Informazioni sul Documento
Data del documento: 1901 - 1922
Forma del manoscritto: modern_print
Funzione: narrative
Fonte: literary
Testo del Documento (Italian)
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1901 - 1922
Facile compendio della storia del risorgimento italiano ad uso delle terze classi elementari maschili e femminili Potenza, Stabilimento Tip. Carlo Spera 1904
ALL' ILL.MO SIGNOR ROCCO CAV. MURARI R. PROVVEDITORE AGLI STUDI L'AUTORE IN SEGNO DI OMAGGIO RIVERENTE DEDICA PREFAZIONE Colleghe e colleghi egregi , In parecchi anni d'esperienza, ho, come S. Tommaso, constatato che un facile compendio della storia del nostro risorgimento è di assoluta necessità nella 3a classe elementare, e perciò mi sono accinto all'opera, lasciando a voi, colleghi, il dire se sarò riuscito nell'intento. Però non dobbiamo accontentarci che gli alunni sappiano a memoria esclusivamente quanto in ciascun capitolo è contenuto, ma, raccogliendo tutto quello che essi sanno, mediante l'aiuto del libro, possiamo ampliare le cognizioni e fornire loro un buon materiale storico. Così la storia resterà maggiormente scolpita nell' anima dei fanciulli e si renderà più salutarmente educatrice. È inutile aggiungere che, prima d'incominciare a svolgere il programma di storia, si diano agli alunni cognizioni di geografia, parlando di lapidi commemorative, di monumenti, di nomi di vie, di piazze ecc. per onorare uomini, che compirono grandi cose, e cominciare poi con un pò di biografia sulle persone più benemerite del luogo in cui s'insegna, onde procedere gradatamente allo svolgimento del programma, essendo in ciò ognun di voi abbastanza edotto. Mi limito solamente a dire che la geografia s' insegni per mezzo di schizzi e la storia s'insegni sui quadri o sulle figure delle cartoline storiche illustrate, così tanto l'una che l'altra resteranno più impresse nella mente dei bambini. Ritorno dei principi spodestati in Italia. Loro vendette. Caduto, nell'anno 1815, l'Imperatore di Francia, Napoleone Bonaparte, l'autore della cacciata dall' Italia di tutti i principi oppressori, e proclamatore delle repubbliche, essi ritornarono ne' loro dominî, ed avidi di vendetta, inveirono contro i cittadini, che avevano partecipato per la repubblica, contro i desiderosi di libertà e contro quelli, che fiatavano appena del loro mal governo. Più di tutti, per la tirannide, si distinse il Re di Napoli, Ferdinando II di Borbone, il quale condannò al patibolo, alla fucilazione, alla prigionia ed all'esilio gli uomini più chiari per dottrina e patriottismo. Cosi furono vittime della sua ferocia Cirillo Domenico, Pagano Mario, Morelli Michele, Silvati Giuseppe, Menotti Ciro, i fratelli Bandiera Attilio ed Emilio e molti altri. Per vendetta anche degli altri principi, e più specialmente dell' Austria, furono imprigionati, nelle carceri dello Spielberg (Moravia) Pellico Silvio, autore del lavoro letterario «Le mie prigioni» Melchiorre Gioia, Maroncelli Piero, Confalonieri Federico ed altri insigni patrioti appartenenti alla società segreta dei Carbonari, gran parte dei quali, affranti dalle sofferenze e dalle privazioni della carcere, vi lasciarono miseramente la vita. Furono condannati all'esilio di Santarosa Santorre, Mazzini Giuseppe, autore della società segreta «La giovine Italia» Pepe Guglielmo e Manin Daniele strenui difensori della città di Venezia, e molti altri eletti d' ingegno e di virtù patriottiche. Di tutti questi martiri sentiamo il dovere di serbare la più grande memoria, perchè i loro nobili esempi possano accenderci l'animo a belle imprese e possano ispirarci un ardente desiderio di migliorare noi stessi e rendere ancora più grande e forte la nostra patria. L'Italia fino all'anno 1848. Ritornato ciascun principe spodestato nel proprio domicilio, l' Italia, fino all'anno 1848, restò divisa in 7 stati, gran parte ligi all' Austria. Così il Piemonte e la Sardegna sotto Carlo Alberto di Savoia. La Lombardia ed il Veneto sotto la dominazione austriaca. Il Ducato di Parma e Piacenza sotto di Borbone, Carlo Ludovico. Il Granducato di Toscana sotto Leopoldo II. Il Ducato di Modena e Reggio Emilia sotto Francesco IV d'Este, Arciduca d'Austria. Il Lazio, l' Umbria, le Marche e le Romagne, ossia lo Stato Pontificio, sotto papa Pio IX. Il Napoletano, che comprendeva anche la Basilicata, le Calabrie e la Sicilia, detto regno delle due Sicilie, sotto Ferdinando II di Borbone. N. B. S'indichino sulla carta d' Italia gli stati principali in cui era divisa la nostra patria dopo il 1815. Riforme liberali (1848) (CONSEGUENZE). Verso l'anno 1848, avendo il Papa accordata l'amnistia e cominciate alcune savie riforme, si scarcerarono molti condannati politici, e s'invitarono gli altri principi ad imitarlo. Carlo Alberto di Savoia e Leopoldo II, dopo essersi mostrati avversi a modificare il loro governo, cedettero alle preghiere ed alle dimostrazioni popolari, ed accordarono quanto si desiderava. L' Austria con i principi dipendenti ed il re Ferdinando I rifiutarono qualsiasi miglioramento e repressero nel sangue ogni dimostrazione patriottica. E se, dopo varie insurrezioni, concessero lo Statuto, ben presto lo ritirarono, come fece anche Leopoldo II. Solo lo mantenne il magnanimo e leale Carlo Alberto di Savoia. Nella terribile sollevazione di Napoli furono trucidate circa 500 persone fra cui i giovani Giuseppe Lavista ed Angelo Santilli. In quella di Palermo si distinsero La Masa Giuseppe e Settimo Ruggiero. Ma, cominciata a spuntare l'alba del Risorgimento, gl'Italiani non si lasciarono più sfuggire l'occasione di raggiungere la meta prefissa, e compirono, dal 1848 al 1870, uno dei più grandi avvenimenti, abbattendo per sempre la tirannide e scacciando una buona volta lo straniero. Così di tanti piccoli stati ne formarono uno solo grande, potente e libero. Mazzini Giuseppe. Fatte gravissime le condizioni d' Italia, per colpa dei principi, che la governavano, e mancando nel popolo ogni principio di libertà, tanto da essere proibite financo le riunioni private, sorsero le società segrete, di cui la più potente fu quella dei carbonari, e poi quella della «Giovine Italia» di cui fu anima e vita il genovese Mazzini Giuseppe. Nato egli da nobile famiglia il 28 giugno del 1805, rivelò fin da giovinetto, grande ingegno, amabile carattere e tenacità di propositi. Cresciuto negli anni, divenne il più tenace cospiratore, il più ardente patriota ed il più caldo propugnatore dell'indipendenza italiana. Perseguitato dalla polizia sarda, perchè complicato nella Carboneria, si ricoverò a Marsiglia, dove fondò la famosa società segreta, alla quale si ascrissero numerosi soci, eletti d'ingegno e di provato patriottismo, fra i quali Cesare Baldo e Gioberti Vincenzo. Però le insurrezioni prodotte dalla sua società furono continuamente represse nel sangue, ed egli, che ne era capo, fu costretto a stare in esilio fino all'anno 1848. Ma non appena a Roma, dopo la fuga del Papa a Gaeta, fu proclamata la repubblica, Mazzini Giuseppe vi accorse e ne fu nominato presidente. Al ritorno del Pontefice, egli disciolse il governo repubblicano e riprese nuovamente la via dell'esilio, ritornando pieno d'immenso giubilo nella sua terra natia, quando seppe quasi libera dagli stranieri la patria, che egli tanto amava. Mazzini Giuseppe morì a Pisa il 10 marzo del 1872 compianto da tutta l' Italia. Le cinque giornate di Milano 1848. Le riforme apportate dal Papa e dagli altri principi italiani, anzichè far moderare il mal governo austriaco, l'inasprirono maggiormente, specie quando fu richiesta la costituzione. Allora la Lombardia ed il Veneto, non potendo più sopportare il giogo straniero, si sollevarono. Prima ad insorgere fu Venezia e fu seguita immediatamente da Milano, che si sollevò come un solo uomo contro il prepotente nemico. Ne dette il segnale l'arresto di molti liberali ordinato dal generale Austriaco Radetzky Josef. Dal 18 al 23 marzo del 1848 i Milanesi, combattendo da leoni, riuscirono a scacciare dalla città 20000 intolleranti nemici, e, per timore che tornassero ad occuparla, si rivolsero per aiuto a Carlo Alberto di Savoia. Uno splendido monumento, eretto nella nobile città, ricorda il glorioso fatto d'armi consacrato nella storia col nome «Le cinque giornate di Milano. » Prima guerra dell'indipendenza 1848-1849. Fuggiti gli Austriaci da Milano, Carlo Alberto di Savoia, che maturava in cuor suo di cacciare lo straniero, scese dal suo Piemonte in aiuto della Lombardia e del Veneto con 25000 uomini, che tosto si aumentarono a 60000 pel concorso degli altri principi e del Papa. A Curtatone e a Montanara l'esercito toscano fu sconfitto, mentre l'esercito Piemontese, vincitore a Pastrengo, a S. Lucia ed a Peschiera, il 30 maggio riportava a Goito, per la baldanza del giovine generale Vittorio Emanuele II, una grande vittoria. Ma a Custoza il 25 luglio ed a Milano il 4 agosto, essendo Carlo Alberto di Savoia rimasto solo contro il formidabile esercito nemico, per avere gli altri principi ed il Papa ritirate le loro truppe, fu sconfitto e dovette chiedere un armistizio e ritirarsi in Piemonte. Per la vittoria di Custoza gli Austriaci ricuperarono ben presto tutto il Veneto, ad eccezione della città di Venezia, che resistette ancora per qualche tempo, e rientrarono in Milano. Battaglia di Novara 1849. L'anno appresso alla disfatta di Custoza, Carlo Alberto di Savoia, per insistenza degl'impazienti patrioti, e senza aver prima rifornito bene il suo esercito, il 12 marzo del 1819 denunziò l'armistizio ed incominciò la campagna contro l' Austria, avanzando fin presso il Ticino. Ma, per colpa del generale Ramorino Girolamo, che aveva lasciato libero il passo al nemico, dovette tornare indietro col suo esercito, per aiutare le divisioni comandate dal generale Durando Giacomo e dal Duca di Savoia, le quali erano state costrette a ripiegare su Novara. Quivi Carlo Alberto di Savoia, il 25 marzo, ingaggiò la battaglia, che fu fiera e terribile, ma fatale per gl'Italiani, sicchè il povero Re, stanco ed addolorato, cedé la corona a suo figlio Vittorio Emanuele II e si recò in Oporto (nel Portogallo) dove morì di dolore il 28 luglio, dopo 4 mesi dall'infausta giornata. Ora le sue ossa riposano nel sepolcro reale di Superga presso Torino. Caduta di Brescia, Venezia e Roma. Quando Carlo Alberto di Savoia denunziò l'armistizio, molte città della Lombardia si sollevarono, e fra esse vi fu la forte ed animosa Brescia, detta la leonessa d'Italia, che, animata dall'ardente patriota Speri Tito, il quale con Tazzoli Enrico, Montanari Carlo ed altri compagni lasciò la vita sul patibolo di Belfiore, dopo dieci giorni di accanito combattimento, al quale presero parte donne e fanciulli, si arrese. Anche Venezia, per la saviezza di Manin Daniele, e di Tommaseo, che erano stati scarcerati dal furore popolare, e pel valore del generale napoletano, Pepe Guglielmo, resistette molto a lungo, e solo si arrese, quando cominciarono a mancare le munizioni, e quando la carestia, il colera e la febbre palustre cominciarono a travagliarla. Appena Venezia ebbe capitolato, Manin Daniele, Pepe Guglielmo e Tommaseo, pieni d'angosce, esiliarono in Francia. Al par di Venezia, Roma volle difendere la libertà, ma, essendo coll'aiuto della Spagna, dell' Austria, della Francia e del Re di Napoli, tornato a Roma il Papa, che era fuggito a Gaeta, dopo l'uccisione del suo ministro, Rossi Pellegrino, furono soppresse tutte le riforme, fu abrogato lo statuto e furono perseguitati i liberali. Nella difesa di Roma si distinsero Mameli Goffredo e Manara Luciano, che perdettero la vita combattendo, e Garibaldi Giuseppe e Mazzini Giuseppe, che furono costretti a riprendere la via dell'esilio. Spedizione di Crimea. Battaglia della Cernaia. Il 24 marzo del 1849, Vittorio Emanuele II, salito sul trono del Piemonte, tenne col generale austriaco, Radetzky Josef, un colloquio, per ottenere un armistizio; ma, trovando ingiuste e vili le sue pretese, il giovine Re fieramente rispose esser pronto ad accettare patti più duri, o perdere cento corone, anziché sopprimere lo statuto largito da suo padre. Il fiero e nobile suo linguaggio fecero venire a patti più decorosi il Radetzky Josef, e così Vittorio Emanuele II, coll'aiuto e col consiglio del suo primo ministro D'Azeglio Massimo e di altri ministri, e poi del successore, il Conte di Cavour Camillo Benso strinse alleanza con l' Inghilterra e con la Francia e mandò in Crimea, in aiuto della Turchia, che era in guerra con la Russia, 1500 soldati sotto il comando del generale La Marmora Alfonso, che alla Cernaia, il 16 agosto del 1855, compì prodigi di valore. E riappaciatesi, dopo lunghe e sanguinose guerre, tutte le potenze d' Europa, Conte di Cavour Camillo Benso col suo Memorandum, che presentò al congresso di Parigi, fece notare che la pace non poteva avere grande durata, se non si rendeva libera ed indipendente l' Italia. A tali proposte l' Austria s' indignò è con proteste e minaccie intimò al Piemonte il disarmo delle truppe. Vittorio Emanuele II, alle prepotenti intimazioni austriache, rispose col dichiarare la guerra. Seconda guerra dell' indipendenza (1859) Solferino e S. Martino. Vittorio Emanuele II, fiducioso nell'alleanza di Napoleone III, Imperatore di Francia, il 1° maggio del 1859, scese dal Piemonte nella Lombardia e marciò contro l' Austria. Raggiunto poco dopo dall'imperatore francese e poi da Garibaldi Giuseppe, generale dei cacciatori delle Alpi, vinse gli Austriaci a Montebello, a Palestro, a Magenta, a Melegnano, ed il 24 giugno completamente li sconfisse con la vittoria riportata dai Francesi a Solferino e dai Piemontesi a S. Martino. A PalestroVittorio Emanuele II diè tanta prova di valore che gli Zuavi, pieni d'ammirazione, lo nominarono loro caporale. Per la vittoria di Solferino e S. Martino, l' Austria cedette a Vittorio Emanuele II la Lombardia, alla quale si aggregarono volontariamente l' Emilia e la Toscana. Si sarebbe ottenuto anche il Veneto, se Napoleone III non avesse improvvisamente proposta la pace a Villafranca, che fu poi conchiusa a Zurigo il 10 novembre. Per l'aiuto prestato, Napoleone III si ebbe, sebbene contro voglia degl'Italiani, la Savoia, culla della stirpe attualmente regnante, e Nizza patria del prode e leale Garibaldi Giuseppe. Garibaldi Giuseppe. Garibaldi Giuseppe, nato a Nizza il 4 luglio del 1807, si dette, fin da giovinetto, alla vita del mare, e ben presto mostrò coraggio e cuor generoso, salvando da sicuro naufragio una donna e due suoi compagni. Essendo stato, nel 1834, condannato a morte, perchè socio della Giovine Italia, fuggì in America, dove combattè valorosamente per la libertà di quei popoli. Ma quando nel 1848 apprese che l' Italia era insorta contro lo straniero, accorse in Lombardia, ed alla testa dei suoi volontari, tenne a Como ed a Varese fronte agli Austriaci fino agli estremi. Corse poi a difendere la repubblica romana e poscia quella di Venezia, ma, per le avversità della sorte delle due repubbliche, dovette abbandonare l'impresa e riprendere la via dell'esilio. Però, nel 1859, scoppiata la guerra contro l' Austria, egli, col corpo dei cacciatori delle Alpi, accorse in aiuto di Vittorio Emanuele II, e vinse gli Austriaci a Varese, a San Fermo ed a Como. Interrottasi la guerra, si ritirò nella sua diletta Caprera, sempre col pensiero rivolto all'unificazione d' Italia. Spedizione dei Mille (1860). Non appena Garibaldi Giuseppe ebbe sentore dell'insurrezione dei Siciliani contro la tirannide borbonica, si recò a Genova, e la mattina del 5 maggio del 1860 con mille compagni partì da Quarto, sbarcando il giorno 11 a Marsala. Quivi, assunta la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II, chiamò il popolo alla rivolta e sbaragliò prima a Calatafimini, poi a Palermo ed a Milazzo le truppe borboniche, costringendole ad uscire dalla Sicilia. Cresciuto di numero il suo esercito, passò nelle Calabrie, e così di vittoria in vittoria il giorno 7 settembre, tra la folla entusiasta, entrò in Napoli di dove Re delle Due Sicilie Francesco II era, fuggito, ricoverandosi a Gaeta. L'esercito borbonico, accampato presso il Volturno, fu, dopo un terribile scontro, messo in rotta dall'intrepidezza dei garibaldini, e così la Sicilia ed il Napoletano, nonchè l' Umbria e le Marche, che erano state liberate da Vittorio Emanuele II, dichiararono con solenne plebiscito di voler appartenere al Piemonte. Garibaldi Giuseppe, incontrando Vittorio Emanuele II presso Caianello, nelle vicinanze di Teano, si cavò il berretto e disse: A voi salute, o Primo Re d'Italia. Villa Glori e Mentana. Per compiere l'unità d' Italia, mancavano ancora Venezia e Roma da liberare, e perciò impazientemente si aspettava l'ora propizia, per raggiungere la méta. Per avere Roma, furono dal governo fatte delle pratiche, per indurre Papa Pio IX alla rinunzia del potere temporale; ma riuscirono infruttuose. Si dovevano quindi adoperare le armi e Vittorio Emanuele II non credette prudente correre con molta fretta, anche perchè a Roma v'era un presidio francese in difesa del Papa. Intanto, per una convenzione avvenuta con la Francia, la sede del Governo fu, con grande rammarico del Re e del Parlamento, trasferita da Torino a Firenze e le truppe di presidio a Roma furono richiamate a Parigi. Garibaldi Giuseppe, che non si sapeva rassegnare al pensiero di vedere non ancora unificata l' Italia, nel 1867 con un pugno di volontari volle dare l'assalto all'eterna città, ma fu arrestato e relegato a Caprera. Poco dopo fuggì, e per la via delle Calabrie voleva dirigersi nuovamente a Roma, ma ad Aspromonte fu col figlio Menotti leggermente ferito. Con tutto ciò non si arrese e si ridusse su Monterotondo, dove vinse i soldati pontifici. Ma il 13 novembre, assalito presso Mentana da 8000 francesi, venuti in aiuto del Papa, sotto pretesto di non essersi mantenuta la convenzione del 1864, dovette ripiegare su Monterotondo e rinunziare, a malincuore, all'audace impresa. Nell'istesso tempo furono a Villa Glori, assaliti assieme ai compagni i fratelli Enrico Cairoli e Giovanni Cairoli, che caddero crivellati di ferite. Terza guerra dell' indipendenza. Liberazione di Venezia. Vittorio Emanuele II, che spiava il momento propizio, per liberare il Veneto, colse il destro della discordia avvenuta tra l' Austria e la Prussia e stipulò con quest'ultima un trattato d'alleanza. Dichiaratasi la guerra fra i due stati contendenti e cominciate le ostilità, i Prussiani riportarono strepitose vittorie sui nemici, mentre gl' Italiani, per colpa dei comandanti La Marmora Alfonso e Cialdini Enrico, furono in diversi scontri, sconfitti, ed il 24 giugno completamente disfatti a Custoza. Si aveva fiducia nella flotta, ma anche questa, per colpa dell'ammiraglio Pellion di Persano Carlo, fu dispersa nelle acque di Lissa. Degna di ammirazione fu la fine delle navi: Il Re d'Italia e la Palestro. La 1a comandata dal prode Faà di Bruno Emilio, che si uccise sul ponte di comando, vedendo la sua nave perduta, si sommerse, trascinando nell'abbisso soldati e marinari. La 2a comandata dal valoroso Cappellini Alfredo, scoppiò, travolgendo seco l'intrepido comandante, che volle morire col suo bastimento, ed il coraggioso equipaggio. Ma la vittoria riportata dai Prussiani a Sadova, il 3 luglio, costrinse gli Austriaci a chiedere pace ed a cedere il Veneto a Vittorio Emanuele II. Nella battaglia di Custoza accadde il glorioso episodio di Villafranca, dove l'intrepido principe Umberto I di Savoia formò il famoso quadrato, per difendersi dalla cavalleria nemica. Fu pure nella stessa guerra ferito il principe Amedeo, secondo genito del Re. Massimo d'Azzeglio. D'Azeglio Massimo, nato a Torino nell'anno 1798, ebbe dalla sua nobile famiglia un'educazione severa e fu profondamente istruito nelle lettere, tanto che, giovine ancora, ispirato da un caldo amor patrio, scrisse i due celebri romanzi l'Ettore Fieramosca ed il Nicolò dei Lapi. 24 Scoppiata nel 1849 la guerra contro l'Austria, egli imbrandì la spada e combattè valorosamente a Vicenza e a Monte Berico, dove fu ferito. Dopo la disfatta di Novara, fu dal giovine Re, Vittorio Emanuele II, nominato presidente dei ministri, ed egli in si grave circostanza seppe colla sua energia e sagacia mostrarsi degno della fiducia commessagli dal suo Re. Dopo la guerra del 59, fu nominato commissario a Bologna e poi governatore a Milano, e verso il 1860, ritiratosi a vita privata in una sua villa, presso il Lago Maggiore, morì dopo 6 anni contento di vedere la sua patria sulla via dell'unità ed indipendenza. Camillo Cavour. L'altro ministro degno della fiducia di Vittorio Emanuele II fu il Conte di Cavour Camillo Benso nato a Torino il 1810. Conte di Cavour Camillo Benso, per amore della libertà, lasciò il servizio militare, di cui era ufficiale, e si dette a diversi studi, viaggiando in paesi civili. Nel 1847 formò il giornale intitolato il Risorgimento per sostenere la libertà e l' unione tra popoli e principi, e diventò ben presto il più caldo fautore dello Statuto e della guerra dell'indipendenza. Verso il 1852, nominato dal Re presidente del Consiglio, ridestò, colla sua energia e saviezza, a nuova speranza l'animo dei Piemontesi, accasciato dai disastri della guerra, restaurò il tesoro pubblico e ridusse il Piemonte uno stato modello. Per opera sua Vittorio Emanuele II conquistò le simpatie dell' Inghilterra e l'alleanza della Francia, la quale affrettò l'unione della gran parte delle terre italiane, soggette allo straniero, in un solo regno. Conte di Cavour Camillo Benso morì compianto da tutti il 6 giugno del 1861 nella sua Villa di Chieri presso Torino, tre mesi appena dalla proclamazione del Regno d' Italia di cui fu uno dei principali fondatori. Roma capitale d' Italia. Nel 1870, essendo scoppiata la guerra tra la Prussia e la Francia, quest'ultima fu costretta a ritirare da Roma le truppe, ivi stanziate, per la difesa del Papa, e mandarle contro la Prussia. Rimasta Roma priva del presidio francese, l'esercito italiano, sotto il comando del generale Cadorna Raffaele, passò la frontiera, e, senza incontrare molta resistenza, giunse fin sotto le mura della città, dove le truppe pontificie si erano accampate. Si cercó un ultimo tentativo di conciliazione col Papa, ma fallito, s'intraprese l'attacco alle mura ed alle porte di Roma. Dopo un accanito combattimento, il 20 settembre i nostri soldati, apertisi un passo per la breccia di Porta Pia, penetrarono in città. Verso mezzogiorno i pontifici si arresero, ed i nostri bersaglieri, gloriosi d'essere stati i primi all'attacco, giravano per le vie gridando « Viva Roma, Viva Vittorio Emanuele II ». Il 2 ottobre dell'istesso anno il popolo romano chiese l'annessione al regno d' Italia, e l'anno successivo la sede del governo fu trasferita da Firenze a Roma, che divenne la capitale del Regno. Il 2 luglio del 1871 Vittorio Emanuele II, entrando nel palazzo del Quirinale, pronunziò la indimenticabile sentenza: «A Roma ci siamo e ci resteremo». Morte di Vittorio Emanuele II e di Umberto I di Savoia. Vittorio Emanuele II, che, per la sua tembra di ferro, pareva avesse dovuto reggere per molti anni ancora le sorti della redenta Italia, il 9 giugno del 1878, dopo soli 5 giorni di fiera ed indomabile malattia, moriva, lasciando tutti gl'Italiani, che ben a ragione gli avevano dato il nome di Re Galantuomo e Padre della patria, nella più grande costernazione. Moriva nel febbraio dello stesso anno il Papa Pio IX, e quattro anni dopo, cioè il 2 giugno del 1882, spirava nella solitaria Caprera il generoso, leale e prode Garibaldi Giuseppe. A Vittorio Emanuele II successe nel trono il figlio Umberto I di Savoia, che, giovanissimo ancora, meritò nella battaglia di Custoza la medaglia d'oro al valor militare. Nacque Umberto I di Savoia a Torino il 14 marzo del 1844 e salì sul trono nel gennaio del 78. Egli, dopo d'aver, unito alla sua leggiadra e Pia di Savoia Margherita, spesa tutta la vita pel bene del suo popolo, esponendosi ai più gravi pericoli, per confortare i sofferenti in tutte le loro calamità, come lo ricordano il terremoto di Casamicciola ed il terribile colera a Napoli, la sera del 29 luglio 1900 venne, nella sua diletta Monza, dove s'era recato ad assistere ad una gara di ginnastica, vilmente ucciso da un volgare assassino a nome Bresci Gaetano. Per sì orrenda sciagura tutta l' Italia ne fu scossa e pianse amaramente la morte del suo Re. Le ossa di Umberto I di Savoia riposano accanto a quelle del padre suo nel Panteon di Roma, dove gl' Italiani si recano in mesto pellegrinaggio a deporvi corone. Sotto il regno di Umberto I di Savoia, furono, ne le deserte e roventi terre dell'Africa, combattute, contro Re Menelik, diverse battaglie nelle quali si segnalarono De Cristoferis Tommaso, Arimondi Giuseppe, Toselli Pietro, Galliano Giuseppe, Dabormida Vittorio ed altri. Parte di dette battaglie furono gloriosamente vinte dagl' Italiani e parte perdute. Ma le due sanguinose sconfitte, cioè lo scontro di Dogali e la battaglia di Adua del 96, dove i nostri soldati combattettero da leoni, ma furono soprafatti dal nemico, per l'esuberante numero, afflissero grandemente il cuore del Re e gettarono tutta l' Italia nella più grande tristezza. Vittorio Emmanuele III. Morto Umberto I di Savoia, salì sul trono d' ItaliaVittorio Emanuele III, il quale ereditò dal padre tutte le di lui virtù. In soli pochi anni di regno Vittorio Emanuele III si ha cattivata la simpatia e la stima dei più grandi stati d'Europa, come è luminosamente dimostrato dalle entusiastiche accoglienze avute in Russia, Inghilterra, Germania e Francia, quando si è recato a far visita a quelle corti. Divide lo splendore del trono la bella e virtuosa Regina Del Montenegro Elena, nata a Cettigne l'8 gennaio 1873. Essa è di soli 4 anni più giovane del suo consorte, essendo Vittorio Emanuele III nato l'11 novembre del 1869. Che Dio conservi entrambi con la Regina madre, di Savoia Margherita, per lunga serie di anni per la grandezza d' Italia e pel bene del popolo. FINE Effemeridi storiche Il 5 gennaio 1878 muore il generale La Marmora Alfonso. Il 9 gennaio 1878 muore Vittorio Emanuele II. Il 12 gennaio 1848 si solleva la Sicilia contro Ferdinando II. Il 18 gennaio 1890 muore principe Amedeo di Savoia duca d'Aosta. Il 15 gennaio 1866 muore D'Azeglio Massimo. Il 25 gennaio 1887 si combatte in Africa a Saati. Il 26 gennaio 1887 si combatte in Africa a Dogali. Il 31 gennaio 1854 muore Pellico Silvio. Il 7 febbraio 1878 muore il Papa Pio IX. L'8 febbraio 1848 Carlo Alberto di Savoia concede lo Statuto. Il 10 marzo 1872 muore Mazzini Giuseppe. L'11 marzo 1860 la Toscana e l' Emilia con solenne plebiscito si annettono al regno di Vittorio Emanuele II. Il 12 marzo 1849 principia la 2° guerra dell'indipendenza. Il 14 marzo 1820 nasce Vittorio Emanuele II. Il 14 marzo 1844 nasce Umberto I di Savoia. Il 14 marzo 1861 si proclama il regno d' Italia. Il 18 marzo 1848 è la prima delle cinque giornate di Milano. Il 23 marzo 1848 ha principio la 1° guerra dell'indipendenza. Il 23 marzo 1849 Carlo Alberto di Savoia è sconfitto a Novara ed abdica in favore di Vittorio Emanuele II. Il 23 aprile 1849 insorge Brescia e resiste per 10 giorni. Il 27 aprile 1859 principia la 3° guerra dell'indipendenza. Il 3 maggio 1861 si istituisce la festa nazionale nella 1° domenica di giugno. Il 5 maggio 1860 Garibaldi Giuseppe con i mille parte da Quarto. L'11 maggio 1860 Garibaldi Giuseppe con i mille sbarca a Marsala. Il 15 maggio 1848 succede la strage dei patriotti a Napoli. Il 15 maggio 1860 si combatte a Calatafimini dai garibaldini. Il 29 maggio 1848 si combatte a Curtatone e a Montanara. Il 30 maggio 1848 si combatte a Goito. Il 30 maggio del 1859 succede la battaglia di Palestro. Il 2 giugno 1882 muore Garibaldi Giuseppe a Caprera. Il 4 giugno 1859 si combatte a Magenta. Il 6 giugno 1861 muore Conte di Cavour Camillo Benso a Chiesi presso Torino. L'8 giugno 1848 la Lombardia si unisce al Piemonte. L'8 giugno 1859 Vittorio Emanuele II e Napoleone III entrano trionfalmente in Milano. Il 24 giugno 1859 si combatte a Solferino ed a S. Martino. Il 24 giugno 1866 si combatte a Custoza. Il 2 luglio 1871 Vittorio Emanuele II entra in Roma. Il 20 luglio 1860 succede la battaglia di Milazzo. Il 20 luglio 1866 succede la battaglia di Lissa. Il 21 luglio 1866 i Garibaldini vincono alla Bezzecca. Il 25 luglio 1844 sono fucilati a Cosenza i fratelli Bandiera. Il 26 luglio 1866 il Veneto vien ceduto al Piemonte. Il 28 luglio 1849 muore Carlo Alberto di Savoia in Oporto ( Portogallo). Il 29 luglio 1900 viene assassinato a MonzaUmberto I di Savoia. L'8 agosto 1848 gli Austriaci sono cacciati da Bologna. L'8 agosto 1855 muore Pepe Guglielmo. Il 16 agosto 1855 si combatte alla Cernaia. Il 22 agosto 1849 succede la capitolazione di Venezia. Il 29 agosto 1860 Garibaldi Giuseppe passa lo stretto di Messina. L'8 settembre 1892 muore il generale Cialdini Enrico. Il 20 settembre 1870 Roma viene occupata dagl' italiani. Il 22 settembre 1857 muore Manin Daniele. Il 1° ottobre 1860 si combatte al Volturno. Il 2 ottobre 1870 lo stato pontificio con solenne plebiscito si annette al regno d' Italia. Il 21 ottobre 1866 Venezia con solenne plebiscito si annette al regno d' Italia. Il 21 ottobre 1860 le due Sicilie con solenne plebiscito si annettono al regno di Vittorio Emanuele II. Il 23 ottobre 1867 muore Enrico Cairoli con i compagni a Villa Glori. Il 3 novembre 1867 si combatte a Mentana. Il 4 novembre 1860 le Marche e l' Umbria si annettono al regno di Vittorio Emanuele II. Il 7 novembre 1860 Vittorio Emanuele II e Garibaldi Giuseppe entrano in Napoli. Il 1° dicembre 1860 Vittorio Emanuele II fa solenne ingresso in Palermo. Il 31 luglio del 1900 sale sul trono d' ItaliaVittorio Emanuele III.
Note ed appunti. Libro sussidiario per la III classe elementare Potenza, Tipografia Editrice Garramone e Marchesiello 1905
Nozioni di storia
L' Italia prima del 1848. Prima del 1848, l' Italia non formava, come oggi, una Nazione retta da un solo Re; era invece divisa in piccoli stati a capo dei quali v'erano principi che governavano colla prépotenza e col terrore. 1. Il regno Sardo, che comprendeva il Piemonte, la Liguria e la Sardegna, era retto da Carlo Alberto di Savoia. 2. Il regno Lombardo-Veneto dall' Austria. 3. Il Granducato di Toscana aveva a capo Leopoldo II di Toscana. 4. Lo stato Pontificio, che comprendeva le Romagne, le Marche, l'Umbria e il Lazio, era soggetto al Papa. 5. Il regno delle due Sicilie dominato dal Borbone. 6. Il ducato di Parma e Piacenza sotto Maria Luisa d'Asburgo Lorena figlia dell'Imperatore d'Austria. 7. Il ducato di Modena sotto Francesco IV d'Este. Tutti questi stati all'infuori di quello Sardo e Pontificio, erano più o meno soggetti all' Austria che incrudeliva contro tutti i popoli d' Italia, specialmente poi contro quelli del Regno Lombardo-Veneto. Si era dunque costretti di soffrire senza neanche poter levare un grido di lamento, molto meno di protesta. Non si poteva tassativamente parlare nè scrivere quello che si pensava; bastava far questo per essere uccisi o mandati in esilio. Non rimaneva al popolo italiano che riunirsi in segrete congiure per rovesciare dai loro troni i prepotenti principi che lo governavano. La principale di queste congiure, detta dei «Carbonari» fu presa di mira e molti di quelli che ne facevano parte, ghigliottinati o mandati in esilio o chiusi in carcere duro. Pellico Silvio Uno di quelli che soffrirono duramente, perchè venuti in sospetto al governo austriaco, fu Pellico Silvio nato a Saluzzo in Piemonte. Accusato di appartenere alla setta dei Carbonari, fu chiuso in carcere e condannato a morte. Per grazia sovrana la condanna a morte gli venne commutata in quella del carcere duro, che espiò per 10 anni nella rocca dello Spliebberg in Moravia, trascinando la pesante catena del galeotto, diviso dalla sua famiglia e dal mondo. Con lui, nel medesimo carcere, stette un altro illustre italiano: Pietro Maroncelli col quale il Pellico si confortava, volgendo un pensiero alla patria lontana alla quale nulla giovavano le loro pene. Nell'istesso carcere soffrì anche un altro grande italiano, Confalonieri Federico che, per quanti sforzi facesse l'Austria, non mai volle rivelare quali relazioni, passassero tra il principe Carlo Alberto di Savoia e i Carbonari, come non volle fuggire dal carcere quando la moglie Maria Teresa gliene fornì i mezzi, per non essere chiamato vigliacco. Seguiva l'esempio dell'Austria il sospettoso Re di Napoli Ferdinando II di Borbone che fece morire, esiliare ed imprigionare quanti avevano nome di congiurati. Perseguitata così la setta dei Carbonari, imprigionati i suoi capi, si sciolse per dar luogo ad un altra setta « la Giovane Italia» fondata in Francia da Mazzini Giuseppe. Mazzini Giuseppe Nacque a Genova nel 1805. Fin da giovinetto egli si mostrò affettuoso e tenero per le sventure degli altri. Un giorno andava a passeggio con la madre e vide un povero vecchio, tutto lacero, disceso dai gradini di una chiesa che domandava, lamentandosi, l'elemosima. Il fanciullo, commosso a quello spettacolo, pregò la madre che gli desse qualche cosa, e poi lo abbracciò. Il mendicante lo ringraziò piangendo e, rivoltosi alla madre di lui, disse che il figlio. sarebbe stato un uomo di eroici propositi e di grandi sacrifizii. Difatti, appena gli fu possibile, il Mazzini si ascrisse alla setta dei Carbonari. Esiliato a Marsiglia dopo il 1831, fondò una nuova società che si chiamò la Giovane Italia, perchè i giovani a preferenza dovevano prendervi parte. In breve la società fu assai numerosa e da tutta l' Italia si ascrissero quanti amavano la patria. E furono essi, che con altri patrioti, combattendo e pubblicando opere, promossero il Risorgimento italiano. Molto patì il Mazzini, per le persecuzioni dei principi che si vedevano minacciati, ma tutto soffrì per amore della patria. Morì nel 1872 a Pisa, contento di aver vista l' Italia redenda dalla servitù. Lo Statuto e i moti del 1848. Nel settembre del 1847 Messina e Reggio insorsero contro il governo dei Borboni; ma la ribellione fu soffocata nel sangue. Il 12 gennaio del 1848 insorse anche Palermo, si fecero le barricate e per quindici giorni di lotta sanguinosa si combattette contro l'esercito borbonico che fu messo in fuga. Seguirono l'esempio di Palermo molte altre città tra cui Napoli, e finalmente il 10 febbraio dello stesso anno Ferdinando II dette la Costituzione, colla quale si obbligava di chiamare al governo Deputati eletti dal popolo. Il Granduca di Toscana fece lo stesso il 17 dello stesso mese e il 4 marzo anche Carlo Alberto di Savoia promulgò lo Statuto nel suo regno. A Milano non si poteva più reggere. Si videro sui muri affissi dei proclami contro l'Austria e il 18 marzo 1848 scoppiò la rivoluzione. Si fecero, come a Palermo, le barricate. Uomini, donne, vecchi, fanciulli, tutti combattevano, diretti da un valoroso giovane a nome Manara Luciano. Gli austriaci rispondevano al fuoco dei milanesi colle cannonate, ma dopo cinque giorni dovettero uscire dalla città, superati dal valore del popolo. Contemporaneamente a Venezia, scarcerato il prode Manin Daniele, si combattette contro gli austriaci che, come a Milano, dovettero uscire dalla città. A Modena ed a Parma si faceva lo stesso; quasi tutta l' Italia era in rivoluzione. La prima guerra d'indipendenza. Scoppiati i moti, il Re Carlo Alberto di Savoia, che amava di veder l' Italia redenta, mosse guerra contro gli Austriaci. Combattette vincendo a Goito, a Monzambano, a Valeggio ed a Pastrengo e poi di nuovo a Goito. L'esercito piemontese combattette con grande valore, guidato dal suo Re, al grido di «Viva l'Italia». Ma dopo una battaglia durata dal 23 al 25 Agosto, fu vinto a Custoza e costretto a ritirarsi. Nell' anno seguente, il 1849 Carlo Alberto di Savoia mosse di nuovo contro gli Austriaci e, il 23 Marzo, attaccò battaglia a Novara. Si combattette accanitamente compiendo eroismi di valore. Il generale Passalacqua Giuseppe, colpito al petto, grida ai suoi soldati «Avanti». Carlo Alberto di Savoia cercò la morte nella battaglia ma, verso sera, dovette ritirarsi a Novara. La notte, radunati i suoi generali, rinunziò al trono in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II e poi partì in volontario esilio per Oporto in Portogallo, dove morì il 28 luglio dello stesso anno 1849. La sua salma fu trasportata a Superga, nei pressi di Torino. I fratelli Bandiera Appartenevano alla società fondata dal Mazzini, due nobili giovani figli di un ammiraglio della marina austriaca. Si chiamavano Emilio ed Attilio Bandiera. Il padre li aveva iniziati alla sua carriera, facendoli arruolare nella marina Austriaca. Ma ai due giovani, amanti della patria, ripugnava dover far parte dell'armata di un popolo oppressore del loro paese. Si ascrissero dapprima alla Giovine Italia e poi disertarono dalla marina austriaca, decisi di fare tutto per la liberazione della patria. La madre li scongiurò che tornassero sotto le armi, il padre impetrò dal governo di Vienna il perdono per loro; i prodi giovani furono fermi nel loro proposito e si rifugiarono a Corfù. Di lì, riuniti una ventina di compagni, sbarcarono nella Calabria che essi credevano sollevata, per abbattere l'odioso governo dei Borboni. Ma furono traditi e consegnati alla polizia borbonica. Un tribunale di quel tempo li condannava a morte coi loro compagni. Condotti nei pressi di Cosenza, nel vallone di Rovito, furono fucilati mentre gridavano: « Viva l'Italia ». In loro memoria è stato eretto nel luogo dove morirono, un monumento che ricorderà sempre ed a tutti l'eroismo dei due giovani veneti. Camillo Benso di Cavour. Vittorio Emanuele II accettò per amore della patria, un trono che a quei tempi era molto pericoloso. Ritiratosi nel suo regno, egli si circondò di abili uomini di stato, tra i quali primeggiano il Camillo Benso di Cavour ed il Marchese D'Azeglio Massimo. Camillo Benso di Cavour, nato a Torino il 10 agosto 1810, ben presto si distinse per l'ingegno svegliato e per la sua singolare abilità nel governo. Eletto dal Re Presidente del Consiglio dei Ministri, egli si dette, con tutto ardore, alla causa del risorgimento italiano. Scoppiò, durante il suo governo, una guerra tra la Francia, l'Inghilterra e la Russia ed egli fece in maniera che il piccolo esercito piemontese si unisse a quelli inglese e francese contro la Russia, allo scopo di attirare sul Piemonte le simpatie di quelle due grandi nazioni. Quindicimila piemontesi, guidati dal generale La Marmora Alfonso, andarono sul teatro della guerra in Crimea e, nella memorabile giornata della Cernaia, si coprirono di gloria. La sera del 16 agosto del 1852, dopo la battaglia, l'esercito piemontese fu assai lodato dai generali francesi ed inglesi pel valore spiegato nella battaglia. Poco dopo, in un Congresso tenuto a Parigi, il conte Camillo Benso di Cavour fece sentire i lamenti dell' Italia oppressa dallo straniero; e, tutti i rappresentanti delle Nazioni, Napoleone III Imperatore dei Francesi specialmente, vi si interessarono. Poco dopo Napoleone III promise a Plombieres di aiutare l' Italia contro l' Austria e, il Conte Camillo Benso di Cavour, ritornato in Piemonte, promosse una nuova guerra contro gli Austriaci. La guerra infatti fu dichiarata e Vittorio Emanuele II annunziò che egli prendeva le armi per riscattare l' Italia dalla schiavitù. Così l'erede di Carlo Alberto proseguiva le gloriose tradizioni del padre a beneficio dell' Italia. Seconda guerra d'indipendenza. Vittorio Emanuele II, a capo del suo esercito, si unì a quello francese e dette la prima battaglia a Palestro, donde gli austriaci si ritirarono fuggendo. Inseguiti furono sconfitti a Magenta e poi a Melagnano. Lo stesso giorno, l'otto giugno 1859, Vittorio Emanuele II e Napoleone III entravano trionfanti a Milano. È indescrivibile l'entusiasmo con cui furono accolti: uomini, donne, fanciulli, tutti accorsero a ricevere i loro liberatori acclamandoli e cospargendo di fiori il loro cammino. Ma la Lombardia non era completamente libera e gli austriaci si preparavano ad un'altra grande battaglia. Il 24 giugno l'esercito francese comandato dall'Imperatore Napoleone III, e quello Piemontese dal Re Vittorio Emanuele II, attaccarono gli austriaci a Solferino e a S. Martino. Nonostante la pioggia torrenziale, Francesi e Piemontesi si batterono da leoni: il loro valore pareva incredibile: innanzi a tutti era Vittorio Emanuele II. Molti, temendo per la sua vita, avrebbero voluto farlo ritirare dal maggiore pericolo, ma egli, intrepido, rotando la spada, s'avanzava, volendo vincere o morire per la patria. Finalmente la sera, verso le nove, gli austriaci dovettero ritirarsi, cedendo al valore dell'esercito alleato. Dopo questa memorabile giornata, quando tutto pareva arridere alle sorti d' Italia, Napoleone III conchiuse coll'Austria una pace che fu detta di Villafranca, che gettò nella costernazione tutti gl'italiani. La Lombardia fu annessa al Piemonte e Nizza e Savoia rimasero alla Francia. Mentre però Napoleone III conchiudeva la pace di Villafranca, la Toscana, l'Emilia e le Romagne si ribellarono ai loro principi e dichiararono di voler fare parte del regno di Vittorio Emanuele II. Non rimaneva che la Venezia, le Marche, l'Umbria, Roma e il Regno delle due Sicilie per completare il regno d' Italia. Vittorio Emanuele II, comunque addolorato per la pace conchiusa dall' Imperatore dei francesi, fu contento di quell'annessione, e, il 2 aprile 1866, pronunziò queste memorabili parole: «In tempo brevissime, un'invasione respinta, libera la Lombardia per gloriose gesta d'eserciti, libera l'Italia Centrale per meravigliosa virtù di popoli ». Erano il compendio di tutta l'opera compiuta nella 2a guerra per l'indipendenza d' Italia. Garibaldi Giuseppe Uno dei più grandi fattori della indipendenza d' Italia fu Garibaldi Giuseppe. Nacque a Nizza il 5 luglio 1807 da povera famiglia di marinai e ben presto si mostrò, come il Mazzini, tenero per le sventure del popolo. Ancora ragazzo salvò una lavandaia che era sul punto di annegare e, poco dopo, alcuni giovani che, inoltratisi in mare, stavano in serio pericolo. Si ascrisse, giovane ancora, alla «Giovine Italia» e prese parte ad un tentativo per liberare Genova. Condannato all'esilio, si rifugiò in America dove si combatteva per la libertà e per la indipendenza. Giuntovi, ben presto riunì una legione di 800 italiani che, comandati da lui, fecero prodigi di valore e resero immortale il suo nome in quelle regioni. Avendo saputo che in Italia i popoli si erano ribellati, nel 1848 egli ritornò in patria pronto a sacrificare la vita per essa. Ma vi giunse quando già, dopo la battaglia di Goito, i nostri avevano delle sconfitte. Andò a Roma donde il papa Pio IX era fuggito e combattette contro i francesi che, dopo lunga lotta, entrarono nella città. Fuggì allora per salvarsi ed avendo perduta la moglie. Anita, non gli rimase altro scampo che l'esilio. Scoppiata però la guerra del 1859, egli ritornò in Italia ed assunse il comando dei cacciatori delle alpi, coi quali sconfisse gli Austriaci a Como e a Varese. Con dolore immenso vide conchiudersi la pace di Villafranca e cedersi alla Francia la sua città natia. Si ritirò allora a Caprera, un'isola del mare Tirreno, aspettando il momento opportuno di poter combattere per la patria. Difatti, nel 1860, egli da Quarto salpò diretto in Sicilia allo scopo di liberare l' Italia meridionale dalla tirannide borbonica. In mezzo a pericoli e minacce compi la traversata, e l'undici maggio, sbarcò a Marsala. Fu ricevuto con feste da quel popolo che vedeva in lui il suo liberatore. Il 15 maggio s'incontrò a Calatafimi con l'esercito borbonico e lo battette. Sfuggendo abilmente all' esercito borbonico egli s'avvicinò a Palermo. Scoperto dai nemici fu attaccato e dopo lunga ed accanita lotta entrò in Palermo accolto con feste dalla cittadinanza. Aiutato poi da altri volontarii comandati dai generali Medici e Cosenz, combattette un'ultima e decisiva battaglia, il 20 Luglio a Milazzo, costringendo i borbonici a sgombrare dall'isola. Traversò quindi tutta l'Italia meridionale e, il 7 settembre, entrò con pochi ufficiali in Napoli donde il Re Francesco II era fuggito rifuggiandosi a Gaeta. Il re adirato e vedendo pericolare il suo trono, raccolse il suo esercito tra Capua e Caserta sulle rive del fiume Volturno, aspettando l'esercito dei volontarii. E Garibaldi lo attaccò con ventimila uomini, sconfiggendolo pienamente. Il 21 ottobre l'Italia meridionale dichiarava, con solenne plebiscito, di voler annettersi al regno di Vittorio Emanuele II. Non rimanevano che le fortezze di Capua e di Gaeta. Anch'esse furono tolte al nemico e Vittorio Emanuele II, il 7 novembre, dopo essersi incontrato col generale Garibaldi a Teano, entrò in Napoli, accolto da vere feste di trionfo, tra il giubilo di quei popolo che si vedeva liberato dai suoi oppressori. Le Marche e l'Umbria. Mentre ciò accadeva nel Napoletano, altri due generali valorosi, Cialdini Enrico e Manfredo Fauti, combattevano per la liberazione delle Marche e dell'Umbria. Lunga ed accanita fu la lotta; ma alla fine, anche quelle regioni furono conquistate ed il 4 novembre annesse al regno d'Italia. Sono memorabili le battaglie di Castelfidardo e di Ancona in cui si compirono prodigi di valore. Il 18 febbraio 1861 si adunava in Torino il Parlamento Nazionale a cui erano intervenuti deputati d'ogni parte della penisola. In quel giorno fu proclamato il regno d'Italia con a capo Vittorio Emanuele II che il 14 marzo dello stesso anno assumeva per sè e per i suoi successori il titolo di Re d'Italia. Poco tempo dopo, il 6 giugno, moriva Camillo Benso di Cavour, quell'uomo che tanto aveva fatto per la libertà del suo paese. Grande fu il dolore di tutto il regno che vedeva sparire il grande uomo. A questo dolore si aggiungeva l'altro di vedere ancora soggette la Venezia e Roma. Guerra del 1866. (3 guerra d'indipendenza) Nel 1866 scoppiò tra l' Austria e la Prussia una guerra. Vittorio Emanuele II, che voleva liberare la Venezia dal dominio austriaco, ed annetterla al regno d' Italia, strinse alleanza con la Prussia e dichiarò la guerra all'Austria. Il 24 giugno gl'Italiani, comandati da Re Vittorio Emanuele II e dai suoi figli Umberto I di Savoia ed Amedeo I di Spagna, varcato il Mincio, s'incontrarono coi nemici. Dopo una lunga e sanguinosa battaglia combattuta a Custoza, i nostri dovettero ritirarsi dolenti di veder sparire le loro speranze. Non ne rimanevano altre che quelle di una battaglia navale che si sarebbe combattuta dalla nostra flotta contro quella degli austriaci nelle acque dell' Adriatico. Ma l'insipienza o il tradimento dell'ammiraglio Persano, resero infruttuoso anche quel tentativo. È notevole la fine della corazzata Palestro comandata da Cappellini Alfredo. Scoppiò a bordo un terribile incendio che nessuno sforzo valse a sedare. Il Cappellini ordinò ai marinai di mettersi in salvo e dichiarò di voler perire colla sua nave. L'equipaggio allora volle morire col suo capitano e pochi minuti dopo, essendosi appiccato il fuoco al magazzino delle polveri, la nave scoppiò inabbissandosi coi suoi prodi marinai. Intanto gli austriaci che erano battuti dai prussiani, furono costretti a richiamare il loro esercito dall'Italia, e poco dopo a conchiudere coll'Italia e colla Prussia una pace. La Venezia fu data a Napoleone III che doveva a sua volta cederla all'Italia. E, nel novembre di quello stesso anno, Vittorio Emanuele II potè entrare in Venezia che si era ammessa al regno d' Italia. Veniva però preclusa ogni via per andare a Roma essendosi Re Vittorio Emanuele II impegnato con Napoleone III di non prendere mai le armi contro di essa. La presa di Roma. Con grande dolore Vittorio Emanuele II aveva conchiuso quel trattato coll'Imperatore dei francesi, e non sperava che in una occasione propizia, per vedere libera Roma. E l'occasione non tardò a presentarsi, collo scoppio di una terribile guerra tra la Francia e la Prussia nel 1870. I Francesi vinti ripetute volte dai Prussiani richiamarono l'esercito che tenevano per sicurezza del Papa a Roma, nè dopo la guerra colla Prussia si curarono di rimandarlo. Era dunque giunto il momento di agire e Vittorio Emanuele II non lo perdette e inaudò l'esercito comandato dal generale Cadorna. Dopo discreto combattimento fu aperta una breccia in vicinanza di porta Pia da dove i nostri entrarono nella grande città. Il 2 luglio dell'anno seguente 1871 Vittorio Emanuele II vi entrava pronunziando le memorabili parole: «A Roma ci siamo e ci resteremo. » Sette anni dopo il 9 gennaio 1878, il grande Re dopo una crudele e tormentosa malattia, rendeva la sua bell' anima a Dio. Il pianto ed il lutto per la sua morte furono generali e non vi fu cuore italiano che non si addolorasse allo sparire di quel personaggio che tanto aveva fatto per la libertà e per la indipendenza del suo paese. Fu riposto nel Pantehon e passò nella storia col nome glorioso di Padre della Patria. >NOZIONI DI GEOGRAFIA Salendo sulla vetta di un monte, si vede il Cielo come una grande cupola che poggia sulla terra. Il nostro sguardo non giunge più oltre, ma al di là di quella linea che, pare segui il punto di contatto del Cielo con la terra e che si chiama linea d'orizzonte, ci sono altri monti, altri fiumi, altre valli, pianure e città. Di tutto ciò non potremo averne notizia se non andandovi o leggendo quello che ne hanno scritto quelli che vi sono stati. La scienza che ci mette in grado di conoscere la terra, le sue parti, gli animali che la popolano, le piante che vi nascono e crescono, si chiama Geografia. Punti cardinali. Il punto dove sembra che la mattina spunti il sole si chiama levante od est. Volgendo a levante la destra, si ha a sinistra un altro punto che si chiama ponente od ovest. Di fronte si ha il settentrione o nord, e dietro le spalle il mezzogiorno o sud. Alle volte però non è possibile vedere dove nasce il sole o perchè il tempo è nuvoloso o perchè è di notte e il sole non brilla. Allora vi è un altro mezzo per potersi orientare ed è quello di cui si servono i marinai: la bussola. La bussola è un congegno inventato molto tempo fa da Flavio Gioia di Amalfi. È composto d' una scatola in cui a bilico oscilla un ago con una punta calamitata che si volge sempre al nord. Trovato il nord, è facile trovare gli altri punti cardinali. Fare ciò si dice orientarsi. Nomenclatura geografica. Il globo che noi abitiamo è composto di terra e di acqua; è perciò che si chiama globo terraqueo. Ma non in tutti i loro punti le terre e le acque sono simili. Ora queste son ferme, ora correnti; or limpide, or melmose; or le terre sono piane, ora variamente accidentate; ora ergentisi colle cime altissime da toccare le nubi. Tutti gli uomini, d'altra parte, non vivono ad un modo e sono sotto un medesimo governo; è mestieri perciò stabilire una ben intesa nomenclatura geografica. Continente è una grande estensione di terra nell'interno del quale non si risente il clima marittimo. Isola è un tratto di terra circondato da ogni parte da acque. Arcipelago è la riunione di molte isole. Penisola è un tratto di terra circondata da ogni parte dall'acqua meno che da una con la quale è unita al continente. Istmo è quel tratto di terra che unisce la penisola al continente. Capo è un tratto di terra che s'inoltra nel mare; quando questo è montuoso, prende il nome di promontorio. Collina è una piccola elevazione di terra; una più rilevante piglia il nome di monte o montagna. Vulcano è un monte che da una bocca detta cratere erutta fumo, fiamma e talvolta anche lava e materiali infocati. Pianura è una grande estensione di terreno piano. Valle è la pianura poco considerevole che si trova tra due monti. Oceano è una gran massa d'acqua salata. Mare è una parte dell'oceano. Golfo è quella parte di mare che s'interna nella terra; se questa è più piccola piglia il nome di baia. Quel tratto del golfo che è difeso da opere in muratura dove le navi trovano rifugio sicuro, si chiama porto. Un considerevole tratto di mare compreso tra due terre vicine si chiama canale e, se è meno grande, stretto. Lago è una massa d'acqua circondata da terre. Fiume è un corso d'acqua che scorre sempre; sorgente il luogo da cui nasce il fiume. Torrente è un corso d'acqua che non scorre sempre; ruscello un piccolo torrente.. Città è un grande aggregato di case con palazzi, piazze, giardini, monumenti ecc.. Paese è più piccolo e meno ornato della città. Villaggio è un piccolo aggregato di case con poche strade. Comune, Circondario, Provincia. Tanto le città che i paesi e i villaggi sono parte del territorio del regno, abitati da molte persone le quali, concorrono alla amministrazione di esso e perciò si dicono Comuni. Il capo del Comune è il Sindaco il quale è assistito dal Consiglio e dalla Giunta Comunale. Molti comuni uniti insieme formano un Circondario nel cui capoluogo risiede un Sotto Prefetto, che è un Ufficiale dello Stato, che vigila sulla buona amministrazione dei Comuni. Più circondarii formano una Provincia che è governata da un Prefetto, il quale risiede nel Capoluogo della Provincia. Egli è un Ufficiale dello Stato che sorveglia le amministrazioni di tutta la Provincia che governa. Mandamento è quel comune ove risiede un Pretore che amministra la giustizia: Molte volte il Mandamento è formato di parecchi comuni, di cui è capoluogo quello ove risiede il Pretore. I Comuni, i Circondarii, le Provincie formano il Regno, governato dal Re il quale è assistito da un Consiglio di Ministri i quali fanno eseguire le leggi che fa la Camera dei Deputati ed approva il Senato. I Deputati sono eletti dal popolo ed i Senatori sono nominati dal Re. Carte geografiche. Per agevolare lo studio della geografia, si è pensato di rappresentare i diversi luoghi per mezzo di segni, su alcune carte, che si chiamano carte geografiche. Eccone una che rappresenta la nostra scuola (disegno) Il paese dove io sono nato si chiama... Conta abitanti... Ha un territorio di Km... Ha chiese... Ha piazze... Ha monumenti... dedicati a... Presso il mio paese passano i seguenti fiumi:... Ci sono i laghi di... I monti più alti sono... Ci sono miniere di... Ha scuole... maschili e....femminili.... Il Sindaco del Comune è il Signor... Il mio paese fa parte del mandamento di... del Circondario di... della provincia... della regione... I paesi più vicini al mio sono:... Il nostro Circondario è composto di... paesi che formano una popolazione complessiva di...abitanti. I circondarii della nostra provincia sono:... che formano una popolazione complessiva di... abitanti. I fiumi della nostra provincia sono:... i laghi sono:... i monti più alti sono:... I prodotti principali sono:... La mia regione è formata dalle seguenti provincie:... i fiumi che la bagnano sono i seguenti:... i monti più alti sono:... i mari che la bagnano sono:... Nel mio paese sono nati i seguenti uomini illustri:... quelli che sono nati nel nostro circondario sono:... e quelli della nostra provincia sono:.. La nostra provincia con le altre fa parte del Regno d'Italia. L'Italia è una grande penisola essendo da ogni parte circondata da mari meno che da una che la unisce al Continente europeo di cui è parte. Confina ad est col mare Adriatico e con l'Austria; a sud col mare Ionio e Mediterraneo; ad ovest col mar Tirreno e con le Alpi occidentali che la separano dalla Francia; a nord con le Alpi Centrali che la separano dalla Svizzera. Monti. La principale catena dei monti d'Italia è quella delle Alpi; viene dopo l'altra, quella degli Appennini. La catena delle Alpi si suddivide in Alpi orientali, Alpi centrali ed Alpi occidentali. I monti più alti di questa catena sono: il monte Bianco, il monte Rosa, il Mon Viso, il Gran Paradiso. La catena degli Appennini che comincia dove finiscono le Alpi Occidentali, percorre tutta l'Italia; ad un certo punto si dirama: una parte va nelle Puglie ed un' altra per la Basilicata nelle Calabre. Il monte più alto degli Appennini è il Gran Sasso d' Italia; vengono poi il Monte Pollino e il Monte Maiella. Fiumi. Il maggior fiume d'Italia è il Po che nasce dal mon Viso e si scarica nell' Adriatico. Il Po riceve molti affluenti; quelli di sinistra sono: la Dora Baltea, il Ticino, l' Adda, il Mincio, l' Oglio; quelli di destra sono: il Tanaro, la Trebbia, la Panaro e il Reno nonchè molti altri di minore importanza. Si gettano nello stesso mare: il Tagliamento, il Piave, il Brenta, l'Adige, il Pescara e l'Ofanto. Nel mare Ionio si scaricano il Bradano, il Basento, l' Agri, il Sinni e il Crati. Nel mar Tirreno l'Arno, l'Ombrone, il Tevere, il Garigliano e il Volturno. I fiumi più notevoli della Sicilia sono: la Giarretta e il Salso, della Sardegna la Flumentosa e il Tirsi. Mari. I principali mari d' Italia sono quelli che da tre lati ne segnano il confine: ad est l' Adriatico, a sud il Ionio ed il Mediterraneo, ad ovest il Tirreno. Golfi. I golfi principali sono: nel Tirreno: quello di Genova, Spezia, Gaeta, Napoli, Salerno, Policastro, S. Eufemia, Palermo e Cagliari. Nel mare Ionio quelli di Squillace e Taranto. Nel mare Adriatico quelli di Venezia, Trieste, Quarnero e Manfredonia. Porti. I porti più importanti d'Italia sono quelli di Genova, Spezia, Livorno, Civitavecchia, Napoli, Taranto, Brindisi, Bari, Ancona, Venezia, Trieste, Palermo, Messina e Cagliari. Isole. Le più importanti isole d'Italia sono: la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Vengono nel mare Tirreno: Il gruppo o arcipelogo Toscano in cui si nota l'Isola d'Elba; il gruppo Partenopeo in cui si notano le isole di Capri, Procida, Nisida, Ponza e Ventotene; il gruppo delle Lipari e quello delle Egadi; nel mare Mediterraneo: Malta e Pantelleria; nell' Adriatico: le Tremiti e le isole della Laguna Veneta. Laghi. I laghi più notevoli d'Italia sono: Il Lago Maggiore, il Lago di Como, quello di Garda, d'Iseo, il Trasimeno, il Lago di Bracciano e quello di Bolsena. Vulcani. I soli vulcani attivi esistenti in Italia sono: il Vesuvio, l'Etna e lo Stromboli. Prodotti e industrie. L'Italia nelle arti e nelle industrie mantiene ancora il suo glorioso primato. Vi sono fiorenti fabbriche di stoffe, di cuoio, di cappelli; e fonderie; stabilimenti industriali di prim' ordine e case di esposizione importantissime. Vi sono miniere di ferro, di rame, di zolfo, di sale gemma e di marmi stupendi come quelli di Carrara. Il suolo in generale è fertile e produce grano, granturco, legumi, frutti d'ogni genere, buoni olii ed ottimi vini. Divisione amministrativa REGIONI - PROVINCIE 1 Piemonte - Torino, Cuneo, Alessandria, Novara. 2 Lombardia - Milano, Bergamo, Sondrio, Brescia, Mantova, Cremona, Pavia, Como. 3 Veneto - Venezia, Verona, Vicenza, Belluno, Udine, Treviso, Padova, Rovigo 4 Liguria - Genova, Porto Maurizio. 5 Emilia - Bologna, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Ferrara, Ravenna, Forlì. 6 Toscana - Firenze, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Livorno, Grosseto, Siena, Arezzo. 7 Marche - Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno. 8 Umbria - Perugia. 9 Lazio - Roma. 10 Abruzzo e Molise - Aquila, Teramo, Chieti, Campobasso. 11 Campania - Napoli, Caserta, Benevento, Salerno, Avellino. 12 Basilicata - Potenza. 13 Puglie - Foggia, Bari, Lecce. 14 Calabria - Cosenza, Catanzaro, Reggio. 15 Sicilia - Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Caltanisetta, Trapani, Girgenti. 16 Sardegna - Cagliari, Sassari. NOZIONI DI GRAMMATICA Tutte le parole di cui noi ci serviamo per fare un discorso sono di varie specie. La scienza che se ne occupa si dice Grammatica. Le specie delle parole sono nove, onde nove sono le parti del discorso. Il nome. Le parole di cui noi ci serviamo per indicare una persona, una cosa, un animale, una pianta, un paese, ecc. si chiamano nomi. Es. Giorgio, Biagio, calamaio, cappello, rana, topo, Napoli, Roma, Italia, melo, pero, ecc. I nomi Giorgio, Biagio, Napoli, Roma, Italia indicano una persona sola, un paese solo, una sola regione, e sono perciò i loro nomi proprî, e vanno scritti colla iniziale maiuscola. Invece i nomi calamaio, cappello, rana, topo, melo, pero indicano un calamaio, un cappello, una rana, un topo, un melo, un pero qualsiasi, e sono perciò Comuni a tutti i calamai, a tutti i cappelli ecc; e si scrivono colla iniziale minuscola. Genere del nome. Il nome può essere di genere maschile e di genere femminile. Es. Antonio, cavallo, pero ecc:, sono maschili Antonia, cavalla, pera ecc:, sono femminili. D' ordinario i nomi di genere maschile finiscono in o, od in e più di rado, ed i nomi di genere femminile in a e talvolta in e. Numero del nome. Se il nome indica una sola persona, un solo animale, una sola pianta ecc. è di numero singolare. Es. Antonio, pecora, albicocco ecc. Se invece indica più cose è di numero plurale. Es. Banchi, panni, libri ecc. Ordinariamente tutti i nomi che finiscono in o ed in e al singolare finiscono in i al plurale; tutti quelli che finiscono in a al singolare finiscono al plurale se femminili in e e se maschili in i. Articolo. Spesso innanzi ai nomi vediamo usate le parole il, lo, la, i, gli, le, un, uno, una. Queste parole si chiamano articoli, e come il nome al quale si fanno precedere sono di genere maschile e femminile, di numero singolare e plurale. Sono singolari e maschili il, lo, un uno. Sono plurali e maschili i, gli. Sono singolari femminili la, una. Sono plurali femminili le. Gli articoli il, lo, la, i, gli, le, si usano quando si vuol determinare di quale cosa si parli e si dicono perciò articoli determinativi. Gli articoli un, uno, una si usano quando il nome che vien dopo indica un cosa indeterminata e perciò si chiamano articoli indeterminativi. Innanzi a quei nomi che cominciano per zo per s seguita da altra consonante che dicesi s impura, si usano solo gli articoli lo, la, uno, una pel singolare le gli pel pluraie. Aggettivo. Le parole le quali si uniscono al nome per indicarne la qualità od alcuna proprietà si chiamano aggettivi. Es. Cavallo baio; uomo alto, cappello duro. Dicendo cavallo baio, uomo alto ecc. si esprime solo la qualità del cavallo e dell'uomo e l'aggettivo si dice di grado positivo. Se invece si considerano due cavalli bai e si paragonano tra loro, uno di essi potrebbe essere più o meno baio dell'altro ovvero potrebbero risultare egualmente bai. Allora l'aggettivo si dice di grado comparativo. Es. Giacomo è più studioso di Carlo. Carlo è meno studioso di Giacomo. Antonio è tanto diligente quanto Drea. L'aggettivo che esprime poi una qualità in grado massimo si chiama superlativo: Es. Antonio è studiosissimo. Gli aggettivi mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, che indicano appartenenza, sono possessivi. L' aggettivo numerale indica la quantità e l'ordine delle cose di cui si parla. Es. Cento uomini; venti soldi; cinquanta pecore: ecc. Primo banco, ventesimo posto, millesimo numero: ecc. Pronome. Le parole che si usano in luogo del nome, o gli si premettono per determinarlo si dicono pronomi. I pronomi possono essere usati invece di un nome di persona o di uno di cosa - vi sono perciò pronomi di persona e pronomi di cosa. I pronomi di persona che si riferiscono alla persona o alle persone che parlano sono di persona prima Io, me, mi; noi, ne, ci. Quelli che si riferiscono a chi ascolta sono di seconda persona. Tu, te, ti; voi, ve, vi. Quelli che si riferiscono a persone assenti sono di terza persona. Egli, lui, ella, lei, eglino, elleno, loro, sè. I pronomi- Questi, costui, costei, colui, colei, costoro, cotestoro, coloro sono pronomi dimostrativi di persona. I pronomi - Questo, codesto, quello, sono dimostrativi di cosa. Che, chi, il quale, la quale, sono pronomi relativi. Verbo. Il verbo è quella parola che, indicando tempo, esprime ciò che fa o ciò che subisce, o in che stato è la persona o la cosa di cui si parla. I verbi sono di tre coniugazioni appartengono alla prima, tutti quelli che finiscono in are; alla seconda quelli che finiscono in ere, e alla terza quelli che finiscono in ire. Il verbo non ha il genere ma solo il modo, il tempo, il numero e la persona. I verbi essere ed avere servono per rendere possibile la coniugazione di tutti gli altri verbi e si chiamano perciò verbi ausiliari. [***Seguono specchietti dei verbi ausiliari e regolari che non si ritiene necessario inserire] NOZIONI DI DRITTI E DOVERI Ognuno di noi non solo ha obbligo di astenersi dal male ma anche di fare il bene. In questo obbligo consiste il dovere. Abbiamo per altro la facoltà di pretendere che altri non ci rechi del male e ci rispetti; ed in ciò consiste il diritto. Per esercitare però i proprii diritti occorre compiere prima i proprii doveri; chi si esime da questi non può esigere che altri lo rispetti. Ond'è che si può affermare: Il dritto nasce da un dovere compiuto. Doveri dell' uomo. L'uomo ha doveri verso sè stesso, verso gli altri considerati come persone e verso gli altri considerati come società. Il principale ed unico dovere che ha l'uomo verso sè stesso è quello della conservazione del corpo e del progresso morale. L'uomo il quale non curi la pulizia della sua persona, in maniera da non impedire malattie che lo danneggino, che non pensi a rinvigorire le proprie forze, in modo da essere sempre pronto ed adatto al lavoro; che non badi ad istruirsi ed educarsi; che non abitui la sua volontà al bene; trasgredisce il primo dei suoi doveri e non può pretendere che altri lo rispetti. L'uomo ha pure il dovere di lavorare; il lavoro gl' irrobustisce il corpo e gli fornisce i mezzi per alimentarsi. Dritti dell' uomo. L'uomo ha il dovere di conservarsi ed ha anche il diritto che altri non lo molesti e non minacci la sua persona; ha il diritto agli alimenti che sono indispensabili per il sostentamento del corpo; può infine pretendere che lo Stato tteli con tutti i mezzi la propria sicurezza. Il cittadino italiano ha dallo Statuto fondamentale del Regno il diritto di eguaglianza innanzi alla legge: quello della libertà individuale, della inviolabilità del domicilio; della libertà di coscienza e di culti; della inviolabilità della proprietà, quello di associarsi di unirsi ed aspirare ai pubblici ufficii; e quello di eleggere i proprii rappresentanti al governo. Per esercitare questo ultimo diritto detto di elettore occorre: 1° Che il cittadino sia nato e domiciliato nel Regno. 2° Che abbia compiuto il ventunesimo anno. 3° Che sia stato prosciolto dall'obbligo della istruzione. Il nostro governo. Il nostro governo è monarchico costituzionale; Monarchico perchè ha a capo il Re; Costituzionale perchè le leggi sono fatte dalla Camera dei Deputati eletti dal popolo e da quella dei Senatori eletti dal Re. Questi firma ed approva le leggi affidandone l'esecuzione ai suoi Segretarii di Stato che hanno il nome di Ministri. I Ministri in Italia sono undici: dell'interno; degli affari esteri; della guerra; della marina; della grazia e giustizia; della istruzione pubblica; delle finanze; del tesoro; dei lavori pubblici delle industrie e commercio e delle poste e telegrafi. I Deputati sono 508. I senatori sono in numero variabile. NOZIONI DI ARITMETICA L' aritmetica è quella scienza che c'insegna a fare esattamente i conti. Per fare i conti occorrono i numeri che si nominano un dopo l'altro. Questa operazione si chiama numerazione. Il sistema di numerazione che noi abbiamo adottato è decimale perchè va di dieci in dieci; difatti dieci unità formano una decina; dieci decine un centinaio; dieci centinaia un migliaio; dieci unità di migliaia una decina di migliaia ecc. Alle volte occorre usare un numero il quale non esprime l'unità intera ma solo una parte di essa divisa in dieci, cento, mille parti: allora dopo il numero esprimente l'unità intera si segna una virgola e dopo la virgola si scrivono i decimi, centesimi, millesimi ecc. Nello scrivere i numeri si comincia a scrivere da sinistra segnando il numero che esprime il numero più elevato: se manca qualche numero vi si supplisce con zeri. Addizione. L'addizione è quell'operazione mediante la quale si sommano le unità di più numeri omogenei. I numeri da sommarsi si chiamano poste, il numero che si ottiene somma o totale. Nel fare l'addizione le poste devono essere segnate in maniera che le unità stiano sotto le unità, le decine sotto le decine, le centinaia sotto le centinaia ecc. E così, trattandosi di numeri decimali, i decimi sotto i decimi, i centesimi sotto i centesimi ecc. Il segno dell'addizione è + che si legge più. Sottrazione. La sottrazione è quell'operazione mediante la quale da un numero maggiore, che si chiama minuendo, si toglie un numero minore, che si chiama sottraendo. Il numero che si ottiene si chiama resto o differenza. I numeri si dispongono come nell' addizione. Il segno della sottrazione è che si legge: meno. La sottrazione dei numeri decimali si fa co me quella degli interi avendo cura di disporre i decimali sotto i decimali e gl' interi sotto gli interi. Quando manchi qualche ordine nei decimali si supplisce con degli zeri. Moltiplicazione. La moltiplicazione è quell' operazione mediante la quale le unità di un numero che si chiama moltiplicando si ripetono tante volte quante sono quelle di un altro numero che si chiama moltiplicatore. Moltiplicando e moltiplicatore si dicono fattori, e il numero che si ottiene si chiama prodotto. Il segno della moltiplicazione è x che si legge: moltiplicato per. Per far bene quest' operazione occorre conoscere la tavola pitagorica [che non può essere trascritta]. Un numero qualsiasi si moltiplica per 10, 100, 1000, 10000 ecc. aggiungendo a destra del numero tanti zeri quanti sono quelli del moltiplicatore. Quando il numero fosse decimale si trasporterebbe la virgola di tanti posti da sinistra verso destra quanti sono gli zeri del moltiplicatore. Divisione. La divisione è quell' operazione mediante la quale si vede quante volte un numero che si chiama dividendo contiene un altro che si chiama divisore. Il numero che esprime quanto volte il diviso re è contenuto nel dividendo, si chiama quoziente. Il segno della divisione è: che si legge diviso per. Un numero si divide per 10, 100, 1000 ecc separando con una virgola da destra verso sinistra tante cifre quante sono quelle del divisore Per i numeri decimali possono aversi tre casi: il dividendo decimale e il divisore intero; il dividendo intero e il divisore decimale; il dividendo e divisore decimale. Un dividendo decimale si divide per un divisore intero, come se fosse numero intero, avendo però cura di segnare una virgola al quoziente appena si abbassa la prima cifra decimale. Un dividendo intero si divide per un divisore decimale aggiungendo al dividendo tanti zeri quante sono le cifre decimali del divisore, senza tener conto della virgola. Si divide un dividendo decimale per un divisore decimale eguagliando con degli zeri il numero delle cifre decimali ed eseguendo l'operazione come se fossero interi. Quando dividendo e divisore fossero terminati da zeri si sopprime un eguale numero di zeri al dividendo e al divisore e il quoziente non cambia. Frazioni. L'unità si può dividere in tante parti. Quando di queste se ne pigliano alcune, allora ha luogo la frazione. Essa è composta di due numeri; uno, il numeratore indica quante parti si prendono; l'altro, il denominatore in quante l'unità è stata divisa. Es. numeratore 4/5 denominatore Quando l'unità si divide in decimi, centesimi, millesimi, e di questi se ne pigliano alcune parti, la frazione è decimale, e si scrive come un numero decimale. Tutte le altre frazioni si dicono ordinarie. Qualunque frazione ordinaria si può ridurre in decimale dividendo il numeratore per il denominatore. Sistema metrico decimale. Le misure più comuni adoperate ormai da tutti e distinte secondo l'uso a cui sono adibite, sono le seguenti: Il metro (m) che serve per misurare le lunghezze. Il grammo (g) che serve per misurare il peso dei corpi. Il litro (l) che serve per misurare le capacità La lira (L) che serve per i valori. Queste sono le più comuni unità di misure. Non tutti i corpi però hanno la medesima lunghezza, lo stesso peso, la medesima capacità e lo stesso valore. Ve ne sono alcuni che sono lunghi, pesano, hanno una capacità ed un valore 10, 100, 1000 ecc. volte maggiore, o minore dell'unità di misura. Donde la necessità di stabilire i multipli e i sottomultipli. I multipli del metro, che si scrive (m), sono: Il decametro (dam) = 10 metri L' Ettometro (hm) = 100 metri Il Kilometro (Km) = 1000 metri. Il Miriametro (Mm) = 10000 metri. I sottomultipli sono: Il decimetro eguale alla decima parte del m. Il centimetro eguale alla centesima parte del m. Il millimetro eguale alla millesima parte del m. I multipli del grammo che si scrive (g), sono: Il Decagrammo (dag) = 10 grammi L' Ettogrammo (hg) = 100 grammi Il Kilogrammo (Kg) 1000 grammi Il Miriagrammo (Mg) = 100000 grammi Il Quintale (q) = 100000 grammi. La Tonnellata (T) = 1000000 grammi. I sottomultipli sono: Il decigrammo (dg) eguale a un decimo di grammo. Il centigrammo (cg) eguale a un centesimo di grammo. Il milligrammo (mg) uguale a un millesimo di grammo. I multipli del litro, che si scrive, (l) sono: Il Decalitro (dal) = 10 litri. L'ettolitro (hl) = 100 litri I sottomultipli sono: Il decilitro (dl) = a un decimo di litro. Il centilitro (cl) = a un centesimo di litro. La lira non ha multipli veri e proprii; sono in uso però monete d'oro, d'argento, di nikelio, di rame, di carta monetata del valore di 1, 2, 5, 10, 25, 50, 100, 500, 1000 lire. Ha solamente due sottomultipli e sono: Il decimo che è uguale a due soldi. Il centesimo che è uguale alla quinta parte del soldo. NOZIONI DI GEOMETRIA La linea serve ad indicare le lunghezze. Se si considera messa in un piano, può essere retta, curva, spezzata, mista. La linea retta è quella che segue in tutta la sua lunghezza una sola direzione. La linea curva è quella che assomiglia al contorno dei corpi rotondi. La linea spezzata è composta dall'unione di più rette. La linea mista è composta di linee rette e curve. Considerate nello spazio le linee possono essere verticali, oblique, orizzontali. Verticale è la linea che segue la direzione del filo a piombo. Obbliqua è la linea che ha una inclinazione rispetto alla linea che segue la superficie delle acque che chiamasi orizzontale. Una linea verticale, che ne incontri una orizzontale senza inclinazione alcuna, dicesi perpendicolare. Due rette che conservano fra loro in tutti i punti uguale distanza e prolungate all' infinito non s'incontrano mai, si dicono parallele. Angolo, triangolo, quadrilatero, circolo. L'angolo è lo spazio chiuso tra due rette che s'incontrano in un punto. L'angolo è retto, se le rette sono perpendicolari; se è minore dicesi acuto; se maggiore ottuso. Il triangolo è una figura piana che ha tre lati e tre angoli. Rispetto ai lati, il triangolo dice si equilatero quando ha i tre lati uguali: isoscele quando ha due soli lati uguali; scaleno quando ha i tre lati disuguali. Rispetto agli angoli dicesi triangolo rettangolo quando ha un angolo retto; acutangolo quando ha un angolo acuto; ottusangolo quando ha un angolo ottuso. Il quadrilatero è una figura piana chiusa fra quattro lati. Può essere quadrato quando ha i quattro angoli retti e i quattro lati uguali; rettangolo quando ha i lati uguali a due a due e gli angoli retti; rombo che è un quadrato schiacciato; romboide che è un rettangolo schiacciato. Il poligono è una figura formata di più di quattro lati. Il circolo è una figura piana chiusa in una linea curva i cui punti son tutti egualmente distanti dal centro. Circolo.
Del Comporre nelle Scuole Elementari Melfi, Tipografia Giuseppe Grieco 1908
Uno dei principii generali che debbono reggere non solo le prime, ma anche le ultime scuole della gioventù, è quello di considerare il linguaggio come lo strumento universale dato dalla natura allo sviluppo intellettivo dell'uomo. E perciò è necessario porre la più accurata diligenza perchè questo grande istrumento conduca al suo fine, che le parole esprimano integralmente le idee delle quali siano la manifestazione fedele; che il giovane infine sia sempre più istruito nella lingua, in modo che i progressi di lui in questa materia sieno veri progressi nelle idee, nelle cognizioni. La purezza e la proprietà della lingua è il miglior mezzo di educazione intellettiva. E perciò Degerando consigliava agli istitutori di fare in modo che il bambino concepisca chiaramente ciò che giudica. Cercassero anzitutto di far sì che il fanciullo non proferisca alcuna parola senza che vi annetta un concetto esatto; perchè l'abuso delle parole è il più grande scoglio del giudizio. La poca proprietà delle parole indica confusione delle idee. Spesso c'illudiamo di credere d'aver percepito bene, quantunque non giungiamo ad esprimere con esattezza le nostre intellezioni. Per essere sicuri che la percezione sia esatta, sarà cosa buona farne la prova esprimendo con parole la cosa percepita. E il Gissey: «La lingua può dirsi quasi levatrice e balia di ogni disciplina e coltura; e quindi precipua riformatrice di tutta la vita dell'uomo. La sua efficacia nello sviluppo della mente e del cuore è immancabile per la legge che segue la ragione nel suo perfezionamento e per la dipendenza della sua vita attiva dall'indirizzo del nostro intelletto. Epperciò l'uso di prendere le mosse dall'insegnamento della patria favella presso tutte le nazioni, ed in essa principalmente far consistere l'istruzione pedagogica, è pienamente conforme alla natura dell'uomo e all'esplicamento delle sue attività: che la lingua non è soltanto mezzo di ricevere e comunicare le idee, ma è strumento ad attivare le potenze dell'anima. Il fanciullo si modella interamente sul parlar della madre e dei suoi precettori, dal linguaggio materno beve la vita dell'anima, dal latte della nutrice acquista la complessione del corpo.» L'arte della parola e il culto del patrio linguaggio richiamar deggiono le cure più premurose. La parola è dono prezioso dato all'uomo; è facoltà che sempre più abbisogna di perfezionamento: per essa l'intendimento umano si muove ad apprendere; per essa rendiamo efficaci i nostri pensieri, persuadiamo al bene, insegniamo il vero. Chi ignora che il corso delle vicende della lingua d'una nazione, il suo fiorire e il suo decadere è la storia parlante di un popolo? Che la lingua è ministra del pensiero, organo delle idee, dalle quali scaturiscono i fatti e le opere. Le arti, le industrie, i costumi, le leggi non sono che l'estrinsecazione e l'attuazione delle idee e dei sentimenti che nella lingua s' incarnano. Somma è l'importanza del linguaggio, e per convincerci che la istruzione più consentanea al bambino sia la lingua, conviene premettere che l'uomo ha dalla natura le predisposizioni che lo inclinano a parlare. Il produrre dei suoni, il susseguente modularli nella pronuncia della parola è una necessità e un dono di natura. La simpatia ed il relativo istinto d'imitazione è una potente predisposizione al linguaggio, perchè il fanciullo inclina, sin dai primordii della sua vita, a ripetere i suoni uditi. Inoltre il fanciullo volge la sua attenzione su tutte le cose che stimolano i sensi, e perciò egli la esercita anche sul linguaggio che agisce sul suo udito, formando dapprima sensazioni isolate che poi si combinano fra loro, costituendo serie più o meno complete fino all'apprendimento totale del linguaggio. Un'altra disposizione è la facilità, la prontezza, la necessità che ha lo spirito di passare dalla cosa al segno che la rappresenta. Tutti conoscono i primi e rozzi disegni infantili, nei quali con quattro linee grossolanamente combinate vogliono rappresentare un oggetto, un compagno, una casa. E ciò si riscontra ancora in molti atti del fanciullo: ma l'apprendimento del parlare, del leggere e dello scrivere, operazioni sorprendenti e meravigliose, non sarebbero possibili e spiegabili senza ammettere questa disposizione imitativa e riproduttiva. Il fanciullo da prima lega la sensazione dell'oggetto reale col nome di esso; poi ripetendosi le sensazioni medesime egli acquista tanta conoscenza che sentendo pronunciare il vocabolo, riconnette a questo l'oggetto significato. Oltre di ciò, il fanciullo più tardi giunge a distinguere in un dato gruppo di più oggetti un elemento comune che resta nella sua mente come segno distintivo. Ed ecco come le prime conoscenze acquisite, legate con il linguaggio da lui udito muovono il fanciullo alle prime percezioni, alle prime astrazioni, ed eccitano l'uso della memoria, perchè col linguaggio tornano alla sua mente le cose assenti, ma altra volta percepite. E questi astratti, che il fanciullo alle prime percezioni, alle prime astrazioni, ed eccitano l'uso della memoria, perché col linguaggio tornano alla sua mente le cose assenti, ma altra volta percepite. E questi astratti, che il fanciullo fa sui sensibili mediante il linguaggio, cioè nomi e aggettivi, farà eziandio più tardi sulle azioni, cioè col mezzo dei verbi che segnano appunto l'azione. In tal modo il fanciullo giunge a comprendere successivamente tutte le parti del discorso. Dalla dimostrazione fatta scaturisce adunque che l'insegnamento primo e più consentaneo sia la lingua. Il fanciullo sia prima esercitato a distinguere col sussidio dei nomi tutte le cose sensibili, le qualità di esse, estendendo poi l'esercizio ai verbi ed agli altri elementi del discorso. Non vuole essere solo una sequela di nomi la parte materiale del linguaggio, la così detta nomenclatura, ritornata in onore cogli ultimi programmi governativi. Bisogna far apprendere ad esprimere non solo gli oggetti, ma le loro qualità, azioni, relazioni, modificazioni, legami. La forma corretta della lingua, la grammatica, verrà più tardi. Questa deve cominciare ad insegnarsi quando già i ragazzi parlano e scrivono, come ragione dell'operato. Sieno prima addestrati ad esprimere convenientemente i loro pensieri con le parole le meglio acconce; e poi tradurli in iscritto: da prima pensieri facili, semplici, brevi. Le correzioni sieno accuratissime, perchè non si prenda l'abito di far errori. Le esercitazioni brevi, incessanti, non devono mai ingenerar noia; e leggano ed intendano un libro bene scritto; e ne mandino a memoria i migliori brani. II. Il comporre (Da cum e ponere - mettere insieme - raccogliere pensieri intorno ad un argomento) è la manifestazione scritta delle percezioni, delle riflessioni, dei giudizii e dei sentimenti, ed è perciò uno degli insegnamenti più difficili e complessi: difficile nelle scuole elementari, come espressione semplice e propria del pensiero; difficile nelle altre scuole come espressione estetica ed efficace dei concetti, ossia come arte. A torto da taluni però si ritiene che il comporre sia un insegnamento a parte, invece di considerarlo come frutto di tutto il lavoro didattico. Le parole nascono dai pensieri, i pensieri dall'osservazione, e se il maestro non avrà saputo educare l'allievo ad osservare, pensare e parlare, torneranno vani tutti gli sforzi suoi per insegnargli a comporre. Perciò il metodo naturale applicato all'insegnamento del comporre consiste nell'addestrare l'allievo alla composizione con regole tali che non creino in lui un pensiero artificiale, ma assecondino il suo modo di percepire, osservare, riflettere, giudicare e sentire. Si aiuta il fanciullo a ben pensare e a ben parlare mediante le lezioni di cose, le spiegazioni del libro di lettura e cogli esercizii di dettatura. La lezione di cosa è quella che trae argomento da un oggetto collocato sotto gli occhi, e per mancanza, da un'immagine che lo rappresenti; è un colloquio su tale oggetto, sul colore, sulla forma, sull'uso e sulla provenienza e proprietà dell'oggetto: amabile colloquio famigliare che naturalmente conduce ad interrogare, a rispondere, a scoprire, a fare apprezzamenti, a dedurre conseguenze, ad acquistare cognizioni utili all'uso ed ai bisogni della vita. E questo lavorio della mente è accompagnato dall'esercizio della parola, colla quale il fanciullo formula la nozione che ha raccolta dall'osservazione fatta, e perciò apprende a ben pensare e a ben parlare, perchè con parole appropriate esprime il vero con quell'ordine naturale col quale si è venuto formando nella sua mente. Altro buon materiale per il comporre si potrà ricavare dalle lezioni per aspetto, le quali, essendo l'analisi delle immagini, devono avere lo scopo di avvezzare il fanciullo ad esprimere con parole ciò che vede e il giudizio su ciò che vede. È ben difficile che da una vignetta geniale il fanciullo non ricavi materia di pensiero. Nella spiegazione del libro di lettura il fanciullo deve prendere parte attiva, preponderante e non deve rimanere passivo, ma deve cooperare alla propria istruzione sotto la guida dell'insegnante, che, eccitando e stimolando le sue energie, deve mettere in quelle menti aperte e vogliose storia, geografia, costumi di popoli, tutto, e rimandare a casa i suoi bimbi con ben altro bottino che quelle regole di grammatica imparate a memoria, senza capirle, a furia di rimbrotti e castighi. Quindi l'alunno esponga subito con acconce parole i pensieri raccolti dalla spiegazione e dal maestro, il quale all' uopo può servirsi del dialogo socratico, che consiste appunto in quella serie di sapienti e di coordinate interrogazioni che conduce l'allievo a scoprire possibilmente da sè le cognizioni che vogliamo insegnargli, arrecandogli così nello stesso tempo diletto. E perchè l'alunno possa poi riandare sulle cose dette e sulle spiegazioni, facendo così proprie le une e le altre, sia obbligato a riassumere per iscritto la spiegazione già fatta o la versione di qualche breve poesia. L'esercizio di dettatura è l'esercizio collettivo per eccellenza, ed è un potente ausilio nell'insegnamento della lingua. L'alunno non sia mai indotto a scrivere parole, proposizioni o frasi che non intenda, ma è assolutamente indispensabile che all'esercizio segua immediata e scrupolosa la correzione degli scritti, e perciò a questo esercizio sieno allacciati gli esercizii del comporre, e precisamente allo scopo di prendere di mira quelle forme erronee di grammatica e di sintassi che con maggior frequenza abbiamo notate nelle composizioni scritte o nelle conversazioni orali degli scolaretti. La dettatura ideologica poi si prefiggerà sopratutto di offrire buoni modelli di comporre, e una volta corretta e bene intesa, servirà anche come esercizio di memoria. Passaggio immediato e graduale al comporre sia anche la dettatura muta. fanciullo d ve rimanere sotto la III. I metodi in uso per fare apprendere la lingua, come mezzo di manifestare i proprii pensieri, sono il grammaticale, che insegna per mezzo delle regole; quello dei puristi, che dà tutto il peso alle parole scompagnate dai pensieri, insegnando colla lingua dei classici, ed il metodo naturale, che insegna la lingua coll'uso e coll'esperienza, e che parte dall'insegnamento concreto e orale per arrivare allo scritto. Questo ultimo metodo è il più conforme allo sviluppo naturale dell'uomo, perchè esso appunto fa imparare la lingua materna per mezzo dell'uso e dell'esperienza. Il primo passo quindi al comporre sia adunque l'esercizio dei componimenti orali. Nessuna traccia di questi esercizii orali di composizione si nota nei programmi didattici del 10 ottobre 1867 e del 25 settembre 1888; ma solo vi sono iniziati e prescritti in quelli del 29 novembre 1894. E poichè colla Legge 8 luglio 1904 la scuola elementare è divenuta l'anticamera del ginnasio e della scuola tecnica, e la considera destinata in massima parte a preparare a quegli studi, coi programmi del 29 gennaio 1905 l'esercizio o meglio la composizione orale ha assunto una speciale importanza. Il comporre orale, a torto fin qui molto trascurato, è un mezzo giovevolissimo per far apprendere la conoscenza della lingua e per addestrarli nella composizione scritta. Chi parla bene saprà del pari scrivere bene, perchè lo scrivere è il parlare colla penna in mano; e gli scolari parlando spropositano ad ogni pie' sospinto. Perciò, dalla prima classe si vuole che s'inizii questo insegnamento per assumere man mano maggiore sviluppo ed importanza nelle altre. Se una volta il difetto delle nostre scuole era quello che gli alunni si facevano parlare poco e molto ascoltare, non venivano eccitati abbastanza a pensare, ad esprimere a viva voce tutto quello che avevano appreso o pensato, nè si faceva buon uso del libro di lettura, ora è mestieri che il maestro sia l'autorità che stabilisca le norme della lingua che deve usare il bambino, che alimenti delle giovevoli conversazioni socratiche guidando l'allievo a trovare i pensieri e a disporli acconciamente, facendo eziandio tradurre le espressioni dialettali in lingua italiana. La varietà poi d'indole e d'ingegno dei discenti potranno fornirgli dovizia assai svariata di risposte: un movimento ed una emulazione viva ed animata, e dalle idee particolari di ognuno poste in commercio ne risulta un utile comune all'insieme della classe. IV. La scelta del tema dev'essere ricavata dall'osservazione giornaliera, poichè, essendo la percezione il primo passo da cui prende le mosse la mente dei fanciulli, è naturale che il soggetto del componimento sia tratto dall'osservazione delle cose sensibili, dal mondo che lo circonda, cavato dalla vita che il fanciullo mena in famiglia, in cui non debba fingere pensieri che non ha, affetti che non sente. Certo, val meglio un semplice elenco, un inventario degli oggetti della cucina, della bottega, della rimessa, della stalla ricavato dal vero, che per metterlo insieme il fanciullo abbia dovuto guardarsi attorno, anzichè la descrizione del mare fatta da uno che sia vissuto sempre fra i monti, o di quella della montagna da uno cresciuto in riva al mare, liberando così la scuola dal convenzionale, e perciò dal noioso; in una parola guidare il fanciullo a vivere di una sua vita propria e a formarsi da sè. Perciò un gran bene, se i temi si scegliessero con un certo riguardo alle impressioni vere che egli riceve in dati tempi: la vita intima e casalinga, la malattia di un compagno, le azioni dei fanciulli in casa e fuori; la mietitura, i raccolti, e via via trarre da per tutto si può i soggetti dei componimenti ed obbligare il fanciullo ad attingere le sue immagini e i suoi pensieri dal mondo che lo circonda, o da impressioni che lo abbiano vivamente toccato; poichè egli prova piacere nel manifestare le impressioni che maggiormente lo interessano e lo commuovono, rendendo così più vivaci ed attive le sue energie. L'arte dell'insegnante sta appunto nel procacciare queste vive impressioni: ciò riuscirà sopratutto a quei maestri che insegnano con intelletto d'amore. V. La gradazione naturale da tenersi nel comporre è quella corrispondente allo sviluppo del pensiero. Dunque prima si descrivano o si narrino oggetti, fenomeni e fatti caduti sotto i sensi del fanciullo; poi le cose già osservate e non presenti nell'atto che si scrivano, esercitandosi così anche la memoria; in seguito si venga a comporre su cose le quali dieno occasioni a considerazioni morali e finalmente si ricorra ad oggetti e fatti mai veduti, servendosi così per iscriverli o per raccontarli dell'analogia con ciò che si conosce; ed in tal modo si otterrà l'osservazione non solo del reale, ma anche del possibile. Man mano che la riflessione si viene sviluppando, allora sarà il momento di adoperare le altre forme di composizione, aspettando però che nell'alunno ne nasca il bisogno; sicché i differenti pareri producano il dialogo e il bisogno delle relazioni sociali produca la lettera. Non scholae, sed vitae discimur; e perciò sia la lettera la forma più usata dei componimenti nelle scuole elementari; così apprenderanno per tempo a sapere liberamente e con maggiore libertà manifestare i proprii bisogni e pensieri. Non si trascurino eziandio le obbligazioni, le ricevute, le quietanze, gli attestati, le fatture e simili, notando come queste forme di componimenti potranno intrecciarsi tra loro. Così il problema può essere accompagnato da una fattura, questa da una lettera, la lettera da una quietanza. Nel racconto, nella descrizione, nel problema s'innesteranno cognizioni pratiche sul modo di acquistare, sul prezzo reale delle cose, sui luoghi di provenienza degli oggetti e via via. Non sia bandita del tutto la traccia, perchè ha il grande vantaggio di guidare l'alunno nel suo ragionamento: esso è come il disegno sul quale il giovinetto lavora con sicurezza, certo com'è di non uscire dal tema, di non divagare coll'esporre in disordine le cose o di esporre concetti che non siano voluti dall'argomento. Ma per ovviare al pericolo di rendere servile l'insegnamento e di tarpare le ali alla fantasia ed alla libertà dell'allievo, è da preferirsi una guida remota a voce in iscuola ed alla presenza dell'intera scolaresca, onde il fanciullo sia attivamente condotto all'abito di parlare prima e di scrivere poi. Noi, quando scriviamo qualcosa, ci tracciamo prima nella mente uno schema del lavoro nel quale disponiamo le parti, giusta il fine propostoci: or quella è precisamente l'opera che deve farsi sotto la guida del maestro. Non deve escludersi l'imitazione, che ha il vantaggio di far abituare il fanciullo a serbare una certa forma nel connettere ed esprimere i proprii pensieri; ma si usi con sobrietà ed accortezza (Le istruzioni ministeriali annesse ai programmi del 29 gennaio 1905 bandiscono addirittura il comporre per imitazione e per traccia). VI. Gran destro porgerà al maestro di ammaestrare sempre più la scolaresca nella difficile arte del comporre la correzione (Tre sono i metodi di correzione, cioè l' individuale, che consiste nella correzione di tutti i compiti uno ad uno, il quale, se è l'unico efficace, è quasi impossibile nelle classi elementari, e si adatta più nelle scuole private o in quelle pubbliche poco numerose; il simultaneo, il quale è possibile dove vi sia uniformità, come nel dettato, negli esercizii grammaticali, nei problemi, ecc.; e il reciproco, che consiste nell'affidare il compito del compagno ad un altro allievo, perchè lo corregga, ma è praticabile con cautela e con discernimento solo nelle classi superiori. Non bisogna adottare esclusivamente nè il primo e nè il terzo metodo, ma tutti e due reciprocamente e il maestro potrà sostituire anche nella correzione dei compiti fatta a casa dei segni, che l'allievo interpreterà col sostituirvi le dovute correzioni.) dei componimenti. Il maestro, che fece da guida nell'ordire la trama del componimento, limitandosi però a quel tanto che gli allievi possono facilmente e prontamente capire, deve farla da critico esaminando i compiti scritti, notando i difetti e gli errori nei quali fossero incorsi gli alunni: i difetti in quanto alla lingua, alla disposizione ed alla verità dei pensieri e delle immagini, facendo in guisa che l'alunno si venga possibilmente accorgendo da sè degli errori e li corregga. Sin dalle prime classi il maestro deve esigere, di mano in mano ed in tutte le discipline, una relativa correttezza nelle espressioni. Non si deve correggere un errore solo quando si fa una lezione di lingua e lasciar correre negli altri casi qualsiasi strafalcione per il timore di perder tempo o il filo della lezione. Ogni occasione è propizia, e solo con la pazienza e con la perseveranza si otterrà un notevole progresso nella lingua. VII. Ed ora è prezzo dell'opera vedere come deve condursi, quale l'estensione ed i limiti da darsi a questo insegnamento in ogni singola classe. Il maestro può tralasciare alcuni esercizii che creda superiori alla intelligenza dei suoi allievi, o non adatti per le loro condizioni; può sostituirne degli altri che creda più convenienti; può mutarne l'ordine delle classificazioni, perchè egli sa lo spirito che deve informare il suo insegnamento. PRIMA CLASSE a) Esercizi di retta pronunzia parola per parola dei nomi e delle parole che saranno usate durante il mese per lo svolgimento dell'educazione morale e sulle lezioni di cose. Brevi e facili domande relative agli esercizii preparatorii di scrittura. Esposizione in forma facile e chiara dei primi doveri morali e delle prime cure igieniche che egli deve usare a se stesso. b) Brevi e facili risposte su domande relative alle lezioni del mese ed alle figure del sillabario per l'insegnamento delle vocali e delle consonanti. Esposizione in forma chiara e facile dei piccoli doveri dello scolaro e delle cure igieniche che egli deve usare a se stesso. c) Formazioni di pensieri brevi e facili che saranno manifestati in forma chiara. Esposizione dei piccoli doveri e delle cure igieniche. d) Nel sillabario sono indicati degli esercizi di lettura con un nome ed una qualità e degli altri per proposizioni. Di queste e di quelle se ne faranno ripetutamente a voce, non solo per formare bene nella mente del bambino alcune cose più utili intorno alle lezioni di cose, ma più per esercitare i fanciulli nella concordanza del nome con l'oggetto e per abituare il loro orecchio all'armonia della proposizione, tanto necessaria per la corretta formazione del pensiero. e) Con le parole indicate negli esercizii di lettura e con quelle relative alle lezioni di cose, far comporre dei pensieri brevi e facili da far esporre in forma chiara ai fanciulli prima oralmente e poi sotto dettatura. f) Oltre ai pensieri indicati nel sillabario, negli esercizii che vi si riferiscono, altri ne potrà il maestro far comporre dagli allievi intorno all'educazione morale. g) Dettatura da parte del maestro di pensieri brevi e facili, formati dagli scolari col sussidio di quelli letti nel sillabario e di altri suggeriti dalle lezioni di cose. h) Agli esercizii di dettatura si avrà cura di combinare coi pronomi personali ed anche coi nomi e proprii e comuni le forme dei tempi principali dei verbi più in uso e più frequentati tra i fanciulli, adoperando il singolare ed il plurale dei nomi, delle qualità e dei verbi (I suddetti esercizii, come pure quelli delle altre classi, fanno parte del programma didattico delle scuole elementari della nostra città, compilato dal collegio dei maestri.). Efficacissima come esercizio di linguaggio è la ripetizione di: frasi opportunamente scelte; abitua l'orecchio ed è una vera ginnastica della lingua. L'esercizio sia fatto ogni giorno, e, meglio ancora ad intervalli, più di una volta la giornata, ma non duri più di cinque minuti, non abbia l'importanza di una vera e propria lezione. Se ne prenda argomento possibilmente da una conversazione educativa o da una lezione di cosa per essere ben sicuri che il concetto sia chiaro nella mente dei bambini. Di ogni frase, brevissima, si facciano sentir bene le ultime parole, nessuna delle quali sia vuota di senso per gli scolaretti e la ripetizione, prima individualmente, sia fatto in coro generale. SECONDA CLASSE a) Dettatura dei nomi degli oggetti che si mostrano: auto-dettatura dei nomi stessi: mostrando l'oggetto se ne fa scrivere il nome; correzione viva fra i banchi. b) Si detta il nome e si fa aggiungere dallo scolaro il relativo articolo; si detta l'articolo e si fa accompagnare il nome conveniente. c) Dettato un nome, gli si fa aggiungere una qualità; dettato una qualità, gli si aggiunge un nome cui essa può convenire. Gli alunni guardano un oggetto, e ne scrivono il nome con l'articolo, ovvero il nome con la qualità. Formazioni di esercizii con le proposizioni semplici e complesse come nei seguenti esempii: 1. Dettatura legata dell'articolo e del nome, della voce è e della qualità: la carta è bianca. 2. Dettatura di un nome proprio, della voce è e di una qualità: Mario è malato. 3. Dettatura di un nome proprio, della voce ha e di un complemento oggetto, preceduto dall'articolo: Gigi ha un quaderno. d) Scrivere due parole sulla lavagna, farle copiare sul quaderno e fare aggiungere delle altre che possano compiere il senso delle prime: La primavera....... è la stagione dei fiori. Messo un oggetto ben noto sotto gli occhi della scolaresca, lasciar scrivere qualche idea intorno ad esso. e) Scrittura di proposizioni semplici, formate per osservazioni sugli oggetti e su fatti caduti sotto gli esami degli alunni o per riassunto delle lezioni di cose. Data una breve e facile domanda in relazione agli esercizii già fatti, lasciare scrivere al fanciullo la relativa domanda. f) Scrittura di proposizioni facili e brevi intorno agli oggetti delle lezioni. Dati alcuni pensieri, solo accennati in parte sulla lavagna, farli compiere. Date due domande coordinate intorno a lezioni bene apprese dagli scolari, far scrivere le risposte una distinta dall'altra. g) Date due domande facili e coordinate intorno alle lezioni di cose, alla lettura, alle conversazioni, ad oggetti ben noti, a fatti ben esaminati, a scene ben osservate, fare scrivere le corrispondenti risposte, prima separate l'una dall'altra e poi unite insieme. h) Risposte a più domande separate. Brevissimi e facili composizioni su fatti della vita reale ben noti ai fanciulli, in relazione degli esercizii eseguiti e sempre per via di domande. Gli esercizii di linguaggio devono essere numerosi in ogni classe, perchè sono di preparazione e di aiuto al comporre scritto; ma in questa classe, in cui davvero s'inizia la composizione, debbono essere ancor più numerosi, si deve dedicar loro il maggior tempo possibile, perchè imparato bene il comporre orale, si può con maggior agevolazione e facilità insegnare il comporre scritto nella terza. Nelle prime settimane di scuola, il comporre scritto non si può fare; diamo alla lingua tutto il tempo, e s'insegni ad esprimere un facilissimo pensiero. TERZA CLASSE a) Risposte intorno alle nozioni varie, alla lettura, alle osservazioni degli alunni su cose e fatti della vita reale e dei doveri loro insegnati. b) Date due o più domande coordinate intorno ad un soggetto ben noto, far scrivere le risposte, prima separate una dall'altra, poi unite insieme in modo da formare una breve composizione, corretta a vicenda dagli scolari. c) A più domande far rispondere separatamente, poi con pensieri concatenati sopra unico argomento. Correzione mutua. d) Facili raccontini da far comporre oralmente e per iscritto dai fanciulli su fatti ben noti, su scene domestiche, su scene d'emigrazione. e) Letterine per bisogni dei fanciulli, per notizie che si domandano intorno a varii oggetti o all'emigrazione. Lettere di risposta. f) Raccontini su scene domestiche, di scene dell'emigrazione. Composizioni su facili temi ricavati dalle lezioni del giorno. Lettera di domanda, di consiglio, di ringraziamento, d'invito, di preghiera ecc. Risposte analoghe. g) Riassunto di lezioni, di conversazioni e di lettura fatta. Composizioni su facili temi ricavate dalle lezioni eseguite in classe o su fatti della vita reale. h) Composizioni su semplici temi. Invitiamo il fanciullo a nominare gli oggetti che vede nell'aula; poi a formare con ciascuno di tali nomi un breve giudizio. S'egli prese a considerare un solo oggetto, invitiamolo ad applicare la frase a parecchi oggetti. Esem.: Il mio calamaio è di porcellana. I miei calamai sono di porcellana. Azioni: Mantenere la nettezza nell'aula. Rinnovare l'aria. Spalancare le finestre. Lasciar entrare ondate di sole. Per ogni gruppo d' azioni (il maestro ne proporrà sopra varii argomenti) s'inviti lo scolaro ad esprimerle successivamente come fatte da sè nel momento in cui parla: Io mantengo la nettezza dell'aula, spalanco le vetrate, lascio entrare ondate di sole. Riferisco le stesse azioni ad un compagno, a due o più sempre al presente. Correzioni di frasi dialettali. È lo scolaro che deve fornire a ciascuno di noi il materiale svariatissimo e veramente strabocchevole di queste frasi. E poichè ogni più azzurro lembo di cielo ha le sue, facciamone paziente raccolta per bersagliarle garbatamente durante le lezioni di lingua parlata. Bersagliarle senza lo scopo di mandare a picco il dialetto, ma con quello di fargli sorgere accanto la lingua. Destiamo nel fanciullo la compiacenza di saper dire la stessa cosa in due modi diversi. Ripeta egli parecchie volte in diverse forme la frase italiana e..... batti e ribatti, speriamo che qualche cosa rimanga nel suo fardelletto linguistico. QUARTA CLASSE a) Risposte a domande e composizioni orali sopra fatti e notizie che riguardano la vita del fanciullo, la scuola, la famiglia e sopra temi ricavati dalla lettura, dalla lezione oggettiva o dal dettato. Mettere in iscritto, con non più di tre pensieri, alcuni dei componimenti svolti oralmente. b) Composizione orale sopra oggetti e cose presenti (Es. la scuola, la neve, la casa ecc.). Esporre per intero con non più di quattro pensieri alcuni dei componimenti svolti oralmente sopra avvenimenti del giorno, fatti successi ai fanciulli. Illustrare una vignetta dopo schiarimenti del maestro. c) Volgere un brano dalla forma indiretta alla forma diretta. Versione in prosa di brevi e facili poesie. Riassunto di una lezione di cose. Mettere per iscritto con non più di cinque pensieri un componimento svolto oralmente. d) Lettere d'invito e di ringraziamento. Numerazione di spettacoli veduti e di scene osservate. Versione in prosa di facili poesie e riassunto delle cose lette e spiegate. e) Lettera di consiglio e di ammonimento. Riassunto di cose lette e di lezioni oggettive. Brevi descrizioni fatte a mezzo di lettere ai compagni di luoghi veduti e di passeggiate eseguite. Somiglianze e differenze di oggetti noti. f) Composizioni su semplice tema ricavati dalla vita pratica e dopo breve spiegazione data in classe. Scritture di uso più comune, riassunto di cose lette e di lezioni oggettive ed illustrazione di qualche vignetta. g) Composizioni su semplice tema dato; riassunto di cose lette e della lezione oggettiva, libera versione in prosa di brevi e facili poesie. Lettere di vario argomento. In questa classe alle domande sulle nozioni varie, che debbono essere più che altro occasionali, sarà bene pretendere risposte esatte, in pura lingua italiana, per fare acquistare agli alunni un buon patrimonio di parole. Ottimo esercizio è quello di fare continui raffronti col dialetto locale, per abituare a quelle che hanno carattere locale. Se è possibile, nel raffronto si faccia risultare l'origine della forma dialettale. Le stesse avvertenze valgano anche per la quinta classe. QUINTA CLASSE a) Comporre orale e scritto. Esposizione chiara e particolareggiata di fatti od episodii dei quali l'alunno sia stato protagonista o spettatore. b) Comporre orale. Esposizione di fatti veri o verosimili. Imitazione a voce di racconti letti, cambiando le circostanze di tempo, di luogo e di persone. Comporre scritto. Componimenti d' indole epistolare, di argomento famigliare e riguardante le relazioni tra la famiglia e il lavoro, a cui questa si dedica. Biglietto, cartolina postale, lettera, telegramma. c) Comporre orale e scritto come sopra. Lettere per ricerca d'occupazione, di raccomandazione, istanze. d) Comporre orale. Composizioni estemporanee e meditate su temi assegnati dal maestro. Lezioni per aspetto. Comporre scritto. Riassunto di letture fatte con accenno alle impressioni ricevute. Lezioni per aspetto. e) Comporre orale e scritto. Lettere d'affari, promemorie, benserviti, telegrammi, ordinazioni ecc. f) Comporre orale e scritto. Lettere commerciali. g) Comporre orale. Dialoghi su temi dati o come riepiloghi di lezioni oggettive. Comporre scritto. Racconti morali ed educativi. SAGGIO DI TEMI 1. Se avessi voluto bene alla mamma, non le avrei dato questo dispiacere. Mi pento di cuore. 2. Un vostro conoscente, poco istruito, vorrebbe entrare come manuale nelle ferrovie dello Stato e vi prega di stendere l'istanza che deve presentare. 3. Fulvio non è venuto a scuola. Suo padre deve andare lavoro. Povero fanciullo! 4. Sono ricco, esclamò oggi Carlino, tornando dalla scuola, quasi per consolarsi d'un rabuffo del maestro. Sono ricco, e che bisogno ho io di studiare? Scrivigli una letterina per fargli capire il suo torto. 5. Un tuo amico ti ha pregato di scrivere una lettera di scusa. (A chi? Perchè?). Esaudiscilo. 6. Oh l'inverno!..... Che gaia stagione, dicono gli uni, i meno..... Che triste stagione, dicono gli altri, i più..... Quali pensieri ti vengono nella mente riflettendo su questi diversi pareri? 7. Un forte temporale ed una grandinata distrussero il raccolto della vigna di un povero vostro condiscepolo. Quel che faceste insieme cogli altri per confortarlo e venirgli in aiuto. 8. Fuggi la compagnia dei tristi, ripeteva il babbo a Costantino. Questi non volle ascoltarlo, ed ora..... 9. Chi prima non pensa, all'ultimo sospira. 10. La tentazione era forte, ma Tonio ne uscì vittorioso. 11. Piove a dirotto ed un povero bambino si trascina piangendo per le vie fangose. Storia del fanciullo. 12. Voleva rimettere il tempo perduto, ma era troppo tardi. Pianse amaramente e si pentì. 13. Bravo, disse la mamma a Tullio, comportati sempre cosi e renderai contenti i tuoi genitori.Perchè Tullio meritò questa lode? 14. Scrivete al babbo in occasione del suo onomastico. 15. Avete saputo che vostro cugino pratica male. Scrivetegli una lettera per esortarlo ad abbandonare i cattivi compagni. 16. Ahi! fu inseguito e cadde in un fosso. 17. Scrivete una lettera di affettuoso rimprovero ad un vostro compagno, che con la sua cattiva condotta contrista la povera e vedova madre sua. 18. Attilio è ritornato da scuola mesto e silenzioso. 19. Verrò a passare le vacanze con te, se sarò approvato agli esami. Lettera ad un amico lontano. 20. Cesarino si doleva del risultato degli esami ed il babbo gli disse: Non si raccoglie quando non si semina. 21. Vittorio era ritenuto un fanciullo di cattivo cuore e scapato. Eppure un giorno..... 22. Un brutto fatto durante la ricreazione. 23. Stava alle prese col problema assegnatogli per la prova bimestrale, ma alla mente gli si affacciava la mamma che era malata. 24. Qual'è il fatto che più vi è rimasto impresso fra quelli accaduti nella scuola durante l'anno? 25. Avete assistito ad un atto di prepotenza. Narrate e dite che sentiste nell'animo vostro. 26. Lo trovò a leggere una cartolina diretta al babbo....... Che lezione a quel curiosetto! 27. Il babbo andò per fargli un rimprovero e finì invece per aprirgli le braccia e baciarlo. 28. Ho perduto un anno! Qual triste esempio per i miei fratellini e qual dolore per il mio povero babbo. 29. Dimostrare con un racconto che la pigrizia è madre dell' ignoranza e della povertà. 30. Lucia fa l'elogio di sua madre, donna casalinga e massaia. Espone le principali occupazioni a cui la madre attende il mattino, il pomeriggio e la sera, e con quanta sollecitudine provvede all'ordine ed alla nettezza della casa ed alla salute dei figliuoli. 31. Invitate un vostro amico ad una scampagnata nella vostra villetta. 32. Invitate un vostro amico ad associarsi ad un'opera di beneficenza. 33. La maestra ha interrogato in classe quale sia il più bel giorno per una scolara. 34. Offrite con lettera ad un amico caduto in isventura il frutto dei vostri risparmi. 35. Sconsigliate un vostro amico da una vendetta, indicandogli i mali che gliene potrebbero derivare e facendo notare quanto sia nobil cosa il perdono. 36. Manifestami il voto più ardente dell'animo tuo. Lettera ad un amico. 37. Un alunno, prendendo alla fine dell'anno scolastico commiato dal suo maestro, lo ringrazia dell'affetto amoroso e sapiente con cui lo indirizzò alla virtù ed al sapere. 38. Scriva l'alunno alla sua buona mamma, e le narri di un caso pietoso di cui egli è stato spettatore nell'andare a scuola. 39. Consigli ad un giovinetto vostro amico che ha manifestato il desiderio di abbandonare gli studi e darsi a vita gaia e spensierata. 40. Meglio bere nel proprio nappo di legno che nell'altrui d'oro. 41. Impara l'arte e mettila da parte. 42. Dite del piacere provato nel ricevere una lode od un premio dal babbo per aver adempito al proprio dovere. 43. Il cattivo uso del danaro. 44. Chi va piano va sano e va lontano. 45. Raccontate come avete passato le vacanze natalizie. 46. L'abito non fa il monaco. 47. Chi amo e perchè? 48. Oh se fossi ricco, quante lagrime vorrei asciugare, quante miserie alleviare! 49. Danaro ben impiegato. 50. Chi ti pare meglio di rispettare: il ricco sfondato ed avaro o il povero artigiano che campa di lavoro? 51. Udisti mai parlare di soldati? Che concetto te ne sei fatto? Manifestami liberamente il tuo pensiero. 52. Il ritorno dell'emigrante dopo una lunga assenza. 53. Il giorno dei morti al cimitero. 54. Vi piacciono i fiori? Perchè? 55. Descrivete qualche scena naturale alla quale avete assistito (una levata del sole, un tramonto, un temporale, una giornata di estate, di primavera, di autunno e d'inverno). 56. Siete mai entrato in un negozio a fare acquisto di alcunchè? Dite in che consistesse la cosa acquistata e fatevi ricordare possibilmente le parole scambiate in quell'occasione. 57. È finito l'anno scolastico: Uno sguardo al passato, uno all'avvenire. 58. Tutti, chi più, chi meno, hanno dei dispiaceri. Orbene, dimmi quello che ti arrecò maggior dolore. 59. La fiera del tuo paesello. 60. Il bacio della mamma come premio di una buona azione o come perdono di un fallo commesso. 61. Una bugia mi costò molto cara. 62. Anch'io ho fatto quel po' di bene che ho potuto, e sono contento! 63. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. 64. Se tu avessi cinque lire, che ne faresti? 65. Dite quali fiori scelse la Maria per fare un bel mazzo alla maestra nel giorno della sua festa, e quali le sue parole nell'offrirglielo. 66. Un giorno Pierino andò a bagnarsi nel fiume senza il permesso dei genitori, e male gliene incolse. 67. Trascrivetemi tutti gli oggetti che si trovano nella vostra officina. 68. Descrivete in un raccontino una escursione fatta o narrate qualche episodio storico o qualcosa che si riferisca al paese visitato. 69. Dove abitate? quali vie attraversate per recarvi a casa? quali negozii feriscono più i vostri occhi? Parlate di qualcuno di essi. 70. Peppino, giovane di negozio, invia ad un signore la fattura delle compere da lui fatte nella mattinata. 71. Un castigo ben meritato. 72. Non vi è mai accaduto di essere stato accusato da un vostro compagno di una colpa di cui eravate innocente? Esponete il fatto, e dite quello che avete provato nel vostro cuore, e come vi siete comportato con quel fanciullo. 73. La mia casetta. 74. La lingua non ha ossa, ma fa rompere il dorso. 75. La mamma è malata. Adelia, quantunque tredicenne, ne deve fare le veci e sorvegliare le sorelline minori. Come adempie questa difficile missione la buona giovinetta? 76. Una ricevuta ed un contratto di locazione. 77. Coloro che disprezzano le correzioni non possono essere nè buoni e nè dotti. 78. Che avvenne a Giulio fanciullo curioso? 79. Un caro ricordo. 80. I divertimenti riescono graditi ugualmente quando non si è adempiuto al proprio dovere o quando si è soddisfatto a tutti gli obblighi che ognuno ha verso di sè e verso degli altri? Dimostratelo con un racconto. 81. Quale stagione vi piace di più? perchè? 82. Il lavoro è fonte di ricchezza e di onori. 83. Il ritorno del soldato alla casa paterna. 84. La mia scuola. 85. Qual'è la persona della vostra famiglia che amate di più? perchè? 86. Chi non ha cuore verso le bestie, non ha cuore col suo simile. 87. Relazione di un fattore di campagna al suo padrone sui danni prodotti dalla grandine. 88. Il Duomo della vostra città. 89. A me piace tanto l'autunno! 90. Una cattiva azione. 91. Effetti dell'ubbriachezza. 92. Compilate tre telegrammi con non più di quindici o al più venti parole ciascuno, compreso nome ed indirizzo, uno dei quali sia commerciale e gli altri privati. 93. Raccontate come Amelia, fanciulla buona ed affettuosa, invitata (da chi?) ad un divertimento (quale?), preferisce rimanere in casa a tenere compagnia alla sorellina malata. 94. I divertimenti del carnevale. 95. Ne uccide più la gola che la spada. 96. Le apparenze ingannano. 97. La limosina non fa impoverire. 98. Guardati, o giovinetto, dal piacere che costi lagrime al tuo simile! 99. Buona volontà supplisce a facoltà. 100. Le vacanze autunnali. Dite come le passerete, sia che sarete promossi, sia che non sarete promossi. 1° maggio 1908. Pesce Antonio Insegnante
Nozioni Di Grammatica Italiana con Brevi Letture Ad Uso Delle Classi Elementari Sup. Lauria, Tipografia Editrice F.lli Rossi 1915
A TE CHE MI SEGUISTI NELLE POCHE GIOIE E NEI MOLTI DOLORI ORA E SEMPRE. PREFAZIONE Come si vede, do alla stampa una grammatichetta. Esponendo essa le diverse parti del discorso - dopo aver parlato della proposizione e del periodo - prima forma che assume il pensiero nel suo manifestarsi - presenta molti e svariati esempi. L'esempio non è messo a casaccio ed il maestro, che ha di mira educare alla grammatica, al buono ed al bello il pensiero e l'espressione dell'alunno, scorgerà subito che un po' di utile potrà raccogliersi anco per quest'operetta, Mi son permesso poi – alla fine di ogni esempio - delle chiamate: Le ho volute queste chiamate semplicemente per seguire un mio principio didattico e non a norma o guida degli insegnanti, 1 quali - fuor d' ogni dubbio - se trasportati alla scuola da perfetta vocazione - san trovare meglio che io non abbia pensato - le vie di allettamento alla nostra lingua, sbocciata fra l'alba di un evo fatidico nella sua bellezza maggiore. Dalla scuola di campagna "Melara" nel gennaio '915. Pansardi Nicola INTRODUZIONE Le parole di un discorso possono considerarsi unite fra di loro in modo da formare proposizioni, e possono considerarsi separatamente l'una dall'altra. L'esame accurato delle proposizioni e delle loro parti si dice analisi logica; l'esame accurato di ciascuna parola si dice analisi grammaticale. ANALISI LOGICA Proposizione 1. Il giudizio è un'operazione della nostra mente con la quale affermiamo che è, o come è, una cosa: Alfredo è fanciullo - La neve è bianca. 2. La proposizione è un giudizio espresso con parole pronunziate o scritte. 3. Le parti essenziali del Giudizio, e della Proposizione, sono il soggetto, il verbo e l'attributo; le non essenziali sono i complementi. 4. Il soggetto è la cosa su cui formiamo il nostro giudizio: Alfredo, neve. 5. L'attributo è quel che noi diciamo del soggetto: Fanciullo, bianca. 6. Il verbo afferma lo stato del soggetto: È - Verbo propriamente è il solo verbo essere che si chiama verbo sostantivo: tutti gli altri sono formati dal verbo e dall'attributo, e si dicono verbi attributivi. Il fanciullo PARLA, il fanciullo È PARLANTE. 7. Ogni parola per lo più preceduta dalla preposizione, messa a dinotare qualche circostanza, si dice complemento. 8. Il complemento non preceduto da preposizione si dice complemento diretto: Anche gli uccelli amano I LORO NIDI. 9. Il complemento preceduto da una preposizione si dice complemento indiretto; Le fiere tornano AL LORO OVILE. 10. I soggetti, gli attributi e i complementi possono essere delle intere proposizioni; Certo è che IL DEBOLE NON SI DEVE METTERE A COMBATTERE COL VALENTE; Il precetto primo e massimo è CHE GLI UOMINI AMINO DIO SOPRA OGNI COSA. Specie della proposizione 11. Le proposizioni possono riguardarsi: 1° per l'importanza che hanno nel discorso, e 2° per le parti che la formano. 12. Per l'importanza la proposizione sono principali e subordinate; per le parti che la formano semplici, composte, complesse, ellittiche, assolute. 13. Principali sono le proposizioni che s'intendono senza l'aiuto di altre proposizioni, o hanno maggior importanza delle altre: I due sterminati Oceani, che dagli opposti fianchi dell'Africa vengono a questo capo, SI COZZANO CON FURIOSI URTI. 14. Secondarie son tutte le proposizioni che non si comprendono bene senza l'aiuto di altre proposizioni: PER TORLO DALLA SUA SPERANZA disse Biondello. Sono secondarie tutte le proposizioni che hanno il verbo all'infinito, al gerundio, al congiuntivo; e stanno legate alle altre per mezzo di pronomi o congiunzioni: Basta che vi diate A INFASTIDIRE i miei nemici; ANDANDO il leone un dì alla caccia, si riscontrò con un liofante; Al savio si appartiene ch'ei non SIA contento del suo ingegno: Molta forza è molte volte nei corpi, I QUALI sono deboli; Niuno ama la patria, PERCHE sia grande, MA perchè è la sua. Per le parti che le formano le proposizioni sono: 15. Semplici quelle che hanno il solo soggetto, il solo verbo e il solo attributo: I monti sono verdeggianti, i monti verdeggiano. 16. Composte quelle che hanno più di un soggetto, di un attributo, di un complemento: Quivi i PERICOLI e le CURE fanno amarissimo il VINO e il CIBO. 17. Complesse quelle che hanno complementi: NELLA QUAL FESTA armoneggiando ALLA CATALANA avvenne. 18. Ellittiche quelle in cui si sottintende qualche parte: Pregate (VOI) il Signore. 19. Assolute quelle che sono espresse con un participio passato, a cui si sottintenda avendo o essendo; Per i capelli PRESOLO, con tutta la cassa il tirò fuori. Il mulo, DATI i crini al vento, volle correre come il cavallo. Periodo 20. Il Periodo è l'unione di più proposizioni disposte fra loro in modo da presentare un senso compiuto; Se coloro che non sanno una contrada, volendo prendere la via, si accostano volentieri a chi ben la sa; quanto maggiormente i giovani debbono accostarsi ai vecchi per prendere la via della vita che è loro nuova? 31. Le parti principali di un periodo si dicono Membri; Se coloro che non sanno...fino a ben la sa è il primo membro; quanto maggiormente... fino a nuova è il secondo membro. 22. In un periodo sono tante le proposizioni, quanti sono i verbi espressi o sottintesi. 23. Gli ausiliari logici, e gl'infiniti che li seguono vanno considerati come un verbo solo: Con tutto il dolore e la compunzione io non POTEI TENERE le risa (non [tenni). 24. Gli ausiliari logici sono dovere, potere, solere, ed anche volere e fare. Nei costumi si DEE vedere una modestia grande; Il buon cittadino si duole che mai HA POTUTO spendere; La compagnia dei rei SUOL esser principio di male; Questo VUOLSI intendere per accademia; FA di tornare al più presto. 25. In un periodo una deve essere la proposizione principale; tutte le altre sono secondarie: SPECIALMENTE, E SOPRA GLI ALTRI, SIAMO NOI OBBLIGATI AL PADRE E ALLA MADRE, ai quali siamo tenuti non solamente per inclinazione e per comandamento d'Iddio, ma eziandio per i benefizi ricevuti. Analizzare logicamente un periodo vuol dire: trovarne le proposizioni e le loro parti. ESEMPIO (l'insegnante lo faccia leggere agli alunni e pretenda il numero delle proposizioni, e di ciascuna di esse il soggetto, il predicato, e i rispettivi compimenti diretti ed indiretti. ) Non passò molto ed il Chiappetta raggiunse la meritata fine. Un certo Gennaro Ricciardi pensava sempre a saldargli un vecchio conto, poichè gravi dissapori gli mantenevano desto un sentimento di vendetta, L'audace brigante dopo i fatti di Laino sali ben vero in credito per l'ardimento, ma non ebbe più una banda. Quel che aveva avuti compagni di delitto si dispersero, ed alcuni espatriarono anche, mentre egli, solo e fuggiasco, continuò a vivere di ruberie. Una sera si fermò a dormire all'aperto in una macchia a confine del territorio di Castelluccio. Il Ricciardi, che già da tempo ne teneva d'occhio le mosse, gli spezzò il cranio con un colpo di scure, e quindi ne depezzò il cadavere. R. Viceconti (Vicende storiche della città di Lauria) ANALISI GRAMMATICALE 26. Sono otto le specie di parole che un uomo può profferire: nome, pronome, aggettivo, articolo, verbo, avverbio, preposizione, congiunzione, interiezione. 27. Il nome, il pronome, l'aggettivo, l'articolo e il verbo, perchè mutano le loro finali, vengono detti variabili: Tavola tavole, egli eglino, nero neri, studiare studia studiando; l'avverbio, la preposizione, la congiunzione e l'interiezione, perchè non le mutano, vengon dette invariabili: Sta BENE stanno BENE, CON l'amico CON l'amica, penna E carta, penne E carte, AHI dolore AHI speranza! 28. La parte che in una parola variabile cambia si dice Desinenza; la parte che non cambia Radicale; pa- dr-E, ess-o, buon-o, am-o. Voler sapere una parola a quale di queste specie appartenga vuol dire: voler sapere la natura di questa parola. 29. Tutto ciò che modifica il significato primitivo di una parola si chiama Accidente: il genere è un accidente, il tempo è un accidente. Analizzare grammaticalmente una parola significa: cercarne la natura, la specie, gli accidenti. Nome Natura 30. Il Nome è una parola che serve a chiamare le persone o le cose: Pietro, maestra, calamaio, Roma. Specie 31. Il nome è di due specie proprio e comune, o appellativo. 32. Il Nome proprio serve a chiamare un oggetto, di cui non vi è altro eguale: Luigi. Roma, Po; il Nome comune serve a chiamare un oggetto, che abbia dei simili, Maestro, città, fiume. 33. Certi nomi comuni, che anche al singolare indicano moltitudine di cose, si chiamano Collettivi: Esercito, collegio; certi altri che vengon formati dagli aggettivi si dicono Astratti: Saggezza (da saggio), crudeltà (da crudele). Accidenti 34. Il nome ha quattro accidenti: genere, numero, alterazione, relazione. GENERE 35. I generi del nome son due, maschile e femminile. Il genere si conosce al significato, e se non si può, si conosce alla terminazione. 1° Si conoscono al significato: a) I nomi degli uomini e degli animali. Enea, pilota, leone sono maschili; Saffo, levatrice, leonessa sono femminili. b) I nomi dei frutti (i quali debbono finire in a) che sono femminili: Mela, ciliegia, albicocca. c) I nomi degli alberi (i quali debbono finire in o) che sono maschili: Melo, ciliegio, albicocco. d) I nomi delle città che sono femminili: Roma, Atene, Corfù. Ma quelli che finiscono in i, ovvero in o, possono essere anche maschili: Napoli bello e bella, Torino patriottico e patriottica. e) I nomi epiceni, cioè i nomi delle bestie che hanno un sol genere per esprimere il maschio e la femmine: Aquila, pantera, triglia son femminili, e si adoperano anche per dinotare il maschio; corvo, cammello, merluzzo sono maschili, e si adoperano anche per chiamare le femmine. Sono epiceni i nomi di quasi tutti gli animali, eccetto alcuni mammiferi. Per distinguere il maschio dalla femmina si dice l'aquila maschio, l'aquila femmina; o meglio: IL MASCHIO dell'aquila, la FEMMINA del merlo. 2° Si conoscono alla terminazione tutti i nomi di cose inanimate stabilendo che: a) I nomi finiti in a, con qualche eccezione (1) e quelli finiti in u, senza eccezione, sono femminili: La penna, la virtù. b) I nomi finiti in o, eccetto mano, spiganardo ed eco, sono maschili: Il palazzo, il letto. c) Dei nomi finiti in e ed in i alcuni sono maschili: cuore di: alcuni femminili: luce, sintassi; alcuni maschili e femminili: fonte, eclissi. 36. Alcuni nomi non cambiando di terminazione. ma solamente di genere, cambiano anche di significato: Tema (argomento) è maschile, Tema (paura) è femminile; Margine (estremità) è maschile, Margine (cicatrice) è femminile. NUMERO 37. I numeri sono due, singolare, quando si tratta di un oggetto solo: Carta, penna, calamaio e plurale quando trattasi di più oggetti: Carte, penne, calamai. 38. Il plurale de' nomi si forma cambiando la ultima lettera in i, eccetto pei femminili in a che si cambia in e: Poeta, fiore, palasso, madre, mano, fanno poeti, fiori, palazzi, madri, mani; ma però Carta, fanciulla fanno carte e fanciulle. 39. Quando al plurale si vuol mantenere il suono schiacciato del c e del g si frappone un' h: Borgo, borGHI, bifolco, bifolcHI; VerGA verGHE, monaca monaCHE. 40. Se le parole finiscono in ico al plurale non si può frapporre l'h; perció Medico, pacifico debbono fare medici, pacifici. 41. De' nomi finiti in io, se l'i è accentuato, si mantiene al plurale, se no, si perde: Vocio, mormorio, leggio fanno al plurale vocii, mormorii, leggii; ma socio, seminario, collegio fanno socii, seminari, collegi. 42. Tra' nomi finiti in ia, l'i si mantiene sempre al plurale, eccetto quando l'i, non accentuato, è preceduto da c o da g: Scimmia, orècchia, sèdia fanno scimmie, orecchie, sèdie; bugia, farmacia fanno bugie, farmacie; ma caccia frangia fanno cacce frange. 43. Conservano l'i al plurale i nomi che potrebbero confondersi con altri: Demònio, principio, purgatòrio, camicia fanno demònii, principii, purgatorii, camicie, per non confondersi col plurale di: Demone, principe, purgatore, càmice. IRREGOLARI 44. Tutti i nomi che nel formare il plurale si allontanano dalla forma comune si dicono Irregolari: Però sono irregolari: a) Gl'invariabili, cioè i nomi che al plurale conservano la desinenza del singolare Essi sono: 1° i monosillabi: un RE, più RE; 2° I nomi accentuati una CITTÀ un CAFFÉ, un Dì, un FALÒ, una VIRTÙ, più CITTÀ, più CAFFE, più Dì, più FALO, più VIRTÙ: 3.o I nomi che già finiscono in i: una DIOCESI, molte DIOCESI: 4.° I nomi che finiscono in ie: una SERIE, SERIE (eccetto MOGLIE che MOGLI). b) I nomi che al plurale escono in a: Cantaio cantaiA, paio paiA c) I nomi che al plurale escono in ie in a: Braccio bracci braccia; anello anelli anella. d) I tre nomi Dio, uomo, bue, che fanno Dei, uomini, buoi. DIFETTIVI 45. Tutti i nomi che si possono usare solo in un numero si chiamano Difettivi. Sono difettivi di plurale mane, mele, prole ecc. son difettivi di singolare annali, bassecole, calende ecc. ALTERAZIONE 46. L'alterazione è il cambiamento fatto all'ultima sillaba di un nome per modificarne il significato, senza usare gli aggettivi grande, piccolo, bello, spregevole. I nomi alterati sono accrescitivi, diminutivi, vezzeggiativi, peggiorativi. 47. Modificando l'ultima sillaba in one, il nome si chiama accrescitivo: Naso nasone (naso grande) 48. Modificandola in etto ello, DIMINUTIVO: Elmo elmeTTO, villano villaneLLO (elmo piccolo, villano piccolo) 49. Modificandola in ino, VEZZEGGIATIVO: Fanciullo Fanciullino (fanciullo bello). 60. Modificandolo in accio, azzo, ognolo, PEGGIORATIVO: Libraccio, popolazzo, medicòNZOLO (libro popolo medico spregevole). 51. Facendo alterare alcuni nomi femminili diventano maschili: LA camera, LA strada, diventano IL camerino Lo stradone. 52. I nomi non si alterano nella desinenza che già tengono; per cui non si dirà: balvonoNE, vinINO, lacCIACCIO. RELAZIONE 53. Le Relazioni del nome sono i vari uffici che un nome fa nella proposizione. Esse sono tre, soggetto, attributo, complemento. 54. Quando il nome è soggetto, attributo e complemento diretto non riceve preposizione. ESEMPIO (L'insegnante spieghi la moralità dell'arabo. Mostri al vivo quei tali che buttano via il loro e non si correggono. Pretenda dagli alunni la conoscenza dei diversi nomi.) IL GATTO E LA LIMA - Un gatto entrò un giorno nella botte d'un fabbro, e trovò per terra una lima, e si mise a leccarla. E la sua lingua cominciò a buttar sangue, e il gatto credeva che quel sangue uscisse dalla lima, e lo beveva. Infine... Infine così vi si consumi la lingua, o maldicenti, che vorreste ch'ella tagliasse e forasse! (Loquam, l'Esopo arabo) Pronome Natura 55. Il Pronome è una parola che sta in luogo di un nome: Chi può intendere questo poema? Esso ha nelle sue profondità di tempio o di catacombe tutto il sensibile e il soprasensibile. ( Giovanni Pascoli) Specie 56. Il pronome è: Di persona, Di cosa e Di persona e cosa. 57. I principali Pronomi di persona sono: io, tu, sè, egli, questi, cotesti, quegli, altri, altrui, costui, cotestui, colui, taluno, ognuno, qualcheduno, certuni, chicchessia, chi, chiunque. I principali Pronomi di cosa sono: ciò, chicchessia, che, che. I principali Pronomi di persona cosa sono: quale, che, cui, esso, desso, ne, ci, vi. Accidenti 58. Gli accidenti del pronome sono il genere e il numero e la relazione. 59. Io, plurale, noi, è d'ambi i generi; e quando to non è soggetto, al singolare si dice me, al plurale noi. Invece di me oggetto, e a me puó dirsi mi; invece di noi oggetto, e a noi può dirsi ne, ci. 60. Tu, plurale voi, è d' ambi i generi, e quando non è soggetto si dice te, voi - Invece di te oggetto o a te può dirsi ti, invece di voi oggetto o a voi può dirsi vi. 61. SE è singolare e plurale, d'ambo i generi, ma non si può usare come soggetto - Invece di sè oggetto o a sè può dirsi si. 62. Le voci mi, ti, ci, vi, si, ne, gli, le vengon dette affissi. Essi possono stare innanzi, ma separati dai verbi; ovvero dopo, ma incorporati co' verbi: MI consiglasti e visitastimi. Negl'imperativi, infiniti, e gerundi stan dopo Persuadi persuaderTI, persuadendoTI. 63. Dietro a verbi monosillabi o accentuati raddoppiano la consonante: Fussi, portoMMI. 64. Quando stan dopo agl'infiniti, e alle terze persone plurali sdrucciole, gl'infiniti e le terze persone perdono l'ultima vocale: Amarsi, amavansi. 65. Innanzi a ne, lo, la, ecc. si cambiano in me, te, ce, ve, se, glie; ME ne vado, TE lo dono. 66. EGLI, femminile ella, plurale eglino, elleno, quando non sono soggetti, al singolare si dice lui, lei, al plurale loro. 1. All'oggetto, invece di lui, lei si dice anche il, lo, la; invece di loro anche li, gli, le. 2. Gli può stare in luogo di a lui; 3. Le in luogo di a lei; 4. Loro in luogo di a loro. di loro: GLI dissi (a lui), LE parlai (a lei), date LORO, figli LORO (date a loro, figli di loro). 67. QUESTI, COTESTI, QUELLI, si adoperano solo al soggetto, singolare. maschile: QUESTI (questo uomo) vuole che, incrudelisca. 68. ALTRI e ALTRUI non hanno plurale: altrui non si adopera mai come soggetto, altri sempre come soggetto e come oggetto: Uscinne mai alcuno o per suo merto o per ALTRUI?. Sempre a me piacque piuttosto farmi ALTRI obbligato che obbligarmi. 69. OGNUNO, TALUNO, QUALCUNO, QUALCHEDUNO, CERTUNI, Col femminile, ognuna, taluna, qualcuna, qualcheduna, certune hanno tutte le relazioni. Certuni non ha singolare, gli altri non han plurale. 70. COSTUI, COTESTUI, COLUI, al femminile, costei, cotestei, colei, e al plurale costoro, cotestoro, coloro si adoperano in tutte le relazioni. 71. CHICCHESSIA di genere comune, plurale chi che sieno, ha tutte le relazioni. 72. CHI CHIUNQUE Sono d'ambo i generi, e hanno tutte le relazioni, ma chiunque è di solo numero singolare. 73. CIÒ e CHICCHESSIA Son difettivi di plurale; e invece di chicchessia puó dirsi che che. 74. QUALE che fa al plurale quali, e che resta invariabile, hanno tutti e due i generi e tutte le relazioni. 75. CUI d' ambo i generi e numeri si usa solo per complemento - Non si dice: I DI CUI costumi, LE DI CUI sorelle, ma I CUI costumi, le sorelle DI CUI. 76. Esso, DESSO fanno al femminile essa, dessa, e al plurale essi esse, dessi desse. Esso ha tutte le relazioni, desso è solo attributo: Tu non mi par DESSO. Esso, restando invariabile, può essere seguito da lui, lei, loro: Se ne tornarono al di là delle Alpi, e Berengario con ESSO LORO. 77. NE, CI, VI d'ambo i generi, sono sempre invariabili tanto per persona, quanto per cosa, e si adoperano come complementi; ne anche come soggetto: Non vedete fichi sulla mensa, perchè in questa stagione non ve NE sono buoni. ESEMPIO (L'insegnante spieghi la moralità della favola. Pretenda poi dagli alunni la conoscenza dei diversi pronomi.) LA QUERCIA E IL PORCO. - Un porco crocchiava ingordamente, sotto un'alta quercia, le ghiande che n'erano cadute. Mentre ne stritolava una fra i denti, con gli occhi ne mangiava un'altra. «Bestia ingrata!» disse alfine la quercia dall'alto dei suoi rami: «tu ti pasci de' miei frutti, e non butti quassù nemmeno un'occhiata per ringraziarmi!» E il porco buttò lassù un'occhiata, e grugnì: «Ti ringrazierei quanto tu volessi, se io potessi soltanto dubitare che per me tu le lasci cadere, le tue ghiande! » (Lessing. Tradotta dal Pascoli) Aggettivo Natura 78. L'Aggettivo è una parola che sta unita al nome per qualificarlo. es. La cucina piccola fa la casa grande Specie 79. L'aggettivo è di due specie qualificativo e determinativo. Qualificativo se esprime qualche qualità che troviam nel nome: Carta ROSSA, metallo PESANTE. Determinativo se esprime di quali e quanti nomi parliamo: QUESTO fiore, libri MIEI, QUATTRO cavalli. Accidenti 80. Gli accidenti dell'aggettivo sono il genere, il numero, e nei qualificativi, anche il grado e l'alterazione. GENERE 81. Gli aggettivi prendono il genere del nome accompagnano: e sono maschili tutti quelli che terminano in o: Padre BUONO: Femminili quelli che terminano in a: Madre BUONA. Maschili e femminili quelli che finiscono in e, in i e gl'invariabili: padre PRUDENTE madre PRUDENTE; numero PARI serata PARI; QUATTRO uomini QUATTRO donne. NUMERO 82. Gli aggettivi finiti in a fanno al plurale e; tutti gli altri fanno i Madri BUONE, padri BUONI, numeri PARI. 83. Qualsivoglia, qualsiasi fanno al plurale qualsivogliano, qualsisiano. 84. Mancano di singolare gli aggettivi, parecchi, entrambi, ambo, ambi, ambedue e tutti gli aggettivi numerali cardinali, eccetto uno. Mancano del plurale gli aggettivi, ogni, qualche, qualunque e uno con tutti i suoi composti (ciascuno, nessuno ecc.) eccetto alcuno e certuno. GRADO 85. I gradi sono due: Comparativo e Superlativo, Ogni aggettivo qualificativo si dice POSITIVO. 86. Il Comparativo dinota il paragone che si fa tra due qualità, e può essere di Eccesso, di Eguaglianza e di Difetto. 87. Il Comparativo di eccesso si forma mettendo la paroletta più innanzi al positivo: Pietro è PIÙ GENTILE di Paolo. Le parole migliore, peggiore, maggiore, minore so no comparativi di buono, malo, grande, piccolo e non hanno bisogno del più. 88. Il Comparativo di eguaglianza si forma mettendo tanto quanto innanzi al positivo: Paolo è TANTO buono QUANTO Pietro. 89.Il Comparativo di difetto si forma mettendo la paroletta meno avanti al positivo: Paolo è MENO gentile di Pietro. 90. Il Superlativo dinota una qualità perfetta; ed è Assoluto e Relativo. 91. Il superlativo dicesi assoluto quando dinota una qualitá perfetta. Si forma modificando in issimo, e qualche volta in errimo, la finale del positivo: Santa santissIMO, celebRE celebERRIMO. Le parole ottimo, pessimo, massimo, minimo, sono superlativi di buono, male. grande, piccolo senza modificare la finale del positivo. 92. Il Superlativo relativo dinota una qualità perfetta in paragone ad altre, e si forma preponendo al comparativo l'articolo: Compì subito IL PIÙ TRISTO disegno del mondo. Si guardi di ripetere due volte l'articolo, e dire: L'uomo IL piú prudente, Lo stomaco IL più duro. 93. Certi aggettivi che di lor natura dinotano qualità perfetta non possono diventare superlativi: Omnipotente, impossibile, ultimo. ALTERAZIONE 94. Alcuni aggettivi possono alterarsi come i nomi: così da piacevole si fa piacevolone, da bruno bruNASTRO da cattivo, cattivELLO. Aggettivi determinativi 95. Gli aggettivi determinativi sono: Indicativi, Possessivi, Numerali. INDICATIVI Gli Aggettivi indicativi dinotano precisamente di quale nome si parla: QUESTO libro, QUEL calamaio, TUTTI gli uomini, Nessuna donna - I più ordinari questo, cotesto, quello, stesso, medesima, altro, qualsivoglia, tutto, nessuno. 96. L'aggettivo uno, femminile una, quando non esprime numero, si chiama articolo indeterminativo. UNO si tronca innanzi a tutti i nomi che non cominciano da s impura, una si apostrofa innanzi a Vocale: UNO stipo, UN uomo, UN leone, UNA sedia, UNA spada, UN'anima. 97. QUESTO - Con le parole mane, mattina, sera, notte invece di questa si può usare sta: Stamane, stamattina, stasera, stanotte. 98. QUELLO - e qualche volta questo, adoperati da soli sottintendono le parole termine, tempo, natura, territorio, ecc: A QUESTO (termine) condotto mi hanno-Ivi stette QUELLO (tempo) che gli piacque - Avea di QUEL (natura) di Adamo - Avea un uccellatore in QUEL (territorio) di Prato presa una quaglia. 99. QUALSIVOGLIA, d' ambo i generi, fa al plurale qualsivogliano: Con l'orrido supercilio coperto da QUALSIVOGLIA cappello. 100. POSSESSIVI — Gli aggettivi possessivi indicano a chi appartiene una cosa: Carta MIA, libro TUO. Essi sono mio, tuo, suo, nostro, vostro; e fanno al femminile mia, tua, sua, nostra, vostra; e al plurale miei, tuoi, suoi, nostri, vostri, mie tue, sue, nostre, vostre. Adoperati senza nomi al maschile singolare, sottintendono roba: Costituendolo erede di tutto il suo. Adoperati soli al maschile plurale, sottintendono parenti, amici, soldati: Chi non saprà vivere coi SUOI, molto meno sa vivere cogli estranei. Nel dubbio suo si riferisce al soggetto; in ogni altro caso si dice di lui, di lei, di lora: Nerone fece morire SUA madre e Seneca; e la moglie di LUI si svenò di dolore. 101. A qualunque aggettivo adoperato solo nel maschile singolare si sottintende il nome cosa: Udendo la madre QUESTO (questa cosa), disse. 102. NUMERALI - Gli aggettivi Numerali indicano di quante cose si parla, e l'ordine col quale sono disposte: TRE tavole, OTTAVO fanciullo. Sono tutti invariabili, eccetto uno che fa una, e mille che, preceduto da un numero, fa mila: UNA fanciulla; quattro MILA cavalieri. Nessun aggettivo numerale ha singolare, eccetto uno che non ha plurale, se non in corrispondenza di altri: Gli UNI e gli ALTRI levarono gli scudi. Gli aggettivi ventuno, trentuno ecc. messi dopo il nome restano invariabili, messi prima prendono il genere del nome: Pecore VENTUNO; VENTUNA pecora. Un messo innanzi a un aggettivo numerale significa circa: UN venti soldati; UN cento fanciulli. 103. Gli aggettivi numerali che indicano semplicemente il numero si dicono CARDINALI; gli aggettivi primo, secondo, terzo....perchè provengono dai cardinali, ed indicano la serie delle cose, si dicono ORDINATIVI. ESEMPIO (Lo legga il maestro. Poi lo faccia rileggere agli alunni e faccia osservare la vita che dà l'aggettivo alla figura del piccolo Garibaldi. Pretenda dagli alunni le conoscenze dei singoli aggettivi e li faccia declinare secondo gli accidenti, § 80. ) Garibaldi Giuseppe - Un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, il quale cresce libero e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera natia, che passa le sue giornate ad arrampicarsi su per le sartie dei bastimenti paterni, a tuffarsi e sguazzare nell'acqua, a ruzzare e fare colle braccia coi monelli del porto, a correre in montagna in caccia d' uccelli e di grilli, ed a frugare la scogliera per scavarci i ricci ed i granchi; ecco quale doveva essere in sull'alba dei suoi dieci anni il futuro capo dei Mille. (G. Guerzoni) Articolo 104. L'articolo è una paroletta che si prepone al nome per determinarlo in modo particolare, o generico Specie 105. L'articolo è determinativo e indeterminativo. É determinativo se indica una persona o una cosa in particolare, es. il babbo di Giulio. Sono articoli determinativi: il, lo, la che fanno al plurale i, gli, le. É indeterminativo se indica una persona o una cosa genericamente, es. voglio un calamaio. Sono articoli indeterminativi: uno, un, una. 106. Si noti: 1° che l'articolo il si usa davanti ai nomi maschili che cominciano per consonante la quale non sia nè a, nè s impura. 2° che l'articolo lo si usa davanti ai nomi comincianti per z, s impura e per vocale, nel quale ultimo caso l'art. si apostrofa. 3° Che i loro plurali: i e gli seguono le stesse norme dei singolari. Gli, però, non si apostrofa se non dinanzi alla vocale i. 4° Che l'articolo la si usa davanti ai nomi femminili e si tronca quasi sempre dinanzi a vocale. 5° Che l'articolo le si usa come il precedente, non si apostrofa che davanti alla vocale e. 6° Che l'articolo uno si usa davanti ai nomi comincianti per z e s impura. 7° Che l'articolo un si usa davanti ai nomi che cominciano per consonante (che non sia s impura e z) e per vocale. 8. Che l'articolo una usasi dinanzi a tutti i nomi femminili. Se il nome incomincia per vocale l'articolo si apostrofa. ESEMPIO (L'insegnante, dopo la lettura e la spiega del brano, faccia fare all'alunno l'analisi dell'articolo. ) MORTE DI Vittorio Emanuele II - Di li a poco... la mano ricadde inerte sulle coltri: quella mano invitta, che sui campi di battaglia aveva portata alta la bandiera d'Italia... Il Re giacque sul fianco sinistro, spossato, affannato. Volse gli occhi intorno, guardò il suo Umberto, e il labbro articolò ancora distintamente l'ultima raccomandazione «Sii forte, giusto, clemente; ama l'Italia, i tuoi popoli, la libertà!.....» Poi si acconciò per morire, nella piena integrità della sua intelligenza, senza un sospiro, senza una lacrima, senza un minuto di agonia. Mormorò: «i figli, i figli» e spirò. (P. Ferrigni) Verbo 106. Il verbo è la parola che afferma lo stato del soggetto: La neve è fredda - Pietro dorme. Specie 197. Il verbo è sostantivo e attributivo, e l'attributivo si suddivide in attivo, passivo e neutro. Avere ed essere quando si adoperano semplicemente a coniugare un altro verbo, si chiamano ausiliari: Io Ho parlato (parlare), tu SEI baciato (baciare). 108. Il sostantivo afferma lo stato del soggetto, ma sta dall'attributo: Pietro È DORMENTE. 109. L'attributivo afferma lo stato del soggetto, ma è incorporato con l'attributo: Pietro DORME. 110. L'attivo afferma un'azione fatta dal soggetto, ricevuta da complemento diretto, chiamato OGGETTO, e si coniuga con l'ausiliario avere: L'uomo non HA maggiore nemico che sè stesso. 111. Il passivo afferma un'azione ricevuta dal soggetto, e fatta da un complemento, e si coniuga con essere: Il senno umano, se non Ê AIUTATO può mancare. Si può anche coniugare co' temi semplici di venire: Se non VIENE aiutato: o opponendo si alle terze persone dell'attivo: Se non si aiuta. 112. Il neutro dinota un'azione che resta nel soggetto che la fa, o semplicemente lo stato del soggetto: Nel dì del giudizio tutti gli uomini morti TORNERANNO in vita; Svegliò la moglie che GIACEVA. Accidenti 113. Cinque sono gli accidenti del verbo: coniugazione, modo, tempo, numero e persona. CONIUGAZIONE 114. Le coniugazioni sono tre, e si distinguono dalla vocale che precede la finale re dell'infinito. 115. I verbi finiti in are sono della Prima coniugazione, quelli finiti in ere sono della Seconda, e i finiti in ire sono della Terza. I verbi che all'infinito finiscono in rre, sono contratti da are o da ere: TRARRE, PORRE, SEDURRE, sono contratti da traere, ponere, seducere. 116. I verbi che nel coniugarsi non seguono questi modelli, si dicono irregolari: Dia, faccio, vengo sono irregolari da dare, fare, venire. 117. I verbi che nel coniugarsi mancano di persone, o di tempi, si dicono difettivi; se nulla vi CALE della nostra amicizia, abbiate compassione. 118. I verbi coniugati solo nella terza persona si dicono unipersonali, e per lo più han per soggetto proposizioni intere: Dove io vado mi CONVIEN portare la casa addosso. 119. I verbi che nel coniugarsi s'accompagnano con mi, ti, ci, si, vi si dicono riflessi, e prendono l'ausiliario essere: Voi VI SIETE già MESSO il freno. MODI 120. I modi sono cinque: Infinito, Indicativo, Congiuntivo, Condizionale, Imperativo. 121. Il modo indicativo dà semplicemente notizia dell'azione: La FECE portare in Firenze. 122. L'Imperativo si adopera per comandare, pregare, consigliare: Ciascun potente non ABBIA in dispregio i piccoli. Le persone dell'imperativo sono identiche a quelle del Congiuntivo presente, eccetto le due seconde: la seconda singolare è contraria al Congiutivo, la seconda plurale è quella dell' Indicativo. L'Imperativo quando si adopera alla seconda persona singolare in senso negativo, si cambia in infinito: NonvOLER perfidiare contro chi può più di te. 123. Il Congiuntivo esprime un' azione che dipende da un'altra: DUBITO ch'ei non DICESSE da senno. In tutte le persone del presente dei Congiuntive alla prima coniugazione vi è un i: Parli, parli, park parliamo, parliate, parlino; alla seconda e alla terz coniugazione vi è sempre un'a: LeggA, legga, legg leggiamo, leggiate, leggano; finisca, finisca, finisca, finiamo, finiate, finiscano. 134. Il Condizionale esprime un'azione che si verifica, se si verifica un'altra. Se eglino avessero veduto quello che egli aveva veduto, FAREBBERO il somigliante. 125. Il modo Infinito, che non si varia mai, si suddivide in Infinito propriamente detto: mangiare, aver mangiato; e Gerundio: mangiando, avendo mangiato, e participio; mangiante, mangiato. 126. TEMPI - I tempi sono tre: 1. Presente che dinota un'azione che si sta facendo: Leggo, scrivo. 2. Passato un'azione fatta: Leggeva, scrissi. 3. Futuro un'azione da fare: Leggerò, scriverò. I tempi espressi con una sola parola si dicono semplici: legge, leggeva, leggerò: espressi con più parole si dicono composti; ho letto, era stato letto. I tempi si suddividono: e ogni modo ne ha un certo numero. L' Indicativo ne ha otto, quattro semplici, e quattro composti: I presente, l'imperfetto, il passato remoto, il futuro sono semplici; il passato prossimo, il trapassato remoto e il futuro anteriore sono composti. Il Congiuntivo ne ha quattro, due semplici e due composti: Il presente e l'imperfetto semplici; il passato e trapassato composti. Il Condizionale, ne ha due, uno semplice e uno composto: Il presente semplice, il passato composto. L'Imperativo due, il presente semplice; il passato composto. 127. NUMERI - I numeri del verbo sono due: singolare e plurale. Il singolare esprime lo stato di una persona: amo, leggevi, finirà, il plurale lo stato di più persone: amiamo, leggevate, finiranno. 128. PERSONE - Le persone sono tre: la Prima, ed è chi parla o scrive, parlo, parlai, parlerò; la Seconda chi ascolta o legge: parli, parlasti, parlerai; la Terza è una diversa da tutti e due: parla, parlò, partirá. Al singolare la prima persona non può finire in e, la seconda deve finire in i (eccetto al congiutivo presente della 2. e 3. C.) la terza mai in i (eccetto al congiuntivo presente della 1a e qualche passato definito, o remoto) al plurale la seconda finisce in e, le altre in o ESEMPIO (Il maestro legga il brano e badi a far risaltare i verbi. Il verbo è azione. Pretenda poi dagli alunni la conoscenza singoli verbi nel loro modo, tempo, numero e persona, Non trascuri di far coniugare i verbi in diverse espressioni, e di domandare la ragione per la quale ciascuno dei verbi contenuti nel passo è stato usato a quel dato modo e tempo.) GARIBALDI IN GUERRA. Quando il numero continuava a soverchiare, Egli fatti pochi passi innanzi, si volgeva indietro, e con lo sguardo che pareva magnete, chiamava, attirava. E le camice rosse accorrevano. E la macchia rossa si allargava, si allargava come fiume che si gonfia per impetuosi affluenti, finchè quel fiume straripava, inondava, abbatteva ponti, e travolgeva tutto quanato incontrava sulla via. Il monumento diventava allora flessuoso, flessuoso come virgulto, alato come aquila che ora si libra per intuire l'idea del nemico, ora piomba sulla preda e la ghermisce, ora sfugge rapidissima a nemico più forte. Non era più umano: Argo, Briareo, Marte, spada alata di foco, arcangelo, come i romani lo dissero nel 1949, fatato come lo crederono nella Repubblica Argentina dopo le battaglia di Sant'Antonio: divino! (R. De Zerbi) [segue Coniugazione degli Ausiliari che si omette] [segue Coniugazione dei Regolari che si omette] [segue Coniugazione del Passivo che si omette] [segue Coniugazione del Riflesso che si omette] Voci irregolari di alcuni verbi ANDARE DARE FARE STARE DOLERSI DOLERE GIACERE NUOCERE PARERE POTERE RIMANERE SAPERE SEDERE SPEGNERE TENERE VALERE Avverbio 129. L'avverbio è una parola che modifica il significato del verbo, dell'aggettivo, o di un altro avverbio, Egli è qua un uomo che MALVAGIAMENTE mi tagliò la borsa: Le parole della POCO AVVENTURATA testaggine. 130. Gli avverbi possono esprimersi con una parola Quando, tardi, mai, e si dicono semplici; o con più parole, e si dicono composti; Alla rinfusa, di brigata. 131. Gli avverbi sono di: a) luogo: qui, qua, ivi, dove, b) tempo; oggi, ieri, teste, quando. c) quantità: assai, più, quanto. d) affermazione: si, certo, invero. e) negazione: non, niente affatto. f) maniera; come, cosi, gentilmente. 132. Gli avverbi di maniera, quando son formati da aggettivi, possono avere il comparativo e il superlativo: Più gentilmente, gentilissimamente. Meglio, peggio, maggiormente significano più bene più male, più grandemente: sarà quindi errore il dire più meglio, più peggio. ESEMPIO DA UNA LETTERA DI G. GARIBALDI «La provvidenza fece il dono all'Italia di Vittorio Emanuele: ogni italiano deve rannodarsi a lui: serrarsi intorno a lui. Accanto al Re galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi! Ancora una volta vi ripeto il mio grido: All'armi tutti! Se il marzo del 61 non trova un milione d'italiani armati, povera libertà, povera vita italiana! Oh no! Lungi da me un pensiero che mi repugna come un veleno! Il marzo del 1861, e se fa bisogno, il febbraio ci troverà tutti al nostro posto. Italiani di Calatafini, di Paler del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, di Isernia, sono voi tutti gli uomini nè codardi nè servili. tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daremo l'ultimo colpo alla tirannide. Accogliete, giovani volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d'addio! Io ve la mando commossa d'affetto dal profondo del mio animo. Oggi devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L'ora della pugna mi ritroverà con voi ancora accanto ai soldati della libertà italiana. Che ritornino alle case quelli soltanto chiamati dai doveri imperiosi di famiglia e coloro che gloriosamente mutilati hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari con il consiglio e con l'aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro fronte di vent'anni. (Faccia notare il maestro - sempre dopo la lettura e la spiega del brano della nobile lettera - gli avverbi e la loro specie. Non tralasci di mostrare come tutti gli aggettivi qualificativi si possono trasformare in avverbi di maniera. ) Garibaldi Giuseppe Preposizione 133. La preposizione è una parola che si mette innanzi ai nomi, e talvolta agl'infiniti, per dinotare le relazioni fra queste, ed altre parole: Io farei PER Corrado ogni cosa; vengo a vedere. Relazioni espresse da certe preposizioni DI 134. 1° Specificazione: Nell'amenissima villa Di Bisenzio 2° materia: Edifizio Di pietra - 3° lode: IL povero corvo, persona antica e DI gran reputazione - 4° modo: Volendo far DELL'uomo, essendo bestia - 5° strumento: Che gli fu morto dai suoi nemici Di coltello - 6° cagione: Di gran pietà - 7° opposizione Quel che è DI Giove 8° in significato di intorno: Ti lagni che io non abbia voluto credere a te DELLE pene A 135. 1.° Rapporto: ALLA ostinazione non è sì grande impressa che non riesca. 2.° luogo e tempo: Vado A Roma; Fecesi portare in seggiola A casa la moglie, Costumavasi A quella età. 3.° indizio: A questo mi accorsi ch'ei mi voleva spacciato. 4.° misura: Fuori d'Arezzo A due miglia. 5. fine: Le andarono a far motto. 6° opposizione: Gli avari tengono il danaro A loro Dio. 7.0 modo: Gli fu conveniente fare A modo della passera; Cotesti tuoi denti A bischeri, 8.° mezzo: Quale ingegno a parole potria agguagliare il mio doglioso stato? Veder fare due valenti uomini ALLE coltellate. 9° materia: Digli che volentieri cambierei con lui A stomaco. 10.° termine: Acciocchè senza sospetto noi potessimo condurre A bane i nosti figlioli. ᎠᎪ 136. 1.° punto di partenza: Ognuno ha la sua qualità DA natura, Vengo DA Roma. 2.° dovere: Venuto in tempo DA far le uova. 3.° modo: Portarsi DA semplice e DA grossolano. 4.° punto di arrivo: Verrò DA te. 5.° patria: Andreuccio DA Perugia. 6.° distinzione: Serpentin DALLA stella in giostra venne. 7.° complemento agente: È impossibile che chi comanda sia riverito DA chi dispregia Iddio. IN 137. 1.° Luogo e tempo: Il terzo parea che affogasse NEL fiume; IN tutto un anno non vi piovè mai; Da venti anni IN qua. 2.° determinazione: Un gambero ch'era dottore IN legge; Padre mi era IN onore. 3.° imminenza: Come fa donna che partorir sia. 4.° modo: Cominciò i suoi dolorosi affetti IN miracolosa maniera a dimostrare. 5.° apposizione: Elessero IN Papa messer Grimaldi. PER 138. 1.° Fine: seguendo un branco di cervi PER voglia di cibarsene. 2.° luogo e tempo: Vediamo andar PER aria gli uccelli; 3.° attribuzione: Date ung piastra PER uno. 4° apposizione; Elesser gl'Imerei PER loro capitano Falaride. 5.° prezzo: Ho venduto il libro PER due soldi. 6.° mezzo: Nè mai avean potuto, PER dimandare, saper la cagione. 7.° imminenza Son PER morire. 8.° cagione: Restringe le membra PER gran gelo. 9.° modo: Gli bisognava PER forza partirsi di quel luogo. 10.° misura con per sottinteso: Si vende due scudi; Faceva il nido un uccello ogni anno. CON 139. 1.° Compagnia: Viaggiar CON oneste persone; Gli occhi non parevano se non due fori profondi CON le pupille tanto confitte in dentro 2.° mezzo: Col becco e con le unghie stracciando questa rete. 3.° modo: il bacherozzolo CON audace costanza si vendiò ben due volte. S'incorpora con me, te, sè e fa meco, teco, seco: SEco la sua sventura maledicendo. ESEMPIO DAGLI OSSARI DI SOLFERINO ES MARTINO - E l'occhio întanto completa all'intorno lo spettacolo immenso, che si stende sotto il cielo azzurro sotto il limpido sole tutto esultante nel rinnovarsi della stagione primaverile; a oriente, la campagna veronese ondulata di colline, su cui si leva; testimonio d'altre battaglie e d'altre vicende, la torre di Custoza; a mezzodì Solferino e più in là ancora, perduta nella bassura e tra le divine acque del lago: Mantova, a ponente Brescia. sorgente da colli festanti di verde; a settentrione, il Gardo. E da ogni lato, affondati nella pianura uguale o aggrappati sulle brevi alture, casali candidi e ville disperse, e chiese scure tra le umili case e vette di campanili remoti. E mi parve allora che tutta la regione circostante mandasse lassù come un palpito immenso, come un caldo saluto, roci di grandi memorie non cancellate dal tempo, un saluto al monumento insigne, che compendia l'eroismo di tante anime, le lagrime e le glorie di tanti anni, le speranze e le vittorie di tanta parte della nostra gente. Mi pareva d'intender di lassù come una gran voce che recasse in un suono unico e squillante il ricordo delle pasque veronesi, il fragore delle giornate di Brescia, il saluto mesto delle tombe di Belfiore: voce ammonitrice de' morti alle generazione crescente d'Italia. (L'insegnante dopo aver fatto leggere il brano e dopo averne spiegato il contenuto, accennando ai fasti che ricordano i nomi delle città diverse - faccia distinguere le varie preposizioni contenute ed i loro significati. ) G. Cristofari Congiunzione 140. La congiunzione è una parola che serve ad unire due parole o due proposizioni: Non perdonate ad età, NÉa sesso, NÉ a luogo. Io son grave E poco atta a camminare. Le congiunzioni sono: a) Copulative: Pietro E Paolo. b) Aggiuntive: eziandio, oltracciò, inoltre, anche, ancora. Dobbiamo riconoscere la sapienza divina, EZIANDIO negl'insetti più vili. c) Dichiarative: cioè, cioè a dire. La terza circostanza che è ubi, CIOÈ A DIRE in che luogo. d) Alternative: o, ovvero, ossia, oppure. Colla tua vista, OVVERO colle tue parole. e) Negative: nè, nemmeno. Queste cose NE io desidero, NE tu vorresti concedermi. f) Illative: dunque, adunque perciò. Pensi, DUNQUE g) Causali: affinchè, acciocchè, perchè, chè. Guarda va che non gli cadesse sul capo. h) Condizionali: se, purchè, qualora, con questo che. Gli promise il regno di Napoli CON QUESTO CHE restituisse alla Chiesa le terre. i) Avversative ancorchè, benchè, ma. ANCORCHè non apparisca la loro scelleragine. ESEMPIO (1) IL CONTE di Cavour - Molti generali passarono ore terribili sul campo di battaglia; ma egli ne passò di più terribili nel suo gabinetto, quando l'enorme opera sua poteva rovinarsi di momento in momento come un fragile edifizio a un crollo di terremoto; ore, notti di lotta e d'angoscia passò; da uscire con la ragione stravolta o con la morte nel cuore. E fu questo gigantesco e tempestoso lavoro, che gli accorciò di vent'an la vita. Eppure, divorato dalla febbre che lo doveva gettare nella fossa, egli lottava ancora disperatamente con la malattia, per far qualche cosa per il suo paese. É strano, diceva con dolore dal suo letto di morte, non so più leggere, non posso più leggere. Mentre gli cavavan sangue e la febbre aumentava, pensava alla sua patria, diceva imperiosamente: Guaritemi, la mia mente s'oscura, ho bisogno di tutte le mie facoltà per trattare dei gravi affari. Quando era già ridotto agli estremi, e tutta la città s'agitava, e il Re stava al suo capezzale, egli diceva con affanno: Ho molte cose da dirvi, Sire, molte cose da farvi vedere; ma son malato, non posso, non posso; e si desolava, E sempre il suo pensiero febbrile rivolava allo Stato, alle nuove provincie italiane che s'erano unite a noi, alle tante cose che rimanevan da farsi. Quando lo prese il delirio: Educate l'infanzia, esclamava fra gli aneliti, educate l'infanzia e la gioventù - governate con la libertà. (Il maestro spieghi la meravigliosa opera del Conte Cavour, faccia leggere il brano del De Amicis e distinguere in esso le diverse congiunzioni. ) De Amicis Interiezioni 141. L'INTERIEZIONE, O INTERPOSTO, è la parola che esprime un'affezione, o un sentimento dello spirito: Ah! Ahime! 142. Sono interiezioni tutti i suoni che si emettono ad esprimere qualche sensazione. 143. Le interiezioni sono di: a) dolore: Ah! Ahi! Ih! b) piacere: Ah! ah! Bene! c) sorpresa: Oh! Ecco! d) incitamento Su! Orsi! Arri! e) avversione: Via! oibò! 144. Ogni interiezione equivale a una proposizione: Ahi (sento dolore) ecco (questo è), orsú (sbrigati o sbrigatevi). ESEMPIO MARZO E IL PASTORE - Una mattina, sul cominciare della primavera, un pastore uscì colle pecore, e incontrò Marzo per la via Dice Marzo: Buon giorno, pastore, dove le porti oggi le pecore a pascere? -Eh, Marzo, oggi vado al monte. -Bravo pastore, fai bene; buon viaggio. E fra sè disse: lascia fare a me io! E quel giorno al monte giù acqua a rovesci, un vero diluvio, Il pastore però che l'aveva squadrato ben bene in viso, e non gli era parso schietta farina, aveva fatto tutto all'incontrario. La sera nel tornare a casa rincontra Marzo. - E be', pastore, com'è ita oggi? - E ita benone. Sono stato al piano; una bellissima giornata, un sole che scottava. - Si eh? ci ho gusto (e intanto si morse un labbro), E domani dove vai? - Domani torno al piano. Con questo tempo, matto sarei a mutare. -Si? bravo! addio. E sì partono. Ma il pastore, invece di andare al piano, va al monte: e Marzo giù acqua e vento e grandine al piano: proprio a castigo di Dio. La sera trova il pastore: - O pastore, buona sera; e oggi come t'è ita? - Benone. Sai, sono andato al monte, e ci è stata una stagione d'incanto. Che cielo! che sole! - Proprio ne godo, bravo pastore: e domani dove vai? - E domani vado al piano; mi par di vedere certi nuvoloni su dietro l'alpe... Non mi voglio allontanare da casa. - Fai bene. ti consiglierei anch'io Insomma, per farla corta, il pastore gli disse sempre all'incontrario, e Marzo non ce la potè mai beccare. ( Il maestro faccia leggere il brano e faccia notare tutte le interiezioni contenute in esso. ) Sintassi 145. Sintassi vuol dire accordo, dipendenza ordinamento delle parole fra loro. 146. La sintassi ê di Concordanza, di Reggimento e di Collocazione. Sintassi di concordanza 147. La sintassi di concordanza è la combinazione di due parole che abbiano gli stessi accidenti. 148. Le concordanze posson succedere solo tra le parole variabili, e sono tre: Concordanza del nome con l'articolo, l'aggettivo o pronome; Concordanza del nome col verbo. 149. 1.° L'aggettivo (l'articolo e il pronome) deve essere dello stesso genere e dello stesso numero del nome: CARTA BIANCA, LIBRI NUOVI. Ebbi la carta, LA QUALE mi piacque; Ebbi i libri, I QUALI mi piacquero. Se un solo aggetto, o pronome, deve accordarsi con più nomi di differente genere e numero, si farà plurale e di genere maschile: Specialmente sopra gli altri siamo noi obbligati al padre e madre, A' QUALI siamo tenuti, L'aggettivo mezzo, adoperato nel significato di metà -, resta invariabile: Erano MEZZO morti; Una libbra e MEZZO di pane. 150. Il Participio passato unito all'ausiliario essere si accorda col soggetto: il padre è RISPETTATO, la madre è RISPETTATA, unito all'ausiliario avere resta invariabile, o accorda con l'oggetto: Ho PRESO la penna, Ho PRESA la penna. 151. 2.° Il verbo dev'essere dello stesso numero e della stessa persona del soggetto: TU DEI saper ch'io FUI il Conte Ugolino. Un verbo solo che si riferisca a più soggetti differenti di numero e di persona si fa plurale, e della persona più nobile. La prima è più nobile della seconda; la seconda più della terza: TU dall'un lato, e GIULIO dall'altro mi VERRETE Sostenendo. 152. Quando avere sta nel significato di essere, può farsi singolare, ancor che abbia il soggetto plurale: Nell'isole famose di fortuna HA due fonti. Sintassi di reggimento 153.Le parole che possono dipendere sono il Nome (o il Pronome) e il Verbo: Col cappello da PRETE, Molto somigliante a COLEI; Fatemi VEDERE. 154. Le parole da cui altre dipendono sono i Nomi, gli Aggettivi, i Verbi; e i Reggimenti quindi sono: Reggimento del Nome, Reggimento dell'Aggettivo e Reggimento del Verbo. 155. Dal nome dipendono solo nomi (o pronomi) con la preposizione o senza: Uomo DA FORCA; Cicerone SOMMO ORATORE. 156. Dagli Aggettivi dipendono nomi e verbi con la preposizione: Uomo gagliardo DELLA PERSONA; Giovane acconcio a SALTARE i fossi. 157. Dal verbo dipendono nomi e verbi colla proposizione e senza, nonchè verbi colla congiunzione e senza: DALLE PAROLE SI SCOPRE LA CONDIZIONE dell'anima 158. In due proposizioni, una dipendente dall'altra se i due verbi hanno lo stesso soggetto, il vero dipendente si pone all'infinito: Io DESIDERO VEDERE Venezia; se hanno soggetti diversi, il dipendente si pone all'indicativo, quando dinota certezza, al cogiuntivo, quando dinota dubbio, o cosa futura: V.S. sappia che io SON tutto suo, ma DUBITO ch'ella sia mio; Ditegli che VENGA domani, Sintassi di collocazione 159. L'ordinamento delle parole secondo le regole ordinarie della grammatica si dice Sintassi semplice. Delle parole che bisogna aggiungere, nè sopprimerne alcuna, bisogna disporle cosi: soggetto, verbo, attributo, complementi. 160. L'aggiungere, il togliere, il traslocare le parole si dice Sintassi figurata. La soppressione di cosa che devesi esprimere si dice Ellissi: Darottene tante (busse), ch'io ti farò tristo per tutto il tempo che tu vivrai. 162. L'aggiunzione di cosa che dovea omettersi si dice Pleonasmo: ELLE son tante le beffe che vi fanno 163. La trasposizione delle parole si dice Iperbato: mi dispose alla morte ricevere. ESEMPIO Si diceva ancora: Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani. Ma non sapevamo forse di essere già fatti. L'impresa d'Africa cel rivela: lo rivela a noi, e a tutto il mondo. Viva l'Italia! Sorta da pochi anni a dignità di nazione; essa è già tanto cresciuta da poter reggere al paragone con le maggiori Potenze. Che Dio la prosperi sempre e ne inghirlandi la chioma con la quercia e lauro e con l'antico splendor di Roma conquistatrice, e dominatrice di popoli. E a voi sia lode, o giovani, che mostrate di sentire profondamente la dignità della patria e torni caro a quanti amano l'Italia il tributo gentile del vostro affetto e della vostra solidarietà G. Bonomelli Avvertenze ortografiche 1° Di due consonanti eguali che stien vicine, o di cui la prima sia l, m, n, r, una appartiene alla sillaba precedente, ed una alla seguente: Cas-sa caR-Tα, due consonanti differenti appartengono alla seguente: Ca-STa ca-PRA. Le parole composte si dividono come stavano prima di unirsi: Dis-onore. gentil-uomo. 2. Non separerai le vocali di un dittongo, o trittongo, per dire: Santu-a-ri-o, figli-u-o-lo. 3. Le parole finite in bile scriverai con una b: Amabile, terribile. Nelle parole sdrucciole, quasi sempre la b si scrive scempia: subito, debole, rabico. 4. Guardati dallo scrivere cha, cho, chu, ovvero gha, gho, ghu, dicendo: Vaccha, borgho, laghuna. 5. Innanzi a p e b non mettere mai n; BoNba caNpo. 6. Non mettere mai g in mezzo a due n: Giugno. 7. Le parole in ione, e i loro derivati, scriverai con una g od una z: Cagione, frazione; cagionare, frazionato. 8. Se la vocale i non si sente forte, come in farmacie, compagnie, guardati di porla nelle sillabe ce, sce, gna, gne, gno, gnu, scrivendo, traccie, sciena, castagnia, legnie, sognio, ignudo. 9. Nel futuro e nel condizionale della Prima Coniugazione innanzi alla desinenza non porrai a, ma bensi e: Parlerò, parlerei. bricò il Vaticano! 10. Scriverai quanto per dinotar quantità, quando per dinotar tempo: QUANTO si spese, QUANDO si fabbricò il Vaticano 11. Userai lettera maiuscola in principio del componimento, dopo il punto, e scrivendo un nome proprio 12. L'apostrofo si pone per supplire una vocale tolta: Un'anima, un'erba; ma non si può porre in fnire di rigo. 13. Uno, tale e quale si apostrofano innanzi ai femminili comincianti per vocale; si troncano dinanzi a tutt'i mashcili, che non cominciano da s impura: un'opera, tal'arma, qual'usanza; un amico, qual servo, tale specchio. 14. Scriverai con l'apostrofo (non con l'accento) le parole: Di' per dici, fe' per fece, mo' per modo, pe' per poco, to' per togli, ve' per vedi, vo' per voglio, e qualche altro. 15. Non iscrivere i monosillabi con l'accento, eccetto quando hanno due significati, pei quali uno si accentua, uno no. Non dirai trà, stà, fà; ma dirai secondo il significato. a) Da preposizione, da verbo: E altro è DA veder che tu non vedi; DA al misero ciò che sopravvanza b) Di preposizione, di, nome: Tant' era pien DI sonno in su quel punto; In quel Di che un divino spavento si affannava. c) E congiunzione, è verbo: Gli furono addosso con le lance E con le coltella; Menaci colà dove ella è. d) La articolo o pronome, là avverbio: Fuggo LA morte che mi vien dietro; Pel medesimo foro onde la capra immacchiata si era, Lamone La vide; Là ove terminava quella valle. e) Li articolo o pronome, li avverbio: E LI parenti miei furo lombardi; Ei LI guatò e ristettesi; e stetter Lì impalati come cavoli. f) Ne pronome nè congiunzione: E come meno parti NE faremo, tante avremo maggiori: Nè giammai s'erano accorti che quello fosse oro. g)Se congiunzione, se pronome: E SE piansi in vita mua, piansi solo d'allegria; Egli per altri se non cura. h) Si pronome, si avverbio: SI fer dell'ali agli occhi una visiera; Si tosto come furono satolli. 164. Non userai l'accento circonflesso in parola, dicendo: principi, premi; ma solo nel corpo della parola per evitare gli equívoci, come torre voto per togliere vuoto. 165. Gli aggettivi numerali non si scrivono mai in cifre, se non per esprimere date. Quindi non si dirà: Arriva in 4 giorni; Mi dia 7 libbre di carne; ma quattro giorni, sette libbre. PUNTEGGIAMENTO 166. Porrai VIRGOLA (,) in fine di ogni proposizione, che non sia parte dell'altra: Bisogna che quando tu riprendi alcuno lo faccia dolcemente. 167. PUNTO E VIRGOLA (;) in fine di ogni membro del periodo: Chi tocca la pece sarà maculato da lei; e chiusa col superbo, di superbia si vestirà. 168. DUE PUNTI (:) innanzi alle parole attruibuite ad altri: E il duca a lui: Caron, non ti crucciare. 169. PUNTO AMMIRATIVO (!) dopo un'esclamazione: Oh le son favole! 170. PUNTO INTERROGATIVO (?) dopo una domanda: Or chi vide mai volar testuggine? 171. LE VIRGOLETTE DI CITAZIONE (») a contrassegnare il testo di un autore: Disse Gesù « Lasciate i fanciulli che vengano a me ». 172. LA PARENTESI () a contrassegnare qualche parola o proposizione che abbia poca relazione in quel periodo dove è posta: La salute (dice il proverbio) non c'è oro che la paghi. 173. I PUNTI DI SOSPENZIONE (...) indicano interruzione di una frase: Dio mio! fino a quando...... 174 PUNTO (.) in fine di periodo. PREGHIERA DEL MARINATO ITALIANO dettata da A. Fogazzaro (dall'illustrazione di Treves.) - Chi qualche volta ha potuto visitare una nave da guerra italiana, forse non si sarà accorto di quel foglio di carta che arieggia la pergamena, scritto a caratteri di stile sacro è una parte essenziale della nave, e a cui tutti, ufficiali e soldati, tengono come a un talismano. Chi conosce la vita di mare sa di quanta nostalgia della patria e della casa lontana essa grava l'anima degli equipaggi. Poesia triste e grande che fa gli uomini buoni e li affratella nel pensiero di un amore comune e dell'obbedienza, quell'obbedienza che è la forza suprema di uno contro mille. Ebbene, su quel foglietto è scritta la bella patriottica preghiera che il grande scrittore vicentino ha dettato per i soldati della Marina Italiana. La trascrivo qui, a conclusione dell'operetta, affinche gli alunni amando l'Italia, divina nei suoi monti, nei suoi mari, nel suo esercito, dolcissima nel suo idioma, amino pure que' che la rese grande col senno, - A Te, o grande, eterno Iddio, Signore del Cielo e dell'abisso cui obbediscono i venti e le onde, noi uomini di mare e di guerra, Ufficiali e soldati d'Italia, da questa sacra nave armata dalla Patria leviamo i cuori! Salva ed esalta nella sua Fede, o grande Iddio, la nostra nazione: Salva ed esalta il Re: dà giusta gloria e potenza alla nostra bandiera, e manda che le tempeste ed i flutti servano a lei; poni sul nemico il terrore di lei: fa che per sempre la cingano in difesa petti di ferro, più forti del ferro che cinge questa nave; a lei per sempre dona vittoria. Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti: benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che per esso vegliamo in armi sul mare. Benedici!