Monte Alpi di Latronico in Basilicata e i suoi marmi [estratto 1]

In "Monte Alpi di Latronico in Basilicata e i suoi marmi", «Bollettino del Club alpino italiano», n.69 (1903), pp. 181-185.

1903
Carmine Cassino, Fulvio Delle Donne
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Informazioni sul Documento

Data del documento: 1903

Forma del manoscritto: codex

Testo del Documento (Latin)

1903

I.monte Alpi 1

Il monte Alpi (1906 m.) è una delle più alte cime della Basilicata, poichè è superato di soli cento metri dal maggiore dei monti lucani, il monte Papa (2007 m.). Ad entrambi invero sovrasta il Pollino (2248 m.); ma questo appartiene in oggi anche alla Calabria, poiché il confine tra questa e la Basilicata passa per la vetta che ha l'anzidetta quota. Anzi, la maggior elevazione del gruppo apollineo, la Serra Dolcedorme (2271 m.), è tutta calabrese.

L’ Alpi è anche una bella montagna. Essa spicca isolata con una forma conica a chi la guarda dall’occaso o da levante, bicuspidale da mezzodì o da tramontana; colle due vette ed i fianchi biancheggianti di nude rocce calcaree, le insenature ed alcuni dossi col cupo colore dei faggeti. È pur vero che i monti isolati hanno una più distinta individualità e interessano maggiormente di quelli che si addensano in un gruppo o si rincorrono in una catena. Umili colline, isolate, hanno sempre un nome, anzi spesso una storia; mentre invece nelle Alpi e negli Appennini sonvi delle cime tuttora innominate!

Al monte Alpi si può salire da tramontana, movendo da Castelsaraceno. È la via che seguirono Campanile e Maltese nel 1896 e che loro permise di toccare, prima del monte Alpi, la cima del Raparo (1761 m.); ma Castelsaraceno manca di un accesso carrozzabile. Pur troppo si hanno tuttora in Italia dei centri abitati, dove è sconosciuta quella semplice macchina, che gli eroi d’Omero videro girare, le ruote di un carro.

preferibile salire il monte Alpi dal lato di mezzodi, movendo da Latronico, che giace sulla bella strada nazionale decretata da Ferdinando 1I nel 1852 ed iniziata negli ultimi anni della dominazione borbonica per congiungere il Tirreno coll’Jonio, ma dopo mezzo secolo non ancora giunta a compimento!. Quella strada attraversa la più antica nazionale Napoli- Reggio, la cosi detta strada «consolare» delle Calabrie, non molto lungi da Lagonegro.

Lagonegro poi si raggiunge da Napoli in circa sette ore di ferrovia. Il paesaggio che si svolge davanti al viaggiatore è dei più svariati. Dopo le meraviglie del golfo partenopeo e del Vesuvio, e dopo la tranquilla e ridente vallata di Nocera e di Cava, ecco precipita il treno per la stretta di Vietri nel golfo di Salerno, di eui tosto appare lo splendido panorama, e, sottopassata questa città, corre nella pianura ferace (la Piana di Salerno), scostandosi dal mare per svoltare nella valle del Sele ed infilare e rimontare quella del Tanigro, lasciando a destra il biancheggiante Alburno. Sommamente pittoresca è la valle del Tanagro, una delle più belle che io conosca nell’ Italia meridionale. Ma il treno s’affretta, e, senza abbandonarla, come per incanto, il paesaggio gli si muta d’intorno. Si è nel Vallo di Teggiano, che anche ad un profano appare, qual'è, il fondo di un antico lago prosciugato, sulle cui sponde si schierano città e villaggi, in parte già sedi della Lucania preromana. E al Vallo, lungo ben 30 chilometri, succede, percorso dal Calore, che è lo stesso Tanagro con mutato nome, un paese accidentato, coperto di vegetazione, che precede la magnifica regione montuosa, dove è nascosto Lagonegro fra la catena litorale ad occidente e l’eccelso gruppo del Sirino, col suo monte Papa, ad oriente.

Chi suole scrutare l’età dei terreni nel profilo delle montagne, nella plastica delle loro pendici, nel colore delle rocce affioranti, nelle tracce della loro erosione meteorica, s'accorge, senza salirli, che quei monti di Lagonegro non assomigliano agli altri dell’ Appennino meridionale; hanno piuttosto una fisionomia prealpina, ed infatti spettano in gran parte a terreni triasici. E tale osse vazione è antica. «La natura di questi monti è tutt’altra di quella della limitrofa provincia di Principato citeriore» serissero Petagna, Terrone e Tenore nella relazione d’un loro viaggio scientifico, fatto nel 1826 da Napoli a Cosenza.

A Lagonegro la vaporiera si arresta; fa d’uopo proseguire in carrozza, dapprima sulla consolare di Calabria rasentando il piccolo Lago Sirino e, lasciando a destra la nazionale che mena a Sapri sul Tirreno, dopo pochi chilometri piegare a sinistra per quella che ne è il proseguimento e conduce o deve condurre a Nova Siri sull’Jonio. Ivi si trova lo spartiacque dell’ Appennino (il così detto valico del Cavallo) ed ivi a chi scende nella valle del Sinni si affaccia sullo sfondo verso oriente l’ardito profilo del monte Alpi. La strada percorre con belle serpentine la pendice settentrionale del Monte Rotondo, attraversa su ponti di recente costruzione il Sinni e poco dopo un suo grosso affluente di sinistra, il Cogliandrino, indi si svolge tortuosa sulla falda sinistra della valle con un andamento ed un profilo che la franosità del terreno cocenico impone; passa presso la valletta della Calda, dove sono i Bagni di Latronico, una stazione di cura che è destinata ad un miglior avvenire, rasenta il piè del monte Alpi e presto raggiunge l’abitato di Latronico, dopo un percorso totale dalla stazione di Lagonegro di cirea 30 chilometri.

Per un turista frettoloso, che si proponga la sola visita del monte Alpi, non sarebbe necessario spingersi fino a Latronico. D'estate potrebbe partire da Napoli nel pomeriggio, percorrere di notte e con buoni cavalli la via carrozzabile da Lagonegro al piè della montagna, salirla all’alba e discenderne in tempo per rifare nelle ore antimeridiane la stessa via ed essere a Napoli alla sera dopo un viaggio di 30 ore. Ma lo sforzo non è in rapporto coll'obbietto.

Conviene quindi sostare a Latronico, dove il conforto moderno manca, ma da ricoverarsi e da sfamarsi si trova. Certo, chi ha reminiscenze classiche non si aspetti di rinvenire nei minori centri della Lucania quella saporita pietanza, che i soldati romani da essa nominarono, ed il cui nome dal latino, senza soffermarsi nell'italiano, passò direttamente ai dialetti lombardi. Del resto una virtù dei lucani è l’ospitalità.

Note

1 ArpeoArpafu anche scritto da antichi autori,Alpe da moderni; maAlpi è il nome più in uso, e tale lo segnano la vecchia carta del Rizzi-Zannoni e quelle dell’I.G.M.I. — L'etimologia è controversa.Arpasi fa derivare, secondo alcuni, dalla forma arcuata della cresta.RACCIOPPI (Orig. stor. investigate nei nomi geogr. della Basilicata).