Informazioni sul Documento
Data del documento: 1827
Forma del manoscritto: modern_print
Fonte: documentary
Testo del Documento (Italian)
1827
La strada che mena al Sirino è agevole abbastanza, onde poterne fare a cavallo la maggior parte. Una cappella collocata su quella vetta, richiamando in certo tempo dell’anno gran concorso di fedeli, contribuisce alla conservazione di questa strada. Dopo due miglia circa della consolare, sulla strada di Lauria, presso il luogo ove sbocca la nuova strada del Galdo, si comincia la salita del monte. I schisti argillosi si mostrano allo scoperto, e ci accompagnano fino al terzo dell’elevazione di questo monte. Più in là s'introduce la regione boscosa, coperta di castagni, prima domestici ed ingentiliti coll' innesto, indi affatto selvaggi. Lasciati questi boschi, incontriamo la più elevata regione boscosa, distinta dalla solita comparsa de' faggi, ove sono collocate le conserve della neve. All' estremo limite della medesima, presso una sorgente, che è l'ultima trovarsi fino al vertice del monte, sul principio della regione pratifera veggonsi stabilite le solite capanne di pastori con gregge di pecore.
Tra le piante raccolte fino a questo punto, gran piacere ci ha recato la Campanula trichocalycina T., che sotto l'ombra de faggi fa spiccare i suoi graziosi fiori azzurri. Anche il Sedum rostratum Ten. abbonda ne' siti aprici tra le screpolature de' macigni. Cominciando la regione pratifera, un bellissimo astragalo ha fissato la nostra attenzione; esso vi abbonda prodigiosamente; ed i suoi spinosi cespugli occupano per lungo pezzo di strada tutta quella prima regione montuosa. In questo luogo, lo schisto argilloso cede il posto al calcare, il quale continua fino all' estremo vertice del monte. La specie di questa roccia appartiene alla calce carbonata compatta con rognoni selciosi, che irregolarmente sembrano essersi intrusi nella massa della roccia medesima, come potrebbe farsi di grossi confetti che si spingessero in una molle pasta. Giunti alla cappella, e perciò all' estrema punta del monte, vi raccogliamo l'ornitogalo montano, la Tormentilla, ed altre piante solite a trovarsi a questa elevazione.
Da questo luogo scorgiamo non esser questa la più alta cima di tutto quel gruppo di monti, ma che qualche centinaio di tese sopra di esso, elevasi l'altro contiguo monte detto monte del Papa, sul cui vertice veggonsi tuttora larghe fasce di neve. Una circostanza impreveduta, non permettendoci di poter prendere con esattezza la barometrica misura di questo monte, ci dispensa dal bisogno di recarci su quell'altra cima. Ci si recano bensì altri amici della nostra brigata, ma nulla vi discoprono d' importante. Il Pollino, e specialmente la cima di Dolce Dorme, in direzione Nord-Est, a malgrado della notabile distanza di circa di grado del meridiano, comparisce assai più elevato del punto da noi occupato. A questa considerazione, aggiungendo quella delle piante qui raccolte, per approssimazione, presumiamo che il Sirino non sia più alto di circa di 6.000 piedi francesi.
Spaziando lo sguardo sul vasto orizzonte, di cui siamo centro, noi abbiamo a mezzogiorno la marina di Maratea, e più in là nella stessa direzione la pianura di Castrocucco, ove credesi che fosse situata l’antica Blanda, quantunque da altri si pretenda che fosse sita presso la stessa Maratea. Più all'occidente ci si mostra la marina di Sapri, cui dappresso sorgeva l'antica Scidrum. La vista di Castrocucco, e de' paesi che colla costa del Tirreno si legano, c'invita a far cenno della celebrità che queste contrade si acquistarono per le coltivazioni di zucchero, che fino alla metà del 17° secolo vi prosperarono. È risaputo che lo stesso Castrocucco, Scalea, Cirella, furono i luoghi più a noi vicini che di questo prodotto facean commercio maggiore; che l'istessa industria occupava Belvedere, Amantea, Fuscaldo, e fino a Tropea estendevasi; e che da quelle marine il principe di Bisignano, ed il marchese del Vasto estraevano lo zuccaro che dai loro trappeti si lavorava: e per i quali Ferdinando d'Aragona avea loro accordato la franchigia del dazio di estrazione.
Ritornando alla revista del paese che abbiamo sott’occhio, scorgiamo al Nord-ovest il corso del Tanagro, che nascendo dalla parte settentrionale del Sirino, attraversa il Vallo di Diano, e va a profondarsi alla Polla. Più in fondo, nella stessa direzione, i monti Alburni, e torcendo al Nord, il vallo di Marsico Nuovo, Viggiano al perfetto Nord, e sotto di esso il monte, detto l’Aquila, coperto di folti boschi, che nascondono il sottoposto villaggio di Tramutola. Quindi il corso dell' Agri che sorgendo dalle falde del monte della Maddalena, presso Marsico, taglia dal Nord-Ovest al Sud-Est tutta quella parte della provincia di Basilicata, e scorrendo a poca distanza di Tursi, e dell'antica Pandosia di Anglona, presso la marina di Policoro, va a scaricarsi nel Mare Ionio.
Più al Sud-Est, e sotto i nostri piedi, lungo la falda meridionale del Sirino una serpeggiante fascia argentina ci disegna il corso del Sinni, che scorrendo per Latronico, Episcopia, Francavilla, Noja, Favale, parallelamente all' Agri, anche nel Ionio, più al mezzogiorno, sulla stessa marina di Policoro si scarica. Infine, la catena de monti del Pollino e di Campotenese, che bruscamente ci chiude l'orizzonte al Sud- ovest ed al Sud. Grandi memorie ricordano non poche di queste campagne, ove altra volta sorgevano città floridissime; così tra Viggiano e Saponara, rammentiamo l'antica Grumentum, nel cui territorio fu trovata la famosa corona d'oro, che tanto esercitò le dotte penne de' nostri archeologi, e dove ogni giorno ricchi sepolcreti vanno disotterrandosi. Anche sull’estremo confine meridionale di questa provincia, presso Castelluccio e Rotonda, ove credesi colocata l'antica Nerulum, veggonsi notabili avanzi di vecchie fabbriche, ove si scavano vasi bellissimi, che care oltremodo ed interessanti rendono queste contrade agli amatori delle venerande reliquie della nostra antica grandezza.
Di ritorno dal Sirino, ci fermiamo a prender rinfresco sotto l'ombra delle querce, a poca distanza dalla consolare, nel luogo detto il Salvatore; dove di lauta colazione ci sono generosi questi signori. L'ottimo vino che beviamo appartiene al villaggio di S. Arcangelo, ed è annoverato tra i migliori del distretto. Esso ci dà occasione di rammentare i famosi vini Lagarini celebrati da Plinio, per i quali presso gli eruditi è quistione se appartener possano al Distretto di Lagonegro. Senza pretendere di deciderne favorevolmente la lite certa cosa è che dilicatissimi sono quelli che vi si bevono al presente, e solo è da dolersi, che per la difficoltà delle strade non se ne possa far traffico colla Capitale. Altro non men piacevole ristoro ci recano le frutta di Ribes, di cui siamo generosamente regalati. Dimandiamo se quest' alberetto nasca spontaneo in questi boschi, e ci vien detto di no, ma che coltivasi nel contiguo giardino di un cittadino di Lagonegro, passionatissimo amante dell’agricoltura. Desiderosi di farne la conoscenza, ci rechiamo a farli visita, ed egli gentilmente ci mostra tutte le coltivazioni cui da opera; e con nostra somma soddisfazione, oltre alle piante del Ribes, nel suo giardino troviamo coltivati fiori, e piante d' ornamento vaghissime. Un rigagnolo di acqua, che ha saputo accortamente derivarvi ed i buoni lavori che vi pratica, vi fanno tutto grandemente prosperare.