Informazioni sul Documento
Data del documento: 1925
Forma del manoscritto: modern_print
Fonte: documentary
Testo del Documento (Italian)
1925
L'antichissimo nocciolo del simpatico paesello che ora si chiama Lagonegro si chiamò Nerulo (da nero-forte-popolo forte) e si eresse in cima a una roccia dolomitica che si eleva per 150 metri sul fiume Serra, superba, maestosa, a picco all’intorno, e che permette una sola via d'accesso. Dove oggi è una gradinata parte in pietra e parte incavata nella roccia, era un tempo il ponte levatoio che congiungeva il cosidetto Castello con i luoghi dell'abitato, luoghi dove oggi è ubicato tutto il paese. E invero, su quella rupe magnificamente dalla natura isolata, sorse il Castello feudale che seppe il servaggio di questo forte popolo meridionale, oppresso ignominiosamente da quella sequela di feudatari da cui si liberò nel 1552.
L'unica via di accesso al Castello è quella che incomincia al sud della piazza Purgatorio, sita in fondo al paese; da uno stretto vicolo si passa in un piccolo largo, in cui sono i primi gradini della scala. Volgendo da qui lo sguardo in su, appari dinnanzi, altissima, una delle torri semicircolari; esse sono tre ed eran munite di feritoie e, come spalti, ebbero cannoni, mortaretti e moschetti. Oltre la sunnominata, vi è un'altra torre che guarda l'occidente e domina la valle in cui ora è posta la stazione ferroviaria; un'altra all’est, quasi del tutto diruta, guarda tutta la vallata che si estende dal Sirino fin sotto il Castello; un meraviglioso intreccio di foltissima edera copre quasi del tutto le vetuste mura di un manto sempre verde. Da questa parte il terreno è per un tratto a scaglioni che formano praticelli ed orti verdeggianti, su cui si agitano le rame in fiore, nelle buzze del vespro; e il brusio delle foglie e il mormorio del rivo sottostante e il suono dolcemente triste dell'Ave, che scende coi lenti rintocchi della grande campana del Castello, si uniscono in una sola malinconica armonia che si spande all'intorno fin nelle case, nei campi e nei boschi.
Saliamo per la scala che accede sul Castello; dopo pochi gradini è un grande arco in pietra che ricorda l'antica porta di ferro che si chiudeva al vespro isolando l'abitato che si restringeva tutto sulla rupe; tutto in giro, ormai diroccate per il tempo, per l'incuria e per le intemperie, gli avanzi delle antiche mura di cinta che fortificavano e difendevano Nerulo. Sulla roccia sono via via costruite le povere case che sembrano aggrapparsi l'una all'altra e biancheggiano guardando dall'alto il resto del paese che oi estende su un lieve pendio, da nord a sud, quasi in due file simmetriche
Alla fine dei gradini incavati nella roccia, ci troviamo dinanzi alla scalinata della chiesa di San Nicola, protettore del paese. chiesa che fu l'antica parrocchia. Grande, vuota, disadorna questa chiesa, in cui i sassi sepolcrali fanno buona parte del pavimento. Quali dei nostri padri antichi dormono ivi l'eterno sonno? Grande e disadorna, la chiesa, ma che ti ispira il vero senso del misticismo, che ti scuote lo spirito e fa che tu senta d'avere un'anima, che ti piega davvero le ginocchia e t'inonda gli occhi di lagrime. Grande e disadorna, ma che all'Ave Maria si riempie di un suono dolcissimo, che non par di campane e non terreno, e che s'illumima del primo raggio di sole e può riempirsi di una sola grande preghiera.
Oltre la chiesa, più in alto, alla cima della roccia, vi sono le rovine di quello che fu il vero Castello feudale e del palazzo baronale. Qua e là sparsi, tra il verde dell'erbetta che cresce nell'ampio piazzale, l'antica croce di pietra, mura diroccate, tombe vuote, blocchi di pietra, ruderi di cappelle di antichi edifizi, e più in là il Camposanto antico, senza un sasso e senza una croce, cinto da un semplice muro. Ma accanto alla morte, la vita: una spalliera bellissima di edera rampicante covre più della metà del muro di cinta del cimitero, e sull'erbetta molle giocano sposso i fanciulli, ruzzano e fan capriole i monelli, colgono e sfogliano le margaritine le piccole e già sentimentali fanciullette dai visi tondi e rossi, dagli occhioni neri e parlanti. Forse anch’ esse sentono la «pietosa insania che fa cari gli orti de' suburbani avelli alle britanne vergini...»
Quando si giunge alla cima della rupe e si volge intorno l'occhio, si guarda un paesaggio più bello e più aperto di quel che si osserva dal paese. Ad est è tutta la catena del Sirino, che si vede dalle cime fino in fondo la valle in cui scorre il fiume Serra: a nord si guarda tutto il paese disteso, biancheggiante, in due ali sulla vasta piazza, tutto illuminato dal sole, ridente, originale nella sua forma tanto diversa da quella degli altri paesi vicini. A sud è il magnifico e colossale viadotto in cemento armato, che unisce la roccia del Castello, attraversata da una galleria della noova linea ferroviaria in costruzione Lagonegro - Castrovillari, com l'opposto pendio che scende dal Monticello alla vallata del Serra; ad ovest si guarda la stazione ferroviaria in basso e in alto l'orizzonte è vasto perché lo sguardo corre libero sul piano di San Gaudioso, fiammeggiante nei tramonti, fino all'azzurro dei monti di Maratea.
Camminiamo tra i ruderi dell'antica grandezza, attraversando il piazzale verdeggiante della tenera erbetta e guardiano gli avelli scoperchiati e le mura diroccate: qualche uccelletto, cinguettando, sale dalle valli e i pendii della vallata si rivestono di viole. Sale dalle umili zolle della gleba il respiro della Natura è par che dica che passano i secoli su le cose umane e travestono tutte le cose. Tutto è cambiato lassù, sono scomparsi anche gli ultimi avanzi della feroce prandezza dei Baroni dominanti, non vi son quasi più neppur le pietre a parlarci di essi, che pur si resero così tristemente famosi! Non passiamo inveoe non ricordare con devozione gli antichi nostri avi che ci tolsero alla schiavitù.
Furono tutti uguali nel dominare, i signori? Ebbero tutti le stesse crudeltà? Certo, i popoli soggetti vissero una lunga serie di anni, mordendo il freno, e, come appena furono un poco favoriti dalla sorte e dagli eventi, ruppero i freni e gridarono, felici, la loro libertà. Al popolo di Lagonegro spettano il vanto o la gloria di essere atato il primo del meridione a scuotere il giogo, liberandosi dal servaggio due secoli e mezzo prima delle altre terre circonvicine. Secondo l'egregio nostro storico avv. comm. Carlo Pesce, dal cui pregiato volume attingo le notizie storiche riguardanti il nostro paese1, alcuni versi popolani vogliono alludere a questa liberazione avvenuta prima che negli altri paesi: «chiangi Rivello, Maratia suspira e Trecchina si trova immienzu li guai».
Non sappiamo con precisione quando Lagonegro fosse presa nel sistema feudale vigente, nel Medio Evo, in tutte le terre. Appare la prima volta appartenente alla Contea di Lauria, sotto la dipendenza del famoso Ruggero. I feudatarii che seguirono, i Sanseverino, i Saraguzio e i Caraffa, furono lontani dalla cittadina, mantenendovi vicari, giudici, governatori e i Lagonegresi potettero godere, qualche volta, qualche poco di libertà, qualche piccolo privilegio. Ma essi anelavano fortemente alla vera libertà, essi volevano che Lagonegro fosse inscritta nel Regio Demanio e fosse tolta una volta per sempre ai despoti. Molti furono i tentativi che miravano a questo scopo e ben quattro volte lo scopo fu raggiunto. Ma sfortunatamente le tre prime volte la libertà fu riperduta.
Il primo privilegio concesso a Lagonegro durò dieci anni, cioè dal 1404 al 1414. Moriva nel 1404 il feudatario Gaspare Sanseverino e l'Università Lagonegro si affrettò a chiedere al re di Napoli, Ladislao, di esimersi dal regime feudale e di appartenere direttamente al Regio Demanio. Il privilegio fu accordato e durò dieci anni, fin a quando, cioè, succedette a Ladislao la regina Giovanna II che liberò alcuni prigionieri, tra cui era Francesco Sanseverino, figlio del morto Gaspare, il quale si impossessò nuovamente del feudo di Lagonegro. Un secondo privilegio fu dato dalla stessa Giovanna nel 1427 e durò 16 anni, ed un terzo da Federico II d'Aragona nel 1497, durato appena due anni.
I brevi periodi di libertà ed ogni volta il ritorno all’odioso giogo alimentarono negli animi dei Lagonegresi il desiderio di cacciare per sempre i feudatari che, specie negli ultimi tempi, si macchiarono di ogni sopruso. Ogni slancio di amor patrio abbellisce questa pagina della storia del nostro paese. E davvero non mancarono esempi di eroismo. Quando per il riscatto l'Università non bastò da sola a pagare le spese, le donne, con slancio spartano, offrirono le loro gioie. E col sacrificio delle donne, si pagarono i debiti del feudatario Gianvincenzo Caraffa.
Trista fama hanno infatti lasciata i Caraffa, padre e figlio; i soprusi e le violenze d'ogni genere li resero talmente invisi ai cittadini, che più d'uno abbandonò il suo tetto e preferì l'esilio. E dall'esilio più d'uno lanciò alla Corte la sua protesta in uno col popolo. Così l'eroe leggendario del nostro riscatto, Paolo Marsicano, barone di Battafarano. I Lagonegresi, incitati da costui, ricorsero al Sacro Regio Consiglio accusando i Caraffa dei loro soprusi e chiedendo la liberazione. Nel 1551, dopo intrighi e maneggi segreti del Caraffa, fu emanato il decreto di liberazione. E perché fosse sanzionato personalmente dall'imperatore Carlo V, che era in Austria, i due di Lagonegro Vincenzo Rossi e Francesco Grandonio, incuranti della poca viabilità e dei sicuri disagi, andarono fino ad Innsbruck per la conferma del decreto!. Né è da mettere la cosa in dubbio, poiché essa è attestata da documenti.
Finiva così il vassallaggio a Lagonegro. La leggenda vuole che Paolo Marsicano abbia dato il segnale della rivolta. Venuto a diverbio col feudatario sulla pubblica piazza, ne era stato malamente insultato; perciò si era recato a Napoli a chieder grazia per l'infelice suo paese e, ritornatovi, nascosto in un carro di fieno, aveva sollevato il popolo e cacciato Gian Giacomo Cosso, signore a cui in ultimo il Caraffa aveva venduto il feudo. Sia questa verità o leggenda non si sa bene; certo si è che egli fu allora il propugnatore delle più ardenti idee di libertà ed è ricordato come l'eroe del nostro riscatto. Morì nel 1560 e fu sepolto nella chiesa del Castello: la sua pietra è formata da un bassorilievo che lo raffigura con le braccia conserte, la spada al fianco e la barba fluente sul petto; è posta presso l'altare di S. Antonio, proprietà della estinta famiglia Marsicano.
La gioia dei Lagonegresi, alla liberazione, si dimostrò in feste private e pubbliche e in festeggiamenti al Marsicano, che invero si cooperò poi grandemente, per il bene del paese. Si volle poi cambiare il nome di Lagonegro o Lagonero in Lagolibero.
Immersus emergit, era il motto dell'antico stemma di Lagonegro, raffigurante un mergo uscente dalle acque e simboleggiante l'amor di libertà che sempre risorge anche se oppresso.
Con la definitiva liberazione dal vassallaggio, anche lo stemma fu mutato e vi fu posto l'Arcangelo Michele che uccide il drago ed il nuovo motto innovatio securior. Questo nuovo stemma fu messo sull'antica porta di ferro con la data memorabile 1552. Così finiva la lunga dinastia dei feudatari di Lagonegro e l'odiato servaggio, e il paese cominciava ad estendersi verso il Piano, che era stato la vigna del barone. Il popolo, infuriato, si scaraventò sul palazzo baronale e lo distrusse, riducendolo, si dice, a un mucchio di rovine. Certo che sul luogo ove sorse quel palazzo non è stato mai edificato, quasi la terra fosse maledetta, e solo dopo moltissimi anni vi si fece sorgere il Camposanto, l'antico del paese. Così, la pace silenziosa dei morti chiuse nel suo manto i mali passati. Ricchi rami d'edera s'intrecciano ancora su per i muri e la lucertola mostra il capino tra i sassi, torcendosi al nuovo sole.
1 Avv.Carlo Pesce,Storia della città diLagonegro , Pansini, Napoli. ↩