Informazioni sul Documento
Data del documento: 1902
Forma del manoscritto: modern_print
Fonte: documentary
Testo del Documento (Italian)
1902
Il primo incontro con Carlo Riva
( Lagonegro, Settembre del 1898)
Il mio primo incontro materiale con Carlo Riva rimonta al 10-15 settembre 1892, all’epoca del congresso della Società geologica italiana nel Vicentino, a cui tutt’e due intervenimmo: egli proveniente dalle sue natie Alpi lombarde, io reduce dalle eccelse solitudini del Monte Bianco, dove tutto solo avevo passato dei giorni indimenticabili tra quelle sublimi cime nevose; ed entrambi movevamo appunto allora i primi passi vacillanti sull’alpestre sentiero di nostra epica scienza. Ma quell’incontro fu puramente materiale; ognuno di noi due correva dietro alle sue proprie chimere, senza troppo badare agli uomini dintorno, né quindi nella mente dell’uno rimase l’immagine dell’altro, né poi abbiamo potuto mai ricordarci delle nostre figure, quali rispettivamente ci apparvero in quel primo incontro, che, essendo svanito come un sogno dimenticato, è come se non fosse mai esistito. Quindi la prima vera visione, mai più dimenticata, e il vero affiatamento spirituale tra me e lui sono molto posteriori e giungono all’epoca della riunione della nostra stessa società a Lagonegro, nell’estate del 1898.
La mattina del 5 settembre di quell’anno infatti io mi recavo da Lagonegro a Sicignano, ad attendervi i geologi provenienti da Napoli, per accompagnarli nelle montagne del mio paese. Io ero allora appunto tornato da pochi dì da Vienna, dove avevo passato parte del mese di agosto nella cara compagnia del mio amico, il famoso indologo Carlo Eugenio Neumann, il cui grande animo e l’altissima sapienza avevano, prima con gli scritti e poi con la parola, ampliato ed elevato la sfera della mia cognizione e dei miei sentimenti e dato a tutto il corso della vita mia un nuovo fondamentale indirizzo, che non ho più mutato e che seguirò usque dum vivam et ultra. La mia mente quindi era molto più calma che sei anni innanzi e disposta ad accogliere serenamente ed a serbare tenacemente le visioni del mondo circostante: in tale ben disposto stato di animo io conobbi appunto Carlo.
Tra le forme note e nuove, di maestri, di amici e di colleghi, che scendevano dal treno, vidi saltare a terra una figura svelta ed elastica d’un giovane press’a poco della mia altezza, poco meno di m.1.76, snello, asciutto, nervoso, con una tenue e breve barba bionda, con grandi, dilatati occhi azzurri, sorridenti e belli. Tale simpatica figura e il suo modo di esprimersi, semplice, modesto e dolce, e nello stesso tempo pieno di nobile fuoco e di essenziale energia, mi attrassero subito e irresistibilmente; mentre nell’istesso tempo e per diverse ragioni un identico movimento spirituale si produceva in lui a mio riguardo, manifestandosi così d’improvviso tra di noi una di quelle misteriose affinità elettive, che, come dice Goethe, si producono in due nature affini, le quali nell’incontrarsi subito l’un l’altra s’afferrano e scambievolmente si determinano. Dopo poche ore infatti noi già ci davamo del tu e durante le escursioni dei giorni seguenti non ci staccavamo più l’un dall’altro, esaminandoci e studiandoci a vicenda e ribadendo così con durabile fermezza un’amicizia salda e sincera.
Durante quelle gite, camminando all’ombra degli aprichi castagneti, salendo attraverso i boschi magnifici di faggi, percorrendo le sassose montagne e le pittoresche vallate dei dintorni di Lagonegro, avendo potuto osservare ed apprezzare tutte le belle doti fisiche e psichiche, che adornavano il novello amico. Le sue membra elastiche e leggiere erano mirabilmente adatte alle escursioni e alle ascensioni di montagna, per le quali egli aveva anche un eccellente occhio direttivo, che lo guidava con sicurezza su per le creste taglienti e lungo le ripide pendici, senza fargli mai metter piede in fallo e facendolo passar leggermente attraverso le cariolate e rose rupi dolomitiche e lungo le facce sdrucciolevoli e lisce degli scisti. Ma quest’occhio non gli era soltanto guida al suo materiale cammino, ma gli serviva anche da faro luminoso per la conoscenza e la interpretazione dei terreni, attraverso cui passava e su cui di continuo fermava lo sguardo avido di sapere. E sulla gioia dell’esercizio fisico del camminare e sulla brama del sapere intellettuale si stendeva in lui, come un bianco mantello tutto avvolgente, il diletto della contemplazione estetica e un amore strapotente per la visione di ogni attraente spettacolo naturale, fosse esso di montagna, di pianura o di mare. A ciò poi appariva congiunta una bontà impareggiabile, una sconfinata modestia e dolcezza di carattere e un animo nobilissimo e puro, serenamente obiettivo e indifferente ed estraneo a tutto ciò rappresentasse interesse subiettivo, suo od altrui, personale o sociale. Egli viveva completamente nel mondo della scienza e della natura: egli era l’ideal tipo del geologo.