Informazioni sul Documento
Data del documento: 1925
Forma del manoscritto: modern_print
Fonte: documentary
Testo del Documento (Italian)
1925
Piccolissimo paese da nulla è Viggianello: oscuro, come la pietra in cui è costrutto, pieno di grigiore e di squallore. Quel mucchio di case nerastre, dai tetti rossicci, ora più foschi, aggrappate e addossate le une alle altre, come le pecore nella tempesta, lungo lo schienale di un monte ripido e lungo; chiuso, come in una cinta di abisso…. da ogni parte fra letti di torrenti, mi ha tutte le arie di un presepe alquanto grottesco, se c’è dintorno la neve.
Ma se e è primavera, sui monti e sui piani, una violenta ed opulenta primavera verdissima, come in nessun altro luogo del mondo è più verde, allora, quel mucchio di casette povere mi fa l’effetto del giovanissimo re del sogno di Oscar Wilde, vestito di cenci, tra i quali appariva la nudità maculata, ma coronato di tale ghirlanda, nelle cui gemme era entrato il fuoco del sole.
Viggianello: paesellino da nulla. Senz'arte e senza gloria, Bello solo di tutto il pittoresco incanto, di cui lo ha vestito la selvaggia, incomparabile bellezza naturale del luogo: Viggianello, perla di Val del Mercure.
E nient’altro. La civiltà non lo ha ancora, se non scarsamente, beneficato. Lo scalo ferroviario più vicino — quello di Lagonegro - al quale è legato da una comoda e solida rotabile nazionale, o distante la bellezza di una sessantina di chilometri. Quando sarà ultimata la ferrovia a scartamento ridotto, da Lagonegro a Castrovillari, avrà una stazioncina, a sedici chalometri, appollaiata tra i platani del Mercure, sulla tomba dell’antica Ferentum. E non gli servirà a nulla.
Un buon servizio postale automobilistico lo congiungeva - una volta - a Castelluccio Inferiore, Rotonda, e a San Severino Lucano, di là dal Frido, il bel fiume sulle cui sponde fioriscono le genziane.
Ma un bel giorno, che fu, che non fu, l’automobile postale scomparve: e, in una vece, si vide raggiungere un vecchio trabiccolo di diligenza, lento e traballante, al passo di due magri ronzini assonnati, ma carichi di pennacchi arabeschi, di sonagli e di guidaleschi.
Si fece un po’ di chiasso, ma, come al solito, nessuno se ne diè per inteso. Conclusione: la diligenza rimane.
Più progresso di così?
Nel 1910 Viggianello ebbe — così almeno pomposamente affermano — la conduttura di acqua potabile, derivata dalle sorgenti del Mercure. Potevano dargli, se avessero voluto far sul serio, acqua abbondantissima per tutti i bisogni, facendola profluire, com'e naturale, da Mosè in poi, che l'acqua profluisca, dall’alto in basso. E, invece, no. Vollero fare al povero parse uno scherzo mattacchione di assai discutibile buon gusto. Ebbero l'aria di dirgli: tu vedrai un miracolo nuovo. L’acqua ti verrà, ma a rovescio: dal basso in alto, a pressione di macchina.
Conclusione? Per buoni dieci mesi all’ anno, ora per una, ora per un’altra...ragione, l’acqua non giunge alle fontanine di Viggianello. E allora le donne del popolo vanno per le campagne, con i tipici bariletti sul capo, alle vecchie fontane divenute tisiche per incuria, invocando la grazia dell'acqua, come le donne del popolo ebreo.
Luce? Non ne parliamo. La luna. E quando Selene non c’è, suppliscono come possono le lanternine a olio, portate a mano; e, anche, un buon tizzo di vecchia querce ardente, sbattuto nel vento. E che vie, Signore!
Naturalmente, non vi ha tracce di industrie: tre mulini ad acqua, sul fiume, e i vecchi trappeti, in alcuni dei quali la pesante macina delle ulive vien fatta ancora girare a braccia di uomo, — quest'era una delle fatiche più brutali, alle quali i civilissimi romani condannavano i loro quadrati schiavi d Mauretania — e attrezzati com’erano ai primordi del mondo. Non c’è neppure una farmacia.
Secoli e secoli di civiltà e di progresso, invano sono trascorsi per questo patriarcalissimo fra tutti i paeselli di Basilicata.
Ma so la civiltà non lo ha beneficiato — o grand'ombra pesante di Gian Giacomo Rousseau, come sogghigni dentro il mio spirito di sanculotto! - non lo ha nemmeno...guastato. Mi riferisco ai costumi della gentarella del mio paese, che sono rimasti puri e sani, primitivi ed ingenui, nonostante la larghissima emigrazione e la guerra.
Non che non vi sia del male e del marcio. Ma...è meglio non parlarne. Una volta tanto, facciamo finta di credere che l'aforisma dica: Charitas incipit a patria. Anche a costo di sentirci rispondere, con un misto grottesco di sarcasmo e di cretineria: "Beati pauperes spiritu" [...]
[...] Ora vi dico quattro cosarelle sulle chiese di Viggianello, e poi - dulcis in fundo - entreremo ancora a navigare nel divino mare della Leggenda. La Chiesa Madre è una bella chiesa luminosa, senza pretesa di arte, decorata semplicemente con capitelli dorici, senza affreschi nella gran volta, che ha dell'aereo, armonica nell'insieme, e tutta piena di leggiadria austera. Ha tutti gli altari di marmo, e il pavimento. I marmi dell'altare maggiore e del pergamo sono particolarmente fini e lavorati con una squisita arte di armonia e di plastica eleganza. È stata ricostruita recentemente.
Un'altra bella chiesa moderna è quella di San Francesco di Paola. Lassù, dopo le ultime case del paese, incastonata, come una perla bianca, nella corona verde-grigia delle querce e degli ulivi, sullo sfondo dei monti, che salgono verso il Pollino, la chiesa candida sta veramente come un grande monito agli uomini: carità, carità. E, d'inverno, la sua chiarezza rivaleggia con la neve cadente.
Antichissime sono poi le chiese dell'Assunta e quella della Trinità, quest'ultima ora interdetta, nelle quali, pur fra la rovina presente, non mancano tracce e riflessi di altre e di caduto splendore.
Intorno alla chiesa della Trinità fiorì già una ricchissima Congrega di Carità: aveva terre, molini, case, armenti, che si contavano a centinaia. Ora tutto è dilapidato, tutto distrutto. E la stessa chiesa minaccia rovina. Colpa di Atride o di Crise?
Suggestiva, nella sua patriarcale rudezza di pietra e di calce, è la chiesetta di Santa Lucia, sorgente fra due torrenti, i quali le cantano intorno, quando sono in piena, con la veemenza delle loro acque flave, la sintonia eternale della divinità.
E un piccolo "hortus conclusus" di mistero e di silenzio è la chiesetta di San Sebastiano. Il bel santo romano, così bello e così giovane che inspirò l'arte di Gabriele D'Annunzio, vi ride di beatitudine e di trionfo, pur nell'angoscia delle trafitture implacabili, da una tela d'ignoto pittore di santi, sull'unico altare.
E la cristiana pietà di mio padre arricchì la chiesuola di una bella statua del Santo, di cui il mio spirito s'è per amore invagato, e all'ombra del quale io sognai il mio grande sogno d'ardore.
Prima, tutte le pareti della chiesuola e i legni del cielo piatto dovevano costituire un unico immenso affresco, come facilmente può scorgersi ancora, pur sotto le incrostazioni di calcina sovrapposta rozzamente ai dipinti, fra i rosoni di muffa, e i rappezzi a legno bianco, fatti qua e là nel cielo tarlato. Quanto rimane degli affreschi, li dimostra opera di oscuri e anonimi discepoli e imitatori di quella scuola lombarda, che ebbe largo influssi tra i nostri maestri ionici.
La chiesa è antichissima. Una gran croce di pietra, tutta di un pezzo - il Calvario - eretta sul sagrato, reca alla base la data del 1611. E la chiesa, come risulta dai documenti, è di almeno di altri due secoli preesistente all'erezione della croce.
È l'unica chiesa del mondo, ove il mio spirito, nel quale ogni luce si è spenta, ritrovi ancora la presenza di Dio e la sua verità.
Ma che cosa è l'anima senza la luce?