Informazioni sul Documento
Data del documento: 1898
Forma del manoscritto: modern_print
Fonte: documentary
Testo del Documento (Italian)
1898
5 Settembre.
La mattina del 5 settembre buon numero di congressisti era radunato alla stazione ferroviaria di Napoli per partire alla volta di Lagonegro. Lungo la magica costiera del golfo incantato è un inno di ammirazione di quelli fra noi — e non pochi — che per la prima volta percorrono le dolci rive partenopee; la realtà supera di tanto ogni aspettativa!
Attraversata la fertile e spaziosa valle trasversale del Sarno, con importanti piantagioni di tabacco, contornata da montagne cretacee e triasiche, a Vietri si presenta al viaggiatore un’altra meraviglia: il golfo di Salerno. — Il treno corre lungo la pianura quaternaria di Eboli, poi lungo i fiumi Sele e Tanagro, finché poco prima di arrivare a Sicignano si presenta la pittoresca e dirupata catena dell'Alburno, che ai lombardi tanto ricorda il paesaggio prealpino.
A Sicignano, dove lasciamo il diretto di Potenza, ci attende il collega De Lorenzo, che doveva essere nostra guida tanto cara e intelligente. Si sale stipati nel treno di Lagonegro, che lentamente, in più di tre ore, percorre i 78 chilometri che separano Sicignano dalla gentile cittadella lucana. Non ci lamentiamo però della lentezza del treno, che permette di ammirare il vario e attraente paesaggio. La via sale, da prima, lungo le pendici dell’Alburno, attraversa poi la profonda valle di Lantrano e seguendo una selvaggia gola, incisa nelle rocce cretacee ed eoceniche, nel fondo della quale scorrono le acque del Tanagro, sbocca a Polla nella valle di Diano che, come ha dimostrato il De Lorenzo, è fondo di un antico lago pleistocenico. Oltrepassata Sala Consilina, Padula, Casalbuono, cittadine e grosse borgate che sorgono pittoresche sul pendio dei monti, la linea entra ancora in una stretta gola chiusa da monti cretacei e triasici. ammantati da boschi, fino a Lagonegro, dove arriviamo poco prima delle 15. Alla stazione ci attendono, oltre il nostro presidente, prof. Francesco Bassani, le autorità locali, che ci accompagnano alla Scuola Normale, dove la città ci offriva comoda e cordiale ospitalità, e dove si tenne quel giorno stesso la seduta inaugurale.
Dopo il breve ma chiaro programma delle escursioni distribuito ai congressisti, e soprattutto dopo l’estesa guida geologica dei dintorni di Lagonegro, scritta, in occasione del Congresso, con tanta chiarezza dal De Lorenzo e pubblicata in questo stesso volume, sarebbe dannosa ripetizione la mia se mi dilungassi in descrizioni, che troppo inferiori riescirebbero a tutto quello che già fu scritto intorno alla bella regione Lucana. Mi limito quindi ad una breve cronaca delle escursioni.
6 Settembre.
La mattina del 6 settembre, puntualmente alle 7 siamo tutti radunati, pronti per la partenza, alla locanda di Lodovico. Sono presenti: il presidente Bassani e i soci Ambrosioni, Botti, Brugnatelli, Canavari, Crema, De Angelis, De Lorenzo, Di Stefano, Flores, Galdieri, Greco, Neviani, Parona, Portis, Riva, Statuti, Verri, Vinassa, Zezi, e si ha inoltre la gradita compagnia del sindaco di Lagonegro, avv. Pesce, del cav. dott. Giuseppe Aldinio, del dott. Fabio Colonna e del dott. Emilio Ugo Fittipaldi. Meta di questa prima giornata di escursione sono i monti Arenazzo, Foraporta e Milego a nord-ovest di Lagonegro, per osservare, oltre la serie del trias medio e superiore, la località fossilifera del lias inferiore al monte Foraporta, e la disposizione a cupola degli scisti silicei del trias medio al monte Milego.
Appena lasciato Lagonegro, lungo la via nazionale di Napoli, osserviamo l’intiera serie della parte superiore del trias medio (gruppo ladinico) e cioè i calcari a noduli di selce, gli scisti silicei soprastanti, nei quali sono intercalati i calcari a scogliera che hanno i loro equivalenti alpini nei calcari di Esino e della Marmolata e negli strati di Wengen e di S. Cassiano.
Ma ciò che desta l’ammirazione è la natura che ci circonda. La strada scende serpeggiando attraverso un fitto e antico bosco di castagni, offrendo dei punti di vista che entusiasmano e commuovono ogni animo aperto alle bellezze della natura.
Poco prima del Ponte del Voriello, si abbandona la strada principale, e cedendo alle gentili insistenze del cav. Aldinio ci rechiamo al suo villino situato in mezzo a prosperosi vigneti, e contornato da secolari querce, dove, colla cortesia e cordialità che lo distinguono, ci offre copiosi rinfreschi. Dal villino raggiungiamo ancora la strada nazionale al Ponte del Voriello, dove il Sindaco, il cav. Aldinio e i soci Botti, Portis, Statuti e Zezi ritornano a Lagonegro. I rimasti abbandonano la strada nazionale per proseguire in direzione del monte Arenazzo.
Nei calcari a scogliera che affiorano lungo il letto di un ruscello si trovano avanzi di diplopore, e alla Casina Caino, negli scisti silicei sottostanti alla dolomia principale del monte Arenazzo, sono numerose le impronte di fucoidi. Si sale il monte per lo spigolo sud, e nella dolomia principale troviamo pecten, giroporelle, e numerose conchiglie ammassate della Gervilleia exilis Stopp sp. Dalla vetta appare chiara l’estensione della dolomia principale che spicca pel suo candore sui fianchi denudati dei monti vicini. La sua estensione è però assai limitata.
Per un ripido sentiero del versante settentrionale scendiamo dall’ Arenazzo, in una valletta eocenica (bartoniano), dove abbondano le brecciole nummulitiche e, fra queste, blocchi di rocce serpentinose che sovente, in queste regioni, affiorano nell’ eocene superiore.
Subito ricompaiono, per frattura, i calcari a noduli di selce, e gli scisti silicei e poi la dolomia principale, che si seguono sino a raggiungere il lias inferiore del monte Foraporta. Qui, con grande gioia dei paleontologi, esaminiamo la località fossilifera, situata presso la sommità del monte, sul versante orientale di esso, verso i Carcuni. Alcuni banchi sono zeppi di brachiopodi, accompagnati da lamelli branchiati.
Dopo lungo martellio e riempite le sacche, scendiamo nel ruscello a nord del monte e in un delizioso bosco
di ombrose piante spesso e di virgulti,
attendiamo impazienti l’arrivo di Lodovico e dei quadrupedi colle provviste, accolte, dopo lunga attesa, con non minore entusiasmo di quello manifestato all’ incontro del banco di brachiopodi.
Ma il maggior interesse geologico di questo primo giorno di escursioni ci è offerto dal monte Milego, costituito dagli scisti silicei del trias medio. La disposizione a cupola degli strati è così perfetta che desta l’ammirazione generale. Salendo il monte dal versante meridionale, si cammina sulla superficie degli strati che man mano si fanno più pianeggianti e cambiano di direzione piegando mollemente tutt’attorno al monte con perfetta ed armonica curva. Dopo una lunga sosta sul Milego per godere del vasto panorama, che acquista una fisionomia tutta speciale e poco comune per le numerose montagne a cupola che dolcemente emergono, talvolta maestose, dalle valli, ritorniamo direttamente a Lagonegro per la mulattiera attraverso folti boschi di querce e di castagni, percorrendo formazioni dell’eocene superiore, costituite da scisti siliceo-argillosi, alternati con scisti galestrini, con marne e arenarie.
Poco prima di Lagonegro incontrammo, vagante solitario tra i castagni, il prof. De Stefani che era arrivato, inatteso, quel giorno, e la bella gita non poteva chiudersi con più lieta e desiderata sorpresa.
7 Settembre.
Un aspetto insolito presentava la mattina del 7 settembre il largo piazzale davanti alle Scuole Normali di Lagonegro, dove una ventina di muli coi rispettivi condottieri erano pronti per portare i congressisti sul monte Sirino, la più grandiosa e imponente cupola triasica dei dintorni di Lagonegro, lunga, in direzione da nord a sud, all’ incirca 7 chilometri. Ai soci presenti all’escursione del giorno precedente si aggiunsero l’ispettore scolastico cav. Giuseppe Pirrone Pascalin, il tenente Vittore Malinverni, comandante il distaccamento militare dell’ 81° fanteria, il dott. Fabio Colonna e il dott. Fittipaldi.
La lunga carovana procede ordinata lungo la bella strada nazionale delle Calabria Calabria, ove, poco dopo Lagonegro, al ponte sul fiume Serra, è ammirata una magnifica sezione attraverso i calcari a noduli di selce, gli scisti silicei a strati di vari colori, e la disposizione a cupola nella parte alta della sezione, come si vede chiaramente in una fotografia pubblicata da De Lorenzo. A questi scisti sono addossati, mediante frattura con sopraspinta, i calcari a noduli di selce sottostanti. La perfetta sfaldatura prismatica degli scisti silicei, che già aveva formata l’ammirazione del Pilla, desta pure la nostra; chiaramente si osserva lungo la via sulle larghe superimi, poco inclinate, degli strati più compatti.
Si abbandona la strada nazionale dove questa piega a sud, e, per buone mulattiere, attraverso formazioni eoceniche, si giunge alla Madonna del Vrusco, piccola cappella, dove incomincia la salita al Sirino. Fin presso la vetta la strada s’innalza serpeggiando attraverso un incantato e luminoso bosco di faggi secolari: attraversa da prima gli scisti silicei del trias medio, nei quali sono intercalati, man mano con maggior frequenza, i calcari a noduli di selce, finché, più su, si passa definitivamente a questa formazione. Poco tempo rimane per ricercare fossili che pur qui furono trovati da De Lorenzo, specialmente abbondanti le posidonomie e le halobie. Sono frequentissime le grosse impronte di fucoidi. Ad un tratto, con limite netto, il bosco cessa, e ci troviamo sulla nuda montagna poco sotto la vetta, ove sorge un piccolo santuario, la Madonna del Sirino, e ove i calcari dolcemente piegano formando una larga anticlinale.
Il panorama che di lassù si ammira è grandioso. Chi, abituato alle ghiacciate vette delle Alpi, sprezzava quasi il modesto Appennino, si ricrede e pensa che bellezze e impressioni, di altra natura forse, ma non meno grandiosi e commoventi si ritrovano anche su questi monti selvosi e taciturni. Lontano, a sud, s’innalza il Pollino, la vetta più alta dell’ Appennino meridionale (m. 2272) e il monte Ciàgola, a nord di Castrovillari; in lontananza, al limite dell’orizzonte, si delinea l’altipiano della Sila. A oriente la veduta è tolta dal monte del Papa, che di pochi metri sovrasta il Sirino. A occidente il golfo di Policastro è scintillante di luce. Ai piedi, Lagonegro, Rivello, Nemoli e Lauria, circondati da campi e boschi, congiunti da bianche e serpeggianti strade, completano e rendono gaio il grandioso panorama.
Mentre si ammira il paesaggio e si ascolta De Lorenzo, che ci descrive i luoghi e la costituzione geologica della regione che ci circonda, l’ormai inseparabile e solerte Lodovico dispone per la colazione, alla quale si rendono onori quali la grandiosità del luogo comporta.
Dopo alquanto di sosta, i soci Ambrosioni, Brugnatelli, Crema, De Angelis, De Lorenzo, Di Stefano, Galdieri, Parona, Verri, Vinassa e lo scrivente lasciano i colleghi per salire sul vicino monte del Papa (m. 2007) e ritornare a Lagonegro lungo la valle del Cacciatore.
Dal Sirino discendiamo, per un ripido pendio, alla sella che divide questo monte del Papa, e superando l’esile cresta che congiunge i due monti, osserviamo un alternarsi continuo di scisti silicei e di calcari a noduli di selce, alternarsi dovuto a numerose pieghe stipate.
Ma l’interesse principale di questa coda alla gita del Sirino è dato dalle morene che, come De Lorenzo ha constatato, esistono numerose e potenti in questo gruppo di monti.
A sud della cresta che percorriamo, giù in fondo nel vallone di Nieddu, se ne solleva una, in parte squarciata dalle acque, in parte coperta da fitta boscaglia, e che chiaramente si segue per circa 500 m. L’aspetto di questo lungo cordone, specialmente visto dall’alto, in modo da dominare l’insieme della valle, è tale da mettere in serio imbarazzo chi volesse trovare altra spiegazione all’ infuori dell’origine glaciale, ma a persuadere i più increduli bastano poi gli splendidi ciottoli lisciati e striati che, provenienti da queste morene, si osservano nel museo geologico di Napoli.
Dalla vetta del monte del Papa, costituito da calcari a noduli di selce, la vista è ancor più grandiosa di quella che si gode dal Sirino; l’occhio scorre dal Tirreno al Ionio! La discesa si compie per la cresta settentrionale, sottile e ripida, ma presto si entra in un fantastico e antico bosco di faggi che, pur troppo, risuona anch’esso dei tristi colpi della scure devastatrice.
Raggiunta la valle sinclinale del Cacciatore, possiamo, da vicino, esaminare la grande morena, lunga più di 1 km. e mezzo, larga all’ incirca 100 metri, che occupa la valle tra la Spalla dell’Imperatrice e le falde settentrionali del Sirino. Questa morena è incisa longitudinalmente dalle acque che ne erosero il fondo fino ad incontrare la roccia sottostante. Nel potente taglio innumerevoli sono i ciottoli lisciati e striati e si ammirano anche alcuni grossi massi con strie lunghe e parallele.
Sempre lungo un pittoresco sentiero che si svolge sinuoso nel bosco, raggiungiamo il colle di Nieddu sull’alta valle del Chiotto, dove ci attendono i muli, discesi dal Sirino per più comoda via.
L’ora tarda ci obbliga a discendere rapidamente per la valle, non senza però osservare le regolari cupole triasiche del Gurmara, del Castagnareto e di Bramafarina. È quasi notte quando arriviamo alla collina della Grada, dove, segata dal fiume Serra, nel burrone Cararuncedde, si presenta la magnifica sezione di una regolarissima e perfetta cupola, complicata da frattura.
A Lagonegro ci attendevano da qualche ora i colleghi ritornati dal Sirino, e anche questa seconda giornata di escursioni non poteva chiudersi con maggior soddisfazione generale.
8 Settembre.
Gita comoda e breve, ma non meno istruttiva delle altre fu quella al Lago Sirino effettuata il giorno 8 settembre. Ai Congressisti, niuno dei quali mancava in quel giorno, si aggiunsero il nuovo socio prof. Pasquale Aldinio, la gentile signora Vittorina Rinaldi, il Sindaco, il cav. dott. Salvatore Rinaldi, il cav. dott. Aldinio, il dott. Fittipaldi, il dott. Fabio Colonna e i sigg. Barletta e Alberti.
La partenza è alle 8, in vettura, lungo la strada nazionale delle Calabrie, che si percorre per alcuni chilometri, riattraversando presso il ponte sul Serra le già osservate formazioni del trias, indi l’eocene superiore fino a Monticello. Quivi sono aperte grandi cave nei calcari a scogliera, che forniscono il materiale da costruzione a Lagonegro. Questi calcari sono separati dall’eocene per fratture, e in essi si rinvennero gasteropodi e lamelli branchiati simili a quelli delle faune di Esino, della Marmolada e dello Schlern.
Si prosegue lungo la strada provinciale di Rivello, e poco prima di arrivare al ponte sul Bitonto, affiora un ristretto lembo di lias, appoggiato agli scisti silicei del trias medio, e in parte ricoperto dall’eocene. Riappaiono i calcari a scogliera, gli scisti silicei e i calcari a noduli di selce, rotti e spostati da numerose fratture con larghe superfici di scorrimento, che chiaramente si osservano al ponte del Bitonto.
Lasciata la strada di Rivello per risalire, lungo la Sapri-Ionio, tagliata sul pendio del monte Roccazzo, si domina l’intiero bacino del Noce, già occupato da un vasto lago pleistocenico. De Lorenzo distribuisce la Carta di questo bacino, inserita nell'ultimo suo studio sulle Reliquie di grandi laghi pleistocenici nell’ Italia Meridionale, e nella quale sono segnate le terrazze e il detrito di spiaggia che segnano il probabile perimetro dell’antico lago, e i sedimenti sparsi qua là, testimoni del passato, costituiti da grossolani conglomerati, da arenarie, da fanghi, ma che nel bacino del Noce soltanto in pochi punti furono rispettati dalla denudazione. Lembi di conglomerati e di sabbie si osservano alla stazione ferroviaria di Lagonegro, fin dove si estendeva il bacino lacustre. Prima di giungere al lago si osserva, in una trincea della strada, l’avvicendarsi eteropico del calcare a scogliera con gli scisti argillosi e silicei del trias medio.
Chiuse la gita la visita al lago Sirino che si trova dove la Sapri-Ionio si congiunge, per un tratto, colla strada delle Calabrie. Il piccolo lago si trova in una conca scavata negli scisti silicei, la quale è in parte riempita dal detrito di falda dei monti sovrastanti, ed è interessante per l’emissario sotterraneo che sbocca a 500-600 m. sotto il lago e va ad alimentare le ferriere ed i mulini di Nemoli.
Dopo un’allegra colazione sull’erba, l’ultima che doveva riunirci tutti, ritornammo velocemente a Lagonegro, dove, per quel giorno, era fissata la seconda seduta sociale.
E così ebbero termine queste belle escursioni, che ci fecero conoscere un angolo poco visitato della nostra Italia, angolo però con tanta diligenza e genialità illustrato da chi con intelligenza, amore e animo d’artista ci fece ammirare le naturali bellezze delle sue valli native e ci mostrò come le misteriose forze della terra abbiano agito in quelle solitarie montagne. E da lui la gratitudine nostra sale al suo maestro e nostro presidente, prof. Bassani, che non solo ha guidato e accompagnato con amore gli studi di De Lorenzo, ma ha voluto anche mostrare a noialtri quanto bella e interessante sia questa estrema e sconosciuta parte dell’ Appennino.
La sera ci riunimmo a cordiale banchetto, al quale erano invitati il sottoprefetto cav. Gay, il sindaco avv. Pesce, il cav. dott. Rinaldi, il cav. dott. Aldinio, e il sig. Alberti. Con dolore ci allontanammo da Lagonegro, come da luogo nel quale si erano trascorsi giorni lieti e felici, grati alle autorità e alla popolazione tutta, che con tanta larghezza e cordialità ci accolsero, e che non smentirono la tradizionale ospitalità Lucana.
Chiuso a Lagonegro il ciclo delle gite ufficiali, parecchi soci intrapresero da Napoli, nei giorni 10 e 11 settembre, alcune escursioni ai Campi Flegrei e al Vesuvio. Nella prima, guidati dal prof. Bassani e dal dott. De Lorenzo, visitammo la Solfatara, il monte Nuovo, Baia e il lago d’ Averno. La gita al Vesuvio riesci poi sommamente interessante, poiché il vulcano era in un periodo di cresciuta attività.
Altre gite nel magico Golfo furono intraprese dai colleghi che prolungarono il loro soggiorno a Napoli, ammaliati dall’ incantevole natura che fece scrivere a Goethe: «Wenn ich Worte schreiben Tvill, so stehen mir immer Bilder vor Augen, des fruchtbaren Landes, des freien Meeres, der duftigen Inseln, des rauchenden Berges. und mir fehlen die Organe, das alles darzustellen!».