Conferenze magistrali 1901 - 1922

P. Di Nunno, Convegno magistrale a Palazzo S. Gervasio, Melfi, Tipografia Insabato, 1910, M. Claps, L'insegnamento della lingua e del comporre nei suoi due gradi, Potenza, Tipografia La Perseveranza, 1911, V. Plastino, Conferenza di V. Plastino nel Congresso magistrale di Melfi, Melfi, Premiata Tipografia Errico Insabato erede f.lli insabato, 1912, P. Gambacorta, I più facili, più utili, dilettevoli esercizi di educazione fisica nel corso popolare, Potenza, Soc. Tip. La Perseveranza, 1912, C. Zappella, Relazione letta nel corso delle conferenze magistrali svoltosi a Melfi dal 21 al 28 settembre 1912 sul tema "Che cosa deve fare il maestro per assicurare l'assidua frequenza degli alunni alla scuola", Melfi, Tipografia A. Liccione, 1912, M. Bergamasco, Parole inaugurali e di chiusura pronunziate nelle Conferenze Magistrali a Melfi il 21 e il 28 settembre 1912, Melfi, Tipografia Liccione, 1912, N. Romano, Gli asili infantili in Basilicata, Relazione svolta al Primo Congresso lucano contro l'analfabetismo, Potenza, Tipografia La Perseveranza, 1914, G. Giambrocono, L'assistenza scolastica in Basilicata, Potenza, Tipografia La Perseveranza, 1920

1901 - 1922
Clelia Tomasco, Fulvio Delle Donne
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Data del documento: 1901 - 1922

Forma del manoscritto: modern_print

Funzione: narrative

Fonte: literary

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1901 - 1922

Pasquale Di Nunno

Convegno magistrale a Palazzo San GervasioMelfi, Tipografia F.lli Insabato 1910

ALL'EGREGIO PROFESSORE CIARLA GUGLIELMO R. ISPETTORE SCOLASTICO DI Melfi CON ANIMO REVERENTE Signore e Signori, Sono lietissimo di poter ossequiare, anche a nome del Corpo Insegnante di Montemilone, il valoroso nostro Ispettore scolastico, prof. CIARLA, che, interessandosi con entusiasmo della scuola, ha pensato di riunirci in questa sala fraterna per riferire, così alla buona, sulle condizioni delle nostre scuole. Sono pure ben lieto di portare i saluti cordiali dei maestri del mio paesello alle gentili colleghe, agli egregi compagni d'ufficio e a tutti i presenti, i quali vorranno compatire chi non è abituato a parlare in pubblico, Locali e arredi scolastici. La mia scuola, lo dico subito, è la negazione della scuola: angusta, senz'aria, senza luce, con un pavimento scomposto e rotti, con pareti sporche ed impolverate. I banchi di vecchio modello, disuguali, tarlati, qualcuno sciancato e mancante di calamai. I calamai che portano i fanciulli sono quasi sempre asciutti, perchè non essendo fissati, al primo piccolo urto l'inchiostro si versa e scorre in rivoli lungo i banchi, chiazzettando di nero i libri, i quaderni e le mani dei poveri piccini che stanno lì pigiati come tante sardelle. Bisogna vedere quei fanciulli come rimangono mortificati! Fissano i loro occhioni nei miei, che... si abbassano rassegnati nella mia impotenza. La mia scrivania poi è addirittura artistica per i lavori di traforo che si osservano. Un pannuccio copre e nasconde il lavorio fine e delicato dei tarli: manca persino della sua chiavetta. Per rimediare all'armadio ho dovuto, a spese mie, fornirmi d un tavolino. Mi sono industriato a formare il mio piccolo museo su di un'assicella che vi rappresenta la vera miseria. La volta poi della mia scuola è fatta di canne vecchie di uno spessore di tre o quattro centimetri, e che minaccia di venire giù. Quando piove distilla un certo liquido sporco, colore caffè bruciato, che è una delizia vedere. Un vero luogo di punizione! Qualunque maestro, sia giovane o vecchio, per quanto entusiasta della sua missione, per quanto ricco di buona volontà, rimane accasciato, abbattuto e, direi, demolito, in locale si fatto. E i fanciulli? Queste povere creature soffrono le pene dell'inferno, angustiati, intirizziti dal freddo, soffocati dal caldo, e... si predispongono a mille infezioni.... Ma questo non è tutto. Udite: Un giorno, mentre eravamo raccolti nell'osservare attentamente un pezzo di salgemma, un colpo sul mio tavolino scoppiò come uno shrapnel. Un agglomerato di calcareo e cretaceo, del peso di tre chilogrammi circa era venuto giù dalla volta di canne, e, nell'istesso tempo, dalle cento bocche della massa caduta uno sciame di vespe invase la scuola, spaventando i miei fanciulli, che rimasero sbalorditi, guardando il maestro attonito. Le vespe, dopo alcune fantasie ed evoluzioni per la sala, rispettando il custode ed i fedeli del... tempio della civiltà, strombettando uscirono per la finestra senza vetri. Abbiamo poi la 1a femminile in una stanza nuova e pulita; ma piccola ed insufficiente, ove si ammassano tante povere bambine, le quali rimangono danneggiate nella loro salute. Gli arredi scolastici mancanti; e se ve n'è qualcuno è vecchio e sdrucito, e i banchi sono parenti stretti a quelli della mia scuola. La 2a e 3a femminile rimane, su per giù, come la prima, senza l'aiuto degli arredi scolastici. Le altre scuole, a dir la verità, non sono in questa deplorevole condizione. Avemmo per fortuna, ma, per poco tempo però, a capo dell'Amministrazione comunale, un giovane attivo, moderno, coltissimo ed all'altezza dei tempi e dei bisogni, il quale pensò con intelligenza e bontà alla scuola, rinnovando di sana pianta tutto il mobilio scolastico e facendo adattare, in mancanza di meglio, un Soccorpio ( Un sotterraneo adibito in altri tempi a sepoltura di.... morti, oggi di.... vivi! ) per tre classi maschili la 1a, la 4a e 5a. Ma la sua opera benefica non patè essere continuata e migliore, perchè malauguratamente si dimise, ed anche per queste classi, dopo d'aver spesa una discreta somma, ci troviamo di fronte a locali antigienici, anzi assolutamente nocivi alla salute dei nostri poveri bimbi, condannati, senza nessunissima colpa, alla pena dell'ergastolo.. Il Soccorpio, per chi nol sa, è il corpo di fondazione sopra suolo della nostra chiesa madre. Una fabbrica grossa e pesante che vi fa un certo senso, ricordandovi le catacombe dei primi cristiani. È esposta ad est ed a nord, ed il sole non entra mai, nemmeno dalla parte d'oriente, perchè il finestrone è così alto da non permettere l'entrata giusta dei benefici raggi. È un locale umido, macchiettato da croste di salnitro a.... temperatura.... per conservare la rigidità del corpo...... molto bassa. Micidialissimo d'estate, perchè dalla strada alla scuola si ha uno sbalzo così repentino di caldo e di freddo, che giocate la vostra salute. Infatti il maestro signor Mancinelli è una vittima; è ancora in convalescenza per un reumatismo colto nel benedetto Soccorpio, il quale è poi circondato da certa materia che per decenza non si nomina. E i cessi? Ma che cosa sono i cessi? Non se ne ha nessunissima idea. Sarebbe un delitto, per amor del Cielo, e si correrebbe rischio di essere in....cessati! Neologismi o barbarismi? Si va fuori e... buona notte! Alla preadamitica, per non cadere nell'accusa di essere gente civile in tempi barbari. Ma quant'altro resta a fare? Molto resta a fare, anzi tutto, se togliamo il mobilio scolastico della 1a, della 4a e 5a, e parte della 2a e 3a maschili, come sopra ho accennato. Noi maestri però non ce ne stiamo in panciolle, come dicono i Toscani, ma abbiamo affrontato l'apatia e l'indifferenza di molti, parlando e discutendo e scrivendo alle nostre Autorità comunali, fidenti nelle famose parole bibliche: Pulsate et aperietur vobis!! Ricorriamo perciò all'appoggio dei maggiorenti del Comune, facendo comprendere la convenienza della costruzione di una buona casa per la scuola, facendo conoscere le agevolazioni che la legge offre a questo nobile e santo scopo, poco badando alle geremiadi dei nostri amministratori, perchè pochi comuni possono spendere come Montemilone. La sua cassa è ricca di ben 100 mila lire e sia spesa a beneficio dei nostri figliuoli, i quali han diritto di crescere sani e robusti, per formare, mercè l'opera dell'educazione, le generazioni forti e laboriose auspicate dal Poeta della terza Italia, per la fortuna e la gloria della Patria. Solamente così, senza mai stancarci, senza mai avvilirci, noi riusciremo nella nostra impresa, nella nostra difficile missione. Saremo intesi poco; ma soffriremo; saremo chiamati gli eterni incontentabili, ma soffriremo; saremo chiamati seccanti, ma soffriremo. Più oltre non mi dilungo per non aver l'aria di fare della critica, mentre il mio compito è quello di dare un resoconto. Ma permettetemi, egregi signori, prima di chiudere questa prima parte del nostro programma, di ricordare a me stesso una leggenda. Essa dice, che un'anima, quando batte alla porta del paradiso, S. Pietro, prima di concederle il passo alla beatitudine celeste, le domanda: Hai tu sofferto? E se l'anima non ha sofferto, S. Pietro la respinge. Ora noi, sofferenti colleghi, possiamo vivere sicuri, chè non saremo respinti da quel burbero benefico, ma ci ammetterà subito al godimento del paradiso. E così sia! Il Patronato scolastico. L'egregio e colto professor Coletti Giovanni, al quale mando col cuore in mano i miei più caldi e riverenti saluti, e se fosse qui, in mezzo a noi, gli domanderei il permesso di baciarlo, seppe far sorgere a Montemilone il Patronato scolastico, che era follia sperare. Le difficoltà erano molte, come sono in tutti i comuni rurali, per l'esiguità delle persone evolute ed amiche della scuola, per la mancanza di uomini veramente filantropici, per la scarsezza di famiglie agiate. Eppure egli seppe vincere queste gravezze con un'abilità unica, con un indomabile coraggio, con singolare, superiore ad ogni encomio. La mia povera parola non vale certamente a far risaltare anche in minima parte le sue nobili ed alte qualità altruistiche, ma il Patronato scolastico sorse, e sorse con l'aiuto del Comune, con l'aiuto dello Stato e con l'aiuto delle famiglie. Non devo però tralasciare di dire che anche i maestri in quest'opera seppero fare il proprio dovere, massime il caro amico e collega signor Torraca Rocco, che per sventura mia trovasi ora lontano da Montemilone. Si ebbe l'anno scorso un fondo di cassa di ben 400 lire, delle quali ben poche furono erogate, perchè l'assistenza funziona un poco a rilento. Dovrebbero i maestri, amministrare tale forma di assistenza scolastica, perchè i maestri constatano de visu le sofferenze dei miserelli, perchè i maestri, immedesimandosi della tristezza dei loro fanciulli, provvederebbero con sollecitudine ai loro urgenti bisogni. Ed ho finito, ragguardevole signor Ispettore, amabili colleghi, anche questo tema molto brevemente. Programmi didattici. Mi tocca ora buttarmi in un argomento scabroso, difficile, direi impossibile per me e, da evitarlo, se non fossi solo a rappresentare il mio Comunello! Questi programmi didattici fanno tremare le vene e i polsi, e francamente vi confesso che l'animo mio è trepidante. So di gettarmi in un ginepraio di dove uscirò con le carni lacere; ma Curzio si precipitò nella voragine per la patria, io mi precipito nell'oscuro soggetto per la scuola. Che volete, egregi signori, un povero maestro rurale, per quanto volenteroso, non potrà mai giungere a quel grado di coltura e di vedute, di un altro insegnante di città, che vive in un ambiente più largo, ove tutto, o quasi tutto, è a sua disposizione, a portata di mano, ove tutto può essere aiuto e sussidio a più vasta istruzione. Dico del programma didattico in generale, con brevità, e toccherò solamente una sola materia di esso, dichiarando di non aver la pretesa di dare giudizi, badate, perchè allora avrei la velleità di arrogarmi una competenza che non ho; ma voglio manifestare alcune impressioni ricevute, poichè a chiunque è dato di far noti gli effetti che cagiona, sul cuore e sullo spirito, una data cosa. Il programma didattico è stato sempre discusso e si discute e si discuterà, perchè in tutti c'è il convincimento della sua utilità, perchè il programma è la bussola indispensabile per chi naviga nelle non sempre tranquille acque dell'insegnamento, perchè il programma didattico non rimane stazionario, ma cammina, cammina, come cammina la civiltà. Il nostro programma didattico si compone di tante e poi tante materie, e nella sua sintesi riguarda il leggere, lo scrivere, il far di conto, con le nozioni sostanzialmente elementari di storia e geografia, di scienze fisiche, naturali e sociali; la calligrafia e il disegno, la ginnastica e il canto, con il lavoro manuale in genere, l'agraria con le passeggiate e con le escursioni. Il solo enumerare tante materie fa venire il capogiro, quindi il dire che i nuovi programmi sono troppo estesi non mi sembra un'esagerazione. Avviene che gli alunni sono costretti ad un super-lavoro disagevole e debilitante, proprio adesso che da tutti gli igienisti e da tutte le parti civili del mondo si grida all'abuso, allo strapazzo soverchio della mente, o, come dicono i nostri fratelli francesi, al sourmenage intellettuale. E con quanto profitto?!... Al maestro non è concesso che di tratteggiare appena suo insegnamento enorme, sottoponendosi ad un immane lavoro e per la preparazione prossima delle diverse materie, e per la compilazione del diario, con tutte le sue osservazioni, e per la tenuta del registro, e per la corrispondenza fra Comune e Scuola e per quella tra famiglia e maestro. Sicchè, un povero maestro elementare, così poco considerato e tanto malamente pagato, (perdonate l'uscita, l'argomento è cosi sdrucciolevole, anzi così appetitoso, per l'appetito che desta e per gli stimoli della fame che fa sentire!) si pretende che sia un enciclopedico, torturandolo con un lavoro intellettule impossibile ad esser sostenuto col parco cibo, col cibo molto parco per assicurargli la longevità. Avete voi mai visto un maestro grasso? Forse, ce n'è, senza dubbio, per natura, e il trattamento sobrio giova alla loro conservazione. Ma lasciamo le celie. A me sembra che sia più facile prepararsi bene ed a dovere in una o più materie, come nelle scuole secondarie, che in tante come nelle scuole primarie: lo domando alla sincerità dei miei colleghi e di tutti. E non è facil cosa il saper coordinare le singole materie, per la completa educazione del fanciullo. È vero che ad ogni materia sono assegnati i suoi confini, i suoi limiti, è vero che ad ognuna di esse vengono assegnate e tratteggiate le finalità; ma è pur vero che un maestro deve con ampiezza illustrarle, renderle intelligibili ai suoi ragazzi e lumeggiarle tutte per la loro coordinazione ed integrazione. Mi si obbietterà certamente che un buon maestro cosciente, sicuro del fatto suo, sa trovare i capisaldi del suo programma, e che i pedagogisti hanno sanzionato concordi che l'insegnamento dev'essere sintetico, pratico e conforme allo spirito infantile. Ma che cos'è questo spirito infantile, se non il complesso delle facoltà mentali? E tenendo presente questo spirito infantile, mi sieno concesse poche ed obbiettive considerazioni, rapidamente dette, sull'insegnamento della storia nella 3a classe; per non trattare di altre materie. Sappiamo che nei bambini di 8 o 9 anni non vi può essere l'intelligenza capace di afferrare certi concetti, sieno pure generali di storia ridotta anche alla più semplice e chiara espressione di forma, perchè la loro psiche non è abbastanza sviluppata e progredita. Sarà perciò opera vana ed inutile il voler far loro concepire non dico la grandezza di un popolo, ma il significato, il valore intrinseco di un fatto. Sento già dirmi che la storia si dà in episodi e in biografie per l'alto principio dell'educazione morale; ma allora perchè fissare il principio e la fine di questa materia? Fate un po' capire la divisione politica dell'Italia nel 1848 a quelle testoline di 3a elementare; fate loro dire con parole proprie lo stato d'Italia di quell'epoca, e scommetto un occhio, Carlo Alberto, Francesco Giuseppe, il Duca di Parma, il Duchino di Modena, il Papa, il Borbone coi loro staterelli sono tutti nomi nuovi e sbalorditivi che rappresentano un minestrone indigeribile. Il maestro deve ricorrere al libro sussidiario, ed i ragazzi, incontrando difficoltà enormi nella compilazione ed ordinamento dei loro pensieri, si affrettano, per far buona figura, a contentare tutti, a imoare a memoria il capitoletto di storia, che diventa così un antipatico esercizio mnemonico. E se, come succede, dimenticano una sola parola del libro, gli scolari si piantano, si impuntano testardamente, diventano rossi come gamberi e qualcuno arriva a piangere! Abolizione quindi della storia nella 3a elementare, mi domandate voi, egregi colleghi; ma io non ho la vanità di legiferare, invece, finisco di abusare della vostra pazienza, volgarizzando le famose terzine. E come colui che uscito fuori dal pelago alla riva, con affannoso respiro, si volge a dare un'occhiata all' onda pericolosa; così l'animo mio, che ancor fugge, si volge indietro a rimirare il ginepraio nel quale mi sono cacciato. Ed ora, riverito signor Ispettore, con un plauso vivo a Lei, che con questa nobile iniziativa Sua ha scosso le nostre fibre, vivificando gli animi nostri fossilizzati, e confinati in certi nascondigli d'Italia, con un plauso vivo a Lei che porta fra i Maestri di questi luoghi abbandonati dagli uomini e da Dio il fervore del Suo cuore, palpitante per i più belli ideali, e l'entusiasmo d'una gioventù infiorata di eletta e moderna coltura, mi auguro che queste riunioni si ripetano pel nostro affiatamento e pel progresso della Scuola.




Vincenzo Claps

L'insegnamento della lingua e del comporre nei suoi 2 gradi. Conferenza tenuta a Potenza nella sala del Consiglio provinciale ai maestri elementari della provincia, il giorno 11 settembre 1911 Potenza, Società tipografica La Perseveranza 1911

Gentilissime Colleghe, Egregi Colleghi, La civiltà moderna, che si inaugurò con la terza Italia, ha aperto nuovi e più vasti orizzonti a tutte le discipline, e specie a quelle che riflettono la educazione, la quale forma il problema più grave della moderna società. In vero, per risolvere convenientemente tale problema riescono più efficaci i risultamenti della pratica di tutti i giorni. Il Ministro perciò ci ha qui chiamati perchè noi gente pratica possiamo dare, in compagnia delle autorità scolastiche provinciali, quei suggerimenti che, scaturiti dalla esperienza, aprano a questa disciplina la via maestra del progresso. A voi intanto qui convenuti, il mio affettuoso, fraterno saluto e l'augurio sincero che le vostre conversazioni siano feconde di tutto quel bene, che l'Italia si aspetta. A voi poi, Signor Presidente, che mi suffragaste della vostra benevolenza, a voi che alla scuola date tutto il vigore e lo impulso del vostro ingegno, tutto l'entusiasmo della vostra anima, tutto il cumulo della vostra esperienza, il mio augurio: Che la vostra persona sia conservata per molti anni all'affetto della vostra famiglia, alla gioia degli amici, ed alla gloria degli studi. Nel 1888 il Mariotti, allora segretario generale per la Pubblica Istruzione, nelle conferenze tenute agli Ispettori in Assisi disse presso a poco così: "I nostri avi miravano sopratutto a render bella la chiesa, la casa, ad innalzare edifizi, monumenti ecc., noi invece saluteremo con gioia la civiltà del popolo quel giorno in cui potremo dire di aver resa bella la scuola". Quanta verità, quanta grandezza in queste parole! Nella scuola si prepara il terreno perchè il vero, il buono ed il bello mettano profonde radici, in essa si ha l'obbligo di far penetrare la luce, che illumina ed il sole che riscalda e feconda. Non a caso ho ricordato a voi queste parole, ma perchè me le ha suggerito il maestro dei maestri, il Bertoli, quando investigavo la didattica, la quale, seguendo amorosamente la pedagogia, che esplorando allarga i suoi confini, ne intende le esigenze, ne studia i passi e si avanza con lei, risoluta di conquistare nell'arte sua l'ultima vetta. Che cosa volete che io vi dica sull'insegnamento della lingua e del comporre, io oscuro gregario dell'arte della scuola, quando lo stesso Bertoli paragona tale insegnamento al labirinto di Dedalo? Non vi aspettate quindi da me uno studio profondo su tale disciplina e tanto meno una conferenza che parli al cuore ed alla immaginazione, ma poche osservazioni che son venuto raccogliendo tra i banchi della scuola durante i miei 5 lustri d'insegnamento. Duolmi soltanto che la disadorna parola mia non sia all'altezza del mandato conferitomi e fin da ora imploro dal Presidente e da voi quella indulgenza che mi è dato sperare da colleghi illuminati e gentili, che preparano sui banchi della scuola le primavere della patria. La lingua, certo sappiamo, s'impara parlando, leggendo, scrivendo, perciò essa dev'essere la cura d'ogni scuola, essendo la prima cultura intellettuale e nazionale. Avere una lingua comune a tutta la Patria, l'amarla, il farne uso non solo nelle solenni e pompose occasioni, ma nelle umili e familiari, è efficacissimo mezzo che stringe gli uomini e li affeziona al paese in cui vivono, imprimendo nel cuore il carattere proprio ed originale della Nazione. Tutto si può obliare: costumi, affetti e quanto si ha di più caro, ma non mai la lingua. Tutti i conquistatori, insegna la storia, per quanti sforzi abbiano fatti non han potuto ai conquistati distruggere l'idioma. Ne sia esempio la nostra Patria: fu soggiogata, bistrattata, i cittadini sotto l'oppressione di una dura schiavitù accettarono dagli stranieri e leggi, e usi e costumi; perdettero il sentimento di nazionalità, la umana dignità, ma non mai la lingua, che gelosamente custodirono come ultimo avanzo di tempi felici, come retaggio più sacro e più santo. Cerchiamo quindi d'investigare come "questa regina dell'umano pensiero" dev'essere insegnata nelle nostre scuole elementari. Gli attacchi che si muovono alla scuola per tale insegnamento sono parecchi: 1. Gli alunni falsano il valore delle lettere o lo cambiano facilmente. 2. I vocaboli non vengono sufficientemente spiegati. 3. La nomenclatura si trascura o si fa a casaccio. 4. Le menti degli alunni si ebetiscono perchè costretti a ragionare di cose, che non comprendono facendo il più delle volte da pappagalli. 5. Che essi sono obbligati, contro lor voglia, a divenire martiri dei gerundi e dei participii, perdendo moltissimo tempo in vane ripetizioni grammaticali. 6. I loro compiti infine sono poveri di idee e senza carattere. Son queste in massima le accuse. Ed ora domandiamoci: Donde derivano tali difetti? Dal non essere stati i ragazzi abituati ad osservare, pensare e parlare. Sono perciò necessarie molte lezioni oggettive su tutto quando forma il loro mondo reale; moltissime conversazioni orali tra maestro ed allievi; letture amene ed istruttive con relative spiegazioni; esercizi graduati di dettatura, autodettatura, grammatica e traduzione continua dei vocaboli del proprio dialetto nella lingua italiana. Ecco in che cosa consiste e si riassume tutta la didattica per l'insegnamento della lingua materna, che per la sua importanza deve occupare il primo posto nelle scuole. Ed ora dopo aver stabilito i veri fattori della lingua nostra, diamo un rapido sguardo a ciascuno di essi, per non ritornare indietro e giungere così ad una conclusione sicura. Il metodo sperimentale considera il fanciullo non del tutto passivo come un vaso vuoto da riempire, ma lo considera come un sentimento, uno spirito, un'intelligenza ancora in germe, il cui sviluppo si manifesta gradatamente a misura che sarà esercitata colla osservazione, colla riflessione, col paragone, coll'analisi fatta su gli oggetti del mondo esteriore, che lo circondano, tendente a fare così del bambino un essere pensante e lavorante, un essere intelligente ed operante. Comenio, Locke John, Rousseau Jean-Jacques, Basedow, Pestalozzi Johann Heinrich, hanno richiamato l'attenzione degli educatori ad «aprire l'intelletto alle cose per la via dei sensi, incominciare la istruzione dall'osservazione reale delle cose. » Ciò s'impone per la sua evidente razionalità, ma il vero concetto sulle lezioni di cose non è stato sviluppato nella sua interezza, perchè esse rappresentano parte del metodo sperimentale e non possono dare quei frutti che si richiedono, se non si è aperta la via alla educazione delle funzioni sensorie e percettive. In molte scuole si fa un vero abuso di tali esercizi, ma essi non essendo ordinati a fini precisi non danno il risultato, che si desidera. È necessario quindi far acquistare la capacità di rilevare, interpretare e denominare un solo tipo di sensazione, usare tal procedimento per ogni singola forma di sensibilità, considerare poi le funzioni sensitive e percettive non solo singolarmente ma complessivamente nelle loro reciproche relazioni: ecco a mio avviso come devono essere educati i sensi. È solo così che si prepara la via alla efficacia vera della lezione sulla cosa in quanto che nell'oggetto, materia e fine della lezione, l'alunno trova riunite qualità e proprietà a lui note. Far quindi confluire armonicamente tutti i diversi insegnamenti allo svolgersi ampio, ordinato, completo di un dato argomento è la sorgente di tutte le nostre cognizioni e del nostro sapere. Trattate a questo modo le lezioni sulle cose, esse non serviranno solo a formare la coltura scientifica della mente e sviluppare l'intelligenza ma anche, e sino dalla prima classe, a dare svolgimento al pensiero spontaneo, a sviluppare tutto lo spirito, a gettare i germi dei futuri componimenti, in una parola a creare lo spirito di osservazione. Ed ora diamo posto alla lettura, poichè essa è principal parte di tutto l'insegnamento. Non tenendo conto del metodo di imparare a leggere, dico che l'insegnamento della lettura nelle scuole elementari deve procedere per gradi, di cui ecco i principali: 1° Conoscenza e lettura delle vocali. 2° Lettura di parole con speciale riguardo alle sillabe, di cui sono composte. zioni. 3° Lettura corrente di parole e di proposi- 4° Lettura spedita dando alla voce la dovuta modalità e speciale riguardo alle pause ed ai segni d'interpunzione. È chiaro che sul principio dell'insegnamento il maestro non potrà pretendere dagli scolari prontezza e precisione nel rilevare le sillabe e le parole, ma egli deve studiare, in particolar modo fin dai primi giorni dell'insegnamento che gli alunni non abbiano a contrarre difetti, i quali se trascurati, difficilmente si potranno correggere col crescere dell'età e della istruzione. Si baderà quindi: 1° Alla perfetta pronunzia delle lettere e delle sillabe specialmente per quanto riguarda il suono delle consonanti affini. 2° All'accento tonico delle parole ed al diverso suono di alcune vocali. 3° Ai difetti naturali di pronunzia degli allievi studiando con ogni modo di fugarli con la pazienza, con l'arte e con l'autorità. 4° Al modo di porgere con la dovuta intonazione e con le dovute pause, evitando risposte e letture in coro. Deve l'insegnante addestrare i suoi alunni a quella naturalezza di espressioni, che li condurrà ad una lettura spontanea e interpretativa delle idee scritte sul libro. In una parola l'allievo deve leggere come parla: ecco il principio fondamentale da seguire. Fin qui ci siamo intrattenuti sulla lettura nei primi anni del suo insegnamento; ma se noi pensiamo che essa è il principale mezzo col quale l'uomo può migliorare e completare la propria educazione, non sarà mai sufficientemente raccomandata a noi insegnanti di aver per essa tutto l'interessamento possibile. Ed ora entriamo nelle scuole di grado superiore. Si dice dagli stranieri, forse non a torto, che noi italiani non sappiamo leggere. Ciò dipende dal non essere tra noi risoluta completamente la questione dell'unità della lingua, non avendo una ortoepia e ortografia con regole fisse; e dall'avere due forme di linguaggio: il letterario, usato dai classici e dai sommi poeti, ed il popolare che sgorga vivo e spontaneo dalla bocca del popolo toscano. E di qui nascono incertezze e confusioni nell'uso delle regole di ortografia e pronunzia. È quindi necessario che l'educatore si studi di correggere i difetti, di rendere familiari le regole più comuni ed avvezzare gli alunni a consultare buoni vocabolari. Infine la lettura non deve essere ridotta ad un vano esercizio di rilevare con prontezza le parole senza menomamente badare al modo col quale sono pronunciate o se siano bene intese, lasciando così inoperose le facoltà intellettuali e morali. Tale esercizio dev'essere così inteso: 1° Saper rilevare con prontezza le parole ed i segni ortografici. 2° Intendere ciò che legge. 3° Dare alla lettura l'espressione adatta, conforme ai pensieri espressi nel libro. Il 1° scopo si ottiene esercitando gradatamente gli allievi nella conoscenza delle leggi ortografiche ed ortofoniche della lingua natia. Il 2° scopo il maestro l'otterrà leggendo egli pel primo il brano, che si vuol far leggere, spiegando chiaramente il significato di ogni parola, fermando l'attenzione degli allievi sui pensieri principali e assicurandosi poi con opportune domande che essi non abbiano a trovare nessuna difficoltà. Il 3° scopo sarà facilmente raggiungibile quando il maestro avrà dato l'esempio di una buona lettura curando i varii elementi: voce, pronunzia, pausa, sentimento, colorito e quando l'alunno avrà inteso ciò che legge nel suo libro. Grave e importante quistione è la scelta dei libri di testo. Se non temessi d'annoiarvi, vorrei svagarmi un po' a passarne alcuni in rassegna per concludere che tra la immensa colluvie di libri, che mi son capitati fra le mani quali testi per le classi elementari, nessuno, dico, si adatta allo sviluppo psichico del fanciullo. Dico nessuno, senza rimorso d'aver proferito una eresia, quantunque tra quelli scritti da giovinotti bocciati al liceo, ragazze quarantenni, giornalisti a corto di quattrini, vi fossero quelli di persone colte ed intelligenti. Il libro di lettura non deve inceppare l'attività, l'impulso spontaneo del lettore; deve avere linguaggio chiaro e scorrevole, vocaboli comuni e scelti fra quelli che appartengono all'uso vivo della lingua nazionale, periodare semplice e senza inutili circonlocuzioni e parafrasi. Il più gran difetto poi di tutti quelli, che circolano nelle nostre scuole, è che sono zeppi di astruserie, superiori di molto alla condizione morale ed economica dei fanciulli e contenenti un raffazzonamento di capitoli messi a casaccio senza ordine, senza nesso, come se non avessero altro scopo tranne quello di far ricordare al lettore le lettere dell'alfabeto. Quindi è strano che in tanta mercanzia di carta, che riempie i magazzini di tutti i librai d'Italia, non si trovino due paginette adatte ai fanciulli delle scuole elementari. Pochi, molto pochi libri andar dovrebbero per le mani dei nostri alunni e tra questi «Giannettino e Minuzzolo» del Collodi e il «Frugolino» del Tegon. Qui incorrerebbe l'obbligo di parlarvi dei diversi intendimenti circa la compilazione dei libri di lettura, se essi cioè dovrebbero essere regionali o nazionali, della materia da introdurre, in modo da svolgere armonicamente la vita di tutta la nazione, tenendo conto come il grande De Amicis di ogni singola regione sua. Ma è addirittura superfluo intrattenervi di questo, sapendo di parlare a colleghi illuminati, ad educatori valorosi. La scuola moderna per essere coerente ai principii popolari e democratici, a cui s'è ispirata, ha bisogno di un libro di lettura nazionale, che possa essere compreso senza fatica e senza sforzi dal fanciullo piemontese, dal toscano, dal calabrese. La lingua è la più bella manifestazione della nazionalità; e le scuole, che hanno per insegna l'educazione nazionale, dovrebbero sopratutto curare che questa manifestazione fosse familiare a tutti i paesi del bel regno d'Italia. Un valido e potente ausilio all'insegnamento linguistico è l'esercizio di dettatura, purchè fatto con le regole della buona didattica. Bisogna distinguere due specie di dettature; quella che il maestro fa eseguire agli allievi come esercizio rivolto unicamente all'educazione della mente e del cuore, da quella dettatura graduata è costituita da un corso speciale di esercizi per mezzo dei quali l'allievo impara a superare le difficoltà ortografiche della lingua. Quest'ultimo è il genere di dettatura che deve formare esercizio costante e giornaliero per gli alunni almeno sino alla 4a classe elementare. Per la qual cosa è sommamente necessario che il maestro in questo ramo d'insegnamento non si abbandoni al caso e non faccia assegnamento sulla felice improvvisazione, ma che prepari nelle ore di riposo un corso completo di esercizi da dettarsi, e che rispondano ad un concetto pedagogico chiaro ed esatto e che essi siano progressivi nelle difficoltà, che incontra il fanciullo. Tale esercizio deve formare in ogni classe un complesso ordinato metodico e finito per modo che siano state toccate tutte le principali difficoltà ortografiche del linguaggio variando ed estendendo l'insegnamento mano mano che l'allievo procede nello studio ed acquista maggior sicurezza nell'uso della lingua. E siccome per via della diversità dei dialetti, specie della nostra regione, i fanciulli incorrono nei difetti provenienti dalla diversa pronunzia, così il saggio educatore adatterà e graduerà i suoi esercizi rivolgendoli a correggere le imperfezioni linguistiche sopra cennate. A tale insegnamento il maestro farà eseguire l'autodettatura che mentre rinvigorisce la memoria, offre agli allievi un corredo di vocaboli, che egli potrà disporre nei temi di composizione. Ed ora colleghi carissimi, vi presento una vecchia arcigna e grinzosa che ha dato e dà tanto filo da torcere a noi ed ai nostri alunni. Essa è monna grammatica. Per quanto gli esercizi orali sopra cennati abbiamo nello apprendimento del linguaggio quell'importanza che fu loro assegnata e riconosciuta dai pedagogisti e dai maestri, pure non basterebbero da soli a condurre i fanciulli a saper scrivere correttamente la propria lingua. La lingua ha le sue leggi e le sue regole precise e costanti, dalle quali non si può scostare chi aspira a parlare e scrivere correttamente. È inutile che vi dica che ancora oggi vi sono degli intransigenti grammatofili, come dei feroci grammatofobi. Io però penso che bisogna star lontano dagli uni e dagli altri, tenendoci nel giusto mezzo convinto che non è l'uso della grammatica che abbia nociuto al progresso della scuola, ma l'abuso che di essa si è fatto. La grammatica non dev'essere insegnata come nei passati tempi in forma catechetica, perchè tal metodo di insegnare le regole mentre non raggiunge lo scopo di far apprendere la lingua italiana, ha per risultato di stancare la mente, di lasciare vuoto il cuore e di alienare sempre l'allievo dai libri e dallo studio. No, l'insegnamento della grammatica arido e senza risorsa alcuna, deve essere dato sotto forma piacevole e tale che interessi l'attività intellettuale del fanciullo, limitando lo studio alle regole più comuni e generali, trascurando le definizioni, sfrondandola di tutto ciò che è noioso e pedantesco in modo che essa diventi una educatrice geniale della mente e del cuore. Quindi niente grammatica a memoria nè appresa con lunghi e noiosi esercizi scritti, ma l'insegnamento deve concretarsi dalla conversazione tra maestro e scolari e dall'analisi che egli fa in loro compagnia del brano di lettura che vuole spiegare agli alunni. Insegnata così non sarà più la vecchia arcigna e grinzosa, ma la fata bionda che fa sorridere il bambino e lo trascina agilmente dietro il suo cenno e quando ha bisogno di guida ricorre a lei col sentimento di confidenza con eni andrebbe al seno materno e non con quello di raccapriccio con cui ha sognato l'orco della favola. Ed ora venite con me, ascendiamo il calvario delle nostre scuole, perchè è proprio vero che la composizione è la croce dei maestri e degli scolari. Parecchi anni fa ricordo d' aver letto nella Rivista Pedagogica, mi pare del Credaro, un articolo di una coraggiosa scrittrice, la quale dopo aver fatta una diagnosi spietata dell'insegnamento del comporre faceva voti perchè se ne fosse addivenuto alla abolizione. I programmi non opinano allo stesso modo della simpatica Signorina, alla quale, chi sa quante mie colleghe qui presenti, avrebbero mandato caldi baci e benedizioni se fosse riuscita nello intento. Pur troppo, ripeto, tale insegnamento continua a far parte dei programmi e perciò dev'essere razionalmante trattato. Vi siete mai domandati perchè il bambino che comincia a parlare circa dopo un anno di vita al 6° anno già esprime nel suo dialetto i propri pensieri assimilandosi tutte le forme del linguaggio natio senza nessuna preparazione teorica, mentre 5 o 6 anni dopo lo stesso fanciullo manipolato dalla scuola sotto la guida della persona dell' arte non sa stendere due o tre periodi intorno ad un dato argomento senza infiorarli di ogni sorta di spropositi, che fanno cader le braccia al povero insegnante? Ciò dipende dal non essere l'alunno avvezzato a conversare nella lingua italiana, per la qual cosa non impara a parlare, perchè per noi lo scrivere non è che un parlare fissato con segui convenzionali invece che con suoni dell'alfabeto. Son necessarie però molte conversazioni orali, dirette al doppio scopo, di sviluppare il pensiero e di perfezionare la forma. Per tale principio si vuole che nella scuola predominino gli esercizi orali sugli scritti e tutti questi partano da quella educazione divinata dal Pestalozzi Johann Heinrich e dal Fröbel. L'educatore non deve mai pretendere, quando non si tratti di esperimenti, degli esercizi scritti, se non li avrà fatti ben maturare a voce, in modo che l'alunno sappia superare le difficoltà, che dovrà incontrare. L'insegnamento del comporre, sotto l'egida d'un criterio direttivo, deve mettere a profitto armonicamente il contenuto spirituale dello scolaro e fargli acquistare le necessarie abilità per manifestare a voce e per iscritto il proprio pensiero. Ed ora diamo uno sguardo ai temi di composizione, che sono la risultanza di tutto il lavoro del maestro, il centro al quale convergono tutti gli sforzi della scuola. Vastissimo è il campo in cui il maestro può scegliere gli esercizi di composizione scritta. Non basta però sceglierli nel campo pratico della vita dello scolaro, essi devono sbocciare come polloni sul tronco delle cose insegnate, affinchè gli alunni, avendo abbastanza cognizioni, possano svolgere compiti con maggiori e più ricchi concetti, perchè «la conoscenza è principio e fonte del retto scrivere». Il maestro poi con l'arte sua deve insegnare come essi vanno interpretati, in quali limiti si devono contenere, trovare i pensieri per isvolgerli e graduarli. Deve egli far nascere gli affetti e i sentimenti nei punti, che gli scolari passano di solito inosservati, e per la forma come esprimerli, come distribuirli nei periodi, come sostituire le espressioni dialettali con quelle proprie della lingua. Insomma tutto un lavorio ben predisposto, studiato, paziente, a cui prende parte la scolaresca intera, che vi si appassiona e che partecipa direttamente con tutta la sua energia, implicando reazioni per parte delle tre sfere: intellettuale, affettiva e volitiva. Solo quando il tema è passato per questo stadio laborioso, quando cioè l'alunno lo signoreggia nel pensiero, allora solo sarà invogliato ad affidarlo al quaderno, nella persuasione farà cosa che lo soddisfi. Tutti i temi poi nelle prime tre classi devonsi limitare ai concetti dominanti nell'argomento, manifestando pensieri con proposizioni semplici ed ordinate in modo che riescano chiare a formare nella mente dello scolaro la consapevolezza della struttura, del procedimento normale d'ogni genere di componimento e facendo capire il modo come deve comporre. Solo nelle classi superiori gli alunni devono essere avvezzati a svolgere i temi colla maggiore ampiezza, ricchezze di parti e concetti secondari, sempre rispondenti alla capacità degli allievi, non esigendo essi esperienza di vita e maturità di raziocinio superiori a quelli della loro età. E con ciò parmi di aver finito, ma verrei meno al fine propostomi se non vi accennassi, almeno di volo, alla correzione. I temi da svolgere siano pochi, non pochissimi come pretendono alcuni, e che essi vengano amorosamente corretti, perchè nessuna utilità verrebbe all'allievo dall'esercizio della composizione se il maestro non correggesse egli i lavori. I criteri che presiedono alla correzione dei componimenti sono varii e difformi e non vale la pena enumerarli; solo dirò che la maggioranza dei maestri danno la preferenza al metodo della correzione collettiva piuttosto che all' individuale, ma nella pratica della scuola non c'è nulla di assoluto, dipendendo essa dalle circostanze in cui si può trovare, secondo la classe nella quale insegna, lo stato intellettuale degli alunni, il genere del componimento assegnato, il modo col quale fu dato e lo scopo che il maestro vuol raggiungere. Ad essa quindi bisogna dare la più grande, la più gelosa delle cure, essendo l'atto più solenne della scuola, e la funzione compendiaria più importante del maestro, perchè essa è la revisione del pensiero ancora acerbo, confuso, incerto, che tenta le vie per esplicarsi, che tenta mettersi all'unisono con quello della comune degli uomini, Avrei dovuto già prima parlarvi anche degli asili, delle biblioteche, dei musei, delle passeggiate, delle istituzioni prescolastiche e post-scolastiche che contribuiscono grandemente allo sviluppo armonico della lingua e del pensiero, ma non era possibile una disamina minuta in così breve tempo. Ad ogni modo, quanto son venuto dicendo fin qui mira a lumeggiare il valore e lo scopo netto e preciso di tutti gli esercizi, che non ostante compiuti separatamente secondo la loro speciale natura, convergono dopo breve cammino in una sola azione, alla formazione della lingua, del pensiero e del mezzo di esprimerlo. Ed ora riassumiamo quanto fin qui si è detto per stabilire le norme (che devono guidare il maestro nello insegnamento di ogni singolo esercizio. era regni Lezioni oggettive. 1° Le lezioni sulle cose abituando il ragazzo a osservare, riflettere, ragionare, giudicare, mettendolo in grado di parlare, devono esser molte e svolte secondo le norme precedentemente esposte, perchè l'educazione sensoria e percettiva riesca completa a formare, al dire del Gabelli, quel prezioso strumento, che si chiama testa. 2° Siccome gli oggetti da presentare agli alunni devono esser molti, emerge chiara la necessità che l'insegnante provveda a un piccolo museo scolastico adatto alla capacità degli scolari. 3° Che seguendo l'impulso del fanciullo di tutto osservare, la scuola non si restringa alla semplice aula scolastica ma che vi facciano almeno due escursioni mensili. Insegnamento della lettura. 1.° Per tale insegnamento il maestro avrà cura di badare: a) Alla perfetta pronunzia delle lettere e del suono affine delle consonanti. b) Al diverso suono di alcune vocali ed all' accento tonico delle parole. c) Ai difetti naturali di pronunzia. d) A saper rilevare con prontezza le parole e i segui ortografici. e) A che gli alunni intendano ciò che leggono. f) A fare che essi curino nella lettura, voce, pronunzia, pause, sentimento e colorito. 2° Il libro di testo sia scelto tra quelli che dilettano i fanciulli e che esso sia nazionale tenendo conto delle diverse regioni d'Italia. 3° Che si istituiscano le biblioteche scolastiche circolanti fra gli alunni. Dettatura. 1° Gli esercizi di dettatura siano quotidiani per abituare gli allievi a superare le difficoltà ortografiche, ed in ogni classe sia preparato dall'insegnante un corso di esercizi graduati e progressivi. 2° Non siano trascurati gli esercizi di auto-dettatura, che mentre rinvigoriscono la memoria, abituano gli alunni a correggere gli errori di ortografia che infarciscono i componimenti. Grammatica. 1° Questo insegnamento venga eseguito con esercizi orali. 2° Le regole devono scaturire dalla conversazione tra maestri ed allievi. 3° Essa non venga imparata a memoria. 4. Infine non venga fatta apprendere con noiosi esercizi scritti. Composizione. 1° Si facciano grandi svolgimenti orali. 2° Essi siano tratti dalla vita reale dei fanciulli. 3° Gli alunni abbiano conoscenza di tutte le forme letterarie di uso comune, (lettera, descrizione, narrazione, dialogo ecc.) 4° I temi di composizione scritta non siano molti nè pochi. Correzione. 1° Tutti gli esercizi scritti vengano amorosamente corretti. 2° Che la correzione sia simultanea. È solo a questo modo che si vincono le grandi difficoltà, che sorgono nello insegnamento della lingua; è solo così che la scuola redenta dalle pastoie del passato potrà guardare con sicurezza il suo avvenire. Ed ora abbiatemi per iscusato, egregi colleghi, se vi ho annoiato con questa chiacchierata che a voi ha dovuto sembrare lunga, e permettete che il mio pensiero si elevi alla patria e faccia un augurio: Che l'Italia tragga dall'ora presente, la fiducia di un avvenire glorioso. Uniamo le nostre forze regionali a quelle della grande famiglia magistrale, e cerchiamo d'influire coll'indefesso lavoro sulle sorti dei giovani che strappiamo all' idra purtroppo italica del secolo ventesimo, ingombro ancora di analfabetismo e di miseria. Mercè l'opera nostra l'umanità cammina e migliora, oggi è migliore di ieri, domani sarà migliore di oggi, ed ogni pregiudizio che cade è una coscienza che si eleva, è un dovere che si crea, è una conquista che si compie. Pensiamo che la grandezza della nazione sta nello sviluppo eterno del progresso verso la via del perfetto, e deve esser questo il faro luminoso, al quale devono tendere gli sguardi di tutti i maestri d'Italia. CLAPS VINCENZO.




Vincenzo Plastino

Conferenza di Vincenzo Plastino nel Congresso Magistrale di Melfi. Dei modi pratici di ingentilire l'animo de' fanciulli, e instillare loro sentimenti di rispetto per tutto ciò, che, nella natura e nell'opera dell'uomo, conferisce all'utilità collettiva

Melfi, Premiata Tipografia Errico Insabato successore dei F.lli Insabato 1912

A SACINO NICOLA CON DEVOTA STIMA Ill.mo Sig. Presidente, Gentili Colleghe, ed Amici carissimi, Permettete, innanzi tutto, che io vi chieda venìa per aver osato accettare l'onorifico invito di trattare, dinnanzi a voi, il poco semplice tema della presente conferenza, ben conscio della povertà della mia coltura e della pochezza della mia persona: sicuro della vostra cortesia e benevolenza, anticipatamente vi ringrazio, e, con tutta la sincera e devota gratitudine dell'animo mio, accogliete il mio saluto fraterno, che è tutto un augurio di amore e di bene. Ed è appunto, o Signori, col soffio dell'amore e la coscienza del bene che il palpito della nuova generazione, affidata alle cure della Scuola, deve indirizzarsi alle più nobili manifestazioni della vita, sublimarsi ai più puri e gentili ideali della sua entità e della sua missione. Non a pochi, io credo, abbia dovuto ispirare un senso di sorpresa, o proprio di inquietitudine, la frase: ingentilire l'animo dei fanciulli. Il fanciullo v'ha chi lo considera ancora solamente una tenera pianticella, affidata alla feraci benigna di una plaga ridente, o abbandonata alla crudele sterilità di un banco di sabbia; un fiore senz'alito e senza capriccio, che solo si piega docile alle volute spesso bizzarie dell'arte, o, più spesso ancora, alla violenza sacrilega di due dita nervose. I precettori iniziano il fanciullo alle arti del vivere, gli adulti lo colmano delle loro blandizie, indulgenti alla sua debolezza, alla sua inesperienza, alla sua ingenuità, e lo dicono felice: eppure non vi ha infelicità più patente dell'età infantile, se non voglia gabellarsi per felicità l'incoscienza, l'ignoranza, la schiavitù, l'impotenza... Felice sì, quando si svolge nel mondo delle sue fantasie, quando dimentica di essere fanciullo per fingersi uno stato di cose intorno fuori della realtà e della verità, e si abbandona ai sogni delle sue inclinazioni precipue, aiutato qualche volta in questo anche dagli adulti, che si compiacciono e s'inteneriscono nell'ammirazione dell'infanzia, sia perchè vedono riprodotta in essa l'immagine di quello che essi furono, sia perchè tutto ciò, che è grande, ed essi scorgono riprodotto in minime proporzioni, li seduce, ed esercita sul loro spirito un fascino irresistibile, una misteriosa malía. Quanta sollecita passione e quanta conscia ferocia, quali provvide cure sapienti, quale vigile custodia, e quale persecuzione tormentosa di pregiudizi e di imposizioni, non si sono addensate intorno alla creatura dell'uomo attraverso i secoli, nel processo evolutivo delle civiltà, nelle lunghe e faticose trasformazioni sociali e politiche. Il pensiero del legislatore e il giudizio del filosofo si soffermarono premurosi, essi si confusero anzi col primo palpito della paternità al cospetto del piccolo essere, che si schiudeva all'alba della vita, portante in sè i germi di una nuova virtù e di un nuovo avvenire. Il sacerdote lo benedisse alla consacrazione di un ideale religioso; l'augure trasse dal mistero, sulla candidezza inviolata della sua piccola fronte senza sogni, il lieto o funesto oroscopo del suo futuro; l' ebreo, senza patria, senza tempio, senza libertà, senza energie, tormentato da una fatidica fantasia di vendetta e di redenzione, spiò affannoso nel suo piccolo occhio sereno il simbolo audace della fede e dell'attesa degli avi, che si eternò ostinatamente superba; lo spartano immerse il nato nelle gelide acque del Taigeto, prima che avesse aperto le pupille alla luce, per assicurare alle venture lotte della sacra terra natìa un valido e sicuro braccio d'eroe. La tendenza costante, pertinace, faticosa, nell'uomo, a migliorare le sue condizioni fisiche ed economiche, a lanciarsi innanzi, a sopraffare il suo simile, a ghermire il posto più eminente nella società, si rivela, con maggiore o minore intensità, nel fanciullo: non è vero che l'animo del fanciullo sia, come si ripete ancora, un campo di terra vergine: vi si annidano invece tutte le virtù e tutti i vizî, tutte le gioie e tutti i dolori, le aspirazioni, le follie, le brutalità, ed anche gli eroismi tutti della natura umana, sia pure in istato embrionale. La piccola anima si apre al desiderio acuto ed ardente di raggiungere l'età adulta per godere ed usufruire dei beni sociali, e tutto in essa è soffocato, vinto, represso da questa tendenza fremente, feroce quasi, di assidersi al banchetto della vita, di reclamare i diritti della vita, di imporre la propria volontà, che in quell'età si dice capriccio, forse perchè spesso esorbita da' limiti razionali della necessità e del dovere. Il piccolo nato è destinato a soggiacere inconsciamente e fatalmente ai fanatismi inveterati della famiglia, al regime ferreo o corrotto dello Stato, ai misteri varî delle religioni: se le grandi note dello spirito umano gli rimangono ancora chiuse, perchè non può risvegliarle o, meglio, dischiuderle col senso maturo, che gli manca, egli continua, senza coscienza come senza volontà, le miserie ereditate da tutta una progenie agitata e vissuta. Egli, quindi, personifica la continuità, è il depositario naturale dell'azione e della speranza, della lotta e del dolore; egli, che tenta il domani, può assurgere ai fastigi di un trono o trascinare nella polvere un superbo sogno di grandezza e di gloria, può avventare uno sguardo audace negli occulti e meravigliosi segreti della natura e della scienza, o abbrutire sempre più un'atavica disposizione animale nel braco dell'oscenità e dell'ignominia. D'altra parte, nessuno sente come il fanciullo la coscienza della propria debolezza fisica, intellettuale, morale; e quando non è astratto dalle sue fantasie e divagazioni puerili, quando il suo spirito si affaccia, vigile e fremente, alla visione radiosa della vita, che lo affascina e lo conquide con tutte le seduzioni di una sirena, è terribile la lotta, che gli sconvolge l'animo, tra questa coscienza e la tendenza a divenire adulto, tra l'essere e il volere o dovere essere. Le sue attività - ripetiamo col Gabelli - si svolgono in conformità delle leggi, che presiedono allo sviluppo psichico, in rapporto al momento storico della razza: le finalità educative, quindi, vengono ispirate e sorrette dal genio de' popoli, e si esplicano conseguentemente in relazione alle funzioni sociali, all'ambiente, ai costumi, alle idee religiose, con tutti gli errori e con tutti i pregiudizi, che fluiscono direttamente dalla coscienza degli adulti. Ma se i principî, che debbono informare il concetto di una sana e vera educazione, non sono, nè dovrebbero essere una semplice questione di interessi politici o di quisquilie didattiche, nè tampoco il dottrinarismo dogmatico o il formalismo infecondo e insulso delle nostre vecchie scuole, il metodo d'insegnare nelle sue relazioni con la vita deve consistere appunto nel rendere l'insegnamento più pratico e più gradito, più semplice e più utile, ritemprandolo nell'esperienza sempre e nell'osservazione. Nell'esperienza, perchè non si può segregare la scuola dalla società, nella quale vive, si agita e si matura il mondo infantile, piccolo mondo, che riflette con verità indiscutibile le passioni e le idee del secolo e del luogo, nella rozzezza, s'intende, della fase primitiva della psiche in formazione, - nell'osservazione, elevando e confortando l'animo dei fanciulli alla rappresentazione della vita, con l'instillare loro sentimenti di rispetto per tutto ciò che nella natura e nell'opera dell'uomo conferisce l'utilità comune, perchè il fanciullo del Rousseau, solo e lungi dal consorzio degli uomini, è semplicemente un'anomalia, che la teoria dell'ereditarietà ha sfatata e distrutta da un pezzo. II. La necessità d'ingentilire l'animo dei fanciulli scaturisce, dunque, viva e palpitante, dall'esperienza e dell'osservazione: se la tendenza si chiarisce tuttora in essi acuta e pertinace ad esplicare i moti, e i capricci, e gli arbitri, spesso insani, della piccola anima, privi di alcun senso di misura e di reticenza sia dinnanzi alla sventura che nel momento del pericolo, sia avvolti dal turbine di un dolore o abbattuti dalla crudele necessità di un sacrifizio, meravigliati, storditi, confusi, ma senza un palpito vero e sincero di intima commozione al sorgere lieto, in sulla campagna verde, di un bel sole di primavera, al cospetto dell'immensa distesa del mare azzurro e increspato, dinnanzi alle più splendide manifestazioni della natura e dell'arte - se la famiglia spesso non consente loro che solamente il diritto alla vita, con tutte le seduzioni ed anche le asprezze dell'alba e del tramonto, senza cura alcuna di sentimento e di pensiero - se la società, divenuta in ogni suo alito ed espressione sempre più intensa, febbrile, agitata, offre loro solo l'immane spettacolo di un travaglio senza fine d'uomini e cose, di passioni e di eventi, di culle e di funerali, - non si debbono rinvenire mezzi adatti e modi convenienti per scuotere ai fanciulli il cuore, nelle più tenere vibrazioni di cura e di affetto, ed aprir loro lo spirito alle più pure e sante idealità luminose? Senza abbandonarci alla poesia, o trascendere i limiti modesti, consentiti alla presente questione, ci affrettiamo a delineare, a sommi tratti, i mezzi più adatti, che crediamo opportuni e necessari, per solvere gli ostacoli surriferiti all'educazione estetica de' nostri ragazzi: e questi mezzi dovrebbero essere l'esempio, reale e illuminato di ogni considerazione benefica - l'esercizio, continuo, corretto, senza abusi e senza violenza - la sorveglianza, paziente e gentile - le abitudini, assicurate con la vigile cura di chi sa di compiere una virtù sì, ma anche un dovere. L'esempio deve ammirarsi, pieno di vivacità e di sentimento, nelle pagine più belle della nostra storia, e considerarsi nella varia, attiva rappresentazione della vita di ogni giorno, diffusa in diari e racconti, cronache e relazioni - deve muovere l'intelletto, eccitando il senso della bontà della coscienza, e commuovere l'animo, sollevandolo da' crudeli e innati moti egoistici, e ispirandogli quanto di bene possa manifestarsi intorno, fra gli uomini, sotto il cielo e nel tempo. L'esercizio ha da essere iniziato prima, come azione e soddisfazione simultanea dell'attività infantile, in giuochi, divagazioni, passatempi innocenti, indi promosso nella comunione intensa e sveglia dei ragazzi, rivelandosi in atti di pietà o di riconoscenza, non disturbi di moti o ira bieca di sguardi - di beneficenza e di gratitudine, non bronci insofferenti e cattiveria prolungati in atti di cortesia, di gentilezza, di bontà, di affetto. La sorveglianza è la cura, paziente sempre e cordiale, di cui i fanciulli hanno bisogno precipuo in tutto ciò, che loro concerne moralità e salute, pratica di ordine e di obbedienza, senso di socievolezza, di rettitudine, di evoluzione e addomesticati con sentimenti virtuosi, fa d'uopo che questi si convertano in abitudini, delle quali possano sentire beneficio nei pericoli successivi della vita, sia pel carattere, forte e capace di qualunque sacrifizio per operare il bene, sia per la fede del dovere in ogni evento e qualsiasi circostanza, sia per la vera e sincera gentilezza dell'animo, sintesi di ogni virtù e di ogni ideale nella moralità della umana esistenza. I modi più convenienti, poi, si chiariscono la suggestione, con la lode e il sorriso - il premio con la soddisfazione intima e profonda del dovere compiuto - l'indulgenza, generosa sempre col povero essere, cui spesso manca l'indirizzo e l'esperienza in ogni manifestazione della sua volontà o esercizio delle sue forze - il contatto, per agevolare il senso utile dell'emulazione ne' rapporti del bello e del buono; e non si dovrebbe rinunziare neppure alle rappresentazioni drammatiche, atte a commuovere la piccola anima dinanzi allo spettacolo fremente del dolore degli uomini e degl'insulti del destino. E non sono le sole norme della condotta, che possano bastare a inculcare nell'animo dei fanciulli l'obbedienza ai genitori ed al maestro, gli affetti familiari e l'amore pei compagni, il rispetto degli altri e della cosa altrui, il soccorso ai bisognosi, la pietà verso i deboli e i deformi, il divieto della menzogna e dell'inganno - non bastano i soli precetti, siano i più pratici, concernenti la cura della persona, il contegno nella scuola, in casa e per le vie, le buone maniere con tutti, l'impiego del tempo, la puntualità, le abitudini di lavoro, di temperanza nel soddisfare ai propri bisogni, la moderazione dei desideri, perchè i fanciulli ne possano apprezzare l'importanza, l'utilità, ed anche il dovere. L'animo del fanciullo ha bisogno di luce e di sentimento; può di- mostrare in ogni occasione ed ogni circostanza tendenze, gusti, inclinazioni diverse, ma fino a quando non avrà formata e statuita in un modo qualsiasi la coscienza di se stesso, non sentirà intorno che ombra e vuoto, in sè sospetto e sfiducia. E fa d'uopo che si illumini il suo intelletto, promovendo innanzi tutto la fertilità inesauribile della fantasia, si stimoli il suo cuore, nel palpito più consentaneo all' età e all'ambiente, in cui vive e si svolge. Le istruzioni annesse ai vigenti programmi fanno osservare come i ragazzi abbiano, fin dai primi anni, la passione del racconto, e questa verità si rivela nella famiglia e nella scuola, quando, commossi ed intenti, pendono, in un silenzio religioso, dal labbro di chi parla, evocando loro dinanzi scene vive d'interesse, fulgide di colorito, piene d'ansia e di fremiti. E tutta la nobiltà di un'azione generosa o la ripugnanza di una viltà compiuta, l'entusiasmo di una fede nutrita o la tristezza di un voto deluso, l'ammirazione e la nausea, la lode e il disprezzo secondo i sentimenti, che gli atti nobili o malvagi dei vari personaggi suscitano in essi, si manifesta nella luce delle pupille irrequiete e nelle linee alterate del viso. Coltivare, quindi, virtuosamente e sapientemente questa passione significa rinvenire scene e situazioni, personalità e ideali, svolgimenti ed epiloghi, da innamorare la psiche infantile a quanto si chiarisce bontà, gentilezza, cortesia: da elevarla, con gli episodi della storia e i miti della leggenda, con gli aneddoti della vita quotidiana e gli argomenti della favola, a sentire la propria dignità e la propria moralità nell'amore degli uomini e le meraviglie della natura. Se la lettura per gli adulti è mezzo per migliorare la propria cultura, e procurarsi godimenti intellettuali e morali, conoscere la società e la vita, e regolare la propria condotta, per i fanciulli dev'essere non solo mezzo di fornir loro utili e svariate cognizioni, ma di elevarne l'animo e commuoverlo e ingentilirlo. Innanzi tutto fa d'uopo che il libro risponda a tutte le esigenze di una vera educazione per lo sviluppo dell'intelligenza e la formazione della coscienza, movendo le corde più sensibili dell'animo fino al sentimento esatto del dovere, alla nobiltà distinta ed energica del carattere, poi che i ragazzi intendano e sentano ciò, che leggono, in modo di vivere e palpitare, esaltarsi o umiliarsi, piangere o ridere con i personaggi del testo. La lettura deve procurare un'ora di vita, vera e vissuta nella rappresentazione sincera di una virtù, nella commozione pura e santa di un ideale; ed ogni bellezza, ogni grazia, ogni delicatezza di espressione o di situazione dovrebbe essere notata e commentata, non per sterilizzarla in una semplice erudizione di lingua o di drammatica, ma perchè penetri nell'animo con tutta la sua potenza suggestiva, atta a scuotere, a infiammare, ed a sempre più ingentilire la psiche in formazione. Amore ed interesse, adunque, nel libro, passione, arte e natura, scienza ed elevazione, e ne faremo uno dei mezzi più pratici e più proficui per sollevare lo spirito umano alla più bella concezione dell'armonia della vita. La composizione letteraria, sebbene i nostri fanciulli abbiano poche idee e mostrino per lo più aridità e freddezza nel sentimento, deve essere un'altra fonte di educazione e di gentilezza: in essa ha da riflettersi tutta l'anima nella manifestazione delle sue tendenze e dei suoi bisogni, della sua indole e delle sue aspirazioni, con naturalezza e spontaneità di locuzione; e per la vigile cura del maestro su quanto possa uscire dalla penna del discente, questi ha certamente da affidare alla carta solo ciò che l'amore e l'onore gli consentono, la correttezza e la virtù gli suggeriscono, la verità e la giustizia gl'impongono. E nei racconti o nelle lettere, nelle descrizioni o nelle dimostrazioni, in note, consigli, norme, ed appunti, deve sempre più concretizzarsi la bontà del cuore e lo sviluppo della ragione, cui non dovrebbe, anzi non può mancare un correlativo grado di sviluppo di coscienza. Le poche idee, di cui è suscettibile, ripeto, la mente de' fanciulli, debbono temprarsi sempre alla gentilezza del cuore in ogni giudizio o desiderio, affermazione o preghiera - ed eliminato man mano confusione di pensiero, aridezza di sentimento, difficoltà di parola, avremo ognora nella piccola anima la manifestazione di quel moto, sincero e profondo, che la spinge ad elevarsi ad una meta radiosa con palpiti di entusiasmo ed abitudini di bene. L'opportuna ed utile raccomandazione delle passeggiate scolastiche non pare ci sia accetta in generale, non mancano le eccezioni, ma pochissime, quantunque tutti ne riconoscano la bontà e forse anche la necessità proficua e virtuosa. Sollevati dall'inerzia, o spesso dall'angustia tormentosa del banco, fuori del solito ambiente non sempre convenientemente illuminato, ampio, aereggiato, con quanta armonia e lietezza rumorosa i fanciulli si avviano, concordi nella soddisfazione, a passeggiare, ed o a raggiungere la stazione della ferrovia lontana, che risuscita nell'animuccia intenerita ricordi di parenti perduti nelle Americhe, di fratelli, andati, fieri e superbi, a solvere il loro tributo alla bandiera d' Italia, di arrivi e di partenze piene di rumori e di entusiasmi — o a prostrarsi sulla nuda e fredda pietra della solitaria cappella nei campi, che tanto strazio accoglie di dolori, di palpiti, di lotte ignorate - o a riunirsi sulla vicina collinetta, verde e fiorita, donde ammirare, nel disteso orizzonte, degradazioni azzurre di valli e di pianure, profili di monti, linee tortuose di strade biancheggianti, ombre di selve, e macchie di villaggi. Con quant'ansia di meraviglia e fremiti di fede, nella città, non si moverebbero sovente gli alunni ed ammirare i quadri e le statue di un museo, le tele e i pastelli di una galleria, i cimeli di una pinacoteca; a vedere i ruderi di un antico castello, vivificati dalle sacre memorie di una pagina eterna; a considerare le lapidi e i monumenti, dove la storia fa leggere e ricordare, l'arte consacrare e sentire il pensiero e l'anima del popolo nella sintesi più bella d'una gloria compiuta. E come il loro animo si esalta, e l'osservazione si acuisce, e l'intelligenza si illumina, sotto la guida sapiente del maestro, nel visitare un grande opificio, mosso dal fervore di mille braccia, che, nell'euritmia della forza e dell'azione, sembrano agitate da un unico spirito d' indirizzo, di volontà e di vigore; nell'ammirare il congegno formidabile d'una fabbrica, nelle cui macchine, che centuplicano il lavoro, si sente la grandezza e la potenza e l'arditezza del genio umano, vi ha sempre qualcosa di profondo e di misterioso, che vale a ingentilirli e migliorarli. Altra tendenza naturale, nella psiche infantile, da seguire e coltivare, senza punto smarrire l'obbietto e il fine dell'azione educativa, è quella del disegno e del lavoro manuale: incoraggiamo quindi i fanciulli a tirar linee, a colorire, ed a lavorare la creta, il legno, il ferro - a ritrarre immagini e forme, ed a maneggiare la stecca, la sega, o la lima. Se l'uno e l'altro si chiariscono un'attitudine complessa capace d'imprimere un indirizzo proprio allo spirito - come dice il prof. Fornelli - e lo indirizza infatti ad una concretezza maggiore, alla maggiore capacità d'intendere e d'assicurarsi il reale, si manifestano anche una potenza del cuore; se il senso artistico può dirsi anzi una modalità, una perfezione del senso del reale, una tendenza costante a cercare l'armonia, l'ordine, l'equilibrio, la misura dappertutto, si rivela ancora una elevazione del sentimento; se questo senso poi, si dimostra per di più un forte talento di combinare e di costruire, e sebbene legato a particolari e dimensioni, è esso pure il più capace di combinarli e di fonderli in un nuovo composito, suprema armonia dell'ideale artistico, rende capace l' uomo d'intendere la bellezza e di palpitare dinanzi agl'ideali creati dall'arte, che riflettono - se sono veri - sempre cortesia e gentilezza. Il fanciullo per istinto vuole ad ogni costo occupare le proprie mani, e il cambiamento frequente di attività è principale precetto della sua igiene, causa feconda di sempre nuove gioie, di attrazioni irresistibili, d'ingenui entusiasmi, condizione essenziale per uno sviluppo contemporaneo e completo delle nostre facoltà. E in questo sviluppo, si conduce gradatamente l'intelligenza all'astrazione, si forma il carattere, si suscitano fin dalla più tenera età le tendenze speciali, che rivelano l'ingegno e ne determinano la vocazione. Mercè le attrative della natura e i piaceri morali, i ragazzi si abituano al culto delle gioie domestiche, e poichè il bello, afferma De Castro, è lo splendore del buono, allontanandoli dalle soddisfazioni basse e sensuali, fa loro apprendere le sublimi compiacenze del sacrifizio, le gioie ed insieme i doveri della vita, amando, si capisce, questo per quelle. Ma più che la linea o la plastica, la novella o una lapide, una pagina o un paesaggio, è nostro convincimento profondo non esserci migliore e maggiore alimento per la sentimentalità umana, e per portarla a quell'altezza ed universalità cui aspira e per cui s'indirizza la civiltà moderna, che la musica. Il fascino potente e misterioso, che esercita sul nostro spirito, si rivela con maggiore intensità ed efficacia nel fanciullo; lo commuove, l'attrae, lo esalta, lo rapisce in un palpito d'ansia indefinita e di appassionata tenerezza, e gl'inspira, in un entusiasmo d'amore, nobiltà e gentilezza di sentimenti, generosità d'idee e di maniere. Se la musica può anch'essere eccitamento, com'è stato sempre e sarà sempre, a sensi individuali ed egoistici, e la storia ci ricorda in proposito tiranni e delinquenti famosi, conserva quel carattere d'idealità indefinita, che è stato nota indissolubile e interpetre necessario dei più potenti affetti umani, e nella psiche infantile commuove e solleva alla concezione della virtù, al gaudio della bellezza, alla pratica del bene. Il canto - sia l'inno marziale dei soldati o il coro de' contadini in campagna, la preghiera de' supplicanti nella cappella o la canzone d'amore al chiar di luna - ha sempre rinvenuto ne' nostri ragazzi i più spontanei e felici cultori; e se l'indefettibile senso della misura e dell'euritmia ha fatto del popolo greco un popolo sovrano nel regno dello spirito e della bellezza, nelle nuove generazioni si rivela carità di patria e saggezza di governo, opera rigeneratrice e culto d'arte e di civiltà, costituire la musica parte dell'educazione, perchè il numero e l'armonia, penetrando nell'anima, dice Platone, vi fanno entrare la grazia. L'affermazione di quest'antica verità ci viene consolidata dalla Germania e dagli Stati Uniti, dove la musica ed il canto sono un insegnamento vivo e popolare, ed è decisiva e gagliarda l' influenza, che questo esercita tanto sull'educazione estetica ed anche disciplinare degli alunni, quanto sui costumi del popolo intero. Amore quindi e praticità sempre, in ogni esercizio e in tutte le manifestazioni dell'attività de' fanciulli, per ingentilirne l'animo e ispirar loro bontà, squisitezza, elevazione di cura e di sentimento: la vita è così triste molte volte con le sue miserie, le sue lotte, le sue esigenze, con i suoi vizî e le sue menzogne, le sue infermità e i suoi delitti, che si afferma necessità e dovere cercare e rinvenire tutti i mezzi possibili e i modi convenienti per sollevare, educare e migliorare le generazioni crescenti col linguaggio potente e suggestivo della Bellezza, e fare che i loro pensieri e le loro azioni medesimi riflettano le armonie de' cieli e l'azzurro del mare e la vaghezza dei campi, e dare così per la vita ed i suoi travagli fede di apostoli, entusiasmo di artisti, coscienza di eroi, e virtù di cittadini. III. Più che dimostrare convenientemente i mezzi ed i modi più consentanei per ingentilire l'animo de' fanciulli, abbiamo creduto, finora, senza alcun dubbio o incertezza, affermare la necessità di quest'azione redentrice nell'evoluzione della civiltà e de' tempi. E, conseguenza spontanea, in questa necessità di educazione e di elevatezza, si rivela l'altra, più forte e sentita, d' infondere nel cuore delle generazioni novelle sentimenti di rispetto per quanto conferisce all'utilità propria e di tutti, sia nella natura che nell'opera dell'uomo. Potrà questa considerazione sembrare risultato delle nuove teorie sociali, di tutto il moto, che agita i popoli moderni per quella tale questione economica, la quale, come il sasso di Sififo, ci ruina ognora addosso, eppure fin da tempi remotissimi questo fine supremo dell'educazione è balzato, umano e radioso, dalla coscienza di chi sentiva palpitare nell'animo l'onore degli uomini e la virtù della vita. Quando, nel periodo più triste di Roma imperiale, la decadenza iniziò e moltiplicò fatalmente le sue ruine, e le classi de' cittadini si pervertirono e si confusero, e si alterarono i vincoli sociali, si dispersero, obliate, soffocate o derise, nella perturbazione e nel disordine invadente, le energie, le virtù, le forti e grandi idealità, e tutte le istituzioni civili e politiche si sconvolsero, a suprema tutela degl'interessi e delle persone non rimase che l' ultima ragione della forza o il capriccio della fortuna. Roma, che rappresentava il diritto e la politica, le armi e la vittoria, perchè, forse, gli uomini non sono nati sopportare nè il trionfo, nè la gloria, precipitava e periva sotto il peso di se stessa; tutta la somma dei poteri si era accentrata nelle mani dell'Imperatore, e il suo dominio, elevandosi al di sopra di ogni legge, di ogni ordine di giustizia, e di ogni convenzione sociale, non tardò manifestarsi una vera tirannide, ora sciocca, ora pazza, ora feroce e crudele, non d'altro sollecita che del favore della plebe. Ed alla plebe abbrutita, che ogni giorno più che l'altro aumentava di gente nuova, mendicanti e parassiti convenuti dall' Italia e dalle provincie, si gettava l'offa delle largizioni e degli spettacoli, in cui si profondevano i tesori dell'erario: panem et circenses. L'Eterna, quindi, che riassumeva tanta somma d'idee, di storia, e di destino umano, minata, all'interno, dall'anarchia, dalla corruzione e dal delitto, all'esterno, sia dalla triste oligarchia militare, sozzamente ingorda e proterva, che governava le vaste e lontane provincie, sia da un risveglio generoso di indipendenza ne' barbari, che sorgevano, nel forte rigoglio dell'audace giovinezza, a contendere il loro onore e la loro libertà ad un potere già decrepito, che ruinava, l'Urbe eterna piegava sotto l'onda immensa e turbinosa della corruttela giuridica, morale, economica, politica: e nella marea fangosa, che saliva, saliva, dagl'infami recessi della Suburra fino agli orti vaticani, fino alla splendida vetta del Palatino, naufragavano miseramente glorie e ideali, virtù e pudore, volontà e coscienze..... Presso un popolo, come il Romano, nel quale la vita pubblica era così intimamente legata e connessa con la vita privata, che si confondevano e si completavano insieme per una suprema finalità positiva di conquista e di dominio, il turbamento profondo de' principî e degli ordini sociali e politici doveva, per conseguenza e per necessità, riflettersi e diffondersi nella famiglia e nella scuola, e propagare ivi la sua azione venefica, e distruggere ogni bontà di costumi, di tradizioni, di leggi, bandire il sentimento pratico del bene e la carità della Patria. Come le virtù pubbliche e civili divenivano inutili o pericolose, così quelle private scomparivano, dileguavano. Le invettive di Giovanale, i sermoni di Persio, gli epigrammi di Marziale, sembrerebbero esagerazioni e calunnie, se non fossero confermati da' racconti di Tacito e di Svetonio, e meglio, forse, dalle amare e dolorose confessioni di Seneca. Ed in tanto orrore di disordine e di tristizia, vi ha pure chi intende come l'uomo possa e debba essere onesto per se medesimo e per gli altri, ed i motivi della virtù soverchino i confini della Patria, e dal sangue, dall'anarchia e dalla vergogna, debba risorgere e confortarsi la fratellanza umana sotto una legge nuova e na nuova religione. In un tempo, in cui il lavoro inconsapevole e pur razionale delle moltitudini, lo spirito dei popoli, la forza delle tradizioni, sfuggivano del tutto, e il moto della società restava un mistero, che si cercava spiegare solo con qualche artifizio, il quale, oltre a non aver nessun fondamento nella realtà, era spesso la negazione di ogni concetto storico, Quintiliano impose come sommo principio, l'educazione pubblica, e ne significò tutti i vantaggi su quella privata, e schiuse così nuovi orizzonti alla cultura, in modo da poter essere trasformata, attraverso i secoli, in diritto dell'uomo, in diritto di tutti. La fede, l'ideale dell'Autore delle Istituzioni Oratorie era quello di iniziare un'era di rinascenza politica e di rinnovamento intellettuale, in cui si fosse resa universale e necessaria l'azione educativa, e legando il sapere positivo ad ogni manifestazione di proficuo lavoro e di sincero progresso; indirizzare la scuola alla serena concezione della verità, in cui i due ideali del bene e dell'arte avrebbero dovuto abbracciarsi e compiersi a vicenda; preparare l'animo del popolo, affinchè fosse compreso ed agitato dal nuovo movimento estetico e dalla rappresentazione nuova della vita. Egli aveva intuito, nelle depravate abitudini del suo tempo, l'alta missione civile e politica delle lettere; il suo spirito precorreva i secoli quando assicurava la scuola rinchiudere in sè la forma migliore dell'educazione nazionale, e non doversi quindi considerarla estranea ai fattori della società, alle condizioni etiche della famiglia, al diritto pubblico, alle funzioni dello Stato. L'individuo e la società gli si presentavano come costituenti una unità organica, e l'istruzione, liberamente distruibuita e diffusa nel popolo, doveva determinarsi una delle manifestazioni più splendide e più legittime di solidarietà sociale. Il suo libro, in cui è venuto deponendo e condensando i frutti di oltre venti anni di scuola e di esperienza, contempla aspirazioni, qualità, sentimenti e propositi costanti nell'uomo: chi lo legge, sente ancora in quelle pagine qualche cosa, che palpita e vibra; chi lo studia, mentre interroga un morto, scomparso da venti secoli, ode la voce di un maestro non solo grande, ma vivo e presente. Nella dottrina pedagogica di Quintiliano rinveniamo motivi nuovi ed universali, che riflettono le condizioni di essere e lo svolgimento progressivo dell'uomo in formazione, il processo che va dalla generazione alla personalità compiuta, l'idea e la virtù educativa, infine, che comprende tutta l'azione e tutta la cultura necessaria a preparare il cittadino alla vita sociale. Così la storia dell'educazione, iniziatasi con Socrate in Grecia quale dottrina per la formazione morale del cittadino, si chiude a Roma come dottrina, per cui l'uomo possa moralmente riformare se stesso; ma nell'uno e nell'altro sistema, con modalità, giudizio e fini diversi, è sempre il pensiero morale e sociale, che deve informare ed agitare la questione pedagogica. A fondamento di ogni scuola v'è un ideale educativo, che attinge i suoi elementi da forme speciali della società; ma queste forme esso deve eliminarle o superarle, perchè l'educazione ha da riprodurre la collettività, deve riflettere la coscienza universale, non cristallizzarsi in un convenzionalismo infecondo e fossilizzarsi nella perfida inerzia di un ristagno. E con le norme di questo ideale, con la virtù di questa coscienza bisogna sviluppare tutte le facoltà del discente, e distrarlo da tutte le aberrazioni e le superstizioni delle generazioni passate, renderlo conscio del diritto e del dovere, e impiegare tutta la sua attività alla ricerca assidua e diligente della verità e della giustizia nella pratica della vita. Preparata da lente e faticose trasformazioni, attraverso secoli di dissidio e di oscurantismo, di formalismo vacuo e dogmatico, di ipocrisie e di prililegi, la scuola moderna pare sia assurta oramai, dalle antiche e solitarie visioni pedagogiche, a fatto sociale, ed abbia solennemente affermata la sua funzione storica nell'arduo cammino della civiltà e del progresso. Essa si chiarisce così il prodotto naturale e consentaneo delle grandi conquiste della cultura, il prodotto de' nostri bisogni, delle nostre aspirazioni, e della coscienza dell'epoca nostra: tutto il moto dell'umanità, dopo un avventuroso e tenace travaglio di energie, di speranze e di sangue, ha concorso al trionfo della scuola popolare, e pare che tutto il sentimento dell'umanità nuova vi si rifletta con una più bella, audace e larga visione delle battaglie dell'avvenire. Perchè l'educazione pubblica non fosse rimasta una semplice e malinconica esigenza etica, un vano tentativo di speculazioni filantropiche, o di zelo religioso, qualche cosa di precario e di fluttante, senza forza, senza attività, e senza organizzazione, occorse che fossero sparite le nebbie del Medioevo, e il feudalismo, e l'assolutismo, e che, infine, la libertà di coscienza fosse stata proclamata come la più nobile e bella vittoria degli uomini. Fino a quando le moltitudini non formino parte integrale dello Stato, non partecipino al reggimento della cosa pubblica, la scuola rimane sempre aspirazione e voto, ma non diritto, diritto di genti e di coscienza, non necessità sociale, e quindi istituzione sovrana. È il trionfo della democrazia, che abrogando le forme di ogni dispotismo inveterato e di ogni autocrate tradizione, ha allargata la sfera delle libertà pubbliche ed aperto nuovi orizzonti all'educazione del popolo: è con essa e per essa che la scuola si esplica e si diffonde come deduzione sperimentalmente logica della natura e della storia. La vita, la gloria, la virtù di un popolo sono riposte nell'unità organica della sua coscienza e del suo progresso: è questo l' ultimo postulato della scienza, è questo il contenuto dell'antica sapienza italica. Ed a noi spetta ora, con tutta la fede degli apostoli e la virtù di educatori, la sapienza de' secoli e i sacrifizî della nostra esperienza, tradurre in atto e continuare quanto la scienza e l'affetto hanno suggerito per la virtù dell'infanzia, e l'onore della società e della vita. È il sentimento della giustizia, che bisogna infondere nell'animo de' fanciulli, per avere il rispetto di quanto appartiene ugualmente a tutti, e questo non potrà essere sentito e nutrito, se nel loro spirito non sia intimamente e veramente educato il rispetto per se stesso. E questo deve sorgere spontaneo dal senso profondo della propria responsabilità nell'azione e manifestazione della loro volontà: essi debbono intendere e sentire tutta la gravezza, tutto il timore e tutta l'umiliazione dei rimproveri, delle pene, de' castighi, cui andrebbero incontro in ogni fallo ed errore, in ogni abuso e contrarietà a norme consigli e disposizioni di chi vigila la loro attività e le loro attitudini, e nel rifuggire quindi da tali occasioni di dolore e di vergogna balza e si rinvigorisce sempre più il lodevole sentimento del rispetto per se stesso. Chi è giunto ad elevare lo spirito a questa nobile virtù di sentire, non può, non sa concepire o meditare cosa, che possa offendere ciò, che è nel dominio e nel diritto di tutti, massime se conferisce all' utilità collettiva, sia nella natura che nell'opera dell'uomo. Rispetto significa considerazione e riguardo, stima e venerazione - e nella sua espressione di cura e di affetto palpita anche un senso recondito di tutela per quanto possa dimostrarsi verità, onore e giustizia. Moralità, dunque, ed amore: e i modi più convenienti per agevolare, nella pratica del piccolo mondo, la bontà de' costumi e il sentimento di fratellanza, l'abitudine dell'ossequio sincero e il senso sempre del rispetto per individui e cose, animali e proprietà, e, più ancora, per tutto ciò, che è di tutti e per tutti, sono il timore del castigo e la dimostrazione insieme, grata e diligente, della virtù e del bene, due fattori, indispensabili, che formano la coscienza e costituiscono il carattere. Il sentimento del diritto e del dovere è acquisito nello spirito dell'uomo - e ciò non può essere oggetto nè di equivoco, nè di contestazione, se si pensa che fino a quando l'anima umana non assurse alla serena ed austera entità di coscienza, la libertà, intesa nel suo senso più lato, non costretta da alcun vincolo, non limitata d'alcuna legge o rispetto, senza freno, senza soggezione e senza indirizzo, fatta per lo più di impulsi e di violenze, dovette nutrire e reggere ad un tempo ogni impressione, ogni atto ed ogni esplicazione della vita intima e sociale degli uomini. L'egoismo, innato, e spesso crudele ne' fanciulli, dev'essere sempre più temperato, costretto, e, quando si possa, soffocato dalla tendenza a veder negli altri noi medesimi, rispettare in essi quanto sentiamo di virtù e di onore, e considerare con la medesima oculatezza, riguardare con la medesima attenzione, attendere con la medesima premura, con cui curiamo le nostre cose e faccende, a quanto riesce d'utilità indistintamente a tutti, senza mai dimenticare ciò che la vita insegna in proposito ad ogni passo, come sia sterile il precetto, e riesca invece efficace e proficuo l'esempio. E l'esempio si deve attingere, potente e forte, dal mondo e nelle circostanze, in cui si vive e si imbatte, e farne, quindi, oggetto il locale e gli arredi scolastici, quanto cade sotto gli occhi e nelle mani dell'alunno in casa, nella scuola, per le strade, in campagna; rispettare, sempre e dovunque, il tutto religiosamente per la parte, sia pure infinitesimale, che ci spetta. Fa d'uopo profittare delle prime nozioni, che s'impartiscano agli alunni riguardo animali e piante, per istillare loro nell'animo tutta l'utilità de' primi, e proibire quindi tormentarli, tutta la necessità delle seconde, e impedire danneggiarle. Dal rispetto al proprio simile, nella persona e negli averi, bisogna man mano giungere alla tolleranza delle opinioni altrui, e parlando di tolleranza e di moderazione, di spirito di sacrifizio e di valore civile, si possono dimostrare quanti e quali siano i vantaggi di una leale ed onesta associazione e cooperazione per il bene della società, che è anche bene personale. E l'evoluzione del sentimento del rispetto si svolge parallela all'esperienza: se non si può trattare con lo stesso criterio educativo il fanciullo della montagna e quello della marina, il ragazzo del piccolo borgo rurale e quello della grande città, tanto più non bisogna trascurare ciò, che si può osservare direttamente per sostituirvi nozioni verbali di cose lontane o semplici norme teoriche, ciò, che si può vedere con gli occhi anzichè attraverso il libro: il fanciullo deve conoscere il suo mondo, e analizzarlo, deve esperimentare con i suoi sensi e la mente, arricchire la sua conoscenza sempre con metodo positivo, acquistare rappresentazioni vive e concrete della realtà, ed essere condotto all'ignoto per via di ciò, che gli è noto, sempre quando abbia dei forti punti di appoggio per le sue illazioni analogiche. - Noi - dice il prof. Fornelli nella sua Educazione Moderna - eravamo abituati a pensare ed a fare sempre col permesso di qualcuno o di qualche idea, che s'imponeva a noi di fuori la nostra coscienza; ora che crediamo poter fare a meno della licenza di questo fuor di noi, ci gettiamo alla corsa, come schiavi scatenati, senza pensare che il limite per noi ci dev'essere in ogni modo, e che se non lo si vuole al di fuori, deve essere al di dentro, nell'intimità della nostra coscienza. A tal prezzo la libertà ha un alto, un infinito pregio. Essa, intesa così come dev'essere, è espansione e limite, potenza e resistenza, progresso e conservazione, libertà insomma e responsabilità, ossia vero equilibrio della vita. Tale è l'ideale che noi abbiamo della vita moderna, ed a tale ideale noi desideriamo si conformi l'educazione delle nuove generazioni. Non dubitiamo che l'opera dell'educatore possa in avvenire essere condivisa dalle altre attività sociali; ma per ora intanto è necessario che si cominci dalla scuola, i cui buoni effetti saranno tanto più decisivi e comunicabili alla famiglia ed alle altre istituzioni, quanto più fortemente sarà compenetrata del proprio scopo e della necessità di fare gravi sforzi per conseguirlo. Egregi Colleghi, credo di aver abusato soverchio della vostra bontà e pazienza, e ve ne chiedo umilmente scusa: non ho avuto punto la velleità di dirvi cose nuove o peregrine, ho raccolto quanto ho potuto e saputo dalla mia esperienza e dalle mie osservazioni dirette, e mi affretto a sottoporre al giudizio illuminato ed alla saggezza della vostra critica le norme seguenti, concretizzate in periodo biennale, onde lasciar tempo e considerazione all' insegnante di apportare, lungo il periodo, tutte le modificazioni di indirizzo, che crederà, stimerà necessarie ed opportune nella sua coscienza di educatore: 1° biennio. Abitudini di gentilezza e di rispetto, ispirate, sorrette e stabilite con dolcezza di modi, virtù di esempi, sentimenti di bene e necessità di dovere; 2° biennio. Educazione dello spirito, con precetti pratici e nozioni sempre più distinte della vita e del mondo, in cui vive, fino a raggiungere la coscienza del rispetto di sè e degli altri, degli animali e delle cose, delle istituzioni e delle leggi; 3° biennio. Sviluppo ed esercizio del potere critico, servendosi di tutte le materie d'insegnamento, sempre con opportuni criterî di verità e di onore, di libertà e di giustizia, in modo da sollevare l'animo alla serena concezione del diritto e del dovere, e renderlo sicuro nella volontà, forte nel carattere. Il metodo d' insegnare, nelle sue relazioni con la vita, deve consistere appunto nel rendere l'insegnamento gradito, semplice ed utile, ritemprandolo, come ho detto innanzi, nell'esperienza e nell'osservazione. Da un complesso di cause e di fenomeni, che rappresenta il modo di essere e determina il grado di civiltà di un popolo, vennero a noi modificate le istituzioni, le leggi, i costumi, la vita intera, in una parola: ma non ha dato ancora al nostro progresso una unità, simile a quella che fa la grandezza delle altre nazioni. Ecco, appunto, perchè nell'educazione popolare i movimenti e le trasformazioni sono lente, e chi più si conserva fedele alle tradizioni, più è restio a riforme ed indirizzi, che lo inquietano e lo confondono. Dobbiamo perciò abbandonare gl'impeti febbrili, i risentimenti orgogliosi, le esagerazioni frenetiche in quelle tali riforme; se certe idee sono ragionevoli, la virtù, che più n affretta il cammino in mezzo agli uomini, è sempre la temperanza. A noi, sognatori impenitenti, a noi, che non abbiamo ancora una visione chiara, precisa, illuminata, del periodo che attraversiamo, e viviamo, come inoltre siamo sempre vissuti, metà ne' bisogni dell'oggi, metà nelle illusorie fantasie delle tradizioni, a noi è bisogno, necessità, mettere innanzi tutto, sempre più in intimo accordo le tradizioni secolari con le esigenze nuove del paese e dei tempi. Non è la forca di Oberdan o la Siberia squallida e triste, non la dinamite di Vera Zasulich, non il pugnale di Passannante o quello di Caserio, non il piombo sacrilego di Bresci, o l'orrenda tragedia di Belgrado, o la strage funesta del Portogallo, che fecondano e maturano la liberazione e l'educazione delle plebi contemporanee. I demagoghi di piazza ed i petrolieri potranno ancora, briachi di un'orgia nuova di scelleratezze e di sangue, demolire la colonna Vendôme, ma non riusciranno mai ad indirizzare le moltitudini verso una meta luminosa, a sollevare l'uomo alla pura coscienza del bene, e reintegrarlo, compiendolo, nell'unità dei suoi destini. Sono i maestri, che, risorti a vera dignità di educatori, possono e debbono muovere la società verso i fulgidi ideali della virtù e della vita: sono essi, massime i giovani, cui più che agli altri, sorride l'avvenire con tutte le seduzioni della speranza, che, col santo entusiasmo della carità e della fede, recano nelle mani, come l'antica Cerere, la mistica spiga, che deve rinverdire e ristorare la terra. Chi intende il contrario non valuta i tempi, disconosce il processo storico delle evoluzioni, e pensa, ed agisce a ritroso d'uomini e di fati. Melfi, 26 settembre 1912. PLASTINO VINCENZO




Pietro Gambacorta

I più facili, più utili e più dilettevoli esercizi di educazione fisica nel corso popolare. Tema svolto alle Conferenze Magistrali tenute in Potenza (dal 23 al 30 settembre 1912) Potenza, Tipografia Cooperativa La Perseveranza 1912

Egregi Colleghi, Avrei voluto che ad altri, non a me, fosse stato dato di riferire, con vera competenza scientifica, sul tema dell'educazione fisica; su questo argomento di vitale importanza che ancora oggidì trova non pochi tiepidi fautori nel campo dei misoneisti di ogni idea evolutiva che miri a conferire alla scuola la sua alta funzione educativa e sociale. Ma fu per ragioni di deferenza che il mio diniego cedesse ai ripetuti, cortesi inviti di chi oggi degnamente ci presiede ed a cui convergono i moti spontanei ed intimi del nostro cuore. Ma sarò io pari all'altezza del mandato conferitomi? Ne dubito. Però mi conforta il pensiero della comunanza d'intenti che qui ci sospinse, quella cioè di cooperare insieme, anche col minimo contributo della singola opera nostra, al conseguimento delle nobili finalità educative. In questa intesa, io mi accingo ad esporre le mie modeste idee; voi, selezionandole, saprete armonizzarle ed integrarle. Colleghi, Fatalmente oggi la vita è un convenzionalismo di usi, di costumi, di mode bizzarre foggiate a bella posta per infiacchire la fibra e snaturare gli organismi; la scuola, il più spesso, è sorgente di deficienza nello sviluppo fisiologico, di attitudini viziose, di cause predisponenti a serii malanni, derivanti da locali antigienici, da banchi irrazionali o da una educazione antifisiologica, perchè non coordinata alle modalità dell'attenzione e della resistenza della fatica cerebrale o basata su insegnamenti puramente mnemonici, che, atrofizzando la mente, isteriliscono il cuore. Conviene adunque che la scuola segna l'indirizzo nuovo che la società più evoluta reclama; che sia veramente la palestra in cui, fisiologicamente e psichicamente, si foggi il futuro cittadino, il futuro soldato d'una patria forte e temuta. Noi trascuriamo purtroppo la salute del corpo a grave discapito dello spirito. Eppure le nostre illustri tradizioni ci attestano quanto essa fosse tenuta in onore presso i nostri padri antichi. Io non farò la storia della cultura fisica: no, esorbiterei dal compito assunto. Dirò solo che la sua origine si perde nella notte dei secoli. Come essa, presso i popoli selvaggi, fosse esclusivamente diretta a rafforzare il corpo per acquistare le doti della combattività, e come, col volgere del tempo, subisse vario indirizzo, secondo la varietà delle razze, le ingenite disposizioni e tendenze o l'idea dominante dei popoli, voi lo sapete. Nè stimo consentaneo farne oggetto delle nostre discussioni. Ciò che c'interessa è il considerare che solo dai primi albori del secolo XVI cominciò a farsi strada l'idea di dare un maggiore impulso all'educazione fisica della gioventù; e così, alla luce delle idealità intraviste attraverso le dottrine di pedagogisti e filosofi, fu propugnata l'efficacia ch'essa esercita su tutte le attività umane. A questo concetto dello sviluppo psico-fisiologico noi c'informeremo. Tale coltura, tanto acquista la sua massima importanza, in quanto al rapporto intimo e costante esistente tra corpo ed anima, in guisa che trascurando l'uno, ne risente l'altra gli effetti deleterii. Ora, se l'educando è un insieme di energie intimamente associate ed ubbidienti a leggi determinate, perchè noi, sovente, o per fatalità di circostanze o per non piena consapevolezza della nostra alta missione, trascuriamo l'educazione fisica, come la parte men nobile della personalità umana? Noi, o egregi colleghi, non possiamo essere estranei alle teorie profondamente riformatrici del Morel Bénédict e del Lombroso Cesare, che, allontanandosi dalle idee dei liberisti, mettono per base di degenerazione e di perturbamento psichico tutte le cause che esauriscono o paralizzano, e ripongono nella costituzione dell'organismo i motivi dell'atto volitivo, illustrando così il determinismo fisiologico a cui la filosofia positiva moderna si ispira. Occorre adunque che nelle nostre scuole si assegni all'educazione fisica il posto che le compete, perchè anch'essa ha comune con le altre discipline la finalità educativa. Ma quali esercizi che, accompagnando all'utilità il diletto e la facile esecuzione di essi, mirano al conseguimento della duplice finalità educativa: cioè lo sviluppo armonico delle potenze fisiologiche e la rettitudine ragionevole e benefica dello spirito? Rispondo obiettivamente, basandomi sull'esperienza attinta dalla pratica diuturna dell'insegnamento e dalle prove raccolte durante la mia funzione direttiva. Ho potuto constatare che nel corso popolare i più semplici esercizi ordinativi (disposizione sur una o due righe - cambiamenti di fronte e di fianco - squadriglie) riescono graditi agli alunni quando non si eseguiscano sotto l'imperio d'un'autorità coercitiva, nè siano prolungati ed uniformi. Lo stesso dicasi degli esercizi elementari (piegamenti, slanci, circonduzioni, spinte e flessioni degli arti superiori ed inferiori, salti a distanza o in alto dalla pedana o con rincorsa). Occorre però che non siano così complicati da richiedere soverchio lavorio mnemonico. Non meno facili e dilettevoli riescono gli esercizi di marcia, di arrampicarsi su pertiche o funi, nonchè quelli di sospensione e di equilibrio sull'asse fisso. Però non si assoggettarono le adolescenti a certi esercizi che potessero offenderne il decoro. Accennati così a grandi linee i più facili esercizi adatti agli alunni del corso popolare, vediamo di ragionarne l'utilità. È risaputo che l'esercizio agisce favorevolmente sulla produzione del lavoro, sia fisiologico, sia psichico; che l'attività è minima all'inizio e che va progressivamente crescendo in intensità, finchè a grado a grado si rallenta. Ond'è che gli esercizi, per riuscire utili, occorre siano graduali, cioè che i più facili, come gli ordinativi e gli elementari, abbiano la precedenza sui meno facili, in guisa che l'attività corporale venga ad accrescersi verso la metà della lezione con gli esercizi di palestra o di corsa, per rallentarsi gradatamente verso la fine, impiegandola nell'esecuzione di qualche giuoco. Rifuggendo dalle complicazioni coreografiche o a base atletica, essi, quando abbiano carattere di continuità, riescono proficui per conferire all' organismo armonia di funzioni, armonia di forme, armonia di movimenti, ch'è quanto dire: salute, beltà, destrezza. La salute ci è data dall'aumento d'irrigazione del sangue nei muscoli, dal loro maggiore assorbimento di ossigeno ed emissione dell'acido carbonico; dall'accresciuta attività funzionale del cuore e degl'organi respiratori, nonchè dall'agevole funzionalità della nutrizione e del ricambio materiale. La bellezza è costituita dall'unità dell'organismo mirabilmente proporzionato e dal nobile portamento della persona; la destrezza è conferita dalla forza e dall'agilità che concorrono all'acquisto di attitudini capaci di farci ottenere dal minimo lavoro il massimo prodotto utile. E tutti questi tre coefficienti convergono a quell'armonia di corpo e di spirito che costituiscono il benessere degl'individui, la prosperità della patria e dell'umanità. Però occorre, come sapete, che tali esercizi non siano violenti, perchè, essendo in tal modo contrari alle leggi dell'organismo, danno origine a depressioni nervose, tormentano e distruggono, là dove conviene sollevare ed evolvere. Lo strapazzo muscolare produce gli stessi effetti funesti della cultura intensiva della mente, ossia dello strapazzo cerebrale, che violentando le leggi della natura, mena all' incapacità intellettiva ed associativa, ai disturbi nelle funzioni della vita, che si esplicano in fenomeni morbosi. Ho detto che lo strapazzo muscolare degenera e violenta; ma ciò non esclude la necessità di un po' di sforzo contemperato alla capacità degli alunni per superare certe difficoltà. Onde, se è condannabile quel processo metodico che, facilitando oltremodo, non aguzza l'intelletto, non intensifica alquanto l'energia cerebrale, è del pari condannabile quell'esercizio fisico che, escludendo ogni possibile sforzo per vincere una difficoltà o un ostacolo, mena a rendere l'uomo psico-astenico. Importa quindi la moderazione, il graduale allenamento, relativamente all' età degli alunni ed alle loro rispettive attitudini fisiologiche. Solo in tal modo avremo nei singoli esercizi di educazione fisica altrettanti opportunissimi, efficaci dinamogeni, i quali, sviluppando il sentimento di piacere e il senso di possanza personale, aumenteranno la cenestesia e vivificheranno quell'esaltazione della gioia vitale che accompagna ogni manifestazione ed esplicazione di attività e rapidità di movimenti. Questa salutare ginnastica dei muscoli, non disgiunta da quella per il raffinamento della vista, dell'udito e del tatto, concorre a perfezionare la mente. Poichè è assodato che per l'educazione fisica occorre l'impiego di energia, noi non possiamo farla seguire immediatamente ad altri insegnamenti, senza prima un conveniente riposo. Dimostrata l'utilità fisiologica degli esercizi di educazione fisica, dove rinvenirne l'utilità morale, l'educazione del sentimento che dev'essere la finalità precipua della scuola, come quella che costituisce il valore e la forza della personalità umana e mena al trionfo dell'aristocrazia dell'anima su quella delle caste? Ho visto alunni che, puliti nella persona e negl'indumenti, eseguivano con garbo e prontezza i vari movimenti comandati, esercitando in tal modo i sentimenti di pulitezza, urbanità ed obbedienza. Non basta: essi, armonizzando e coordinando quei movimenti a quelli dei compagni, gareggiavano con loro in precisione ed abilità; si andavano abituando all'ordine, all' esattezza ed a sentirsi avvalorati dal benefico influsso dello spirito d'emulazione. Un giusto rapporto imparavano a stabilire tra le loro forze e quelle degli altri, e quindi s'avviavano ai sentimenti di rettitudine, giustizia e riguardo, riconoscendo e stimando il merito di superiorità altrui. E il savio, vigile e preveggente educatore, sempre pronto a prevenire, dirigere, aiutare, ammonire, quante occasioni non trovava in quelle utili lezioni per alimentare affetti gentili, rinsavire qualche sventatello, frenare certe impulsività, chiarire un malinteso, riparare un torto o un dispetto, dissipare un broncio puerile, correggere certe vanità, certe invidiuzze facili a suscitarsi nell'animo degli adolescenti? Dunque, come vediamo, non è sterile di affetti, anche il campo dell'educazione fisica. V'è ancora un «nonnulla assai importante» che, dilettando, concorre allo sviluppo psico-fisiologico. Questo «nonnulla importante» che è estrinsecazione vitale, così del fanciullo come dell'adoloscente, è il giuoco educativo. I poeti, dall' Alighieri Dante al Parini Parini Giuseppe, cantarono l'incosciente istinto del giuoco infantile, riconoscendolo un bisogno naturale nell'esplicazione della vita; il Goethe Johann Wolfgang von ne riconobbe i vantaggi sociali e lo raccomandò ai giovani; i pedagogisti se ne valsero come mezzo di somma utilità educativa; noi del pari ce ne avvantaggiamo per l'educazione dei figli del popolo affidati alle nostre cure, senza tema di umiliarci, nella stessa guisa che Franklin Benjamin e Napoleone all'apogeo della loro grandezza non temerono di offuscare la loro gloria passando qualche ora lieta coi loro piccini. Che questo bisogno istintivo non sia solo caratteristica della prima età, ma anche della giovinezza e della virilità lo attesta la storia coi giuochi olimpici della Grecia, con le corse e gli spettacoli del circo della eterna Città dei Cesari, quando nella floridezza ed opulenza della Repubblica, l'animo, non ancora depravato, rifuggiva dalle lotte cruente dei gladiatori. Sulla complicata quistione del giuoco educativo varie e disparate considerazioni d'indole psicologica e pedagogica sono state fatte dal Kant Immanuel, dallo Schiller Friedrich, dal Bain Alexander, dallo Spencer Herbert; il Colozza Giovanni Antonio ha persino pubblicato un pregevole lavoro riguardante il giuoco infantile, lavoro suggestivo per noi, perchè ci conduce a considerare se gli elementi che contribuiscono a formare il giuoco per l'infanzia possano anche convenire a quelli dell'adolescenza. Pare, che anche per questa età debbano concorrere nella esplicazione del giuoco: un superfluo di energia, il funzionamento di parecchie attività non escluso l'elemento emozionale, la libertà nella scelta e nell'esecuzione. A prescindere che nell'adolescente è imperioso il bisogno d'impiegare una parte della sua attività sovrabbondante in qualcosa che lo diletti, impegnando coll'organismo l'attenzione, la memoria e l'immaginazione, prendiamo in seria considerazione l'elemento emozionale. È legge psicologica incontestabile che ogni sentimento è intimamente associato alla relativa manifestazione esterna. Onde un moto dell'anima dà origine alla sua corrispondente espressione al di fuori, nello stesso modo che un gesto di tenerezza o d'impazienza dispone ad uno stato affettivo che ha intimo e costante rapporto con quello. Ond'è che nei giuochi atti a suscitare sentimenti buoni, abbiamo i migliori coefficienti per l'educazione della vita affettiva e morale. Io non ho mai lasciato gli alunni arbitri della scelta dei giuochi di qualsiasi genere, giacchè avrebbero potuto fare oggetto di trastullo ciò che per altri costituisse un tormento. Gli è perciò che noi vagheggiamo la libera scelta fra giuochi ginnici, essenzialmente educativi, ovvero fra quelli che sono la libera, spontanea creazione dell'anima dell'alunno, purchè eseguiti sotto la vigilanza del maestro che sappia conciliare la libertà con la finalità del divertimento. Qualunque altro giuoco non corrispondente a questi criteri potrebbe avere indole e forma di pervertimento morale. Di qui la necessità delle istituzioni prescolastiche e poscolastiche, che, intrattenendo gli alunni in geniali esercizi fisici, concorrono all'educazione dell'unità del loro spirito, li proteggono dall'azione deleteria dell'abbandono e del vizio e li guidano fino all'età in cui la ragione si afferma e l'educando acquista la forza inibitrice interna. Un elenco dei giuochi con le relative spiegazioni è pubblicato nel Bollettino ufficiale del Ministero della P. I. del 30 novembre 1893. Fo voti che se ne pubblichino esemplari per uso degl'insegnanti, cui stimo conveniente lasciare la scelta dei vari giuochi, ai quali altri potrà aggiungere di carattere regionale, in rapporto alle occupazioni prevalenti. Io consiglierei anche giuochi che servissero di avviamento alle arti ed ai mestieri, o puramente sportivi, mirando sempre ad equilibrare l'energia muscolare coll'energia nervosa, a fortificare la volontà con l'osservazione, la risolutezza, lo spirito d'iniziativa, di padronanza di sè stessi, di solidarietà e di collaborazione; doti tutte che concorrono alla formazione del carattere personale e nazionale. Di quanta utilità, di quanto diletto non sono alimentatrici le escursioni scolastiche, sia che si svolgano per liberi pianori, sia per luoghi alpestri, ove, ascendendo, l'anima si estolle dal pelago delle umane passioni, sia per le nostre spiagge ricche di dolci memorie? Chi di noi, fra le alternative di soddisfazioni e di amarezze, derivanti dalla funzione educativa, non ha sentito talora rivivere i giorni lieti dell'adolescenza, trascinato dall'onda di gaiezza de' suoi alunni, che, festanti nell'amenità della campagna e pulsanti di vita, salutavano in mille manifestazioni di giubilo quella luce, quell'aria pura, di cui la società crudele suole privarli, condannandoli a vivere in locali angusti, malsani e sovente indecenti? L'impero libero della campagna, da cui vaporò l'arcana ispirazione che dettò a Teocrito gli idillii soavi ed a Virgilio i canti sublimi delle Georgiche e delle Egloghe, può anche suscitare un palpito in noi e nei nostri discenti. I vasti orizzonti, le grandezze della natura dispongono l'animo dei nostri alunni all' ammirazione, nella stessa guisa che un campo promettente un dovizioso ricolto, vale a comprenderli d'un sentimento di riconoscenza verso l'onesto e laborioso agricoltore che nell'usato lavoro santifica un dovere. Pur ammettendo che gli adolescenti affidati alle vostre cure amorevoli non avessero ancora acquistato l'abito all'investigazione, che non sapessero trarre occasione dal mondo circostante per esercitare le loro attività, sia intellettive, sia volitive, quante volte voi, o egregi colleghi, non traeste partito dalle più piccole cose per suggestionarne l'animo con la vostra parola animata, palpitante, colorita? Chi può dire in quanti modi voi sapeste spiegare la vostra opera proficua durante le passeggiate istruttive? Niente di più facile che la vista dei ruderi d'un castello v'abbia porto il mezzo d'associare nella mente degl'educandi l'età presente, radiosa di civiltà, col passato tenebroso, quando nel bel cielo d' Italia imperversavano i membi del barbarismo medioevale. Niente di più facile che alla vista di alberi annosi voi abbiate fatto risalire a più alte considerazioni i vostri alunni, trasportandoli con la mente ai secoli andati, quando con la materia prima ricavata dai tronchi delle piante alboree si costruirono le famose galee, le navi turrite che da Roma salparono per la conquista del mondo. E continuando in queste considerazioni voi, senza dubbio, li avrete guidati a riflettere come oggidì, costruiti dello stesso materiale fornitoci dalle foreste, mille e mille bastimenti mercantili solcano gli oceani, approdano ai più remoti lidi dell'orbe, affratellandoci ad altri popoli, diversi per lingua, per costumi, per origini; che senza il legno delle piante alboree non avremmo presentemente la nostra poderosa flotta che, con sublime eroismo, consacra alla storia una pagina gloriosa, là negl'inospiti lidi ove un dì spiegarono l'ali dominatrici le invitte aquile latine. Non meno dilettevoli, ma molto più efficaci delle escursioni, dal punto di vista fisiologico, trovai le passeggiate scolastiche, durante le quali, mentre nell'immagine reale delle cose lo spirito degli alunni trovava il più sano alimento per costruire altre immagini e su esse formare concetti e ragionamenti, le loro energie fisiche venivano ad esercitarsi più direttamente per via di marce, evoluzioni, corse e giuochi naturali. E l'efficacia traspariva nella giocondità dei volti, sia durante l'esecuzione, sia nel tempo della ricreazione, quando, rotte le file, andavano fra loro raggruppandosi in mezzo ad un vocio, sommesso e confuso dapprima, poi più distinto, animato, incalzante; tra un succedersi di gesti, di atti più o meno cortesi, più o meno accentuati. Anzi era questo il momento più importante dal punto di vista psicologico e pedagogico, momento in cui l'educando esplicava la sua libertà, rendendosi responsabile delle proprie azioni, mentre a me nulla sfuggiva per studiare le disposizioni naturali degli alunni, per poi eccitarne le potenzialità inerte e tardive, frenare e dirigere le impulsive, correggere gli atti sgarbati e le tendenze cattive, strappare nella cordiale confidenza mille ingenue rivelazioni che costituivano dati importanti su cui basare l'educazione. È appunto nel razionalismo della scuola moderna la caratteristica più notevole, perchè, a differenza dell'empirismo della vecchia scuola, basa l'azione educativa sulla conoscenza delle peculiarità individuali fisio-psichiche dell'educando, per prepararlo al vivere civile ed indirizzarlo a concepire un ideale etico sociale d'una società più progredita. L'esperienza mi ha dimostrato che, durante le passeggiate, non è raro il caso di denotare esempi di coraggio che suggestionano gli alunni più timidi e paurosi, ritemprandone gradatamente l'animo a questo nobile sentimento che spinge agli atti edificanti di valore e di abnegazione. Gli esercizi di marcia, di corsa, di evoluzioni, nonchè alcuni giuochi speciali, mentre ravvivavano l'energia fisica de' miei alunni, alimentavano in loro il sentimento della collettività, dell'ordine e dell'obbedienza e per associazione d'idee ne trasportavano l'animo a considerazioni d'indole più elevata: al nostro soldato che per dovere e per sentimento serve la patria e pugna sui campi della gloria e dell'onore. Purtroppo qualcuno, invaso da grave eccesso di sentimentalismo cosmopolitico, si opporrà al ridestarsi di certi sentimenti associantisi con la fierezza maestosa del soldato e coll'orrore della guerra, flagello dell'umanità. Noi rispondiamo, se devonsi abolire certi esercizi ginnastici che potessero dare questi effetti, dovremmo per altro bandire dalle nostre scuole l'insegnamento della storia, che tanto contribuisce al culto d'amor patrio. Noi vagheggiamo l'idea della fratellanza umana, ma al disopra di questa deve imperare l'educazione nazionale, e la nobile figura del soldato deve rappresentare la forza tutelatrice della pace universale. L'intiepidito sentimento della nazionalità aveva strappato dal cuore dolorante del D'Azeglio Massimo quella grave espressione a noi ben nota: « L' Italia è fatta, bisogna fare gl'Italiani. » Ma ora che i tempi son mutati ed il sentimento del patriottismo ha avuto un'affermazione così compatta, fruttificando tanti eroismi, a noi incombe il dovere di vivificare sempre più il culto della patria, sia cogl'insegnamenti, sia coi giuochi e con gli esercizi ginnici, sia coi canti educativi e cogl'inni patriottici, saturi di sentimento, fecondi d'entusiasmo, come quelli che dalle spiagge italiche, un dì risonanti della venusta lirica ellenica, si ripercossero nei cuori anelanti di libertà e diedero gli slanci più nobili ai martiri gloriosi, agli eroi omerici della nostra redenzione. L'anima travagliata del Leopardi Leopardi Giacomo che langue sotto l'imperio d'un corpo deformato pel colpevole abbandono in cui fu lasciata la sua educazione fisica, ci ammonisca. In alto i cuori! Nel nostro apostolato si sintetizza la forza, la redenzione radiosa, l'egemonia della nostra patria gloriosa. NORME. 1a Gli esercizi di educazione fisica, regolati dalle leggi dell'igiene, siano facili, si eseguiscano sempre fuori dell'aula scolastica e, il più possibile, all'aperto. 2a Tra il lavoro cerebrale e l'esercizio muscolare si frapponga un po' di ricreazione, acciocchè l'energia nervosa non continui ad esaurirsi. 3a Gli esercizi ginnici abbiano carattere di continuità e di graduale allenamento, relativamente all' età degli alunni, alle loro rispettive attitudini fisiologiche ed alle condizioni psichiche. 4a Si badi altresì all'educazione della vista e dell'udito per modo che dall'immagine reale e precisa delle cose lo spirito dell'alunno trovi il più sano alimento per costruire altre immagini e con queste formare concetti e ragionamenti. 5a Si lasci libera scelta fra i giuochi ginnici eminentementi educativi o di carattere regionale o sportivi o d'avviamento alle arti ed ai mestieri. 6a L'educazione fisica, oltre allo sviluppo armonico dell'organismo, miri al raffinamento del gusto estetico ed alla formazione del carattere personale e nazionale, fortificando la volontà coll'osservazione, la risolutezza, lo spirito d'iniziativa, di padronanza di sè stessi, di solidarietà e di collaborazione. 7a Si preferiscano le passeggiate ginnastiche e si vivifichino, insieme con gli affetti nobili, il culto della patria, mercè canti educativi ed inni patriottici, saturi di sentimento e fecondi d'entusiasmo.




Costantino Zappella

Relazione letta nel corso delle conferenze magistrali svoltosi a Melfi dal 21 al 28 settembre 1912 sul tema "Che cosa deve fare il maestro per assicurare l'assidua frequenza degli alunni alla scuola" Melfi, Tipografia Di Antonio Liccione 1912

SIGNORI, Le lagnanze, che muovono i 60 mila maestri sparsi nelle popolose città e nei villaggi d' Italia, sono: che non tutti gli alunni obbligati frequentano la scuola; che il numero degli alunni frequenti alla fine dell'anno è molto inferiore a quello degl'iscritti; che molti alunni pur frequentando la scuola fanno molte assenze, per cui il numero dei promossi è relativamente scarso rispetto ai frequenti. Ciò vuol dire che molti alunni non s'iscrivono per nulla alla scuola, e formano la piaga dell'analfabetismo; molti altri l'abbandonano definitivamente durante l'anno scolastico, e molti altri infine colle numerose assenze non sono in grado di superare la prova finale. Tali inconvenienti sono rilevati non solo dai direttori didattici e dai regi ispettori scolastici nelle loro relazioni, ma altresì vengono confermati dalle statistiche. L'onorevole Callaini Luigi nella relazione sul bilancio della pubblica istruzione per l'anno 1912-913 afferma che nell'anno 1907-908 frequentarono le scuole pubbliche elementari 3.002.168 alunni, e le scuole private 148.081. Cifra notevole senza dubbio, dice il Relatore, ma insufficiente di fronte alla popolazione scolastica che ascende a circa 5 milioni di fanciulli. Considerando nel numero dei frequenti anche gli alunni delle scuole private, si ha una percentuale del 63%, cioè di 100 alunni obbligati, 63 frequentano le scuole e 37 non le frequentano. E calcolando dalle numerose scuole aperte in quest'ultimo quadriennio l'incremento della popolazione scolastica, si ha che la percentuale non ha potuto salire oltre il 67 o il 68 %. Nelle scuole di Melfi, nell'ultimo quinquennio, il numero dei frequenti rispetto agl' iscritti oscillò fra il 79 e l'84 %, ed il numero degli approvati tra il 45 ed il 65 %. In una delle scuole di Napoli oscillò fra il 73 e l'80% il numero dei frequenti, e fra il 45 ed il 65% il numero degli approvati. Zeni Carlo, Direttore generale didattico delle scuole di Alessandria, nella visita che fece nel maggio dell'anno scolastico 1908-909 alle scuole rurali, trovò che in alcune gli alunni presenti rappresentavano l'80% degl'iscritti, in altre il 60% ed in altre perfino il 50%. Ciò che lo Zeni dice per le scuole rurali di Alessandria si può anche dire, con poche variazioni, di tutte le scuole rurali d' Italia, tanto più che nelle campagne alessandrine la miseria non c'è come in moltissimi altri luoghi. Quali le cause di questo desolante spettacolo? Per gli alunni che non s'iscrivono alle scuole e per quelli che definitivamente l'abbandonano durante l'anno, le cause principali, se non uniche, sono due: mancanza di coscienza scolastica; condizioni economiche del luogo. Difatti la percentuale degl'iscritti rispetto agli obbligati è minore nelle regioni non troppo evolute, come la Calabria, la nostra Basilicata, la Sardegna, la Sicilia e parte dell' Abruzzo; è maggiore in quelle più evolute, come il Piemonte, la Lombardia, l' Emilia, il Veneto, la Toscana. I genitori poveri, che possono ritrarre un utile dal lavoro dei loro figli, o non li mandano addirittura a scuola, oppure li fanno disertare con molta facilità per mandarli ad un' arte o ad un mestiere. E ciò è confermato dal fatto generale che nelle scuole maschili la percentuale che si assenta definitivamente è maggiore che nelle femminili; nelle scuole rurali e nei centri urbani di terza classe varia pochissimo tra le classi inferiori e le superiori, mentre nelle scuole delle città la percentuale delle scuole frequentate da alunni di 12 e più anni è di gran lunga superiore di quelle di alunni di un'età inferiore. «Ogni anno, nelle scuole di Milano, si lamenta il fatto che appena compiuti i 12 anni, molti alunni abbandonano la scuola qualunque sia la classe che frequentano per recarsi al lavoro, anche se mancano alcuni giorni al termine delle lezioni » ( Pecorini Aldo, Tra Scuola e Casa, pag. 24, Edizione Signorelli). Le ragioni sono chiare: generalmente il lavoro dei fanciulli è più proficuo di quello delle fanciulle; nei Comuni rurali possono a qualunque età essere adibiti ad un mestiere; nelle città, in cui si fa osservare la legge sul lavoro, debbono aspettare che completino i 12 anni. Per gli alunni poi che non frequentano assiduamente la scuola durante l'anno, senza però abbandonarla definitivamente, di cui è proprio oggetto il tema, le ragioni sono molteplici: alcune generali ed altre speciali; alcune dipendenti direttamente dall'insegnante ed altre non dipendenti direttamente; alcune intrinseche (direbbe qualche pedagogista) ed altre estrinseche dalla volontà dell'allievo. Le cause generali non dipendenti direttamente dall'insegnante sono: 1. Locali scolastici ed arredamento; 2. Coscienza pubblica scolastica; 3. Condizioni economiche delle famiglie; 4. Istituzioni sussidiarie. Le cause speciali, che dipendono direttamente dall'insegnante, sono: 1. Bontà del maestro; 2. Metodo; 3. Rapporto tra maestro e genitori; 4. Altri mezzi ed altre istituzioni sussidiarie. era regni Locali scolastici. = Fatta eccezione delle scuole delle principali città, come Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, e di altri paesi, i locali scolastici di tutta l' Italia non rispondono allo scopo. Poche sono le mediocri, molte le umide e malsane, pochissime le buone ed adatte, quasi nessuna rispondente alle esigenze igieniche e pedagogiche. L'articolo 346 della legge Casati, che in qualche modo facilitava ai Comuni la costruzione ed il mantenimento degli edifici scolastici per sussidi che ottenevano dalle Provincie, rimase completamente lettera morta. Nè l'altra pubblicata dal Governo fin dal 15 luglio 1900, che autorizzava la Cassa depositi e prestiti a concedere mutui ai Comuni per facilitare di molto la costruzione degli edifici scolastici, riuscì a scuoterne l'apatia. Che dire poi dell'arredamento? In moltissime scuole i banchi sono ancora preadamitici, a tre, a quattro, a cinque posti, dove gli alunni stanno insardellati. Le pareti o sono nude, sporche e polverose, oppure coperte da carte geografiche scolorite e ammuffite dall'umido. Dello stato miserando delle nostre scuole s'impressionò anche l'animo del sommo poeta Giovanni Pascoli. «Volete fare un monumento a Colombo? Fate una scuola, così egli scrive ai suoi concittadini di Berga. Fate una scuola, una almeno per ora, dove i bimbi dei nostri americani possano educarsi ed istruirsi e divenire simili a gli altri bimbi, figli degli americani veri, a quei bimbi così bravi, forti e gentili che i nostri emigrati guardano là, nella terra dell'esilio e del lavoro, con una stretta al cuore, pensando ai propri lontani che vanno treppicando coi zoccoletti a scuola in una stamberga». Con queste scuole e con questi arredamenti come si può pretendere che l'alunno le frequenti assiduamente? Chi oserà rimproverarlo o punirlo quando invece di entrare in quelle prigioni per restare pigiato fra i banchi e respirare aria mefitica, preferisce girare pel paese o sgambettare e fare capriole nei campi? La scuola per attirare il fanciullo dev'essere grande, ben aerata, soleggiata, con palestra coperta e scoperta per gli esercizi di ginnastica, con cortile per la ricreazione, giardino più o meno ampio per le lezioni di botanica, salone per la refezione e la ricreazione, sale da lavoro, sale da bagno. Le aule debbono essere abbellite da carte murali, da quadri di scene domestiche e campestri, da quadri di storia naturale, da carte geografiche e quadri storici e da un museo oggettivo. La scuola, dice Badaloni, dev' essere palestra, tempio, giardino, museo. E all'esterno? Chi viaggia nella Svizzera, dice Nisio Girolamo, può essere certo che nella città l'edifizio, il quale ha tra gli altri un prospetto monumentale e magnifico, e nei villaggi la casa più decente e meglio situata, è destinata all'istruzione del popolo (L'istruzione primaria e normale nella Esposizione nazionale svizzera del 1896 in Ginevra. ). «In quelle graziose e ridenti città della libera Elvezia, soggiunge l'Ispettore Ciarla Guglielmo, veramente l'edifizio scolastico rappresenta il monumento moderno più grandioso e più imponente». Con questa specie di edifizi gli alunni divengono più assidui, più docili, più affezionati alla scuola, più attenti al loro dovere. «Tempo verrà, disse Nasi Nunzio nel 1903, che in ogni comune non manchi un altro grande edifizio, simbolo e centro della società civile, augurio di ogni fortuna per la Patria, segno evidente della sua missione, forma più bella e simpatica del lavoro umano da scorgersi e distinguersi subito fra le altre: l'edifizio scolastico». Ed io aggiungo che questo ben augurato giorno verrà subito, sia perchè la legge Credaro, oltre ad aver facilitato di molto il compito ai Comuni per ciò che riguarda la spesa, li ha resi obbligatori, e sia perchè il Governo non può più far da sordo ai gridi di protesta di milioni di padri che domandano: Che fate della salute dei nostri figli? Perchè li fate ancora stare in quei luoghi d'infezione che sono lo mediocre e le pessime aule scolastiche? Non vedete a quanti mali vanno soggetti i nostri fanciulli? Non leggete le risultanze dei medici e degl'igienisti, che fanno inorridire quando affermano che le malattie che affliggono i nostri bambini, come la miopia, l'anemia, la deviazione della spina dorsale, la nevrastenia e l'incremento alla tubercolosi si debbono in massima parte alla scuola ed agli arredamenti? Coscienza pubblica scolastica . In Italia, è doloroso il dirlo, non s'è ancora formata una coscienza pubblica scolastica. È vero che da un decennio a questa parte, per le ripetute conferenze pedagogiche, per i continui congressi magistrali, vper la propaganda fatta da veri apostoli dell'istruzione, per le leggi ed i regolamenti che si sono pubblicati, per i provvedimenti speciali presi pel Mezzogiorno e per la nostra Basilicata, molto cammino s'è fatto, ma molto resta ancora a fare. «La famiglia non ha ancora un concetto esatto della scuola. Essa non è ancora consapevole dell'importanza del sapere e considera l'istruzione, anche quando invia i figli a scuola, non già come una ineluttabile necessità, un dovere di tutti, ma come un lusso, un di più di cui si può fare benissimo senza» ( Pecorini Aldo, Tra scuola e casa). In molte città e in moltissimi paesi, specialmente del Mezzogiorno, la scuola è l'ultimo pensiero, ed è considerata soltanto come un luogo di ricovero durante le giornate rigide dell'inverno, o quelle piovose di altre stagioni. Ora urge che questa coscienza si formi, cioè che le famiglie si convincano dell'opera amorosa del maestro e degli sforzi che fa perchè i loro figliuoli divengano buoni, amorevoli ed ottimi cittadini. È necessario perciò una maggiore propaganda; una propaganda che sia rivolta non ai soli maestri, ma al popolo; che si faccia non dai soli giornali didattici, ma anche dai politici; non dai soli organi professionali, ma dalle organizzazioni operaie, dalle associazioni di qualunque natura, promovendo e favorendo utile diffusione di opuscoli, di conferenze e di congressi pubblici. Ed a questo riguardo una sincera lode sento di dover tributare a S. E. Credaro per aver indette le presenti conferenze che sono una vera propaganda in pro della scuola e dei maestri. E con animo lieto debbo anche aggiungere che quest'anno quasi tutta la stampa politica (ed in modo speciale il «Giornale d'Italia » il «Mattino» e la «Tribuna ») prende viva parte a tutti i dibattiti scolastici. Condizioni economiche delle famiglie. - Questo fattore che è, come ho detto, la causa principale per cui gli alunni o non s'iscrivono alla scuola o l'abbandonano completamente durante l'anno, è una delle tante cause per quelli che fanno delle numerose assenze. Come si può pretendere che un fanciullo scalzo si rechi a scuola quando c'è la neve? Come può venire a scuola nelle giornate rigidissime d'inverno un fanciullo vestito d'està? Come si può pretendere che un fanciullo, il quale non ha potuto ottenere la colezione, si rechi a scuola? Come si può pretendere che un genitore povero, che deve mandare il carro alla stazione, o l'asino in campagna, o la mucca a pascolare, o portare il pane ai clienti, non adibisca il proprio figliuolo anzi che spendere soldi che non ha? Quante volte, alcuni giorni prima delle feste importanti, gli alunni poveri si assentano perchè debbono guadagnare i pochi soldi promessi dai capi di bottega, dove essi apprendono i mestieri? Quante volte, nelle scuole rurali specialmente, durante l'epoca dei lavori campestri di una certa importanza, le scuole restano spopolate perchè gli alunni aiutano le loro famiglie? E che dire poi di quelli che hanno l'eroismo di frequentarle? Si resta spiacevolmente impressionati, dice l'Ispettore Ciarla Guglielmo, dello stato miserando dei poveri alunni: i vestiti a brandelli, le guance pallide, i corpicini stecchiti. Più del pane dell'intelligenza, essi avrebbero bisogno del pane dello stomaco. Per rimediare a questo inconveniente è necessario che vengano in aiuto le Istituzioni sussidiarie. = La legge del 15 luglio 1877 (dopo la prima sull'istruzione pubblica del 13 novembre 1859) che sanciva l'obbligo della frequenza, dava alla scuola un notevole impulso, ricordando agli Italiani come l'istruzione sia una necessità per un popolo che voglia far seguire il riscatto morale a quello politico. Però non raggiunse il fine che il legislatore s'era proposto per molte e complesse ragioni, e specialmente perchè non aveva badato alla questione economica della massima parte della popolazione italiana. «Oramai è scientificamente provato l'unità delle forze fisiche e delle forze mentali; identiche sono le ceneri sia nella fatica muscolare, sia in quella cerebrale; nell'una e nell'altra vi è sempre consumo di forza nervosa. È un delitto perpetrato a danno della razza umana quello di costringere i miseri fanciulli giacenti nell' inopia continuare a tormentare il cervello per avere lampi d'intelligenza, che consumano più sollecitamente le scarse energie del corpo infiacchito. Se non alimentiamo col nutrimento necessario il calore indispensabile al funzionamento della macchina umana, noi avremmo l'esaurimento precoce dell'organismo; in tal caso è opera più generosa chiudere le scuole e far vivere i miseri figli del popolo nelle strade e nei campi » (ZENO, insegnamento pratico, pag. 205-6). Il censimento dell'anno 1881, avendo accertato che nel nostro paese esistevano in media 62 analfabeti per 100 abitanti da sei anni compiuti in su, fece capire che la legge restava lettera morta non ostante le pene comminate. I filantropi si commossero e pensarono di venire in aiuto alla gente povera anche economicamente colla distribuzione di libri, quaderni, abiti, scarpe e cibo; e contemporaneamente per non far stare gli scolari nelle strade pensarono di tenerli occupati prima e dopo la scuola. Quindi a Milano sorsero i conservatorî per la puerizia, gli asili rurali, gli educatori e la cura climatica gratuita; a Roma gli educatori, la pia opera degli ospizi climatici in collina; a Torino le colonie alpine, gli educatori, le stazioni scolastiche estive; a Napoli l'Istituto Casanova pei fanciulli usciti dall'Asilo, l'Istituto Pio Suor Orsola Benincasa, l'Associazione Democratica, il Ricreatorio intitolato « Garibaldi Giuseppe e Caracciolo Francesco ». E il Governo? Il Governo in un primo momento parve ridestarsi, ma passato poco tempo tutto rimase come prima. Se era sollecito a votare nuove spese per migliorare altri servizi dello Stato, inforcava le lenti dell'avaro quando guardava la povera scuola elementare. L' Italia, la vantata maestra delle genti, continuò ad adagiarsi neghittosa sull'ultimo gradino nella. scala dell'istruzione dei popoli progrediti (Nella leva di terra del 1901, sopra ogni 100 coscritti, la Svizzera dava di analfabeti 0,05, la Germania 0,19, l' Olanda 2,30, la Francia 4,32, il Belgio 12,38 e l' Italia 32,61. ). Ma, quando una gloria della nostra Provincia, il compianto Emanuele Gianturco, andò a reggere le sorti della pubblica istruzione, il suo primo pensiero lo rivolse alla scuola elementare, e con circolare dell'8 aprile 1897 raccomandò la istituzione dei Patronati a pro dei fanciulli poveri. Tutte le città e molti paesi risposero all' invito, e Melfi fondò anche nel 1898, per opera del defunto Ispettore scolastico D'Amico, il Patronato Scolastico per fornire agli alunni poveri libri, quaderni, abiti, calzature. Poi nell'anno scolastico 1901-902 fu data anche la refezione calda nei mesi d'inverno a più di 70 alunni. E mentre in tutta l' Italia ferveva il movimento in pro della scuola, venne opportunamente la legge Orlando del 1904, che ne ribadì l'obbligo, estendendolo a tutte le classi nei Comuni dove esistevano. E per ottenere l'adempimento, da una parte comminò altre pene e dall' altra assicurò il concorso del Governo nella spesa e la beneficenza comunale e privata. Migliorò ed aumentò di 3 mila il numero delle scuole serali e festive, istituì la 6a classe, e dette due finalità alla scuola primaria col termine in 4a classe, cioè preparazione alle scuole medie e istruzione popolare. Questa legge conseguì migliori effetti di quella del 1877, sia perchè le condizioni economiche dell' Italia erano migliorate, e sia perchè i nostri lavoratori, avendo fuori della Patria imparato ad apprezzare il valore dell'istruzione, ora inculcano alle loro famiglie di far frequentare le scuole ai propri figliuoli. Essendosi poi fondati in altre città i ricreatori, Melfi non volle essere ultima nella gara generosa, e il 15 febbraio del 1908 il Consiglio d'Amministrazione del Patronato, incoraggiato dall' Ispettore del tempo e dal Direttore didattico signor Colucci Alfonso, fece aprire un ricreatorio, che era stato ideato fin da quando nel 1898 era avvenuta la fondazione del Patronato. In tale anno non solo si dette agli alunni poveri la refezione nei mesi invernali, ma si distribuirono libri, abiti, scarpe e si fece funzionare il ricreatorio nei giorni feriali e festivi con l'assistenza di tutti i maestri per turno. Tale istituzione ebbe poi nuova vita e maggior vigore nell'anno scolastico 1909-10 per opera dell' Ispettore scolastico signor Ciarla Guglielmo e del Direttore didattico signor Bergamasco Michele. Si istituì anche la fanfara con abito e berretto uniforme; si somministrò agli alunni poveri la refezione, ed il ricreatorio, per unità d'indirizzo, di responsabilità e di andamento, fu affidato al collega Franciosa, il quale vi attese con zelo ed assiduità. L'anno testè decorso poi, il ricreatorio, affidato nuovamente al collega Franciosa, si è messo alla pari di quelli delle principali città d' Italia. Questa benefica istituzione fece aumentare il numero degli alunni riguardo alla iscrizione, alla frequenza ed agli approvati. Difatti, mentre nel 1906-907 il numero degli iscritti era di 993 coll'80%, di frequenti ed il 50% di approvati, nel 1907-908 il numero degl'iscritti sali a 1190 coll' 81 % di frequenti ed il 53% di approvati, nel 1908-909 il numero degl'iscritti fu di 1275 coll' 84% di frequenti ed il 58% di approvati, e nel 1909-10 e 1910-11 il numero degli iscritti salì a 1286. Ed ora esamino le cause che dipendono direttamente dal maestro. Prima fra esse parmi che sia la Bontà del maestro. = Chi era costui? «In altri tempi, diceva la insigne pedagogista Pape-Carpantier Marie, viveva un uomo, un tipo ridicolo e temuto, che si chiamava il maestro di scuola. Quest'uomo, motteggiato da tutti, era meritevole della sua sorte, perchè era colpevole di un gran delitto: non amava punto i fanciulli. Egli era il mercenario delle famiglie, il gran sacerdote delle vecchie pratiche, il tormentator giurato dei ragazzi. Egli faceva le lezioni di cose col bavaglio, la lingua rossa, il vestito di penitenza e l'obbrobriosa testa d'asino. Egli pretendeva coll'aiuto della sua sferza di assoggettare quelle anime ingenue, create da Dio per le espansioni libere e naturali della loro età; voleva tenere imprigionati quei giovani spiriti, che Dio spinge per tutte le vie in cerca del vero; e si compiaceva dell'opera sua quando era giunto ad infondere il timore dove era necessario l'affetto, il disprezzo dove era necessario il rispetto. Quest'uomo ora è morto, è propriamente morto, Dio abbia pietà dell'anima sua» (Conferenza fatta nel 1867 alla Sorbona di Parigi.). Ed il nuovo maestro? Il sommo poeta Giovanni Pascoli chiama il maestro il cittadino che sente d'avere con la città più intimo nesso di cittadinanza; l'uomo in cui è più di umanità. E poi esclama: Fossi io stato e fossi anche tuttora maestro! Il buon De Amicis nel suo prezioso libro: Cuore fa dire da un padre al figlio: «Rispetta, ama il tuo maestro, figliuolo! Amalo perchè tuo padre lo ama e lo rispetta, perchè egli consacra la vita a tanti ragazzi che lo dimenticheranno; amalo perchè ti apre e t'illumina la intelligenza e ti educa l'animo. I maestri sono come i padri intellettuali dei milioni di ragazzi che crescono con te. Amalo sempre. E pronuncia sempre con riverenza questo nome maestro che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo ad un altro uomo». Oh! quanto diverso il nuovo dal vecchio maestro! Se il buon maestro fa buoni gli alunni, l'amore è il primo elemento che si richiede in fatto d'educazione. Senza di esso si può essere abili e bravi fin che si vuole, vi sarà antinomia, non armonia tra il fine dell'educatore e gli effetti dell'opera sua. Un insigne prelato francese disse: Il fanciullo è un uomo che rinasce, la patria che si perpetua, il rinnovamento dell'umanità nel suo fiore. Non è vero che per influire sul fanciullo, per vedere dentro nell'anima di lui bisogna amarlo e sentire la felicità di essere amato? State dinanzi ad un fanciullo, ammonisce il Tommaseo, come dinanzi ad un angelo con riverenza lieta. «Il mezzo migliore per rendere affettuoso il fanciullo, dice il Compayré, è quello di essere affettuoso con lui. L'amore nasce dall'amore, l'anima s'apre e s'abbandona all'affezione che le si dimostra. Circondato da persone buone, miti, benevoli, avvezzato ad essere obbietto d'indulgenza e di amore, il fanciullo diverrà naturalmente mite e dolce. La bontà di cui avrà provato gli effetti, imparerà a sentirla». Il maestro dev'essere buono, affettuoso, gioviale; deve ispirare fiducia ed acquistare autorità, essere loro d'esempio affinchè si rispecchino in lui. L'esempio è tutto. La maggior parte degli uomini, dice Plutarco, senz'avvedersene prende impressione dai costumi e dalla vita altrui. E poichè il fanciullo per sua natura è inclinato ad imitare, gli saranno di guida gli esempi del suo maestro. L'esempio! l'esempio! gridava Rousseau. Senza di esso non si riuscirà mai a nulla coi fanciulli. Gli educatori, senza dirlo, debbono far comprendere agli alunni che essi sono i modelli. Quindi condotta irreprensibile in tutti i loro atti fuori la scuola, puntualità nel recarsi a scuola, pulizia nella persona e nelle vesti; nella scuola poi animo placido, coscienza di saper regolare le parole, gentilezza di modi, parola amorevole e persuasiva per ottenere la disciplina, che non si può ottenere con la paura, le grida o a suon di nerbo. L'educatore dev' essere cauto nel minacciare, ma fatta la minaccia, guai se non la mette in pratica: la sua autorità è in pericolo. Scrive Spencer Herbert: Uno dei più gravi errori che si commette nell'educazione è quello di non essere coerenti. Quando l'insegnante si presenta la prima volta a scuola, deve fare in modo da lasciare di sè la migliore impressione. Un vestito pulito, non ricercato, uno sguardo che ispiri benevolenza, amorevolezza, fermezza, serenità, una voce insinuante, carezzevole, armoniosa, sono le doti estrinseche che devono accompagnare il maestro. Per la scuola materna (1 e 2 classe) il maestro deve fare le veci della madre o della maestra dell'asilo, dalla quale il bambino s'è distaccato pochi momenti prima. L'amore dev'essere affetto, pazienza, bontà, dolcezza inalterabile. Per la scuola elementare (3 e 4) e popolare (5a e 6a) l'amore dev'essere conversazione geniale, familiare, allegra, che interessi tutti i suoi alunni, che dimostri la vasta cultura del maestro (e questo in modo speciale per le classi popolari) dalle quali trasparisce il grande affetto che ha per loro, il suo vivo desiderio di migliorarli, di elevarli, di renderli più uomini. Quando l'insegnante possiede tali requisiti, oh! come si rende attraente la scuola, oh! come l'alunno fa di tutto per andare anche quando potrebbe assentarsi! Il maestro Colombi, descrittoci dell'Ispettore scolastico signor Capucci Giuseppe nei suoi Profili di educatori , è proprio il maestro modello in quanto a bontà. Aveva, dice il dotto Ispettore, più di tutto passione alla scuola ed una grande bontà di cuore, per la quale attendeva al suo ufficio con tutta l'anima, con la religiosità di un apostolato. Non aveva ripetenti nella sua classe. Dei trentasei alunni iscritti ne mancava uno nel giorno della ispezione. Ma dopo pochi momenti la porta della scuola s'aperse e comparve una donna che menava seco un fanciullo tutto avvolto in uno scialle. Era la madre con l'alunno ammalato, che mancava. Disse che non aveva potuto persuaderlo a restare ancora un giorno in casa da che aveva saputo che c'era il dispettore. Quanto ammaestramento in questo episodio! Alle doti del cuore bisogna che il maestro aggiunga quelle della mente e dell' intelligenza, bisogna in una parola accoppiare il Metodo . Il maestro nella scuola dev'essere artista, poichè è il valore didattico quello che lo trasporta nel terreno dell'arte, quello cioè di saper tradurre la teoria in pratica, il pensiero in azione. E poichè la pedagogia e l'educazione mirano allo svolgimento delle energie umane, il suo ufficio è quello che l'alunno eserciti queste energie a norma delle leggi stabilite: che ecciti e stimoli le energie nel caso che le trovi sopite ed inerti, che le moderi e le temperi nel caso di eccesso, che le diriga semplicemente se le trovi attive. E perchè consegua il fine, è uopo che egli segua il metodo naturale, fisiologico, quel metodo cioè che Socrate e Platone usavano quattrocento anni avanti Cristo, e nel secolo testè decorso il Pestalozzi Johann Heinrich, il Fröbel Friedrich, il P. Girard Jean-Baptiste e molti altri. Questo metodo voi, o colleghi, lo sapete - non fa che applicare lo spirito all'azione dei fatti giornalieri, perchè parte dal principio che il bimbo prende cognizione di ciò che lo circonda per mezzo dei sensi, i quali sono per così dire le porte e le finestre per le quali le nozioni del mondo visibile penetrano nella mente di lui per fornire al suo spirito le sostanze delle idee, e congiunge i diversi insegnamenti intellettuali e morali in quella forma amabile, piacevole e familiare che ha ricevuto il nome di Lezione di cose. I principi e le regole di questa lezione sono quelli stessi dell'intelligenza umana, perchè infine i fanciulli non sono che piccoli uomini; e il metodo naturale segue nelle sue dimostrazioni la stessa via che l'anima segue nelle sue percezioni. Orbene, ciò richiede che il maestro si trasfonda negli allievi, si associ ad essi per ben disporli a ricevere l'insegnamento che deve loro impartire, che si renda accessibile all' animo dei fanciulli, e con la molteplicità dei mezzi penetrare nei recessi del cuore e colpire con sensazioni la loro immaginazione, senza però che abusi della loro attività. Ciò però richiede da parte del maestro vocazione, vasta cultura, un lavoro assiduo, un'attenzione forte, e molte pene fisiche e morali. Ma che perciò? La scuola è il suo campo di azione, il suo campo di battaglia; egli, incalzato dall'amore dei suoi bimbi, inventa la manovra e lotta; bisogna però che egli sia bravo. L'insegnamento non è efficace se il maestro non concorre a dare vita alla scuola. Il fanciullo subisce, senza saperlo, la sua influenza, si sente avvinto a lui se saprà dare attrattive al suo insegnamento e lasciare un campo conveniente alla espansione dell'animo dei suoi discepoli. La scuola diviene tortura se l'insegnante non permette ai fanciulli di mettere del loro e d'ingegnarsi al proprio sviluppo. Il mantenimento della disciplina e dell'attenzione in una classe consiste nella scelta del lavoro e degli esercizi, nel passaggio naturale da un esercizio all' altro, nel concatenamento e nell'attrattiva dello stesso lavoro, e non in quella immobilità paurosa che qua e là si osserva. Nell'insegnamento elementare si devono tener di mira i bisogni della vita, ed il maestro deve adattare il suo conforme alla natura dei suoi piccoli ascoltatori. Egli deve cercare di dare una educazione in armonia coi diversi gradi dello sviluppo per i quali passa il fanciullo e abituarli allo studio e alla riflessione col mezzo delle conversazioni, che sieno sempre alla portata dell'intelligenza dei discepoli, e che trattino di cose sensibili, di fatti, di ciò che si vede, di ciò che si desidera, di ciò che si descrive, di ciò che si tocca, di ciò che si pesa, che si misura, poichè la prima educazione è quella che lascia nell'uomo le tracce più profonde. Così, solo così, alla scuola accorreranno i nostri bimbi per cercarvi il nutrimento della mente e la gentilezza del cuore. Rapporto tra maestro e genitori. = In Italia la famiglia non ha ancora un concetto esatto della scuola. Il maestro è una persona pagata, bene o male, poco importa, ma pagata per fare un dato dovere. Egli lo deve saper fare, e nel miglior modo, senza che a lui ne vengano i consigli degli altri, indipendentemente da ogni aiuto. La famiglia quindi non è persuasa, neppure se espressamente richiesta, dell'importanza di facilitare il compito al maestro, nè si sente così legata a lui da assecondarlo nei suoi sforzi al fine di raggiungere sicuramente lo scopo comune, il miglioramento dello scolaro, nè comprende che a vantaggio di questi è utile che l'insegnante sappia subito come regolarsi. Pel buon andamento della scuola e affinchè il maestro ottenga la frequenza degli alunni, è necessario il continuo contatto del maestro coi genitori; è necessario che essi sappiano non solo cosa fa e cosa non fa, ma quando va e quando non va a scuola il loro figliuolo, e che lo incoraggino e lo castighino secondo i casi, perchè ove non arriva l'autorità morale e l'affetto del maestro, assai e molto spesso può l'autorità e l'affetto del padre; ed è poi in ogni caso onnipotente l'affetto prodotto dalla concordia, dall'intesa amichevole tra maestro e famiglia. Che cosa deve fare il maestro per ottenere questo? Con le leggi e coi regolamenti è impossibile. Quindi al principio dell'anno scolastico il maestro deve procurare che il padre o la madre presenti l'alunno a scuola; chiedere loro tutte le notizie del bambino, cioè tendenze, modo di comportarsi in famiglia, studio, rispetto verso i genitori, le persone di famiglia e gli estranei, avvertendoli del dovere che hanno di cooperare attivamente per lo studio, la frequenza e la puntualità del bambino e raccomandando di recarsi di quando in quando alla scuola per prendere notizie del figliuolo e sopratutto di tener conto di quelle che egli verrà loro comunicando. Se si arrivasse a far prendere ai genitori tali abitudini, se ogni assenza fosse puntualmente.e con sincerità giustificata, il fanciullo certamente non marinerebbe la scuola per recarsi a giocare coi compagni in siti lontani. Questo mezzo per ottenere la frequenza è stato anche riconosciuto da S. E. Credaro, il quale, nella discussione del bilancio 1912-913 della pubblica istruzione, affermò: È stato sempre mio proposito stabilire i più cordiali rapporti tra la scuola e la famiglia, e al quale scopo ho istituiti con ottimi risultati i comitati dei padri di famiglia. Altri mezzi ed altre istituzioni sussidiarie. = Esse si possono ridurre ai seguenti: a) Mezzi disciplinari; b) Passeggiate scolastiche e lavoro manuale; c) Risparmio e mutualità; d) Bibliotechine scolastiche. a) Mezzi disciplinari. - Per le scuole di Napoli il Direttore Petrillo consigliò il rapportino, sul quale il maestro dovrebbe ogni giorno segnare i punti di condotta e di studio, come pure il ritardo ed altre mancanze. Oltre il rapportino vorrebbe due cornici: una dorata nella quale si noterebbe mensilmente il nome degli allievi che si fanno ammirare per zelo, assiduità e nettezza, ed una nera, nella quale si scriverebbero i nomi di quelli che si fanno notare per assenze, ritardi, cattiva condotta. Suggerisce anche il premio ai migliori alunni: premio che consisterebbe in medaglie, libri, abiti agli alunni delle scuole diurne, e libretti postali agli alunni delle scuole serali. Questi mezzi non fanno raggiungere lo scopo, perchè se momentaneamente impressionano fino ad un certo punto l'animo degli alunni, lo lasciano poi indifferente, senza dire che possono creare odio tra alunni ed alunni, eccitando vanità negli uni ed invidia negli altri. Se si volesse stare strettamente allo scopo dell'educazione, che è quello di fare amare il bene per il bene e far odiare il male perchè è male, non vi dovrebbero essere nè lodi, nè premi e nè castighi. Ma volendo farne uso, sempre per ciò che riguarda l'assidua frequenza, è bene che si diano con ponderazione, con calma, con imparzialità e senza abusarne, tenendo conto dell'indole dell'alunno. Dalla lunga esperienza di maestro sono convinto, non ostante il parere contrario di pedagogisti insigni, che le lodi devono essere poche, i premi pochissimi: nomina di capo squadra coglitore di quaderni incarichi per la pulizia, e non al di là di un libro educativo in circostanze e i castighi rarissimi, e non più in là di mettere l'alunno separato dai compagni nella stessa aula per poco tempo, oppure di non prendere parte ai giuochi che si fanno nel tempo della ricreazione. Anzi debbo dire che con gl'incarichi dati, coll'aver fatto cioè comprendere al fanciullo che è buono a qualche cosa, ho ottenuto la puntualità all'ingresso della scuola e la frequenza da alcuni alunni che principiavano a venir tardi o mancavano qualche giorno. Ma quando il maestro colla bontà d'animo e col metodo si farà amare dagli alunni, non arriverà mai alle punizioni, salvo in casi rarissimi e con una certa specie di alunni. b) Passeggiate scolastiche e lavoro manuale. - Le istruzioni annesse agli ultimi programmi giustamente dicono che troppo visse fin qui la scuola fra le quattro pareti di un'aula, e troppo essa limitò l'ufficio suo a un gretto meccanismo di orari e di compiti. Esse perciò raccomandano le escursioni come un potente mezzo educativo. Ed io aggiungo che, oltre ad essere mezzo educativo, è anche mezzo per rendere più attraente la scuola. Le passeggiate scolastiche piacciono immensamente agli scolari che hanno bisogno di aria, di moto e di svago, e perciò influiscono sulla maggiore assiduità se vengono fatte di frequente. Per la scuola materna però devono farsi per lo sviluppo fisico, e quindi fuori il paese all' aria pura e fresca, in mezzo ai campi verdi e fioriti, o vicino al mare. Per la scuola elementare alcune in campagna per lo sviluppo fisico e contemporaneamente per fine scientifico, cioè raccolta di qualche minerale, di qualche pianta, di qualche insetto, visita di qualche miniera, osservazione di qualche cascata di fiume, del porto, se la città è marittima, lezione di geografia sui punti cardinali; ed altre in paese. per osservare un monumento, qualche chiesa importante, un castello, una porta antica per rievocarne i ricordi storici. Per la scuola popolare poi qualcuna in campagna per lo sviluppo fisico e fine scientifico, e le altre per visitare officine, fabbriche, opifici, miniere, musei, allevamenti razionali di animali, campi ben coltivati ecc. Anche il lavoro manuale è un mezzo per allettare gli alunni alla scuola e renderli più assidui. Tutti i fanciulli, scrive il De Dominicis Saverio Fausto, cercano di stabilire movimenti di coordinazione tra la mano e l'occhio, mediante speciali lavori delle loro mani. È una vera spontaneità educativa: tutti i fanciulli sono naturalmente costruttori ed operai. Al lavoro manuale deve unirsi il disegno, che reso obbligatorio dai programmi approvati con R. Decreto 29 gennaio 1905, per le classi 3, 4, 5 e 6, piace immensamente ai bambini. Se apriamo un quaderno, vediamo degli sgorbi, che sono pel bambino i primi saggi di disegno; se apriamo i libri, vediamo le illustrazioni colorate in rosso, verde, bleu, che sono i primi saggi di pittura. Quindi tanto il lavoro manuale quanto il disegno sono materie necessarie alla scuola, perchè senza di esse la scuola non seguirebbe la spontaneità educativa e sono un mezzo per renderla più assiduamente frequentata. Questi esercizi però possono iniziarsi nella 3a classe con figure geometriche piane come sussidio all'insegnamento di aritmetica; e in 4a con tutte le figure geometriche piane e solide, anche come sussidio all'insegnamento dell'aritmetica e della geometria. Nella 5a e 6a poi devono avere un largo sviluppo per coltivare il gusto estetico, senza preparazione a questo o quel mestiere, devono essere insomma, come bellamente dice il De Dominicis Saverio Fausto, la grammatica del lavoro. Nelle scuole femminili poi, l'indirizzo del disegno e del lavoro manuale dev'essere rivolto a scopo di istruire le alunne nella cucitura e nel taglio, affinchè le scuole elementari si accostino di più alle famiglie. c) Risparmio e mutualità. La benefica istituzione della Mutualità scolastica, sorta in Francia e diffusasi in Italia per opera principalmente del Prof. Stoppoloni Aurelio, mentre fa acquistare all'alunno la preziosa abitudine del risparmio, stringe maggiormente i vincoli di solidarietà tra alunni ed alunni, che sarà poi la base di solidarietà tra uomini ed uomini. Un alunno con dieci centesimi la settimana, dopo quattro settimane della sua iscrizione, e dopo quattro giorni di malattia, ha dritto ad un sussidio giornaliero di lire 0,50 per tre mesi e di lire 0,25 per altri tre mesi. Pagando per quattordici anni consecutivi, dal 6° al 12° anno, dal 7° al 21° ecc., il socio, se operaio, viene iscritto alla Cassa Nazionale di Previdenza, se professionista od agiato al Banco Assicurazioni Popolari della Cassa medesima, e la Mutualità scolastica italiana provvederà a pagare di proprio per assicurare una rendita vitalizia od una pensione al socio all'età di 55 o 60 anni. Come si vede, è un'associazione di mutuo soccorso e di previdenza insieme, eminentemente educativa, la quale stringe in un ampio amplesso di amor fraterno tutti i fanciulli d' Italia, e quale madre tenera e provvida s'interessa di loro nel presente e nell'avvenire. Questa istituzione deve, se è possibile, iniziarsi in 3a o in 4a classe, ma deve avere sviluppo in 5 e 6a. Ma si potrebbe obbiettare: E gli alunni poveri? Per essi potrebbe venire in aiuto il Patronato coll'assegnare una somma da servire per le rate settimanali agli alunni che si distinguono per assiduità ed amore allo studio. E con ciò mentre si verrebbe ad assicurare per alcuni l'assidua frequenza alla scuola, si invertirebbe il premio per uno scopo avente il vincolo di fratellanza. Anche Melfi ha risposto al nobile appello della Mutualità scolastica italiana iniziando tale istituzione a seguito di una circolare inviata dal Direttore didattico sin dal 20 dicembre 1909. d) Bibliotechine scolastiche. La lettura nelle scuole elementari è mezzo per ingentilire, educare e apprendere tante svariate cognizioni. Per gli adulti poi è mezzo per migliorare la propria cultura, per conoscere gli uomini, per regolare la propria condotta, per imparare a vivere, per procurare a loro stessi godimenti intellettuali e morali. Il maestro perciò fin dalla tenera età deve fare acquistare l'abito della lettura, sia perchè l'alunno possa sempre frequentare la scuola assiduamente, e sia perchè quando l'avrà abbandonata continui sempre in questa lodevole abitudine. Per ottenere ciò è mestieri che il maestro si adoperi ad istituire nella propria classe una piccola bibliotechina scolastica adatta alla capacità della scolaresca. Per la 1a e 2a saranno libretti di brevi raccontini morali; per la 3a e 4a libri che parlano degli usi e costumi del proprio paese, di viaggi, di raccontini storici e morali; per la 5 e 6a monografie storiche, descrizioni di viaggi, biografie di uomini che colla forza del lavoro e della volontà si sono innalzati ai più alti gradi della civiltà e della ricchezza. In questo modo il maestro avrà assicurato alla scuola maggiore frequenza e avrà anche fatto eco alla circolare di S. E. Credaro, Luigi del 26 luglio 1911, che raccomanda caldamente la istituzione di tali bibliotechine. E a questo riguardo una lode vada alla benemerita Ditta Bemporad, che ha creduto doveroso contribuire all'attuazione di tale progetto, portando la innovazione di aprire un fido a tutti gl'insegnanti d' Italia con riduzioni sui prezzi e con pagamenti rateali fino a 10 mesi. Ed ora un'ultima parola sulle cause intrinseche dei bambini, che influiscono sull'assiduità. Tali cause dipendono da disposizioni preesistenti che indeboliscono il fisico, l'intelligenza, la volontà, oppure da tendenze patologiche che rendono impossibile la comprensione e l'effettuazione della legge morale. Per le prime l'opera amorevole e paziente del maestro unita a quella dei genitori, e le istituzioni sussidiarie possono in qualche modo rimediare, ma per le seconde nulla può la scuola elementare. Ovunque è agglomero umano - dice Enrico Ferri - ivi è fermentazione e putrefazione umana. Il maggior numero dei delinquenti - afferma Ferriani Lino - è dato da coloro ai quali mancò presto o tardi il mezzo primo di sussistenza. Fra la povera gente - scrive Turati Filippo nessuno è sicuro di non avere dei delinquenti tra i propri figli. I fanciulli di individui cresciuti in tali ambienti, che non sono rari, nascono portando il marchio della loro origine, e crescono non solo deboli di mente e di corpo, ma coll'animo depravato da tutto quello che li attornia, che vedono, che sentono, che sono spinti a fare. Per questi fanciulli occorrono perciò metodi, orari, programmi, mezzi speciali disciplinari adatti ai diversi momenti e alle diverse infermità; e perchè non sieno di esempio ai normali è necessario che essi frequentino scuole speciali rette da maestri specialisti. Disgraziatamente però in Italia mancano ancora queste scuole. Vi sono, è vero, per i discoli i riformatori e le case di correzione; ma non rispondono allo scopo, perchè invece di correggerli li fanno diventare più astuti e più bricconi. La filantropia e l'iniziativa privata hanno fondato già a Milano, a Genova ed in altre città alcuni Istituti che rispondono in qualche modo allo scopo; ma per arrivare fin dove è necessario occorre l'opera del Governo. Tali scuole dovrebbero istituirsi in tutte le città, con sani criteri psicologici, allo scopo di migliorare i poveri ed infelici bambini di corpo e di spirito per renderli capaci di vivere in modo meno indegno, meno abbietto, più onesto e soddisfacente. Quindi conchiudendo, perchè si possa ottenere l'assidua frequenza degli alunni alla scuola, è necessario: 1. Che la legge Credaro, Luigi del 4 gennaio 1911, per ciò che riguarda l'arredamento della scuola e la costruzione degli edifici scolastici, sia applicata largamente nel più breve tempo possibile; 2. Che si faccia acquistare coscienza pubblica scolastica mercè propaganda da farsi con opuscoli, giornali, conferenze ed altro; 3. Che le presenti conferenze così felicemente iniziate continuino ancora per molti anni, affinchè i maestri abbiano opportunità di conoscersi, affratellarsi e migliorare la loro cultura, ed i cittadini si convincano dell'opera benefica della scuola; 4. Che la legge Emanuele Orlando dell' 8 luglio 1904 si faccia completamente applicare con l'insegnamento delle materie speciali nella 5a e 6a per renderle più frequentate e rispondenti allo scopo; 5. Che in tutti i Comuni del Regno si completino le istituzioni dei Patronati secondo la legge Credaro, Luigi, per provvedere nelle forme più ampie e più pratiche alle istituzioni sussidiarie che possono tornare di vantaggio alla scuola e di sollievo alle disagiate condizioni delle famiglie; 6. Che il maestro nell'estrinsecare l'opera sua educativa s' informi all'amore ed ai nuovi progressi pedagogici e didattici; 7. Che si stabiliscano rapporti cordiali tra il maestro ed i padri di famiglia, dando piena esecuzione alla circolare di S. E. Credaro, Luigi del 26 luglio 1911; 8. Che il maestro e le Autorità diano incremento a tutti quei sussidi didattici speciali che meglio valgano ad irradiare e fare apprezzare l'opera educativa e benefica della scuola; 9. Che in ultimo si istituiscano scuole speciali per i fanciulli anormali allo scopo di migliorarli e non farli essere di cattivo esempio ai normali. Queste, o colleghi carissimi, le proposte e i voti che io sottometto al vostro sereno giudizio, alla vostra dotta ed illuminata disamina. Vi chiedo venia se il tedio e la noia vi hanno presi durante l'esposizione. Io non moverò alcun lamento se le proposte saranno modificate; solo mi auguro che dalla discussione che sta per ingaggiarsi e dagli opportuni suggerimenti che darà il chiarissimo Professore di Pedagogia (Dottor Giuseppe Bello, Professore della R. Scuola Normale femminile di Bari.) esca più viva, più fulgida la luce e la fede che anima noi tutti per il trionfo della scuola e pel miglioramento dei nostri fanciulli, ai quali abbiamo dedicato e dedichiamo tutte le nostre energie, il nostro cuore e la nostra mente. Disadorno è stato il mio dire; ma, credetemi, vi ho parlato schiettamente così come sentivo. Stetti in forse se accettare l'invito, ben sapendo quale eletta schiera di educatori qui convenuti da ogni parte della Provincia e da fuori io avrei avuto di fronte. Sì, dubitai delle mie forze; ma nell'accettare non mi spinse altro desiderio che quello della disciplina e dell'obbedienza verso il nostro colto ed amato Ispettore (Professore Sacino Nicola, Presidente), che, contro i miei meriti, volle incaricarmi di parlare. Non è mestieri che io dica a voi di lui. Ascoltaste la parola calda ed alata il primo giorno quando tratteggiò lo stato attuale della scuola e la missione e i nuovi ideali che ad essa sono serbati nell'avvenire; ammiraste il suo agile ingegno nelle discussioni, e molti l'hanno visto alacre ed operoso nelle scuole. A sua somiglianza lavoriamo tutti con fede di apostoli, con costanza di martiri, con fiamma di artisti e con entusiasmo di eroi, e la vittoria non mancherà di arridere alla scuola e a noi tutti. Melfi, 25 settembre 1912. Zappella Costantino, relatore.




Michele Bergamasco

Parole inaugurali e di chiusura pronunziate nelle Conferenze magistrali a Melfi il 21 e 28 settembre 1912 Melfi, Tipografia di Antonio Liccione 1912 SALA CORTE D'ASSISE PROF. SACINO NICOLA Ispettore Scolastico di Matera - Presidente. PROF. BELLO GIUSEPPE di pedagogia Scuola Normale di Bari. PROF. CAV. DE BLASIS MICHELE di educazione fisica Scuola Normale di Matera. DOTT. PAGNIELLO RAFFAELE Uffiziale Sanitario di Melfi incaricato delle conferenze d'igiene. Nel porgere a Lei, egregio Ispettore scolastico della illustre Città e circoscrizione di Matera, Presidente di questa nobile assemblea di educatori, a Loro riveriti Conferenzieri, onore e decoro della Scuola normale di Bari e di Matera, a Lei benemerito Uffiziale sanitario della nostra città, a Voi colleghe e colleghi carissimi della Basilicata e della Puglia, strette in amplesso di fraternità da antichi e recenti ricordi storici e patriottici, il mio saluto, il saluto affettuoso dei maestri di Melfi e dell'Associazione magistrale melfese " Angiulli Andrea ", l'animo mio di melfitano e di educatore, l'animo dei miei colleghi concittadini vibrante all'unisono del medesimo sentimento, è lieto, in questo fausto giorno, di manifestare al Ministro della P. I., Onorevole Credaro, l'intimo senso di gioia per la designazione di Melfi come una delle sedi delle conferenze fra gl'insegnanti della nostra provincia e delle province limitrofe. Noi siamo vivamente riconoscenti all' On. Credaro per l'onore insigne che ha voluto tributare alla nostra Melfi, alla patria di Floriano Del Zio, l' illustre filosofo e pedagogista che, dopo le nobili lotte alle quali anch'egli aveva partecipato per l'unità d' Italia, negli albori della costituzione politica di essa a Stato libero, dalla cattedra, con lo splendore di una dottrina che faceva brillare di nuova luce radiosa la "Scienza nuova" di G. B. Vico, insegnò i doveri verso la cultura e il risorgimento morale della Nazione, e nel Parlamento, discutendosi, nella tornata del 20 dicembre 1881, il bilancio della pubblica istruzione, pronunziò un discorso che resta monumento di sapienza civile, e che anche oggi rifulge nel firmamento della Scuola come stella verso la quale deve indirizzarsi l'educazione delle novelle generazioni. Fino a trent'anni dietro c'erano, bensì, pensatori, scrittori, periodici didattici che agitavano nella dottrina, nelle discussioni, e in seno agl'insegnanti, i problemi della scuola, e propugnavano i diritti di questa e dei maestri per una posizione giuridica nel paese decorosa e degna dell'altezza e della nobiltà della funzione. Mancava però da parte della stampa politica la propaganda nel pubblico, che creasse intorno agli istituti scolastici la simpatia, la considerazione, la stima necessarie per la elevazione di essi alla importanza di uffici sociali di primo ordine, capaci di rinnovare la vita intellettuale, economica e morale del popolo. Non si era ancora costituita la grande organizzazione magistrale nazionale, che facesse sentire nel paese le pulsazioni gagliarde della sua immensa forza morale, diretta a innalzare la scuola fra le generazioni novelle siccome segnacolo eccelso di luce, di libertà e di progresso nelle opere della pace sociale, e che per mezzo dei suoi capi e dei congressi nelle varie città del regno diffondesse i principi di diritto e di giustizia, ai quali dovesse conformarsi la legislazione scolastica in Italia. Non si era ancora formata nella grande maggioranza dei cittadini la coscienza dei doveri dello Stato verso la educazione del popolo, conforme ai bisogni della nuova società e agl'ideali dell'avvenire; e pochi uomini affermavano che lo Stato avesse l'obbligo di consacrare non solo le sue cure più amorose, quanto i mezzi più cospicui per la vita e l'incremento sempre maggiore della scuola elementare e della istruzione sub-elementare. Floriano Del Zio era tra questi pochi uomini. Rappresentava allora il Collegio politico di Tricarico, e, precursore autorevole di una nuova eloquenza parlamentare, quell'eloquenza più tardi adoperata in favore della scuola da Umberto Caratti, da Credaro, da Comandini, in quella tornata che io oggi proclamo memoranda e degna di ricordo imperituro per noi maestri di Melfi, per voi maestri di Basilicata, espresse al Ministro della P. I., On. Guido Baccelli, con parola alata risonante come un inno alla bellezza e alla grazia dei bimbi, il voto che lo Stato avocasse a sè gl'istituti infantili. "Gl'istituti infantili - diceva egli - sono l'aurora dell'intelligenza, sono gli organismi mattinieri in cui comincia a formarsi quell'ideale dell'uomo virtuoso, che con tanto zelo, con tanto amore, con tanto anelito desideriamo abbia corpo. Siano perciò definitivamente avocati al Ministero, a cui veramente spettano, ed esulti ognuno per una prima risoluzione razionale di una parte del grande problema". E ancora più in alto figgeva il suo sguardo il nostro Floriano Del Zio. Alla sua mente di filosofo e di pedagogista apparì, anche quel giorno, siccome astro splendente in un cielo di cobalto, l'ideale dell'uomo virtuoso che deve formarsi nella scuola; e all' On. Ministro della P. I., ricordando una frase uscita otto mesi avanti dal labbro dell'on. Sella, e rimasta senza risposta, non "per mancanza d' ispirazione di scienza e di libertà", ma perchè l'obbiettivo della discussione era circoscritto a un interesse tecnico e particolare di Roma per le sue opere di edilizia, rivolgeva un altissimo pensiero, nella forma smagliante del pensatore profondo e dell'uomo politico, che sente la nobiltà dei fini etici da assegnare alla scuola e alla pubblica educazione. "Si chiede come e perchè riesca difficile alla Società nostra di avere un ideale che renda l'uomo virtuoso, che faccia più propensi i cittadini all'esercizio dei propri doveri, che aiuti la Società italiana nella consolidazione morale della propria unità. Sì, o signori, è difficile questo compito. Ma non lamentiamoci del destino! Innumerevoli, prodigiosi, quotidianamente crescenti sono gl'impulsi, gli accenni, le agevolazioni, gli aiuti della civiltà per darci coscienza dell'ideale di verità e di giustizia immanente allo spirito dell'uomo moderno. Ma il nostro dovere non è quello di fantasticare sull'origine di questo ideale; discende dalla più profonda antichità della storia, dal nume del progresso; e il nostro ufficio si riduce a riconoscerlo, ad ubbidirgli, a tradurlo in leggi. E non potremo ciò fare se con attenzione, se con amore, se con affetto infinito non cercheremo prima d'intendere come penetri in tutti gl'istituti e problemi della pubblica istruzione ed educazione. "Esso deve regnare nelle scuole elementari, deve risplendere nelle intermedie e secondarie, e ricevere finalmente corona di certezza e verità assoluta negl'istituti superiori e universitari." Quando così parlava alla Camera dei Deputati Floriano Del Zio, benchè dagli astri maggiori della pedagogia scientifica, quali l' Angiulli, il Siciliani, l' Ardigò, e dal Tommasi, dal Cantani, dal Villari, stelle fulgenti in altri ordini di studi riannodantisi alle dottrine biologiche, psicologiche, storiche, fondamento della filosofia positiva, s'irradiasse nuova luce sulla vita e sullo sviluppo della scuola e della cultura per un indirizzo della educazione conforme alla evoluzione delle attività umane, vigevano ancora e in gran parte nella istruzione elementare, specialmente, i sistemi del passato. "Noi ci agitiamo - scriveva l' Angiulli - in una lotta tra gli avanzi del passato e le aspirazioni ancora incerte dell'avvenire". Onde gravi accuse si muovevano contro le scuole elementari, perchè "i metodi d'insegnamento e lo spirito con cui era condotto il sapere tendevano a deprimere l'energia fisica e la dignità intellettuale e morale dei fanciulli". Floriano Del Zio, pur accogliendo l'accusa, con quel senso di verità e di giustizia ond'egli è sempre animato in qualsiasi manifestazione della sua vita nobilissima, la raddolcisce con un'attenuazione, osservando che "tale conclusione era presa troppo estensivamente. Per l'onore della libertà italiana, e di quel lungo lavoro di riforme dai nostri predecessori iniziate, non può essere il disordine e l'insufficienza così vasta come si segnala. Pure il fatto sarebbe altamente deplorevole, se anche constatato minore e frammentario. No, la condizione teoretica delle scuole elementari non deve giammai condurre alla tristissima conseguenza del deperimento delle forze fisiche dei fanciulli, alla depressione del loro spontaneo svolgimento intellettuale e morale. Saremmo agli antipodi dell'antico assioma: Mens sana in corpore sano". Ma il pensiero del filosofo e del pedagogista si slancia verso una meta più lontana, e precorre il tempo presente, in cui appena ora principia a prender forma e corpo la idea antiveggente dell'avvenire. Nella luce vivida della sua mente, Floriano Del Zio trova che in Italia manca un vero ordine, un vero sistema dell'insegnamento tecnico e professionale, antivede la scuola popolare che ora va sorgendo in qualche parte d' Italia, e domanda al Ministro della P. I: "dove si scopre, dove si riconosce la determinazione migliore del sapere, cioè la più fruttifera, la più umana? Evidentemente là dove il sapere è in modo indissolubile congiunto alla dottrina tecnica del lavoro; imperocchè nel mondo moderno il lavoro è la sorgente di ogni bene, di ogni virtù; il principio di ogni riabilitazione; la marmorea base su cui può assicurarsi la civiltà di tutti i popoli. Quel problema della vita morale del popolo che fu prima sbozzato negli asili infantili, quivi inizia il suo svolgimento. Quei germi di scienza e di virtù, che nelle scuole elementari vennero a modo di molecole gettati nei cuori e nelle menti, si rivelano nelle scuole professionali come prove dell'umana libertà a guadagnare la ricchezza, la gloria personale nella solidarietà della patria e del mondo. Il fanciullo è diventato adolescente, giovinetto, uomo: le nozioni primiere del bene e del male, oramai comprende come sieno connesse coi destini stessi della società e dell'umana natura; e non gli resta che di apprendere più tardi la conclusione suprema della scienza e della vita nell'insegnamento superiore. Vi arriva? Vi riesce? La Patria ha guadagnato un soldato del diritto. L'uomo virtuoso è costituito". E dopo così bella, così luminosa visione profetica, Floriano Del Zio, rivolto al Ministro della P. I., gli dice: "L' On. Ministro dovrà prendere con animo eroico questo doppio invito, questa duplice morale necessità ed esaminare se nello spirito, se nel metodo e nel sistema dell'insegnamento attuale ci sia davvero quanto è reclamato dalla grande maggioranza progressista della Nazione..... Non facendolo, sarà inseguito dalle stesse contrarietà che avviluppavano i suoi predecessori, perchè nessuno può impunemente resistere al fato e al diritto dell'uomo moderno". Noi dunque maestri di Melfi siamo vivamente riconoscenti all' On. Credaro, per aver offerto alla discussione dei maestri di Basilicata temi che formavano parte del sapiente programma di riforme pedagogiche proposto trent'anni dietro da Floriano Del Zio alla Camera dei Deputati. L'educazione fisica come base dell'educazione psichica; l'educazione dei fanciulli alla gentilezza e al rispetto di tutto quanto crea la natura e l'arte dell'uomo per il bene dell'individuo e della società umana; l'insegnamento della storia del nostro risorgimento politico, come fondamento dell'educazione morale e patriottica delle novelle generazioni, sono i capisaldi del programma di Floriano Del Zio. Nel nome quindi di questo venerando filosofo e pedagogista di Melfi, ammirando per la profonda dottrina e l'immensa erudizione in ogni campo del sapere, per la bontà squisita dell'animo, per l'austerità della vita e per lo splendore delle virtù di cittadino e di patriota, iniziamo le nostre discussioni e riaffermiamo saldamente, con fede novella e più fervida, il tenace proposito di distruggere il terribile nemico che ancora tiranneggia contro la libertà del nostro popolo e ne insidia selvaggiamente la redenzione morale. Pur troppo giganteggia ancora e c'è da abbattere una immensa muraglia, come disse, in questa medesima aula, il vostro e il nostro illustre professore Andrea Angiulli, inaugurando, nell'anniversario di una data fatidica, il 20 settembre 1885, il corso delle conferenze pedagogiche ch'egli qui presiedette e diresse fra i bagliori di una eloquenza fascinatrice "la muraglia della ignoranza del nostro popolo". Quanto lavoro intelligente costante pertinace, quante dure fatiche, quante aspre lotte, quanti eroici conati, perchè questo colosso formidabile cadesse via via in frantumi, avete voi compiuto, maestri d' Italia, dal '60 finora, pur attraverso inenarrabili disagi, angustie, stenti, amarezze, dolori di una vita grama misera travagliata, nobilmente sostenuta colla fiamma di una fede possente, la fede nel risorgimento morale, nella grandezza, nella gloria della Patria. Avete veduto, è vero, che "la grande proletaria s'è mossa"; avete veduto e vedete ognora il popolo che l' Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello al suo invito al suo comando> operar per terra per mare per cielo miracoli di valore e di eroismo vicino al conte, al marchese, al duca, vicino al maestro elementare, al medico, all'avvocato, all' ingegnere, al commesso di negozio; avete veduto e vedete, nel bel cielo d' Italia, nel giubileo della sua epica unità politica, rifulgere di luce iridescente la stella prodigiosa che diresse il compimento dei sacri destini della Patria. Ma voi consacrate la vostra mente, la vostra cultura, i palpiti cocenti del vostro cuore, gli aneliti frementi del vostro animo, le vostre nobili aspirazioni a una gloria durevole imperitura, a una gloria più vera e più umana, la gloria del rinsaldamento incrollabile immortale dell'unità morale del popolo d' Italia. L'opera vostra è diretta a penetrare nell'anima del popolo, a destarvi le energie latenti, a produrvi il moto e il calore, a crearvi una vita nuova, la vita del pensiero che si schiude e si espande alla luce del vero e del bello, la vita del sentimento che vibra d'amore per tutto quello che è bene, e s'entusiasma per idealità radiose non mai apparse nel fondo buio dello spirito. L'opera vostra ispirata dalla dea della scienza - eterno sole di verità e di progresso - forma nel popolo la nuova mentalità, partecipe dei tesori del sapere come principio di eguaglianza sociale, come elevamento della dignità e del valore umano, come attitudine cosciente, illuminata a dirigere lo sviluppo razionale dell'agricoltura, dell'industria, del commercio, a conseguire il trionfo del lavoro in ogni campo dell'attività umana, a produrre la ricchezza e la prosperità pubblica e privata, a innalzarsi alla nobiltà vera, all'aristocrazia augusta, al divino privilegio delle lettere, delle arti, delle scienze, a illustrare la patria e il mondo con nuove scoperte, con altre invenzioni meravigliose. È la nuova coscienza che voi formate nel popolo, la coscienza della libertà, di quella libertà che è redenzione morale da qualsiasi schiavitù e dispotismo; di quella libertà che, conferendo agli uomini la eguaglianza di dritto nella partecipazione al godimento dei benefici sociali e nella esplicazione degli offici nella vita in comune, non trasmoda nel disprezzo e nell'avversione contro coloro che per l'età, per le funzioni sociali, per l'ingegno, per il sapere, per la virtù, per le pubbliche benemerenze, si distinguono dagli altri; di quella libertà che infrena gl'impeti delle passioni insane, selvagge, che fa sentire l'imperio della legge, sovrana dominatrice e moderatrice delle azioni dell'uomo, e che impone l'adempimento dei doveri; di quella libertà che è rispetto alle opinioni e alla religione, patrimonio quelle di esperienze, di studio, di convincimenti, di saggezza e di norme direttive della condotta, l'altra di tradizioni, di sentimenti, d' ideali civili e morali; di quella libertà che è coscienza salda, profonda dell'ordine e del progresso sociale, che è sorgente inesauribile di lavoro, di pace, di benessere, e d'amore nel consorzio umano, che è l'aureola della dignità dell'uomo e del carattere nazionale del cittadino, che è il sacro palladio della suprema religione del cuore, dell'intelletto, della volontà della Patria. In questa epoca nella quale, fra il turbinare di idee cozzanti per le rivendicazioni sociali, si agitano e lottano le masse popolari per la conquista di nuovi diritti, una grande concordia d'intenti, di lavoro, di studi, di cure s'impone agli educatori d' Italia. La concordia nell'opera degli educatori genera la concordia nei sentimenti, nella coscienza, nelle aspirazioni del popolo, e la concezione dei diritti, che viene formandosi nella scuola in corrispondenza alle idee creatrici dei nuovi bisogni e dei nuovi sentimenti di progresso sociale, si traduce pacificamente, con la partecipazione del popolo medesimo, in sanzione legislativa operatrice di bene, di giustizia e d'amore fra gli uomini, e prepara più alte e più nobili idealità per l'avvenire. Onde voi, prodi garibaldini di Melfi, voi invitta falange di garibaldini della Lucania e della Puglia, cinta di lauro la fronte per le vittorie già riportate, stringetevi fortemente coi compagni d'arme delle regioni sorelle, con l'esercito formidabile dei garibaldini d' Italia, adorni anch'essi di splendidi trofei di guerra, e guidati dal glorioso vessillo della Patria, simbolo di eroismo, di martirio, di fede, di speranza e d'amore, al magico squillo della tromba del Duce imperante dal Gianicolo, continuate ardimentosi la pugna e disperdete il barbaro nemico con la potenza invincibile delle vostre baionette, le baionette della virtù e della scienza. Sulle rovine allora della "immensa muraglia" che avrete atterrata, fra le armonie d'una lirica novella risonante dalle vette dell'Alpi eccelse alle città galleggianti sul Mediterraneo, sorgerà l' Italia intravista da Carducci, come un sole sfolgorante di raggi d'oro, in un sogno profetico di Mazzini. 28 SETTEMBRE 1912 Ai Maestri dell' Abruzzo, del Napoletano, della Puglia e della Basilicata nel dì della loro partenza dopo le Conferenze Magistrali in Melfi. Dissi il primo giorno perchè noi di Melfi si è riconoscenti al Ministro On. Credaro, per la designazione della nostra Città a sede delle conferenze magistrali. Oggi dirò che gli siamo ancor di più riconoscenti, perchè le conferenze lasciano nell'animo nostro, oltre che una profonda, incancellabile impressione, un dolce ricordo, che vivrà in noi maestri finchè avremo le pulsazioni del cuore, e che troverà un'eco armoniosa particolarmente nei giovani che assistono ai nostri dibattiti. Quest'aula di Corte d'Assise, nella quale i campioni del giure penale scendono sull'agone e strenuamente si battono per il trionfo della giustizia, sia che questa liberi l'innocente, sia che punisca il colpevole, è imponente, è maestosa. Ma assai più imponente, assai più maestosa è divenuta in questi giorni delle conferenze magistrali. Essa ha assunto l'aspetto e la solennità di un parlamento, di un parlamento assai più solenne di quelli che in altri tempi si tenevano a Melfi. Allora convenivano nella nostra Città il Re e i Baroni, il Sovrano e i Vassalli, e trattavano della sovranità da esercitare sul popolo. Oggi il nostro parlamento è di liberi cittadini, anzi è il parlamento degli educatori del popolo, del popolo che non è più schiavo della volontà assoluta del sovrano, ma che è sovrano a se stesso e a se stesso impone liberamente la sovranità della legge. Ed è tanto più solenne e maestoso il nostro parlamento, in quanto che esso si svolge nell'aula della Corte d'Assise. In questa i campioni del diritto lottano perchè il diritto sia riconosciuto dal magistrato; nel nostro parlamento i campioni della scuola, coperti dell'armi cavalleresche del sapere e della virtù, pugnano nobilmente perchè il diritto divenga nell'uomo, mercè l'opera dell'educazione, coscienza di bene per sè e di armonia per il consorzio civile, e non sia in nessun modo violato e manomesso. La lotta degli educatori nell'aula della Corte d'Assise ha una significazione morale altissima: la legge è quasi sempre non osservata, perchè essa non è entrata nel dominio della coscienza dell'uomo, e non esercita il suo potere inibitore sulle azioni condannevoli: l'educazione fa penetrare nella coscienza dell'uomo lo spirito della legge; questa acquista valore imperativo di norma sicura della vita sociale, e l'uomo diviene magistrato, che applica per il suo bene e per l'armonia della società, le sanzioni legislative, che si son formate nella sua coscienza e s'impongono alla sua volontà. Nobilissima è la lotta che si è svolta dai campioni della scuola, in quest'aula di Corte d'Assise, perchè la scuola, sovrana dispensiera di giustizia sociale, si elevi nella coscienza del popolo come segnacolo eccelso di luce, di libertà e di progresso; per il che profonda, incancellabile è la impressione che in noi rimane delle conferenze magistrali, e dolce e vivo è il ricordo che ne serberemo. Serberemo vivo e dolce ricordo di Lei, egregio e caro Ispettore Sacino. A noi, nei nostri sogni, nei sogni del tramonto della nostra vita, al cuore, alla fantasia dei maestri giovani e del pubblico giovane che ci assiste, apparirà sempre bella, sempre circonfusa di luce. radiosa la visione della scuola dell'avvenire, che Ella ci ha offerto coi colori più smaglianti della sua arte di educatore. Serberemo vivo ricordo di Lei, simpatico prof. De Blasis, che ha saputo trasfondere in noi il suo entusiasmo e la sua fede nella rigenerazione fisica e morale del popolo d' Italia. Serberemo vivo e dolce ricordo di Lei, illustre professor Bello, Ella ci ha vinto, ci ha conquiso col fascino della sua parola, con lo splendore della sua dottrina, col calore della sua anima. Ella ha rivendicato alla nostra Patria la gloria della scuola italica, ed ha affermato il principio che la nostra educazione deve avere carattere nazionale d'italianità, per le tradizioni del passato, e per la missione da compiere nell'avvenire in seno alle nazioni del mondo. Serberemo vivo e dolce ricordo delle signore e delle signorine, che hanno portato in mezzo a noi il profumo della loro grazia e della loro gentilezza. Serberemo vivo e dolce ricordo degli egregi conferenzieri, e di tutti voi, maestri dell' Abruzzo, del Napoletano, della Puglia e della Basilicata, che vi siete fatti ammirare per cultura, per valore didattico, per squisita bontà. E da questa terra, che ebbe ed ha uomini di altissimo pensiero, da questa terra, che ha avuto la scuola clandestina, preparatrice dei soldati delle battaglie della Patria, da questa terra splendidamente cantata dall'illustre prof. Bello con un inno magnifico alle sue glorie avite, parta e vi accompagni il saluto del Poeta: Baci il giovin gli offriva Con ghirlande di lauro, E Tetide, che udiva, A la fera divina Plaudia da la Marina.



Nina Romano

Gli asili infantili in Basilicata. Relazione svolta al 1° Congresso lucano contro l'analfabetismo tenuto a Potenza il 29 settembre 1912

Potenza, Tipografia La Perseveranza 1914

Prima di innalzare è necessario assicurare le fondamenta acciò la fabbrica non vacilli e vada incerta a lavoro inoltrato. Seguitemi e permettetemi di trasportarvi ove raramente giunge pensiero umano; triste è la pagina che l'amor del vero mi fa delineare; l'alito di speranza e di vita che in questo importante Congresso anima i nostri cuori è quello che anima questo sogno di poesia; ideale della mia vita, poesia divina come è poesia l'infanzia e tutto ciò che la circonda. Vivendo da parecchi anni tra l'infanzia infelice accomunandone con entusiasmo i palpiti o le miserie, cerco per lei una difesa nella illusione di non aver sperato invano. L'evoluzione moderna, i bisogni incessanti chiedono i più grandi sacrifizi; il lavoro sottrae al focolare domestico la madre; l'ignoranza in cui vive la massa non le dà conoscenza dei propri doveri. I nostri bambini scorazzano per le vie in balìa di se stessi, abbandonati alle seduzioni ai tristi esempi della strada fra gli stenti e la miseria fisica; tanti ce ne passano innanzi già vizzi da sciocche moine, molti lasciano vedere l'impronta di una mano che vorrebbe e non può fare. Nessuno di essi trova nella famiglia il vero ambiente per sviluppare le forze fisiche ed aprire gli occhi alla vera vita dello spirito. Salviamo l'infanzia, lasciamo all'uomo questo unico raggio di sole nella vita, non gli rubiamo la gioia di vivere, serriamola al nostro cuore, ancor tenero e debole esso ha bisogno d'immenso amore, di sorriso affettuoso! La sua educazione è un'opera d'arte, la donna educatrice vi consacri tutto l'animo suo, sorridente sempre anche quando ha in core uno strazio. Questo ideale seppe sempre ispirare opere altamente filantropiche; fu sprone a studi sperimentali e tenaci; sia esso per noi il perno d'ogni ulteriore miglioramento. "Il bambino ha la serenità degli inconsapevoli, la nobiltà delle creature primitive, il desiderio intenso d'imparare con poco sforzo e molto piacere, plasmiamolo al bello, facciamoglielo risplendere in tutte le sue forme, metterà profonde radici in lui". L'educazione penetrerà nella sua anima senza turbarne la gaiezza infantile, giungerà come rugiada che feconda e rinverdisce. Gli abbandonati son quelli che danno maggior contingente alla delinquenza. Sorga in aulente fioritura l'istituto vivificatore, esplicante la sua opera in riguardo alla famiglia, alla scuola, alla società; sorga il placido Asilo ove il bimbo difeso in se contro le forze morbose dell'eredità, dell'atavismo, dell'incuria familiare, dell'ambiente viziato, in un'atmosfera di pace, in aule piene di luce ed aria circondate di utili e belle cose, nella vita concorde, collettiva acquisti forza ed energia, adito all'ordine, alla disciplina, al lavoro rinsaldi e rafforzi i sentimenti suoi, trovi una mano affettuosa che lo sorregga e lo rinfranchi. Lo aspetti un giardino dalle aiuole fiorite che gli dicano le leggi della natura, del rispetto, dell'obbedienza reciproca. Fra l'aure imbalsamate, fiore egli stesso, sorride ai fratelli e li accarezza, si aggira fra l'innocenza e la vita. ( Fröbel Friedrich). Or bene è necessario premettere che se pensiero vi deve essere esso deve abbracciare sotto tutti i lati l'importante quistione educativa, ed in vero: Esiste tale istituzione proporzionata ai bisogni in Basilicata? Risponde alla sua finalità? ove ricercare le cause della sua deficenza ed il suo poco attecchimento. Quali provvedimenti urgono. L'apatia che regna sovrana costringe l'educazione infantile in condizioni misere e dolorose. Siccome ben la delinea la relazione del Direttore Generale On. Corradini, Camillo in Italia mancano all'incirca 4000 Asili e "tutto ciò che si fa per l'infanzia si crede troppo!" Per il Mezzogiorno provvide la legge del 15 luglio 908 N. 353 col regolamento annesso 2 dicembre 1908. Essa concorre all'istituzione ed al mantenimento degli Asili (art. 172), e la commissione centrale nella seduta 19-21 novembre 1907 stabilì di usare una certa larghezza, una giusta discrezione nella concessione di sussidi considerando che l'effetto non deve essere soltanto finanziario ma anche morale, largheggiando ove vi è la refezione e comprendendo anche gli Asili di iniziativa privata. Ciò non ostante di fronte a 126 Comuni che formano la provincia di Potenza solo una ventina sono provvisti di Asili che mancano addirittura nei comuni rurali. Il territorio eminentemente agricolo dà un'enorme percentuale di abitanti contadini i quali vivono l'intera giornata tra i lavori di campagna, lasciando i piccoli soli nelle misere e sotterranee stamberghe ove pullulano in 7 od 8; e peggio ancora li trascinano nel lungo tragitto quotidiano per il quale essi sciupano prematuramente tanta energia e restano poi a razzolare con le galline, sudici, mal vestiti e mal nutriti. Questa istituzione asservita all'esoso gioco di Congregazioni di carità, di enti morali, ecclesiastici, di associazioni private risente in tutto l'avidità del comando, dell'oppressione raffermando la sua utilità per quanto concerne una refezione calda, un rifugio dalle intemperie, un luogo di ricetto. Ed anche così diceva la relazione d'un Regio Provveditore, anche così l'istituzione è altamente umanitaria. Aule prive di luce, di aria, affollatissime e per conseguenza focolai di malattie infettive scarsissimo materiale didattico e di consumo, suppellettili che ricordano il 500 ecco il carattere generale di moltissimi Asili che allignano un pò dappertutto nella nostra Italia. Questi istituti barbarie sociali, diventano per l'infanzia torture fisiche e morali annullando ogni indirizzo educativo. Essi svolgono poco o male la propria funzione, la vigilanza non sempre è possibile e su 340 Asili sussidiati dal ministero appena 29, cioè meno del decimo, furono riconosciuti veramente buoni. Per gli altri la riuscita del saggio, della declamazione finale, sintesi radiosa, sinonimo di meccanismo e sfruttamento è la più sufficiente coronazione all'opera loro. Qui, senza far torto a nessuno, eccoci ad un'altra dolorosa constatazione: in questi istituti persone digiune di nozioni di fisiologia, psiche infantile, forza d'ambienti e d'esempio; pur fornite di buona volontà e di vocazione non riescono spesso che a formare abitudini empiriche che di scienze ambulanti privando anche il fanciullo della sua gaiezza e giocondità naturale. Non potrebbe essere diversamente: Votarsi a questa missione equivale la miseria dell'oggi e oscuro domani; la società moderna offre alla donna vie aperte al lavoro meno degradante; ne consegue che per mancanza di personale si accetta senza distinzione o si costringe una sola persona ad insegnare contemporaneamente ai bimbi di 3 e 6 anni come se non fosse enorme la loro differenza fisico-psichica. A questa eletta poi si concede una retta mensile che varia fra le 30 o 50 lire. Nè sorte migliore è riservata a quelle tante fornite di diplomi e benemerenze: 40 anni di lodevole insegnamento riconosciuti da autorità competenti crollano ogni due anni per la Direttrice dell'Asilo del Capoluogo per evitare che impossibilità al lavoro possa vantare diritti acquisiti!! E dinanzi all'onorificenza conferitale per 8 lustri di lavoro costante ed affettuoso un intero consiglio di amministrazione non sa trovare la parola di compiacimento disinteressata e doverosa. E dopo 40 anni giunge la notifica della tassa del monte pensione! Tale miserabile trattamento si ripercuote financo nella conoscenza del pubblico - che apprezza i meriti dalla valutazione che proviene dal governo prendendo per indice la condizione giuridica o lo stipendio. Persino nella classe magistrale rappresentiamo un nulla; ecco perchè il personale di educazione è in relazione dell'1,45 per ogni Asilo. "Le figlie di nessuno le 8000 maestre d'Asilo hanno bisogno di essere ridente, d'aver fede ed entusiamo per compiere il proprio apostolato. Non sarà mai possibile migliorare l'Asilo senza preparazione concorde al personale, al quale urge però uno stato giuridico e sociale". E si gridi ancora alla nostra apatia, non è facile comprendere l'ansia che essa reprime; propaganda, associazioni che numero di contingente potrebbero dare con elementi così eterogenei? Signori, la storia attraversa un momento assai diverso; siamo all'alba della scuola che si rinnovella; non è più il caso di pubbliche e private beneficenze e se l'educazione infantile indirizzandosi alla generalità dei cittadini deve penetrare fra gli stati infimi del nostro popolo non può a nome della stessa civiltà piegare continuamente il capo alle vicende politiche. Ad ogni congresso si è acquistato terreno: la promessa si è estorta, facendo divampare un fuoco rigeneratore. La frequenza degli Asili non sempre è relativa all'ambiente: se le azioni buone aspettassero il plauso altrui che delusione sarebbe ad esse serbata. L'uomo ignorante non sa concepire l'utile se non ne vede l'immediata applicazione. All'Asilo non si fa leggere, non si fa scrivere, non si insegna la calza, il catechismo: che prò mandarvi i figliuoli? un soldo al giorno e via alla "scoletta" privata che fa la concorrenza più odiosa all'Asilo. E poi l'Asilo dà la refezione ma fatti grandi ci si vergogna d'averla accettata; mentre altro che refezione ci vorrebbe. Certi indumenti primissimi sono usati dal nostro popolo soltanto d'inverno, ecco perchè con la primavera ridente, col risveglio della natura si fa in fretta a metterli da parte e naturalmente l'Asilo si abbandona. Tali ineluttabili verità della vita hanno bisogno di una risoluzione immediata. A tutta l'importanza rigeneratrice, umanitaria va collegata l'influenza diretta che tale istituzione esercita in rapporto colla scuola. L'azione educativo non si mostra mai isolata, il completo svolgimento di tutti i periodi della vita dipende senz'altro dallo sviluppo singolo di ogni periodo. Senza scuola infantile non vi può essere buona scuola elementare, questo anello di congiunzione porge il fanciullo con dignità di scolaro, con amore alla scuola ed al dovere; la volontà avvezza alla lotta, il cuore pronto a gustare la felicità di apprendere. Salviamo l'infanzia, dicevo, redimiamo la scuola. Colleghi, troppo tardi lo stato assume la responsabilità dell'uomo; le istituzioni sociali prosperano se sono assecondate dalle masse; facciamo dunque che il secolo 20° il quale ha riaffermato i diritti dell'uomo annoveri questa fra le sue più belle vittorie. Da questo primo e solenne Congresso Lucano il voto di un'ardente educatrice dell'infanzia negletta suggerisca la parola ammonitrice per tutti! Si stimolino in ogni comune, in ogni borgata, le iniziative a prò dell'infanzia; si agiti il popolo a reclamare il diritto pei figli suoi, si stornino i fondi che oggi servono per inutili feste; l'agitazione ha bisogno di essere mantenuta viva in una causa santa come questa. E qui il mio pensiero vola riverente alla memoria d'una benemerita concittadina, la madre dell'Onorevole Mango. Questa fa pia ogni anno benedire alla sua memoria: più di cento nostri piccini nel giorno anniversario della sua morte hanno dal suo consueto obolo, un dolce, un sorriso di più. Tornando ai miei bimbi, signori, alla vita di elezione, nel loro bacio nella loro carezza avrò la ricompensa più bella alle povere parole spese per loro! Tornando o colleghi, al lavoro, fate che accanto alla vostra scuola finalmente sorga un Asilo benedetto, dite quanto sia necessario alla vostra opera una azione preparatoria, dite per me alle mie compagne di fede e di pensiero che anche dalla Basilicata partì la voce di riscossa per le maestre d'Asilo! e che un giovane cuore si fece interpetre dei dolori e delle espirazioni comuni!




Giambrocono Giuseppe Direttore delle scuole elementari civiche diPotenza

L'Assistenza Scolastica in Basilicata durante la guerra - Relazione svolta il 29 aprile 1917 nella sala del Consiglio Provinciale in Potenza davanti ai Maestri della Provincia convenuti pel 2° Congresso Magistrale Lucano Potenza, Società tipografica La Perseveranza 1920

Egregi Colleghi, Signori! All'inizio della presente ora storica, un illustre uomo di Stato - Antonio Salandra - allora Presidente del Consiglio de' Ministri, scriveva nel patriottico «appello» lanciato agl'Italiani in quei giorni memorandi: « L' Italia non ha bisogno, in questo momento - ed ho fede non avrà bisogno neppure in avvenire - di leve supplementari, oltre quelle di legge. Il suo grande esercito ben costituito, ben munito, è sufficiente a tutte le difese. Se mai, di una sola leva supplementare avrebbe bisogno; e questa vorrei che fosse una vera leva in massa: una leva per la protezione delle famiglie che l'esercito e l'armata lasciano dietro di loro in tutte le terre del bel Paese. E per questa leva io fo appello a tutti i buoni cittadini d' Italia ». L'appello riguardava da vicino «i maestri elementari», antesignani di civiltà e di progresso: e il Consiglio direttivo dell'Unione magistrale nazionale si affrettava a pubblicare: «Siano i 70.000 maestri italiani gli organizzatori della coscienza nazionale; sia ogni scuola il centro di un'attività che alimenti e ritempri il coraggio e le speranze; sia ogni educatore esempio, ammonimento, sentinella avanzata della mobilitazione civile, cui è affidato l'importantissimo compito di tener salda la volontà del Paese nell'ora del cimento supremo, cui sono legate le fortune della Patria». Era, quindi, indispensabile, specialmente per ragioni di saggia politica interna, tenere strettamente uniti, in comunione perfetta di spiriti e d'intenti contro il nemico comune, tutti i cittadini d' Italia, chiamare a raccolta tutte le forze vive della Nazione. Si scriveva: Nessuna titubanza, nessuna diserzione. Mentre oltre il confine della Patria e sul mare conteso tuona il cannone, cessino tutte le divergenze politiche e i dissapori personali, svaniscano le vane logomachie e le inutili querimonie; si fondano gli animi in un'unica energia, disinteressata, alacre, persistente: formidabile presidio morale per il presente e per l'avvenire della vita nazionale. Urgeva, anzitutto, assicurare la continuità della scuola, a qualunque costo, anche a farla funzionare all'aperto, per trovare la possibilità di raccogliere intorno al maestro gli alunni e sottrarli alla strada, per sollevare così le famiglie dalla assillante preoccupazione della vigilanza su' figliuoli non atti al lavoro. E, raggiunto questo primo compito, un intero programma di assistenza scolastica si profilava: Procurare la refezione a' bambini poveri ed a' figli de' richiamati, ove questi non trovassero nelle loro case il nutrimento necessario; chiamare a contributo i Patronati, i Municipi, gl'Istituti pubblici, i privati cittadini, per raccogliere i fondi necessari ed assicurare la continuità della refezione; riunire insieme, spesso, le famiglie de' bambini assistiti e i bambini stessi, per spiegar loro le ragioni che indussero l' Italia alla guerra; leggere e spiegare i giornali e le riviste portanti le notizie provenienti dalla fronte o dal mare della Patria; offrirsi a scrivere la corrispondenza co' soldati lontani; assistere e consigliare le famiglie rimaste senza capi; informare i disoccupati delle richieste di lavoro: promuovere ed organizzare, insomma, tutte le forme di assistenza e di cooperazione, sollecitare e spronare tutte le energie e tutte le attività. E la «classe magistrale», con alto senso di patriottismo, quale richiedeva il solenne momento, si accinse alacremente all'opera. In tutta Italia fu tutta una fioritura di nobili iniziative per assicurare l'istruzione e l'educazione a' figli di coloro cui ci legava un debito di gratitudine. Ma, purtroppo, scarsa fu la cooperazione che gl'insegnanti trovarono negli Amministratori e ne la popolazione civile, specie in Basilicata, dove molti maestri, fra l'apatia e l'indifferenza generale, dovettero far affidamento nelle proprie forze, se vollero veder coronato da successo soddisfacente ciò che era stato oggetto del loro entusiasmo e, diciamolo pure, costato loro un grave sacrifizio. Prima dell'inizio della guerra, nella provincia di Potenza esistevano 43 Asili d'infanzia, 74 Patronati scolastici, e 6 Ricreatori ne' comuni di Potenza, Melfi, Muro Lucano, Viggiano, Stigliano, Corleto Perticara, in cui venivano intrattenuti ed esercitati circa 300 alunni, soccorsi con libri, calzature, indumenti. I Patronati, in generale, funzionavano male, per mancanza di risorse finanziarie sufficienti, e, anche, per l'indifferenza e l'apatìa delle Amministrazioni comunali, sorde agl'incitamenti ed a' richiami dell'Ufficio provinciale e delle Autorità scolastiche preposte alla vigilanza. Fu solo nel periodo delle vacanze autunnali del decorso anno che, per l'interessamento efficacissimo del solerte R. Provveditore agli studi, coadiuvato da un'eletta schiera di Ispettori e Vice Ispettori, che si potè organizzare l'assistenza a' figli de' militari, affidandola, quasi esclusivamente, ad insegnanti che, volentieri, rinunziarono al riposo delle vacanze, cui avevano diritto. Negli Asili, il programma scolastico comprese il canto, la ginnastica, il lavoro manuale, il disegno, esercizi di giardinaggio, lezioni all' aperto e giuochi istruttivi. E ne' Ricreatori delle scuole elementari: Conversazioni e lettura de' bollettini del Comando Supremo e cronaca de' fatti d'arme più importanti; letture ricreative, morali, istruttive; canto, ginnastica, lavoro manuale e lavori donneschi; e, anche, la preparazione di quegli alunni, figli di militari, che negli esami della 1a sessione dell'anno scolastico non avevano meritata la promozione. Funzionarono così 28 Asili, in cui vennero assistiti 1555 bimbi, in maggioranza al disotto de' sei anni; e altrettanti Ricreatori, in cui trovarono assistenza 2273 fanciulli fra i 6 e i 12 anni. In parecchi Asili e Ricreatori fu distribuita la refezione gratuita, fredda o calda. Vanno citati, a titolo d'onore e d'incoraggiamento, i Ricreatori di Potenza, Pisticci, Ferrandina, Matera, Tricarico, Viggiano, Ripacandida, Montescaglioso e quello di Tramutola che fornì indumenti e oggetti scolastici a' propri alunni. In Potenza, ad opera della Direzione didattica, coadiuvata da alcune maestre, funziona, ne' locali delle scuole elementari, in Via del Popolo, l'assistenza scolastica che, iniziata il 1° agosto 1915, continua a distribuire la refezione calda a 106 alunni figli di militari, anche durante l'anno, in ogni giorno di lezione. Nelle vacanze autunnali del 1916 funzionò pure una «scuola pe' figli de' profughi», di 50 alunni, che furono assistiti, premurosamente, per turno, dalle insegnanti di queste scuole civiche. In questa Città i fondi per l'assistenza scolastica sono forniti dal Comitato dell'assistenza civile. Negli altri Comuni della Provincia, essi derivano da elargizioni di Patronati, Cooperative scolastiche, Amministrazioni Comunali, Congregazioni di carità od altri Istituti di beneficenza, Autorità, privati, dal ricavato di qualche festa scolastica; ma, specialmente, da sussidi concessi dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nell'anno 1915-16, alle Amministrazioni degli 82 Patronati scolastici esistenti ne' Comuni della Provincia, furono concesse a) dal «fondo comune» (legge del 1911) L. 9720 b) da' fondi a disposizione della Commissione pel Mezzogiorno L. 12650 In totale L. 22370 Per la stessa destinazione, nell'anno in corso, sono state concesse: a) per la legge del 1911 L. 9720 b) per quella del Mezzogiorno (1906) L. 12010 In totale L. 21730. Furono poi assegnate alla provincia di Potenza, nella ripartizione de' fondi residuali (legge del Mezzogiorno), ed erogati a titolo di sussidio per l'assistenza scolastica prestata a' figli de' militari richiamati alle armi e de' profughi (nella media di 10 lire per alunno), L. 18000 per le vacanze del 1916, e altre L. 10300 per lo stesso scopo, ma esclusivamente a favore di quei Comuni che non avevano ricevuto alcun aiuto, perchè, per motivi vari, non era stata in essi esercitata l'assistenza scolastica in dette vacanze. Nell' anno scolastico in corso funzionano, provvedendo alla refezione, i Ricreatori di Potenza, Matera, Pisticci, Ferrandina, Montescaglioso, Brienza, Tricarico, Lavello, Grassano, Ripacandida, Avigliano e Viggiano. Questi dati - abbastanza eloquenti nel loro mutismo - non hanno bisogno di molti commenti: Ove si consideri solamente che ne' 126 Comuni della Provincia e nelle dipendenti Borgate funzionano 851 scuole con 1300 classi, frequentate da 37097 alunni d'ambo i sessi, e che la percentuale media degli alunni bisognosi è di 40 per ogni 100 alunni iscritti nelle scuole, mentre quella, media, de' figli di militari poveri è almeno di 20 per ogni 100 scolari: ciò che dà un totale di circa 15000 alunni da soccorrere nell'intera Provincia; ove si pensi che di essi, circa 4000 ricevono un aiuto qualsiasi (refezione, libri, scarpe, indumenti), si comprenderà facilmente quanto cammino resti ancora da percorrere, perchè l'assistenza possa far fronte alle necessità più impellenti di tutti gli alunni bisognosi. In Italia manca l'istituto fornito di propria vitalità, con carattere giuridico deciso, con finanziamento assicurato, con attribuzioni specifiche precise per cognizione di mezzi e di fine, con funzionamento libero di tutte le pastoie burocratiche; il quale, sviluppandosi sul nucleo della scuola, inalvei in questa tutte le energie, sia pubbliche che private, intese al fine unico - eminentemente sociale - di assistere il fanciullo fisicamente, igienicamente, moralmente; assisterlo nella scuola e per la scuola, assisterlo per la sua vita avvenire: opera questa di preparazione e di previdenza sociale non facile nè comoda; non di uno solo o di pochi, ma di tutti; non da lasciarsi in balìa, per un falso concetto di libertà e d'autonomia, a' singoli nuclei vitali, senza contatti e riferimenti alla vita pubblica. Il Patronato scolastico avrebbe dovuto rispondere a questa necessità e funzionare accanto alla scuola e in perfetta corrispondenza con essa, in ogni comune; avrebbe dovuto, anzi, essere il fulcro in cui avrebbero dovuto convenire e dal quale dipartirsi tutte le forme d'assistenza, di cooperazione e di previdenza scolastica. Nella lentissima sua ascensione, di oltre un trentennio, il Patronato ha visto spuntare in Italia molte generose e utili iniziative, private e collettive: alcune dovute a' suggerimenti del Regol. del 1888, altre agl'incitamenti della Circolare 8 febbraio 1897 concepita da una gloria della nostra Provincia, da Emanuele Gianturco; altre per le leggi del 1904 e del 1911 e per opera di Amministrazioni comunali e di Enti compresi dell'importanza della scuola elementare. Sono spuntate, si, nelle città dove l'occhio intelligente di Amministratori accorti vedeva oltre la soglia della scuola primaria, dove la facile acquisizione de' mezzi finanziari offriva il terreno propizio pel loro sviluppo. Ma dove la vita pubblica si dibatteva fra le strettorie de' bilanci stremati, dove l'ambiente si presentava come terreno refrattario, dove mancavano gli uomini e le risorse necessarie, la scuola non poteva essere considerata che poco più della scoletta medioevale. Malauguratamente, l'istituto del Patronato, che - quale è concepito nel Capitolo VIII della legge del 1911 - doveva mirare a far della scuola non solo uno strumento d'istruzione ma una palestra di educazione e di previdenza sociale, ha visto il suo concetto informatore incrinato da interpetrazioni regolamentari, sia per ciò che riguarda la sua autonomia, lasciata alla mercè delle Amministrazioni comunali, sia per ciò che riguarda il suo funzionamento. Da una parte, quindi, col finanziamento timido e manchevole - quale quello offerto dal Regolamento - e lasciato in balìa delle fortune locali, si veniva a privare i Patronati de' piccoli Comuni del sangue necessario per vivere; dall'altra parte, esagerati criteri d'autonomia amministrativa, gretto senso di altruismo partigiano, malsana diffidenza, scettica indifferenza hanno impedito il libero svolgimento della Istituzione. Per esempio: con le nuove provvidenze ne' riguardi de' «beni dotali» e con l'ultima Circolare ministeriale sull'assistenza scolastica, si rafforzava il concetto informatore del Patronato e se ne accresceva l'importanza sociale co' nuovi e non facili doveri; ma è fuori dubbio che in quasi tutti i Comuni di Basilicata tali disposizioni sono rimaste lettera morta, ed in altri, che si son segnalati per diligenza, i Patronati sono stati affatto trascurati, o hanno ricevuto, come si dice, solamente le briciole cadute dalla «tavola provvidenziale». L'art. 74 della legge 4 giugno 1911 indica le fonti a cui bisognerebbe attingere per raccogliere i fondi necessari pel Patronato scolastico: contributo de' soci, del Comune, degli Enti, sussidio ministeriale, eventuali legati. Ebbene, è risaputo questo: In qualsiasi Comune, i contributi de' soci non possono essere molti; i doni, i legati sono rarissimi; i sussidi dello Stato miseri (quello derivante a' Patronati per la legge Credaro è, per esempio, in ragione di centesimi 1,85 per abitante (nemmeno 2 centesimi!); i contributi del Comune, della Provincia e di altri Enti, per l'assistenza scolastica, sono assolutamente insufficienti al bisogno, o addirittura irrisori, o non esistono affatto. Ecco un prospetto delle entrate, nell'anno in corso, del Patronato scolastico di Potenza, di un Comune, cioè, capoluogo di Provincia, che ha la fortuna di avere alla sua diretta dipendenza una Cooperativa scolastica. Contributo de' soci (I soci sono gli stessi componenti il Consiglio d' amministrazione del Patronato) L. 30,00 Sussidio dello Stato (lordo) L. 300,00 Contributo del Comune L. 200,00 Introito netto della Cooperativa L. 200,00 In totale L. 730,00 con cui si debbono soccorrere 450 alunni poveri! E non aggiungo altro! Signori! I provvedimenti che noi invochiamo dal Governo chissà quando verranno, se pure verranno! Intanto cerchiamo di salvare il fanciullo: ch'egli non imiti il nauseabondo turpiloquio della piccola teppa randagia, ch'egli non faccia della strada il facile convegno delle sue gesta infantili! I bisogni civili si addensano, è vero, sull'orizzonte della Patria, e richiedono il contributo delle braccia e del pensiero, la tranquilla operosità di chi è rimasto al solco o alla macchina, negli uffici o ne' commerci; si richiede, è vero, sacrificio di maggior lavoro, gettito di maggior energia: e ciò perchè la vita civile non abbia a subire ristagni o soste dannose; si richiede l'aiuto impellente per chi, oltre al disagio economico, soffre per le ferite morali... Ma fra tutte le opere di solidarietà civile, che vanno organizzandosi in fitta rete nelle città vaste come nei villaggi più sconosciuti, fra tutte le mani che si tendono al soccorso materiale, fra tutte le voci che sgorgano dalla perenne sorgente del cuore, non v'è altr'opera che uguagli quella della «scuola», non v'è altra mano che si presti a più alta seminagione morale, non altra parola, che possa consigliare e confortare con maggiore ardore e più genuina carità di quella del «maestro elementare». Si può pensare, col pianto nel cuore, al muto dolore di una madre, allo spasimo dolorante di uno spirito vedovato, cui la miseria inasprisce il deserto dell'anima; ma non si può sopportare la vista di un volto emaciato di fanciullo, quando il dolore riflesso vi riga una lagrima inconscia e la miseria vi scava una ruga di sofferenza: questo dolore, o Signori, domanda qualche cosa di più che un pezzo di pane o un bacio: esso domanda tutto il calore di una lunga assistenza. Ecco perchè io non esito a porre in prima linea, fra i maggiori doveri del presente, quello dell'assistenza educativa per tutti i fanciulli che ne abbisognano; ecco perchè, col più saldo convincimento, affermo che l'alta funzione educativa della scuola, specialmente nell'infanzia, non può, non deve mancare un sol momento. Questa è l'ora nostra: non perdiamo un minuto, organizziamo la benefica opera dell'assistenza, con alacrità e prontezza; facciamo sentire, alta, la nostra voce in seno a' Comitati; reclamiamo tutti gli aiuti morali e materiali per i nostri bimbi; strappiamo, da tutto ciò che è capace di fornirle, le generose faville animatrici.... E per la cooperazione che richiederemo dagli altri, pel piccolo sacrifizio nostro, ci sorriderà l'animo al sorriso di gratitudine di tanti padri lontani, sulle Alpi nevose o nel mare infido; al sorridere di tanti innocenti orfani di eroi, di tante madri in gramaglie; avremo il conforto di aver cementato le basi della nostra istituzione in un' ora solenne per la Patria nostra; avremo l'orgoglio di preparare i suoi figliuoli per un avvenire più fulgido e più grande, di pace e di lavoro, di giustizia e di pietà. Presento, quindi, all'approvazione del Congresso il seguente «ordine del giorno»: IL CONGRESSO Notando che l'assistenza scolastica agli alunni poveri e a' figli de' militari richiamati alle armi, nelle condizioni in cui ora si svolge, è ben lungi dal rispondere a' bisogni del presente momento storico; Attendendo che il Governo modifichi le disposizioni della legge 4 giugno 1911, riguardanti l'istituto del Patronato scolastico; FA VOTI: a) Che, indipendentemente da ciò che può fruttare la propaganda specifica, fatta da' membri del Patronato e dagl'insegnanti, fra privati e presso enti, lo Stato imponga, per legge, un contributo obbligatorio, da versarsi al Patronato pe' fini dell'assistenza nella misura di 1 lira per ogni abitante residente, e ne la proporzione di 3/10 di lira dal Comune, 3/10 dalla Provincia, 4/10 dallo Stato; b) Che lo Stato concorra, eccezionalmente, ad integrare il contributo del Comune, nel caso che questo si trovi nella impossibilità di poterlo versare; c) Che le istituzioni sussidiarie che funzionano durante la guerra, siano conservate anche dopo; d) Che in ogni Comune sia resa obbligatoria l'istituzione di un Ricreatorio, con l'obbligo di fornire la refezione calda agli alunni bisognosi delle scuole elementari. (La relazione e l'ordine del giorno vengono approvati per acclamazione) GIAMBROCONO GIUSEPPE