio di rivedere il Pollino con tempo più propizio, in modo da aver l'agio di restare colassù un paio di giorni almeno, ed ascendere le altre due vette principali, non che girare un po' nei dintorni, e massime nelle vallate del ripido versante calabrese.
Addio.