In bicicletta tra Castrovillari e Lagonegro (seconda parte)

Luigi Vittorio Bertarelli, Calabria e Basilicata. Cinque giorni di escursioni ciclistiche, Stabilimento Tipografico Colombo e Tarra, 1897..

1897
Carmine Cassino, Fulvio Delle Donne
aracne ara30

Informazioni sul Documento

Data del documento: 1897

Forma del manoscritto: modern_print

Fonte: literary

Testo del Documento (Italian)

1897

Tutto Mormanno — certo non meno di 1000 persone — si è riversato all'uscita, d’onde la strada discende, sospesa sulla valle a grandi muraglioni, in pendio dolce del quattro per cento. — Ora vi mostro io che cos’e la bicicletta — E, con poco merito (la pendenza è favorevole), attacco un passetto di trentacinque chilometri, in cui tutto il mio da fare è di tenere coi piedi i pedali che vanno da sé.

Gridi di ammirazione e di allegria mi giungono alle spalle: è la sorpresa di questa velocissima corsa, che non hanno mai visto alcun cavallo a fare e non concepiscono possa un uomo raggiungere, è l'incosciente entusiasmo di vedere un volo, di cui soltanto l'uccello può fornire il pari! Per 5 o 6 chilometri Mormanno domina la discesa: per 5 o 6 chilometri, voltandomi di tanto in tanto, vedo il muraglione gremito di gente: una lista nera come un piccolo squarcio nella montagna. E quale impressione deve cola aver lasciato l’agile macchina, che sfiora la strada col ritmo gaio e misterioso di due piedi che a vicenda s’alzano e s’abbassano senza toccar terreno, e pur velocissimo spingono il cavaliere!

Così scendo senza incidenti fino al ponte di Lao (ottocento metri di dislivello dal passo di Campo Tenese). Mentre contemplo la riva del fiume, coronata di lecci annosi protendentisi sulla corrente che si è scavata nella breccia un profondo tortuoso letto ove ribolle di bianca a piccola diligenza. Alla vista della bicicletta, si ferma: tutti scendono e vengono a vedere! Vi sono tre viaggiatori, probabilmente proprietari del luogo, che s’interessano: sanno che le gomme non sono piene ma gonfiate d’aria, mi chiedono come si fa. Giust’appunto ho una gomma un po’ fiacca e faccio loro vedere. Si smascellano dalle risa e sembra che questa cerimonia alla Pourceaugnac desti in loro ricordi flebotomici. Ci salutiamo cortesemente. Avessi avuto mezz’ora di tempo ed ecco tre soci del Touring... in partibus infidelium. E questi sono i calabresi che noi dell’Alta Italia pensiamo tutti con le zampette e il cappello alla brigantesca!

Riprendo a salire e ne avrò per un pezzo, perché debbo riguadagnare 600 metri del dislivello perduto. Ma che importa! troppo, troppo meravigliosa è la natura qui, perché possa sentire le fatiche delle sue asprezze. A una bocchetta mi si presenta davanti Castelluccio. È un vasto paese disteso sul fianco della valle erbosa; i grandi prati rotti da macchie scure di lecci e di faggi, rigati di cascatelle argentee, divisi da staccionate entro cui pascolano armenti di pecorine e mandrie di bovi, con qualche capannuccia tra i dirupi e le frane. Oh mamma mia dov’è la grotta del Bambino Gesù? Quest’è uno dei tuoi presepi di un tempo, quando io attaccava lite coi fratellini per voltare la coda della cometa di qui o di là perché stava più bene!

Il telegrafista è persona importata, civilizzata e pertanto come di diritto uno screanzato. Accidenti sia all'educazione dei forestieri che credono d’essere per bene, in questo paese, dove gli indigeni così detti selvaggi, trattano tanto da galantuomo! Il mio cinematografo dopo Castelluccio ritrae scene magnifiche: se appena — non domando molto — ci fosse qui un albergo possibile ogni trenta chilometri! Traverso una valle desolata, tutta a fossi profondi e a grandi squarci in sabbie appena conglomerate. Altissime aguglie con un grosso macigno per capocchia — come nei Pirenei, come in qualche luogo della Savoia, come a Zone sul lago d’Iseo; creste taglienti come coltello — qualcuna se ne vede anche nel Modenese — profondi valloni che sboccano su grand i campi di sabbia danno un aspetto saharico alla valle. In un punto tre teste di sfinge mi fermano di botto. Sto lì a domandarmi se sono tagliate da mano d’uomo! Ah perché non ho una straccia di macchina fotografica ma solo un cinematografo...a memoria?

Poi la valle si stringe, si stringe; a lungo cammino tra due pareti alte e scoscese di una gola nuda, come quella tra Spondalunga e Bormio. E quando, stanco e oppresso da quell'alpestre povertà, desidero nuovi orizzonti, ecco una strozzatura ancor più serrata, uscendo dalla quale c'è un cambiamento istantaneo di scena, inatteso, completo, magico.

Come affacciandosi a una finestra su di un precipizio ecco Lauria, la patria del grande Ruggiero che dà nome a una delle nostre navi, disposta in un anfiteatro largo, verde, ricco di cascate d’acqua, con uno sperone che divide la città in due, con un dente pittoresco altissimo, sulla cui piattaforma culminante è una rocca in rovina, con una vecchia chiesa ombreggiata da grandi olmi secolari; Lauria dai tetti di tegole rosse, colle casine bianche intonacate e dipinte, con villini e viali alberati: un’oasi dopo il deserto!

Ma, avanti, avanti!

Eccomi a 560 metri. Ancor mi attende l’ultima salita d'oggi: un po’ più di 300 altri metri. Il tempo è bello, i boschi sono più freschi dopo la pioggia, più silenziosi. Il cuculo fa risuonare del suo lamento la macchia lontana: canto dolce e rassegnato come una preghiera: quando io l'odo penso a un semplice che soffre senza ribellioni. Contorno il lago Serino, specchio tranquillo, ombroso, vero lago di un gran parco, con qualche rassomiglianza di forma, dimensioni e rive coi laghi del Bois de Boulogne. Un ultimo sforzo mi porta al colle da cui cominciano i tourniquets sopra Lagonegro, che in fondo a un magnifico burrone, 250 metri più sotto.

Laus Deo! Trovo un sito in ordine, e pranzo bene; riesco persino dopo tre ore a procurarmi del latte di capra! Anche per oggi sono arrivato.

Riassunto della serata: trovo un tenente allegro e buontempone, che beve volentieri, un viaggiatore delle Assicurazioni Generali, un pretore, un geometra, un proprietario e un settentrionale che cerca il luogo opportuno per l’impianto di uno stabilimento d’estrazione di olio dalle sanse col solfuro di carbonio. Opinioni complessive: il paese è da anni di una sicurezza completa e generale, non vi si fanno che risse e vendette affatto accidentali e neppur numerose, furti campestri, ma non molti, raro l’abigeato; il contadino sta discretamente (è un proprietario che lo dice, ma io mi chiedo sempre come si spieghi l’emigrazione).

Il latifondo qui non esiste; il proprietario coltiva da sé coi contadini pagati a giornata (ho paura che stiamo freschi)la coltivazione è rudimentale, non intensiva, l'allevamento del bestiame poco meno che nullo e affatto irrazionale, l'iniziativa privata nulla. L'aliquota di imposta fondiaria è altissima, circa il 60%, ma non vi è interesse a fare il catasto accelerato, con cui si avrebbe l'aliquota perequata all'8%, perché i terreni censiti sono enormemente piccoli in confronto di quelli sfuggiti alla precedente catastazione e ora coltivati.

Il proprietario con cui parlava era davvero una distintissima persona, un cultore evidentemente serio delle scienze naturali e soprattutto di geologia. Ho trovato qui delle morene, con bei sassi profondamente striati, il che pare sia qui una novità.