Il marmo di Latronico

In "Monte Alpi di Latronico in Basilicata e i suoi marmi", «Bollettino del Club alpino italiano», n.69 (1903), pp. 194-199.

1903
Carmine Cassino, Fulvio Delle Donne
aracne ara30

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Data del documento: 1903

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Fonte: documentary

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1903

Questo marmo ha una storia. Quando sia stato scoperto e primamente impiegato, ignoro; certo non al tempo della indipendenza lucana, nè delle successive dominazioni romana, gota, bizantina, longobarda, normanna, sveva ed angioina. Del monte Alpi stesso non avvi alcun accenno nelle opere antiche. Solo del fiume Siri ( Sinni) parla per il primo Licofrone, due secoli e mezzo avanti Cristo; e più tardi Plinio enumerò fra gli altri un popolo Sirino che abitava probabilmente l’alta valle del Siri, ma le cui sedi sono ignorate1. Null'altro aggiungono i contemporanei e posteriori geografi dell’evo antico e medio.

La città lucana di posizione certa e più vicina al monte Alpi (circa km. 19 in linea retta) era Grumento nella valle dell’Agri (l’antico Aciri). Per essa passava la via Erculea, che, staccandosi dalla via Appia non lungi da Venosa, scorreva con direzione meridiana tutta la Lucania per innestarsi colla via Popilia2 a Nerulo (che si ritiene posto fra Castelluccio e Rotonda) o, una magnifica congiunzione, che ora non esiste, fra la Puglia e la Calabria attraverso la Basilicata. La via Erculea doveva rasentare il piè del monte Alpi e valicare l’alto corso del Sinni; ma il suo tracciato è controverso, secondo che la stazione di Semuncla, segnata tra Grumento e Nerulo nell'itinerario di Antonino (ad Semnum di altri geografi) viene collocata nella località detta Siluci presso la foce del Cogliandrino nel Sinni, o in quella di Agromonte presso Latronico. Ma né a Grumento, né a Siluci, né ad Agromonte, fra le anticaglie ed i frammenti architettonici e statuarii che furono disseppelliti, principalmente nella prima di dette località presso Saponara Grumento, non mi consta siansi trovate tracce del marmo del monte Alpi.

Latronico però è paese antico; si hanno memorie di esso fino dal 1063. Ma non è ammissibile che il suo nome derivi, come mi fu detto colà, da latet onix, essendo che l'alabastro fu chiamato anche onice3. La sua etimologia dev’essere ben diversa4.

Nella descrizione del regno di Napoli di Manzella (XVI secolo)5, dove figura il paese di Latronico colle famiglie che lo abitavano e le imposizioni che vi si pagavano alla regia Corte, sono enumerati (per quanto con molte notizie erronee) i prodotti minerarii del regno, e fra di essi diversi alabastri, ma quello di Latronico non vi si trova. Lo stesso dicasi della successiva analoga opera di Bacco, più volte stampata in italiano e latino6. E in una carta geografica posteriore di Capacio (Famosissimi regni Neapolis accuratissima tabula) sono indicati Castelsaraceno e Latronico, ma nessuna montagna fra di essi al posto dove sta il nostro Alpi; una invece, che non esiste, tra Latronico ed il Sinni7. Molto più inesatte ancora sono le carte della Basilicata annesse alle opere dell’abate Pacichelli del 17038 e di Costantino Gatta del 17329.


Il primo impiego del marmo di Latronico fu fatto probabilmente durante l'epoca vicereale. Nella chiesa principale del paese, che in allora era feudo dei Gesuiti, si venera una statua del patrono, Sant’Egidio, che si afferma del secolo XVI e di alabastro; ma non potei esaminarla da vicino. Certo è che nella stessa chiesa sonvi: battistero, pile, decorazioni e gradini di altari, lastre di tombe, senza alcun dubbio di alabastro del monte Alpi e che in parte spettano al secolo XVII, in parte rimontano al principio del XVIII, se non sono più antichi.

Il primo cenno che trovai nella letteratura è di Giuseppe Antonini, barone di San Biase, che nella sua classica opera sulla Lucania disse di aver veduto il marmo del monte Alpi nel 173210. Poco dopo sullo stesso marmo dettava un carme il poeta latronicese Bonifacio De Luca, dedicandolo a Carlo III11; ma non sembra che il primo ed il migliore dei Borboni napoletani, che per la reggia di Caserta fece estrarre e mise in luce tanti marmi ignorati della Campania, del Gargàno e della Sicilia, abbia pensato a quelli della Basilicata. Io senza soffermarmi su altri illustratori o laudatori del marmo di Latronico, vengo all’avvenimento principale che lo riguarda, - e nel quale entra in scena un grande personaggio del reame di Napoli, Vito Nunziante, marchese di Mottola, generale comandante delle armi nei dominii di qua del Faro.


E qui non è inopportuna una digressione. Qualunque giudizio si porti sopra questo uomo per la parte che prese, agli inizi della sua carriera di soldato, nella fortunosa epoca di Carolina d'Austria e del cardinal Ruffo, la storia parla favorevolmente di lui per le sue imprese successive. Combatté strenuamente contro i Francesi nelle battaglie di Campotenese e di Mileto (1807), e in quest'ultima, con due cavalli mortigli nella mischia, rese, alla testa del suo reggimento sannitico, meno disastrosa la sconfitta dei borbonici. A Reggio nello stesso anno respinse la proposta di un parlamentario nemico, che gli rammentava aver egli la moglie e quattro figli a Napoli, che avrebbero potuto rimanere ostaggi a re Giuseppe, e sdegnosamente dichiarò che era prima suddito che sposo e padre12. Più tardi nel 1815 presiedette alla tragedia del Pizzo; ma conciliò (difficile opera) la fede al Borbone e la riverenza all’alta sventura del re Murat, dice Colletta, storico non sospetto13; seppe accordare la fede ai doveri colla pietà alla sventura, scrisse Franceschetti, uno dei compagni dell'infelice sbarco, poscia liberato14. Nel moto carbonaro del 1820 francamente consigliò a Ferdinando I la costituzione.

Ma il Vito Nunziante fu anche un uomo dalle viste larghe e con iniziative non comuni a quei tempi. Poiché è lo stesso che, superando non lievi difficoltà, verso il 1813 riattivò nell'isola Vulcano, in allora disabitata e rifugio di pirati, l'estrazione di solfo ed allume e vi impiantò quella di acido borico e sale ammoniaco; una industria che, a traverso molteplici vicende, ora abbandonata ora ripresa, passò nel 1873 ad una ditta inglese e venne meno col ridestarsi dell’attività vulcanica che precedette l’eruzione del 1888. È lo stesso che ottenne da re Ferdinando I nel 1818 la facoltà di raddrizzare il corso dei fiumi Mesima e Vena presso Rosarno in Calabria, e di prosciugarne le paludi, col diritto, dopo compiuta l'opera, alla proprietà di tre quarti dei terreni bonificati, e su essi attirò agricoltori, eresse abitazioni e fondò il villaggio di San Ferdinando, dove ebbe temporanea sovraintendenza alle coltivazioni il celebre botanico lucano, Guglielmo Gasparrini, che molti lombardi miei coetanei ricordano professore a Pavia e rettor magnifico nel 185915. È lo stesso infine che ritrovò antiche sorgenti minerali a Torre Annunziata e vi eresse terme, e che promosse o protesse industrie ed intraprese utili in altre parti del reame di Napoli.


Il generale Vito Nunziante (per tornare ora al nostro argomento) vide il marmo di Latronico e se ne invaghì; potente come era alla Corte, ottenne che Ferdinando II, con decreto reale del 12 giugno 1832, autorizzasse il comune di Latronico a concederlo in enfiteusi perpetua a lui e suoi successori il monte Alpi, allo scopo esclusivo di cavarne marmi, restando ai comunisti il diritto di erbaggio come prima, con facoltà al Nunziante di occupare qualche terreno per artefici e di aprire strade traverso la montagna o al mare. Con istrumento poi del 19 settembre 1834 il Comune concedette la detta enfiteusi alle condizioni stabilite e col canone annuo di cento ducati. La concessione è limitata naturalmente al versante meridionale del monte, che è proprietà del comune di Latronico, ed ha un’estensione di circa quattrocento ettari.

Non mi risulta da memorie pubblicate, ma è tradizione locale che il Vito Nunziante si proponesse di attivare al monte Alpi su larga scala l'estrazione del marmo coll'opera di galeotti. Infatti, egli ne mandò una squadra a Latronico per iniziarvi i lavori; uno anzi, un tal Romanazzi, vi si stabilì. Ma la morte immatura del generale, avvenuta a Torre Annunziata nel 1836, arrestò l'intrapresa. Una parte dei marmi estratti andò con faticoso trasporto fino a S. Ferdinando nell’estrema Calabria, e con essi gli fu edificato il monumento nella chiesa che egli stesso aveva eretto16. Una parte fu impiegata in Latronico; alcuni pezzi rimasero abbandonati in cava.

Fu probabilmente in questo tempo, cioè dopo la morte del Vito Nunziante, che Pilla venne al monte Alpi per esaminare i giacimenti del marmo; ma, come si disse, nessuna traccia potei rinvenire delle sue osservazioni17.


Certo è che dopo d’allora nulla più fece per utilizzare l’enfiteusi che vige tuttora. Qualche pezzo fu ancora estratto, da terzi, per farne decorazioni a Latronico e nei paesi circonvicini. Marmo del monte Alpi si vede impiegato infatti, benché scarsamente, a Carbone, a Lauria, a Castelsaraceno, a Episcopia, a Chiaromonte, a Roccanova e altrove; se estratto prima o dopo l’epoca del Nunziante, se in totalità estratto sul versante meridionale in territorio di Latronico, o parzialmente sul settentrionale in quello di Castelsaraceno, è difficile dire. Forse qualche pezzo andò più lontano, fino a Salerno, a Portici e a Napoli. Ma, giudicando da ciò che ho veduto e sentito dire, parmi che tutto il marmo del monte Alpi, che fu cavato ed impiegato fino ad ora, non uguaglia in volume quanto si cava con una sola grande mina nelle Alpi Apuane.

L’intrapresa del Nunziante si era informata alla credenza che il marmo di Latronico fosse saccaroide, e quindi giacesse in grandi masse al par di quello di Carrara. Come può altrimenti spiegarsi l’aver egli sollecitato dal Re ed ottenuto la facoltà di aprire strade traverso la montagna ed al mare? Per montagna s’intendeva certamente lo spartiacque appennino, ossia il valico del Cavallo, che, come vedemmo, trovasi presso la consolare delle Calabrie, ed è alto circa 850 metri. Ma la strada che dal piè del monte Alpi, risalendo il Sinni, giunge fino ad esso ed alla consolare, è lunga 21 chilometri; e almeno 37 quella che dalla consolare scende con infiniti serpeggiamenti giù alla marina di Sapri. Quelle strade furono poscia costruite dai governi borbonico e italiano, ma per l’asprezza delle pendici, i terreni franosi, i numerosi attraversamenti di corsi d’acqua, costarono ingenti somme. E che il Nunziante si fosse offerto di aprire a sue spese almeno la strada dal piè dell’ Alpi fino alla consolare, risulta in modo esplicito dai discorsi pronunciati dall’intendente di Basilicata conte Ferdinando Gaetani, nelle adunanze solenni del Consiglio generale della provincia negli anni 1834 e 183518 e cioé nello spazio di tempo interceduto fra la autorizzata concessione enfiteutica (1832) e la morte del generale (1836).


La stessa credenza, che il marmo di Latronico fosse un saccaroide perdurò anche dopo. Tchihatchoff nel 1840 lo giudicò pari al pentelico, le cui cave aveva quattro anni prima visitato in Grecia. Altri lo parificò al pario. Più tardi esso è citato nelle pubblicazioni ufficiali minerarie italiane19; entrò nelle collezioni presentate a diverse esposizioni. Sovratutti ne esagerò l’importanza De Giorgi (op. cit., pag. 24), che, segnalandolo allo studio dei naturalisti ed alla esplorazione degli industriali, qualificò l’ monte Alpi di Latronico come «Alpi Apuane» della Basilicata. Arcieri (op. cit., pag. 1) prima di lui lo aveva chiamato l’«Eldorado» di Latronico. Chi scrive non è senza peccato, poiché in un elenco dei materiali per costruzioni e decorazioni edilizi tutta Italia ritenne il marmo di Latronico per saccaroide20. E quanti altri in pubblicazioni statistiche, geologiche, geografiche od alpinistiche, antiche o recenti ed anche recentissime, ripeterono lo stesso errore, sia rispetto alla qualità, sia rispetto alla quantità, non è il caso di citare partitamente.

La verità delle cose è ben diversa, ed anche per il passato non mancarono voci assennate che la proclamarono. Fino dalla prima metà del secolo XVIII, Antonini, che non era tecnico né naturalista, ma un intendente governativo, chiamava alabastrino il marmo di Latronico, lo diceva di poco pregio per la sua tenerezza, sperando che in profondità migliorasse. Del Re21 nel 1824 lo qualificava esattamente per alabastro calcareo, sol che ne riteneva ricchissima la miniera. Lacava, pur dividendo dapprima l’opinione generale22, toglieva poscia ogni speranza che potesse formare oggetto di speculazione per essere un filone di poco spessore23, e Bruno24, infine, lo indicava nettamente per una corcrezione riempiente una spaccatura, da riferirsi al quaternario.

I seguenti dati completano la storia naturale di quel marmo.

Note

1 Racioppi,Storia dei popoli dellaLucania e dellaBasilicata , I, 372, Roma, 1889.

2 È conosciuta anche col nome diVia Aquilia e corrisponde press’a poco all’attuale consolare delleCalabrie.

3 Calcatus sub pede.. lucet onix, dice Marziale a proposito di una casa coi pavimenti di alabastro (lib. XII, epigr. 50).

4 SecondoRacioppi (op. cit., 1876 e 1880) deriva dalater, matone, sicchéLatronico equivarrebbe a mattonaja: ma Lacava, che prima aveva accettata questa etimologia, osservò poscia (op. cit., 1891) che manca l’argilla nei dintorni, e non si vedono laterizii nelle antiche costruzioni diLatronico. Io non ho percorso tutto il territorio del comune e non potrei confermare la mancanza di argilla plastica; quella associata agli scisti eocenici a piè delmonte Alpi e altrove è inetta. Però leNotizie sulle condizioni industriali della provincia di Potenza pubblicate nel 1891 dal Ministero di agricoltura, industria e commercio(Annuario di Statistica — Statistica Industriale, fasc. XXIX, ser. IV, n. 46) indicano aLatronico delle piccole fornaci di laterizii. Di altre etimologie non è il caso di parlare.

5 Mazzella Scipione:Descrittione delRegno di Napoli , ecc., pag. 76, 285. Napoli, 1586; Id, pag. 130, 383. Napoli, 1601.

6 Bacco Enrico:Nuova descrizione delRegno di Napoli , ecc. Napoli, 1628 - Henrici Bacci:Nova et perfectissima descriptioRegni neapolitani, etc. in: Graevius,Thes. antiq. et histor. Italiae, vol. XXIII, T. IX, P. 1. Lugduni Batavorum, 1723.

7 Capacii:Antiquit. et histor. neapolit.Ibid., vol. XXIV, T. IX, P. 2.

8 Pacichelli:IlRegni in prospettiva, vol. I. Napoli, 1703.

9 Gatta:Memoria topografico-storiche della provincia diLucania , Napoli, 1782.

10 Antonini: LaLucania , pag. 488. Napoli, 1745. — L’opera fu ristampata nel 1785, nel 1795 e nel 1817.

11 Lacava: op. cit, 1891. — Secondo Arcieri il carme diBonifacio De Luca è inedito e fu dedicato a Ferdinando IV.

12 Greco:Annali diCiteriore Calabria dal 1806 al 1811. I, pag. 17, 241, 244, 245.Cosenza, 1872.

13 Colletta:Storia delreame di Napoli dal 1734 al 1825, VIII, 189. Milano, 1861.

14 Franceschetti:Mémoires sur les événemens qui ont précédé la mort de Joachim I roi desDeux-Siciles . Paris-Bruxelles, 1826

15 Gasparrini:Discorso intorno l’origine del villaggioSan Ferdinando e sopra le cose che quivi si coltivano. — Dal periodico “Le utili conoscenze". Napoli, 1837.

16 Paolello:Vita e fatti di Vito Nunziante. Firenze, 1839.

17 Anzi, in un trattatello di litologia pubblicato nel 1840, Pilla, volendo dare esempi di alabastri italiani, ricorre a quelli di Siena, del Gargano e di Sicilia (Studi di geologia, ossia conoscenze elementari della scienza della terra. Parte I, —Trattato miner. delle rocche, pag. 87. Napoli, 1840).

18 “Ann. civ. delregno delle due Sicilie ", V, pag. 36, Napoli, 1834; VIII, pag. 5, 1835.

19 Statistica del regno d’Italia: Industria miner., pag. 392. Firenze, 1868. —Relazione di G. AXERIO sull’industria mineraria in Italia nel 1875, pag. 61. —Notizie statistiche sulla industria mineraria in Italia dal 1860 al 1880, pag. 83. Roma, 1881.

20 Salmoiraghi:Materiali naturali da costruzione, pag. 428. Milano, 1892, pagina 19.

21 Del Re:Calendario per l’anno bisest. 1824 con notizie.... sullaBasilicata . Napoli, 1824.

22 Idro-orografia, ecc., pag. 228.

23 I bagni di Latronico, ecc., pag. 25.

24 Breve cenno geologico, ecc., pag. 58.