Sul monte Sirino e sul monte Papa di Lagonegro

"La Basilicata nel mondo. Rivista mensile illustrata", a. II, fasc. 1 (gen. 1925), pp. 49-51.

1925
Carmine Cassino, Fulvio Delle Donne
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Informazioni sul Documento

Data del documento: 1925

Forma del manoscritto: modern_print

Fonte: documentary

Testo del Documento (Italian)

1925

È l’una e mezza di notte; siamo scesi dalle nostre case allegramente nella strada dove ci attendono i nostri somarelli pronti. Tutto è in ordine: passiamo in rassegna gli oggetti che ci seguiranno sul monte: i bastoni, i pastrani, i binocoli, le fiaccole, anche le fiaccole, poichè la notte è di luna ed il cielo, per giunta, è ad intervalli tutto coperto. Temiamo l'acqua, perchè poche gocce scendono lente sulle nostre teste. A momenti, però, le nubi si aprono e splendono vivissime le stelle. Abbiamo formato una comitiva di una dozzina di gitanti, senza contare le guide, e ci avviamo solleciti verso l'ascesa. Quindici minuti di strada sulla rotabile delle Calabrie e giungiamo nella via campestre che ci porterà al Brusco e di lì per la salita più aspra, al Monte Sirino.

Fatto solo pochi passi, ecco che c'interniamo in un folto di castagni altissimi; è necessario accendere le fiaccole portate da due guide che ci segnano la via e proseguiamo schiamazzando nel bosco, il cui alto silenzio e le cui profonde tenebre son rotti appena dalle nostre voci e da quelle luci fumose che di tanto in tanto ci soffiano sul viso l’acre odore della resina e della pece. I grandi castagni sembrano mostri immani che si contorcano e si contraggano e par quasi che fuggano da noi inseguendosi, afferrandosi, stringendosi insieme convulsi, a misura che noi proseguiamo, salendo. A tratti, il cielo si riabbuia e si riasserena, ma noi lo vediamo poco a traverso gli enormi rami che s’intrecciano, sulle nostre teste.

La notte d'agosto non è affatto calda: spira un'arietta frizzante, ma che è satura di tutti i profumi del bosco; pure si respira a gola piena, malgrado il fresco, e i nostri somarelli marciano con lena nella salita. Siamo in marcia da un'ora: sempre bosco più o meno folto, sempre castagni grandiosi.Qua e là — si intravedono appena nella notte — sono radure, rialzi rocciosi, pascoli, praticelli ancora in fiore. Ma ecco luccicare, poco lungi da noi, una striscia argentea: un torrentello scende chioccolando, ripetendo, nella notte, la sua eterna canzone. — Siamo al Brusco — ci gridano le guide. Ed eccoci dinanzi, rischiarata anche un pò dal cielo, che si è tutto rasserenato, una distesa quasi pianeggiante; in mezzo, un piccolo edificio biancheggiante nella notte: è la cappelletta dove sosta la Madonna della Neve, scendendo dal Santuario del Sirino.

Intorno, sparsi nel piano e sulle pendici, ai piedi della montagna, innumerevoli casolari, pagliai, casette rustiche, stazzi. Sostiamo qualche minuto; già il petto si allarga, il respiro si fa più frequente: siamo a più di mille metri di altezza. In lontananza brillano sparsi i fuochi dei pastori. Riprendendo il nostro cammino, ci interniamo per uno stretto sentiero, in un altro foltissimo bosco; qualche quercia, qualche elce e tutto intorno gli ontani dalle belle e lucide foglie che formano dei padiglioni reali; e qua e là pezzi brulli di terreno si fondono col bosco, zone nude, rocciose, su cui si passa a stento, su cui bisogna reggersi bene per non scivolare. Saliamo sempre: ora siamo tra i faggi secolari.

Il bosco dei faggi, che si estende sulle alte pendici del Sirino è di una bellezza indescrivibile. Tronchi altissimi e svelti si elevano al cielo con varietà di tinte e di cime, e che sfidano il cielo. Non si vede se non di tanto in tanto il luccichio di qualche stella, a traverso l'intrico dei rami. Si sale sempre e si ha più che mai bisogno delle fiaccole. I nostri petti sono un pò affaticati e i nostri somarelli trotterellano appena, quantunque abituati all'aspra salita dei monti. Siamo giunti alle Chiappe: larghi strati rocciosi ci permettono appena il cammino; si scivola e bisogna appoggiarsi bene ai bastoni: siamo tutti giù di sella perchè sulle bestie si correrebbe un maggior pericolo. Ora comincia a schiarirsi appena appena il cielo: non vi sono alberi in questo piccolo tratto, e ci appaion le stelle. Ma ritorniamo presto nel folto del bosco; i faggi sono grossissimi ed altissimi; per un lungo tratto la strada, per quanto sempre ripida e tra alberi fittissimi, corre larga, morbida delle prime foglie cadute, verdeggiante, ai lati, di grosse felci; siamo incoraggiati da questa strada e saliamo alacremente; pare che venga a mancarci quel leggero senso di stanchezza che ci aveva presi sulle Chiappe. L'aria è più che mai fredda: soffia da nord-ovest un vento gelido e noi ci avvolgiamo meglio nei nostri mantelli. L’aspetto del bosco è pittoresco: pare che salgano dalle radici profonde mille voci e gridino fin nelle foglie delle cime che si piegano l'una sull'altra contorcendosi in un brusio continuo; gridino e par che ti raccontino le lunghe leggende dei secoli.

Una croce su un grosso faggio, che non sarebbe abbracciato da quattro uomini; ci fermiamo e le guide ci dicono la leggenda. Stava un pastorello indisturbato guidando le sue pecorelle al pascolo, quando una bella signora gli apparve, tutta circondata di luce, seduta ai piè di quel faggio, e lo pregò che scendesse al paese a dire ch'ella voleva una chiesetta in cima al Monte; era la Madonna.

Abbiamo viaggiato più di due ore, quando il bosco finisce d'un tratto, come per incanto, in una linea diritta che corre da nord a sud e comincia la parte brulla della montagna; pare che non la natura ma la mano dell'uomo abbia segnato quel confine così netto. Non c'è un filo d'erba, la viuzza si inerpica a zig-zag fin sulla cima del monte ed è ripidissima; vien quasi il capogiro a volgersi lateralmente; ci par di camminare sempre su un burrone.

Il cielo si è rischiarato abbastanza, abbiamo lasciato le fiaccole da un pezzo. Mi volgo a destra ed oh, meraviglia! Il mare appare in lontananza, soffuso dei vapori argentei dell’alba. Ci sprona più che mai la lena di giungere alla cima, per veder sorgere il sole dal mare: siam partiti apposta di notte. A misura che saliamo, il vento freddo ci sferza il viso; ma il nostro sguardo si spazia, nella grandezza dell’orizzonte, a dominare dall’alto tutti i monti che, di solito, ci sentiamo addosso, poiché essi chiudono come una chiostra il nostro paese. Volgiamo lo sguardo a destra, a sinistra: ecco, ancora illuminati, i paeselli sparsi nelle vallate, inerpicati sulle colline. Vediamo Maratea, Policastro, eccoli tutti come mazzi di fiori gettati, con gentile negligenza, sulle pendici boscose e verdeggianti delle colline e delle montagne che vanno a finire sul mare.

Bisogna stare bene attenti sull'estrema pendice: un'ultima spronata... Siamo sulla cima, a circa duemila metri; pare che ai nostri piedi si stenda tutto un mondo. Abbiamo intorno un paesaggio meraviglioso che non finisce mai. Sono le quattro e mezza del mattino; la stanchezza fisica sparisce nel grande godimento del nostro spirito. In un attimo siamo tutti forniti dei nostri binocoli e giriamo lo sguardo sulla natura che si risveglia ai primi canti di galli al primo tepore del mattino.

I vapori tenui che la notte ha distesi, come manti, sulle pendici e sul mare sono diradati dalle mani di rosa. Il sole sorgerà tra qualche minuto. Ed ecco, sorge; s’innalza e s’infuoca, si espande; un enorme globo di fuoco appare al di fuori delle acque. Lo spettacolo è grandioso. Il globo s'innalza e si fa lentamente più piccolo e più chiaro. Ora tutte le più alte cime ci sono dinanzi, il M. Alburno, il Pollino, e lontano, all'orizzonte, si vede appena il selvoso monte di Viggiano. Lontano si snoda nella vallata, rilucente ai primi raggi, l’ Agri. Volgiamo lo sguardo a ponente: si stendono ai nostri piedi le valli, i bassopiani, i ponti, i viadotti, i boschi. I fiumi, i burroni, i monti, le colline, le vie ferrate, si snodano e s'intrecciano i sentieri. È uno spettacolo meraviglioso; bisogna osservare a poco a poco, attraverso i nostri binocoli, per non perdere l'immensità dei frastagli, la varietà delle tinte. Lagonegro ci appare nella sua vasta piazza e si distinguono ad occhio nudo la doppia fila di platani che l’abbelliscono. Di qui in là Rivello, Nemoli, Trecchina, Lauria e più in là ancora Scario sul mare, che è un piano azzurro, levigato come uno specchio.


Sull’estrema punta della montagna, nella sua rustica veste di pietre unite a secco insieme, è la cappelletta della Vergine. È il 5 agosto e in questo giorno i pellegrini dei paesi circostanti sono saliti per rendere omaggio alla Madonna. Già la folla è innumerevole. Bisogna affrettarsi per entrare, ma prima bisogna riscaldarsi un pò le membra irrigidite dal freddo al cosiddetto focone che arde in una stanza affumicata. Si corre alla cappelletta e si sosta finchè i canti di gloria e le canzoncine si elevano al cielo in uno col salmodiare dei preti e col caratteristico suono delle cornamuse e delle ciaramelle. Nulla è più suggestivo di questo suono modulato e triste in quest’altitudine, suono che esprime nelle sue mute pieghe, nei trilli vivi delle ciaramelle, le sue tristezze. I suonatori hanno una lena instancabile, e il coro è ininterrotto nella chiesetta e fuori ed è un intreccio di melodie, di canti, di preghiere, di sospiri e di lagrime di commozione.

I fedeli discendono, la sommità del monte si spoglia della folla e noi rimaniamo soli nell'immensità della montagna. Abbiamo seguito con l'occhio la gente, finchè essa è sparita tra i faggi: abbiamo sentito lontano gli ultimi trilli delle ciaramelle, l’ultimo suono cupo della cornamusa, gli ultimi echi delle canzoni; ora siamo pronti, dopo un breve riposo, a passare sul monte Papa.

L'impresa non è delle più facili; bisogna o passare su un crestone strettissimo a schiena d’asino, o fare un largo giro dal sud. Preferiamo la prima maniera e ci avviamo. Il sentiero è davvero stretto ed è irto di pietre, brullo, ruvido, che s’alza e s’abbassa d'improvviso, pieno d’ogni pericolo. A sinistra, un burrone profondo, di cui non si distingue il fondo che si perde nell’ombra del bosco foltissimo di cui si vedon solo le cime, a destra un pendio pietroso che mette le vertigini; il passaggio su questo crestone è assai emozionante. Superiamo i duemila metri e ci pare che i polmoni non resistano a quest'aria. La vista spazia ancor più, l'occhio corre liberamente dal Tirreno all'Ionio e vedremmo anche Taranto con i nostri Zeiss, se non ci fosse, da quella parte, l'orizzonte un pò offuscato da una leggera nebbia.

Ridiscendiamo dal monte Papa, percorrendo l'altra strada. Bisogna camminare di buon passo per giungere al Sirino in più di mezz'ora, durante il qual tempo ammiriamo il più bel paesaggio. Si estendono, sotto il nostro sguardo, boschi secolari, si intravedono burroni orridi, nude rocce, piccole punte acuminate e qua e là, in lontananza, prati verdeggianti in cui pascolano i greggi e gli armenti. Oh beata solitudine e lungi il rumor degli uomini! Qui nessuna eco del mondo e della vita, qui nulla giunge delle passioni degli uomini, e pare, in tanta serenità, che non possano esistere, pur nel grigio uniforme della folla umana, le tante lotte che travolgono e infrangono le esistenze. Pare che quest'aria viva e fresca che ci inebria e ci fa sentire leggeri, spiri ovunque; che questo senso di amore per la terra, questa spiritualità a cui assurgiamo con l'anima, sentendoci in alto tra terra e cielo, sia fonte di amore per la Natura, di fronte a cui ci sentiamo atomi sperduti. Che cos'è l'uomo al cospetto di essa? Eccola qui a noi davanti la natura possente, dominatrice nell’universo, che non ha cura dell’uomo e lo schiaccia, la natura che, nell’anima del grande e infelice poeta cambia il dolore dell'uomo, in dolore del mondo!.

Abbiamo goduto quanto di più bello ci possa essere in queste alte montagne, abbiamo assistito ad una caratteristica festa campestre, abbiamo provate le emozioni del pericolo; ora ridiscendiamo quasi tristemente, come chi lascia un bene che non potrà riavere più mai. Eppure la gita è stata meravigliosa; forse ci hanno un po' stordito le tante diverse impressioni ed anche ci vince un po' la stanchezza, poiché, dato il gran pendio delle vie, dobbiamo discendere a piedi. Si corre però, ed in quindici o sedici minuti percorriamo la parte più alta e brulla del monte. Quando giungiamo nel bosco secolare dei faggi, possiamo bene osservare tutte le varietà, tutte le minuzie del bosco, che di notte ci sono sfuggite. Il sole passa appena, in piccoli raggi, a traverso le cime degli alberi, e giunge sulle nostre persone e sul terreno rivestendoci come di un ricamo sottile. Le foglie morte già cadute, che formano in qualche punto un tappeto, luccicano quasi riprendessero vita. Camminiamo silenziosi, ma una sorpresa ci attende: due suonatori di cornamusa e ciaramella ci hanno aspettato e con essi continuiamo la via del ritorno allietati del suono, ridivenuti giulivi.

Quando usciamo dal bosco e torciamo lo sguardo in su, verso la cima del monte, ci pare d'aver sognato di giungere così in alto! Poc'altra strada ci avanza e il sole è all'occidente: tutto l'orizzonte arde in una vampa rossa. È l'ora nostalgica del tramonto; le ultime luci vermiglie, e in esse l’aria è piena di bisbigli di uccelli, di suoni lenti di campane, del chioccolio dei ruscelli, del brusio delle foglie, di canti malinconici, dei sospiri delle cose; poi, mentre noi giungiamo alle nostre case, tutto si addormenta nella placida notte.