Da Castelluccio a Terranova

«Sui monti della Basilicata», in "Bollettino del Club Alpino Italiano", vol. XXIII, n.56, pp. 217-221.

1889
Carmine Cassino, Fulvio Delle Donne
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Data del documento: 1889

Forma del manoscritto: modern_print

Fonte: documentary

Testo del Documento (Italian)

1889

Era la mezzanotte dal 18 al 19, quando l’albergatore, svegliatomi, mi avvisava di aver fermato per me l'unico posto, che era libero nella veltura postale. Il fatto sembrerà strano al lettore, ma pur troppo è vero! Il viaggiatore, che deve partire da uno di questi paesi della Basilicata, è necessario si raccomandi alla fortuna. Se la vettura postale, che traversa il paese, non ha, in quel giorno, posto disponibile, metta l'animo in pace ed aspetti 24 ore; e se, per qualche causa impreveduta, vi è affluenza di viaggiatori, egli resterà prigioniero in quella residenza, Dio sa fino a quando! S’imagini poi quanto misera sia la condizione di quei paesi, e sono i più nella provincia, isolati e privi affatto di vie rotabili! Alle 12,30 la pesante vettura si muove, ed il conduttore, signore ed arbitro durante il viaggio, spegne il lume! Io mi trovavo, per buona fortuna, in compagnia di un ufficiale medico, il quale divideva meco il godimento di quel viaggio notturno nella buia cavità di un parallelepipedo di legno, con due finestrini laterali di un decimetro quadrato appena, i quali, lungi dal riparare, parevano messi lì a posta per farci carezzare il viso dall'aria pungente di una notte di settembre.

Alle 4, intirizziti dal freddo, si giunse a Lauria, che non mi riuscì di vedere. Scambiata la corrispondenza postale, ripartimmo. Sorto il sole, riscaldati al tepore benefico dei suoi raggi, ammirammo dapprima la bella gola, nella quale è costruita la strada oltre Lauria, poscia le montagne della Calabria, che man mano ci si presentavano allo sguardo, fino a quando, giunti ad un colle, vedemmo aprirsi pittoresca la valle in fondo alla quale giace Castelluccio, nel qual paese si arrivò alle 8,15, dopo una piacevole discesa di parecchi chilometri. Lasciata la vettura, che poco dopo proseguì per Mormanno e Castrovillari, presi alloggio nella locanda di un certo Giacommo.Ivi dovetti rimanere quel giorno ad aspettare guida e cavallo da Terranova. La posizione di Castelluccio è assai bella, ma la mancanza di commercio lo rende alquanto misero. Il paese è diviso in due gruppi: l'uno (606 m.), che ha l'Ufficio postale e telegrafico, è circa cento metri più giù dell'altro. A nord, Castelluccio è dominato dal M. Zacchena (1581 m.) e dal M. Spina (1649 m.); ad ovest dal M. Mangosa (1143 m.) e dal M. Fossino (1158 m.); a sud la valle è chiusa da catene maestose di montagne, le quali, elevandosi gradatamente verso oriente, vanno fino al lontano Pollino, e fra queste potei notare, con l'aiuto della carta, il M. Cerviero (1440 m.) sopra Mormanno, il M. Frasto (1470 m.) su Rotonda e la Punta Mauro (1578 m.), in direzione della quale elevasi la Coppola di Paola (1907 m.); ad est infine il M. Saria (1227 m.), dominato dalla Serra di Abete sopra Viggianello (1460 m.).

Alle 4 pom. giunse la mia guida col cavallo: respirai; non vi era più timore di rimanere un altro giorno inoperoso a Castelluccio.


Alle 5 ant. del 20 abbandonai Castelluccio. Appena fuori del paese si presenta a sud la magnifica veduta dei monti che io aveva osservati il giorno innanzi; ed il sentiero, salendo dolcemente, dà agio al mio occhio di spaziare nella valle, che verdeggiante si apre alla mia destra. Si procede per due ore sopra una serie di colline, dalle vette ampie e rotonde; e la via, seguendone gli avvallamenti, in ognuno dei quali scorre mormorando un ruscello, costringe spesso a scendere fino a 50 o 60 metri, per poi risalire a maggiore altezza sul versante opposto. Ad ogni gruppo di tali colline si dà il nome di serre, e quello già da me percorso chiamasi dai montanari Petto del Ceraso. Alle 7,30 cominciano le serre di Viggianello, e 15 minuti dopo si presenta un bel panorama. In fondo, a sud-est, il Pollino, rivestito di boschi, dalla cresta dentellata, era un incanto di bellezza. Allora, più che mai, crebbe in me la brama di toccarne la vetta. Ma, si crederebbe? in quel momento un dubbio mi assalì: raggiungerò io quella cima? Ciò forse parrà strano a qualche lettore: ma coloro che hanno pratica dell' Appennino meridionale, sanno per prova che un rifiuto della guida a proseguire per difficoltà di via o per improvviso cangiamento di tempo, lo smarrimento del sentiero od altri incidenti, che non è possibile prevedere, possono render vane tutte le fatiche fatte per la riuscita dell'impresa. A sinistra appariva il M. Fagosa (1002 m.), il gran bosco di Magnano, dominato da parecchi monti della riva destra del Sinni; dirimpetto il M. Alto (1104 m.) e nella valle a destra, Viggianello, le cui case erano illuminate dal sole. Il sito è detto Piano Croce (885 m.); una croce è sulla via, ed in alto a sinistra v’ha una cappella, chiamata S. Maria dell'Alto (1002 m.). Il mio viaggio continua ancora per un'ora sempre sulle serre di Viggianello1, ed alle 8,45 sono sulla strada rotabile, testé costruita2, che mena da San Severino Lucano a Viggianello. Alle 9 comincia la terza serie di colline, le Serre di San Severino3, sulle quali, dopo 15 min. di cammino, mi si offre allo sguardo un altro ameno paesaggio, e alle 9,45 incontro una sorgente d'acqua freschissima in un bel piano, circondato da monti, dal quale si scorge, nella valle, S. Severino. Il sito, che credo sia nella regione detta Polito, mi sembrò adatto per prender ristoro e perciò feci sosta. Quante riflessioni in quella mezz'ora! Chi mai avrebbe potuto percorrere in altri tempi quelle regioni, tanto infestate dal brigantaggio? Oggi si traversano, è vero, senza alcun pericolo, ma il viaggiatore è lontano dall'incontrare, non dico gli chalets delle valli piemontesi e svizzere, ma un luogo che lo ripari dal temporale, o una mano benefica che gli offra un ristoro. Quei luoghi sono deserti, poiché la via non è battuta né dagli abitanti di Castelluccio, i quali si recano a Casalbuono a prendere il treno, né da quelli di S. Severino, i quali, per Episcopia, toccano Latronico, che li mette sulla via rotabile, né dagli altri di Terranova, perché essi scendono alla riviera ionica per recarsi alle stazioni ferroviarie di Nuova Siri e di Trebisacce. Mentre mi stavo ad ammirare quella scena alpestre, là, nel cuore della Basilicata, in compagnia di un montanaro, non potevo non esclamare: le Alpi, ed i ghiacciai, è vero, sono di una maestà incomparabile, i loro panorami non hanno rivali; ma pure queste montagne sono belle, queste popolazioni hanno diritto ad essere visitate, questi paesi ad essere conosciuti.


Alle 10,15 lasciai con rammarico quel sito e, rimontato a cavallo, continuai la mia via. Alle 11 giunsi a quell'agglomeramento di meschine case rurali, che costituiscono il borgo la Mezzana (918 m.), ove passò l'ing. Bruno il 27 agosto 1875, nel ritorno dalla sua salita al Pollino, dirigendosi a S. Severino per la valle del Frido. Mi avvicinai al fabbricato dov'è la sega meccanica del signor Jennarello, e, guadato il fiume Frido, mi trovai sulla piazzetta del villaggio. Dopo poco abbandonai quella tranquilla borgata fra le meraviglie degli abitanti, i quali, forse, da tempo non vedevano un forestiero passare innanzi alle loro case. Finalmente le ondulate colline erano terminate, e cominciava la salita al Colle dell'Acqua Tremola, che si vedeva, in alto, dominato dal Pollino. Alle 12,10 si passa sulla pendice nord dal M. Pelato (1396 m.), dalla bella vetta rotonda, e 15 minuti dopo si entra nel bosco di faggi che riveste quel colle. Alle 12,40 raggiunsi il Piano dell'Acqua Tremola (1542 m.), il più alto punto del valico che divide Terranova da S. Severino. Ivi mi colpì un gran faggio di forma singolare: il fusto, giunto ad una certa altezza, si divideva in molti grossi tronchi, da cui partivano un numero sterminato di rami chiomati; l'albero aveva un aspetto grave, superbo, e pareva messo lì dalla natura ad attestare le meraviglie della vegetazione.

Dal Colle dell'Acqua Tremola si potrebbe, in più breve tempo, compiere l'ascensione del Pollino; ma, mancando colà un ricovero per passare la notte, è necessario proseguire per Terranova.

La prima contrada, che s'incontra, è proprietà del signor Virgallita, e da questo luogo ammiro per la prima volta il fianco orientale del Pollino, interamente rivestito di faggi e di abeti. Continuo a scendere, traverso la regione Avena, e finalmente, in mezzo ad un ampio piano scorgo in lontananza la casina del signor Rusciano ove giungo all'1,45. Ecco la scena, che mi si presentò allo sguardo: un vasto piano ondulato, circondato da montagne. A sud-ovest il maestoso Pollino, che lasciava vedere solamente due sue cime, la Serra delle Ciavole (1975 m.) e la Serra Crispo (2052 m.); a nord si ergono le Murge, tre vette rocciose, delle quali è invisibile la più alta (1445 m.) e che, pel colorito bruno delle loro falde, rassomigliano a quelle vesuviane. Altre colline di minore importanza circondano la casina.


Ritornata la guida, alle 2,30 riparto, prendendo il sentiero, che mena a Terranova. A un tratto dovetti fermarmi. Oh quante nostre bellezze sono ignorate! In un punto, ove la valle si restringe tra i monti Balsomano (1324 m.) e Manga del Palo (1333 m.), formidabile s'innalza un masso gigantesco, attraverso il quale corre impetuoso il Sarmento. È la Garavina. Continuando la via, che segue le sinuosità del M. Balsomano, allo svoltare di una sporgenza, scorsi un gruppo di case, che, bellamente disposte, risplendevano ai raggi dorati del sole, volgente al tramonto. Terranova! gridò la guida. Questo paese (937 m.) lontano da ogni linea ferroviaria, lontano da ogni via rotabile, situato in una regione del tutto montuosa, vive lì, come solitario anacoreta, alla base del gigante, fra i monti della Basilicata.

Alle 4, dopo 10 ore 1/2 dalla partenza da Castelluccio, entravo nell'abitato. All'ingresso di Terranova c'è una fontana di buona costruzione: ivi un gruppo di uomini e donne mi guardano con meraviglia, e s'interrogano scambievolmente, al certo spinti dalla curiosità di sapere chi io fossi e qual ragione colà mi conducesse. Erano quivi ad aspettarmi i fratelli signori Luigi ed Antonio Rusciano, i quali mi condussero a casa loro, ove fui accolto con isquisita gentilezza. Ne uscii poco dopo insieme al Sindaco del Comune e ad altri cospicui cittadini, che mi fecero cortese compagnia nel giro del paese. Fuori dell'abitato, verso oriente, mi fermai a guardare: a nord il M. Calvario (1299 m.), bellissima montagna rivestita da folto bosco di querce; verso ovest il Timpone Angiolicchio, la Serra Tavernola (1337 m.) ed il M. Balsomano (1324 m.), sulla cui pendice meridionale scorsi il sentiero, che avevo percorso; ai miei piedi si distendeva la valle del Sarmento, fiume che, in quella stagione, ha il corso lentissimo, per modo che il suo vasto letto pietroso rimane quasi all'asciutto; attraverso la gola, ove sorge la Garavina, si vedeva la Serra Crispo (2052 m.); seguiva la Manga del Palo (1353 m), bellissimo monte boscoso con vasto altipiano; più in distanza la caratteristica Falconara (1655 m.), montagna rocciosa a due punte, e l'importante Timpone Rotondella (1669 m.), denominato dagli abitanti del paese Lagoforano, separati dal Colle Scursillo (1270 m.); indi il Timpone Bruscata (1417 m.) e il Timpone Noviera (1593 m.), fra i quali si apre la valle Nera, e finalmente, in fondo a sud-est, il M. Sparviere (1715 m.). Ritornammo in paese. Quale spettacolo deve presentare nell'inverno, all'occhio dell'alpinista questo circolo di montagne, tutte coperte di neve! E quanto misera dovrà esser la condizione di quei poveri abitanti, costretti per mancanza di strade, a non poter uscire dal paese!

Note

1 La contrada in cui mi trovo è chiamata sulla cartaSerra di Cappellina, mentre è dato il nome diSerre di Viggianello all'altra, posta ad oriente diViggianello, presso laSerra di Abete, più in vicinanza alPollino. Ho ritenuto la denominazione adottata dai montanari.

2 Non è segnata sulla carta.

3 Sulla carlaSerra Cavallina.