Manualistica scolastica 1881 - 1900

M. Lauria, I fatti principali della storia nazionale moderna (dal 1494 al 1882) narrati agli alunni ed alle alunne della V classe elementare in conformità dei nuovi Programmi governativi, Matera, Tipografia Conti, 1888, G. Caivano, Primi elementi di grammatica italiana proposti agli alunni della 3a e 4a elementare, Potenza, Tipografia Garramone e Marchesiello, 1891, E. Conte, Ai figli del popolo nelle scuole rurali. Piccola geografia della Basilicata, Potenza, Tipografia Garramone e Marchesiello, 1891, M. Parascadolo, Grammatica elementare per le classi superioi, Potenza, Tipografia Garramone e Marchesiello, 1891, M. Siervo, Geografia per le classi elementari, Lagonegro, Tipografia Del Sirino, 1893, E. Franciosa, Le nozioni varie per la 2a e 3a classe elementare. Prima edizione, Melfi, Tipografia Antonio Liccione, 1895

1881 - 1900
Clelia Tomasco, Fulvio Delle Donne
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1881 - 1900

Lauria Michele

I fatti principali della storia nazionale moderna (dal 1494 al 1882) narrati agli alunni ed alle alunne della V classe elementare in conformità dei nuovi Programmi governativi Matera, Tipografia Conti 1888

1.° SEMESTRE I L' Italia sul finire del secolo XV. La scoperta dell'America, compiuta nel 1492 dal genovese Colombo Cristoforo, gettava un nuovo sprazzo di luce sulla grandezza del genio italiano. Mentre i popoli delle altre nazioni di Europa, infatti, vivevano rozzi e ignoranti sotto il giogo di ferro di potenti tiranni, l' Italia, invece, era fiorente d'industrie e di commercio che la facevano ricca ed invidiata. I sommi artisti che vissero fra il 1400 e il 1500 empivano della loro fama le altre nazioni, nessuna delle quali seppe mai uguagliare i grandi capolavori creati dai nostri geni sublimi. Le statue, le architetture, i quadri, gli affreschi, sono ancor oggi studiati come esemplari dagli artisti di tutto il mondo, e l'immortalità che circonda il nome di Buonarotti Michelangelo, di da Vinci Leonardo, di Stanzio Raffaello e di molti altri procacciarono a quel secolo il nome glorioso di secolo d'oro. Ma se prospere erano le condizioni materiali delle varie regioni, non potevano dirsi felici del pari le sorti politiche del popolo italiano. Il nostro bel paese, anche allora come fino al 1860, era diviso in parecchi Stati discordi tra loro, e invano si sarebbe cercato quello spirito di unità, che ci condusse, sei lustri or sono, alla indipendenza per virtù di popolo e di principe. Allora nel Napoletano governava d'Aragona Ferdinando, carico di anni e di delitti; nello Stato Pontificio Papa Alessandro Borgia, il più malvagio e feroce fra i principi della Chiesa; a Firenze i Medici; nella Lombardia Sforza Ludovico. E quasi che la tirannia di questi despoti non fosse bastevole alla rovina d' Italia, per opera di Sforza Ludovico stesso venne attirata sull' Italia la più grande sciagura che potesse cadere sopra un popolo libero: l'invasione straniera. II. Chiamata dei Francesi in ItaliaSforza Ludovico si era impadronito del governo del Milanese, sotto pretesto di reggere lo stato in nome del nipote Sforza Gian Galeazzo ancora minorenne. Ma col fatto egli teneva in prigione l'erede del Ducato, anzi si vuole che più tardi lo facesse avvelenare. E poichè i Milanesi parteggiavano per l'infelice giovinetto, e assai probabilmente sarebbero insorti in suo favore, il malvagio Sforza Ludovico invitò i Francesi a scendere in Italia. Gli stranieri non si sono fatti mai pregare a farla da padroni nelle nostre deliziose contrade. La ricchezza stessa dell' Italia, la fertilia del suolo, l'incanto del suo cielo furono sempre di grande stimolo alla bramosia dei tiranni stranieri. A Carlo VIII di Francia non parve vero di poter correre da signore le provincie d' Italia e, poichè pretendeva avere dei dritti anche sul trono di Napoli quale discendente degli Angioini, radunato un poderoso esercito, mosse nell'anno 1494 alla volta d' Italia, senza che in questa si alzasse un ferro per arrestarlo nella sua marcia. Obbrobrio ai vili tiranni! III. Carlo VIII in Italia Valicate le alpi, Carlo VIII di Francia si avanzò nel Milanese e, visitata Pavia, restò sordo ai lamenti dei lombardi, imploranti a favore dell'infelice Sforza Gian Galeazzo. Parendogli che nulla vi fosse di più naturale che spadroneggiare come e dove gli piacesse, colla lancia sulla coscia, alla testa del suo esercito, mosse alla volta della Toscana. La somma delle cose della Repubblica Fiorentina era allora nelle mani di Piero dei Medici, principe inetto e vile e tanto dissimile dal padre quanto gennaio dalle rose. Temendo costui di esporsi ai perigli di una guerra, lungi dal pensare ad opporsi alla corsa trionfale del condottiero Francese, o costringerlo almeno a mutar strada, gli andò anzi ossequiosamente incontro, e, regalatolo di una grossa somma di fiorini, gli cedette ancora il possesso di parecchie fortezze della Repubblica Fiorentina. Non è a dire se quei fieri repubblicani di Firenze ne fossero indignati: si commossero al punto che scacciarono i Medici dalla Repubblica Fiorentina e mai più vollero sentir parlare di averli a reggitori. Ma ciò non tolse che Carlo VIII entrasse nella gentile Firenze in sembianze di conquistatore. E chi sa a quale sciagure la deliziosa figlia dell'Arno sarebbe stata fatta segno, se l'intrepida fermezza e il raro coraggio civile di uno fra i più illustri suoi cittadini non le avesse risparmiati guai maggiori, e persuaso il duce straniero che i Fiorentini non eran pane pei suoi denti. IV. Pier Capponi Dopo la vigliacca sottomissione di Piero dei Medici, si avanzava adunque baldanzoso l'esercito Francese alla volta di Firenze, la quale, avendolo a poche miglia dalle sue mura, decise di aprirgli le porte e accoglierlo come amico. Capponi Piero era allora gonfaloniere della Repubblica e fra gli uomini più chiari di Firenze. Seguendo il savio consiglio di costui si mise la città in istato di difesa, e si tenne nascosta entro le mura buona mano di contadini armati, affinchè, all'occorrenza, si potessero rintuzzare le angarie e le prepotenze, a cui non era disposta quella nobile città. E questo fu provvido consiglio. Carlo VIII si riguardava poco men che padrone di Firenze, dimenticando affatto che vi era stato ricevuto ospite. E credendo di trattare con un popolo di vinti, intendeva d'imporre patti vergognosi ai cittadini. Anzi convocati nel palazzo della Signoria i più cospicui cittadini della Repubblica, Carlo VIII ordinò al suo Segretario di leggere loro le condizioni ignominiose che intendeva dettare alla città. Ma Capponi Piero, infiammato di santo amor patrio, sorgendo arditamente, strappò dalle mani del Segretario i patti obbriobiosi e, lacerandoli, li gettò con disprezzo ai piedi di Carlo VIII, esclamando: «Giacché intendete disonorarci, suonate, o Francesi, le vostre trombe, e noi suoneremo le nostre campane a stormo. E detto ciò abbandonò la sala». A quelle animose parole, al gesto, alla voce comprese Carlo VIII che i Fiorentini eran capacissimi di misurarsi colle sue genti. Scese quindi a più miti consigli; richiamò il Capponi Piero, e, profferendosi per amico e protettore della Repubblica, abbandonò dopo dieci giorni la città, senza richiederla di tributi o di sacrificii. Non è dai prepotenti che bisogna lasciarsi impaurire: l'autorità dei grandi mette riguardo anche ai potenti. V. Battaglia di Fornovo Abbandonata Firenze, Carlo VIII conquistò, senza colpo ferire, il bel reame di Napoli. Ebbro, perciò, delle sue conquiste, si abbandonò per tre mesi agli sciali ed ai divertimenti, volgendo in mente d'impadronirsi del resto d' Italia. Compresero allora i principi italiani l'errore di non essersi opposti alla invasione francese. Laonde, vedendosi minacciati di perdere i loro dominî, conchiusero una lega contro il Francese e affidarono il comando delle loro milizie al Francesco II Gonzaga Marchese di Mantova. Carlo VIII, avuto sentore dell'alleanza, decise di tornare in Francia col fiore delle sue truppe. Ma assalito a piè degli Appennini, presso Fornovo Fornovo, dagl'italiani, ebbe tale sconfitta che rimase sul campo il fiore della nobiltà di Francia, ed egli stesso dovette ad un miracolo il suo scampo. Quando gl'italiani furono uniti e concordi furono sempre invincibili. VI. Fine della repubblica Fiorentina Pareva che dopo la sconfitta toccata da Carlo VIII a Fornovo, gli stranieri dovessero aver smesso il desiderio di cimentarsi a conquistarla. Invece il nostro infelice paese fu il teatro di lunghe e sanguinose guerre tra gli Spagnuoli e i Francesi, che si contrastavano il possesso delle regioni italiane. La sorte delle armi decise a Pavia in favore degli Spagnuoli, e i Francesi uscirono d' Italia. Carlo V, imperatore dei primi, conchiuse una lega col Clemente VII papa, il quale era della famiglia dei Medici; mercè quest'alleanza un esercito spagnuolo condotto dal Duca d'Orange Filiberto di Chalon andò a porre l'assedio sotto le mura di Firenze per riporre i principi della casa Medicea a capo del governo Fiorentino. Per undici mesi l'eroica città si difese strenuamente; ma alla fine mancate le ultime risorse, morto Ferrucci Francesco a Gavinana, e, quel ch'è più, tradita dall'infame Malatesta IV Baglioni, capitano generale della Repubblica, dovette arrendersi a patti agli Spagnuoli, i quali posero a capo del governo di FirenzeDuca di Firenze Alessandro dei Medici. Così finiva la gloriosa Repubblica Fiorentina, la quale aveva prosperato sotto il governo di uomini schiettamente onesti e virtuosi ed era stata culla delle lettere, delle arti e del nazionale incivilimento. VII. Ferrucci Francesco L'ultimo eroe della gentile Firenze, il più eroico e valoroso sostenitore della sua indipendenza fu Ferrucci Francesco. Nato questi da oscuro mercante fiorentino, esercitò la mercatura egli stesso. Ma il Ferrucci aveva da natura sortito animo intrepido e vivissimi sensi di amor patrio: perciò si segnalo sempre per indomito coraggio e per guerresche imprese. Allorchè Carlo V imperatore aveva messo l'assedio a Firenze, il Ferrucci Francesco fu nominato Commissario, nella qual carica si illustrò all'assalto di Volterra che ritolse e poscia difese dagli Spagnuoli. Intanto la povera Firenze era agli stremi della difesa. Il valoroso Ferrucci Francesco volò colle sue poche schiere al soccorso della patria, e se il tradimento del Malatesta IV Baglioni non ne avesse fatti avvertiti gli Spagnuoli, avrebbe assalito alle spalle l'esercito nemico, e forse l'avrebbe sbaragliato, aiutato da una sortita dei Fiorentini. Ma sorpreso da Maramaldo Fabrizio, generale dell'esercito spagnuolo, sulle montagne Pistojesi, dovette impegnare una lotta sanguinosa col nemico. Pugnava egli come un leone, e con una pesante picca in mano disseminava la morte e lo sgomento nelle file nemiche. Più volte fu perduto e ritolto il villaggio di Gavinana, e già i nostri erano vincitori, se l'arrivo di nuove truppe in soccorso degli Spagnuoli non avesse finito di sgominare quel pugno di forti. Il prode Ferrucci Francesco non aveva un pollice del corpo senza ferita. Stremato di forze, morente, ma sempre fiero, fu legato e condotto innanzi al feroce Maramaldo Fabrizio, che configgendogli il pugnale nella gola gli disse: «Muori!» «Vile, esclamò il Ferrucci Francesco - tu uccidi un uomo morto!...» e spirò. Infamia al vile assassino!. Onore al prode Ferrucci Francesco! Che il suo nome, o fanciulli, vi stia sempre scolpito nel cuore; e vi ricordi come si ami e si muoia per la patria. VIII. Buonarotti Michelangelo Fra i nomi dei più illustri artisti, che son vanto e decoro d' Italia, quello di Buonarotti Michelangelo è degno di figurare fra i più gloriosi. Questo principe degli artisti italiani nacque nel Castello di Caprese, in Casentino nell'anno 1474. Sin da giovinetto appalesò tanta inclinazione ed amore allo studio del disegno, che suo padre, sebbene a malincuore, lo acconciò presso Ghirlandaio Domenico, celebre pittore di quel tempo. Il nostro giovinetto fece in breve così rapidi progressi nel disegno e nella pittura da far esclamare al maestro: «Costui ne sa più di me». In quel tempo il Magnifico Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico, era un vero Mecenate per gli artisti. Questo principe liberale fu preso da tanta ammirazione per l'ingegno e la valentia di Buonarotti Michelangelo che lo tenne in sua casa, provvedendolo di quanto abbisognava. Questi onori e i comodi della vita svegliarono più che mai l'ingegno e l'animo grato del giovinetto, che si diede con raddoppiato ardore allo studio. E da qui ebbe principio la sua vera fama di artista, e andò arricchendo Firenze di opere d'arte che non morranno mai. Recatosi poscia a Roma fu carissimo a Papa Giulio II, a Papa Leone X e vi eseguì capolavori così sublimi che il grande poeta Ariosto Ludovico lo chiamò: «Michel, più che mortal, angel divino.» Il David, il Mosé, la Cappella Sistina, il Giudizio Universale, e la Cupola di S. Pietro sono i testimoni della valentia di Buonarotti Michelangelo, come scultore, come pittore e grande architetto. Nè in mezzo agli onori ed alle occupazioni dimenticò di esser buon cittadino. Allorchè Firenze era assediata dagli Spagnuoli, accorse in difesa della libertà della patria. Creato Commissario per le fortificazioni costrusse le mura di S. Miniato e altri fortilizii che resistettero lungamente ai cannoni nemici. Dopo la capitolazione di Firenze, si ritrasse a Roma, ove, stimato ed amato dai grandi e dai potenti, mori in età di 94 anni, esempio di operosità, di viver temperato e di illibati costumi. IX. Stanzio Raffaello Un'altra grande figura di artista, che da sola basterebbe ad onorare qualunque Nazione, è quella di Stanzio Raffaello. Nacque questi in Urbino il venerdì santo dell'anno 1483 da Giovanni, pittore anche egli e non degli ultimi. Il fanciullo, perciò, crebbe, si può dire, in mezzo ai quadri e ai colori e dicesi che a 11 anni dipingesse una Madonna così bella che sin d'allora fece presentire la potenza del suo genio. Onde il padre lo condusse a Perugia a studiare sotto la direzione del celebre pittore il Perugino Vannucci Vannucci, detto il Perugino. Non passò molto e il discepolo ne seppe quanto il maestro e, venuto a Fi- renze, studiò i grandi capolavori di Buonarotti Michelangelo e di da Vinci Leonardo. A vent'anni era già celebre. Chiamato a Roma, gareggiò coi migliori artisti del tempo nelle pitture del Vaticano, e i suoi lavori furon giudicati i più belli che ingegno umano possa creare. Le sue Madonne sono inimitabili; e si disse che il suo spirito volasse in cielo per rapire la divina bellezza delle figure che dipingeva. Fu carissimo ai Papi, da cui ebbe onori da principe; e alla corte di Papa Leone X dipinse la gran tela della Trasfigurazione di Cristo, quadro che è giudicato il più grande capolavoro del mondo. Ma fu il suo ultimo lavoro!... Colpito da grave malattia, moriva in Roma nell'aprile 1520, nella verde età di 37 anni. Tutta Roma trasse a visitare la salma del divino artista. Al capezzale del suo letto di morte pendeva la Trasfigurazione. La folla commossa non poteva trattenere le lagrime, vedendo estinto l'artefice di un quadro così sublime!...... E col popolo piansero grandi e potenti, chini e riverenti sulla tomba di un tanto genio. X. La disfida di Barletta Nel tempo in cui ferveva la guerra tra Francesi e Spagnuoli, che si disputavano il possesso del bel reame di Napoli, un gran fatto d'armi venne a rialzare il prestigio del nome e del valore degli italiani, allora tenuti in conto di dappochi e di poco coraggiosi. Quanto valore e qual sangue scorresse nelle vene di questi, fu dimostrato dai nostri nella celebre Disfida di Barletta. Un giorno alcuni prigionieri francesi, condotti a Barletta, dissero che gl' Italiani erano vili, poltroni e peggio. Non è a dire se i soldati italiani ne fossero indignati; chè anzi sfidarono i Francesi alla prova. Tredici Italiani si misurarono contro tredici Francesi, e il combattimento avvenne in una pianura presso Corato il 13 Febbraio 1503. In quella giornata i nostri dimostrarono «... che l'antico valore Negl'italici cor non è ancor morto». Nella terribile pugna i Francesi furono vinti: dodici di loro furon fatti prigionieri dai nostri, e vi rimase ucciso Graiano d'Asti, rinnegato italiano, che volle combattere coi Francesi. Su questa bellissima pagina del valore italiano, D'Azeglio Massimo scrisse un racconto dal titolo «Ettore Fieramosca», il quale era il capo dei prodi italiani in quel fatto memorando. XI. Doria AndreaDoria Andrea fu un grande e valoroso capitano, il cui nome non va dimenticato nei fasti delle glorie della Patria nostra. Per opera di questo integerrimo cittadino avvenne nell'anno 1528 la liberazione della città di Genova, fino allora ballottolata fra il dominio dei duchi di Milano e la protezione del re di Francia. Doria Andrea era capitano della flotta francese nel Mediterraneo. Avendo egli reso dei grandi servizi a questa nazione nelle guerre contro gli spagnuoli, in premio dei suoi servizi richiese al re la liberazione della sua patria. Ma il re non volle acconsentire al desiderio del magnanimo cittadino, anzi ordinò che fosse imprigionato, e il valoroso Doria Andrea dovette il suo scampo alla fuga. Il Doria Andrea, allora, armò a sue spese parecchie galee e con queste si offerse a Carlo V imperatore, il quale lo accettò a braccia aperte, promettendo al Doria Andrea l'indipendenza di Genova, se fosse riuscito a scacciarne i francesi.. Doria Andrea si presentò improvvisamente nel porto di Genova con 13 galee, ed aiutato dai cittadini ne scacciò bravamente i francesi. I genovesi, riconoscenti, lo volevano far signore della città, ma il virtuoso nol volle; preferì essere semplice cittadino di una patria libera, che farsene tiranno. Ebbe il titolo di «Padre della Patria», e Carlo V imperatore lo colmò di onori e di ricchezze, nominandolo Principe di Tursi in Basilicata e Gran Cancelliere del Regno di Napoli. Doria Andrea riformò il governo della sua città, ne pacificò le fazioni, ne sviluppò il commercio e le industrie e le diede un ordinamento che durò quasi 3 secoli. Genova, grata di tanti beneficî, gli eresse un monumento, su cui si legge: «AD Doria Andrea, PADRE DELLA PATRIA » XII. La Casa di Savoia Fra le tenebre della barbarie, fra le crudeltà e i delitti che si commettevano in ogni parte, nella dimenticanza di ogni romana grandezza, a piè delle Alpi occidentali, sorgeva una casa illustre, i cui discendenti col valore in guerra e colle virtù in pace, erano destinati a ridonare all' Italia lo splendore della gloria antica. Questa Casa era la Dinastia di Savoia. di Savoia Umberto I, detto Biancamano, verso il secolo XI, fu il capo-stipite di questa gloriora famiglia. Era Conte della Moriana, della Tarantasia, del Chiablese, della Savoia e della Valle d'Aosta, - i quali ultimi due domini lo rendevano padrone dei tre passi che attraverso le Alpi menano dalla Francia in Italia. Ad di Savoia Umberto I Biancamano successe il figlio di Savoia Amedeo I e a questo il fratello di Savoia Oddone. Quest'ultimo, avendo sposata di Susa Adelaide, figliuola ed erede di Marchese di Susa Olderico Manfredi, ebbe in retaggio Torino e molte terre del Piemonte. Per tal modo la Casa di Savoia andò sempre estendendo i propri domini, e dopo otto secoli di lotta compiva il voto degl'Italiani: l'unità e l'indipendenza della Patria. XIII. Duca di Savoia Emanuele Filiberto I Uno dei principi più gloriosi della Casa di Savoia fu Duca di Savoia Emanuele Filiberto I, nato a Chambéry nel 1528. Ancor giovinetto era alle corte di Carlo V, ove venne in tanta fama di valoroso condottiero che a soli 25 anni fu eletto Capitano generale della cavalleria Spagnuola. Morto suo padre, di Savoia Carlo II detto il Buono, egli trovò lo Stato invaso ed ammiserito dai Francesi e così assottigliato, che non rimanevagli quasi più nulla dei bei dominî di Casa Savoia. Tornato allora a comandare l'esercito Spagnuolo contro i Francesi, inflisse a questi ultimi una tale sconfitta a S. Quintino da costringere il loro Re a chiedere la pace. In forza di questa furono restituiti ad Duca di Savoia Emanuele Filiberto I tutti i suoi domini. Fece quindi ritorno nei suoi Stati e rivolse l'animo a guarirne i mali. Promosse l'agricoltura, le industrie e il commercio, riordinò l'amministrazione della giustizia, creò scuole universitarie, protesse le lettere e le scienze, e istituì le milizie cittadine. Trasportò poscia la sua capitale a Torino e decretò che tutti gli atti pubblici si scrivessero in lingua italiana. Così questo gran principe trapiantava in Italia la Casa di Savoia e meritava il nome di «Padre e Restauratore della Dinastia Sabauda». XIV. Napoli sotto gli Spagnuoli Per lunga pezza le incantevoli regioni del Napoletano furono il teatro delle aspre guerre, sostenute con varia vicenda dagli Spagnuoli contro i Francesi, pel possesso del regno di Napoli. Finalmente questo rimase in mano al Re di Spagna, il quale vi esercitava la sovranità per mezzo di Vicerè che egli mandava a Napoli a governare in suo nome. Come e quanto gli Spagnuoli sgovernassero nei loro dominî italiani, ha descritto con ammirabile verità di storico e di letterato il grande Manzoni Alessandro nel suo aureo Racconto «I promessi Sposi.» In quel tempo era conculcato ogni diritto, spenta ogni libertà, la prepotenza e l'arbitrio erano l'unica legge. Una moltitudine di signorotti succhiava il sangue dei cittadini, i quali avviliti, carichi di enormi balzelli, non potevano più attendere alle industrie, al commercio, all'agricoltura. Le campagne erano infestate da briganti, bravi, che taglieggiavano impunemente i sudditi per loro e per conto dei padroni. La estrema ignoranza delle popolazioni, una cieca e stupida superstizione rendevano ancor più infelice la sorte dei poveri napoletani. E, intanto, i Vicerẻ Spagnuoli intendevano solamente ad arricchire se stessi e a mandare in Ispagna oro, oro, sempre oro. Eran bruttissimi tempi quelli! Che Dio li tenga sempre lontani dall' Italia nostra. XV. Tommaso Aniello detto Masaniello Ogni soverchio rompe il coperchio: e anche la pazienza dei Napoletani ebbe un limite. Nel 1647 regnava in Napoli il Vicerè d'Arcos Rodrigo Ponce de León y Álvarez de Toledo, uomo astutissimo e avido quant'altri mai. Non sapendo costui come meglio cavar danaro dalla popolazione, impose una gravosa gabella sulle frutta, che, a Napoli, è quasi il solo nutrimento della povera gente in estate. Quest'odiosa tassa mise il colmo alla misura. Un pescivendolo di Amalfi, per nome Tommaso Aniello detto Masaniello, sollevò il popolo contro i gabellieri; li caricò di legnate, sbaragliò le imbelli truppe spagnuole, e costrinse lo stesso Vicerè d'Arcos Rodrigo Ponce de León y Álvarez de Toledo a chiudersi in Castel S. Elmo. Tommaso Aniello detto Masaniello fu gridato Capitano generale; e l'animoso popolano ordinò la città con inattesa sagacia, impedì i delitti, frenò la moltitudine e dava udienza a tutti da un palco rizzato innanzi al suo tugurio: era il vero signore di Napoli. Allora il Vicerè scese a patti coi rivoltosi. Promise che avrebbe fatto quanto a loro piacesse e che le gabelle sarebbero state tolte. Queste promesse non dovevano essere mai mantenute. Si crede che il Vicerè facesse avvelenare Tommaso Aniello detto Masaniello. Infatti costui cominciò a dar di volta, gettava zecchini in mare, e pretendeva onori e venerazioni. Venuto, perciò, in odio ai popolani, il 16 Luglio, fu ucciso da alcuni sicarî spagnuoli, mentre passeggiava nel chiostro del Carmine. La plebaglia ne insultò il cadavere che rimase insepolto, fino a che, ricominciate le angarie spagnuole, venne raccolto, portato in trionfo e onorato di splendide esequie. Tommaso Aniello detto Masaniello è memorabile esempio della instabilità e ingratitudine delle plebi. XVI. Duca di Savoia Carlo Emanuele I. Ad Duca di Savoia Emanuele Filiberto I successe sul trono di Savoia il figlio diciottenne Duca di Savoia Carlo Emanuele I Carlo Emmanuele I, nato a Rivoli nel 1562. Sebbene piccolo e curvo di corpo non fu inferiore al padre per grandezza d'animo e per valore. In cima ad ogni suo pensiero ebbe il desiderio di purgare l' Italia dal dominio straniero; perciò si trovò involto in guerre continuate. Vinse, fu vinto, soffrì; ma non si avvilì mai e fece della liberazione della penisola il magnanimo affetto, che per un regno tempestoso di oltre 50 anni, lo accompagnò sino alla tomba. In mezzo agli orrori delle guerre e ai dolori del potere, trovò tempo di esser liberale cogli uomini d' ingegno. Favorì il Tasso Torquato, il Chiabrera Gabriello e altri celebri Poeti, che trovarono ospitalità e protezione alla sua corte. - La vita di questo Principe fu piena dello splendore di molte virtù, non inferiori a quelle dei più grandi eroi. XVII. Morosini FrancescoVenezia era una delle più ricche e fiorenti repubbliche dell' Italia, nei secoli passati. Aveva estesi i suoi dominî in tutto l'Adriatico e in gran parte dell'Arcipelago Greco, ed era divenuta l'emporio del commercio di levante. Ebbe, però, a sostenere fierissime lotte, principalmente coi Turchi, sui quali le sue flotte riportarono splendide vittorie, capitanate da valenti uomini di mare, che si coprirono di gloria e fecero sempre più ricca e temuta la Patria. Il più celebre fra questi capitani fu Morosini Francesco, nato a Venezia nel 1618. Nell'anno 1644 i Turchi avevano dichiarata la guerra ai Veneziani, per avere questi data ospitalità ad alcuni Cavalieri di Malla, allora in guerra con essi; perciò assediarono l'isola di Candia, possesso della Repubblica Veneta. La città di Candia era difesa da Morosini Francesco. Per 25 anni resistette al nemico; alla fine, consumata ogni risorsa e priva di aiuti, dopo un assedio di 28 mesi si arrese a condizioni onorevoli. Morosini Francesco venne accusato di viltà e messo in oblio; ma quindici anni dopo, nel 1684, tornò a prestare il suo braccio in difesa della patria, soggiogò il Pelopenneso e riconquistò alla Repubblica il dominio dei mari. Eletto Doge e già vecchio, tornò sul mare, terrore dei nemici di Venezia; sbarcò a Napoli di Romania, ove morì nel 1694. Morosini Francesco fu detto l'ultimo dei Veneziani, perchè con lui parve spegnersi l'antico valore della Repubblica di S. Marco. XVIII. Duca di Savoia Vittorio Amedeo II. Figlio ed erede del Duca di Savoia Carlo Emmanuele II, Duca di Savoia Vittorio Amedeo II salì in giovanile età sul trono dei Duchi di Savoia, e si trovò ben presto involto in guerre disgraziate, fra i sudditi prima e poscia contro gli stranieri, sempre solleciti ai mali d' Italia. Vinto in parecchie battaglie, ma non domo, il buon Duca ebbe il dolore di vedere invasi nel 1706 i suoi stati dai Francesi, i quali strinsero d'assedio Torino, capitale del Ducato. La città resistette con estremo coraggio e fu salvata dall'eroismo del soldato Micca Pietro e dal valore del Principe di Savoia Eugenio. Nel 1714 le potenze di Europa conchiusero fra loro un trattato, in virtù del quale Duca di Savoia Vittorio Amedeo II riebbe i suoi Stati, coll'aggiunta dell'isola di Sicilia e il titolo di Re, per cui venne solennemente incoronato a Palermo, e fu il primo principe di Casa Savoia che ebbe titolo e dignità reali. Ma nel 1718 dovette cambiare il dominio di Sicilia con quello di Sardegna. Assunse allora il titolo di Re di Sardegna, che venne portato dai suoi discendenti fino al 1860, quando era dato ad uno di essi di cambiarlo in quello ben più glorioso di Re d'Italia. XIX. Micca Pietro Sul grande piazzale che si stende innanzi all'antica Cittadella di Torino s'innalza un grandioso monumento, che raffigura un soldato Piemontese, in atto di dar fuoco ad una mina. É il monumento che la patria riconoscente ha elevato all'eroico biellese Micca Pietro, il salvatore di Torino. Nel 1706 i Francesi assediavano Torino e l'oppugnavano accanitamente. La forte città, sebbene strenuamente si difendesse, era vicina a cedere per mancanza di aiuti. Nella notte del 29 Agosto, alcune centinaia di granatieri francesi, penetrati nel fosso della Cittadella, e sgozzate le sentinelle, avevano sfondata la porta di un sotterraneo che si apriva nella galleria, la quale menava nell' interno del forte. Ma in quel luogo trovavasi appunto il soldato Micca Pietro. Accortosi dell'imminente pericolo «Salvatevi - disse all'uffiziale che era con lui- io ho fermo di dare la vita per la patria. Lascio nel mondo la moglie ed un bambino; a voi li raccomando». L'uffiziale si salva. Il prode biellese, allora dato di piglio alla miccia, dà fuoco alla mina, ch'era ivi preparata e con essa mandò in aria se stesso e i nemici. Torino era salva!.... Il monumento sorge proprio sui luogo dell'eroico sacrificio. E là per ricordare a noi giovani italiani che non vi è nulla al mondo che si debba anteporre alla libertà ed alla salvezza della Patria. XX. Balilla Genova, la Superba regina del golfo, ebbe anch'essa a soffrire in ogni tempo le sue sventure. Un Doria l'aveva altra volta liberata dagli stranieri, un altro concittadino, il traditore Adorno Antoniotto Botta, ve li aveva ricondotti nel 1746. Gli Austriaci, come ogni mal seme di oppressori, vi commettevano abusi di ogni sorta. I Genovesi erano agli estremi della pazienza e non mancava che una favilla per far divampare l'incendio. Il 5 Dicembre i Tedeschi trasportavano sulle alture un pesante mortaio, che doveva servire a tenere in rispetto i Genovesi. La strada pel soverchio peso si sfondò, e quei rozzi soldati stranieri pretendevano che i cittadini dessero loro mano a tirarlo su; e poichè nessuno si muoveva, un caporale percosse brutalmente un povero popolano presente alla scena. A quel sopruso l'ira popolare traboccò. Un ardimentoso monello Balilla raccolto da terra un ciottolo ed esclamando: « Oh, la rompo! », lo scagliò con tale violenza alla testa del caporale tedesco, che lo stese di colpo grondante di sangue a terra. Fu quello il segnale. I Genovesi si levarono in armi e per 5 giorni combatterono contro l'aborrito straniero e non ristettero se non l'ebbero scacciato dalla città. Genova doveva la sua liberazione all'ardire di un giovinetto, il quale sentiva nel cuore che Patria e libertà sono un nome solo. XXI. Napoli e Ferdinando Borbone A Carlo III di Borbone, il meno canaglia fra i principi della sua schiatta, e che ebbe il merito di togliere il Regno allo sgoverno spagnuolo, successe sul trono di Napoli, il figlio Ferdinando I, in età di 8 anni, affidato alla tutela del ministro Tanucci Bernardo. Venuto a maggiorità e cresciuto oltre ogni dire rozzo e ignorante, questo bestialissimo principe abbandonò la somma del governo nelle mani della moglie Regina Maria Carolina d'Asburgo-Lorena e dell'inglese Acton John, mentr'egli passava le sue giornate tra i facchini del porto e i pescivendoli, e di non altro amante che dei maccheroni che mangiava in istrada e perfino in teatro. Queste stupide e triviali abitudini procuranone a Ferdinando I il nome di Re Lazzarone; ma a ben altro egli deve la sua triste celebrità nella storia. Temendo la feroce Regina Maria Carolina d'Asburgo-Lorena che le idee rivoluzionarie della Francia penetrassero anche in Napoli, allontanò dal governo l'onesto e liberale Tanucci Bernardo e costituì la Giunta di Stato, feroce tribunale, che condannò al patibolo il fiore degl'ingegni e de' patrioti. Una delle prime vittime fu il ventenne Emmanuele de Deo, da Minervino in Puglie, giovane di grandi speranze, e di non altro reo che di aver sognata la libertà della Patria. Ciò non valse, però, ad arrestare l'esercito dei Repubblicani francesi, innanzi a cui il Borbone fuggì in Sicilia, mentre a Napoli si proclamava la Repubblica Partenopea. Ma non tardò molto e il popolo, di non altro avido che di feste, farina e forca, incominciò ad essere scontento del nuovo governo. Il Cardinale Fabrizio Ruffo, d'infame memoria, sollevò i contadini calabresi, e messosi alla loro testa, seminando rovina e distruzione dovunque, assediò Napoli, che dovette capitolare, a patto che i repubblicani avessero salva la vita. Ma i Borboni - vera negazione di Dio - infransero il patto e 30 mila cittadini furono imprigionati; 110 furono condannati all'estremo supplizio, fra cui Caracciolo Francesco, Pagano Mario, Cirillo Domenico, ed altri sommi. XXII. Caracciolo Francesco Continuatore delle glorie dei Ruggiero di Lauria, dei Mocenigo, dei Morosini, Caracciolo Francesco era vanto e decoro della marina-napoletana. Nato da illustre casato nel 1752, entrò giovanissimo nell'armata e vi ebbe i primi onori. Nel 1799, fuggendo i Borboni all'appressarsi dell'esercito repubblicano, il Caracciolo Francesco condusse in salvo la flotta in Sicilia, malgrado che una furiosa tempesta rendesse pericoloso il mare. Ma perseguitato dall'invidia dovette ritirarsi a vita privata; senonchè, commosso ai mali della patria, e sollecitato dai patrioti, prese il comando delle navi sotto la Repubblica. Ritornati a Napoli i Borboni, il Caracciolo fuggì con tanti altri; ma tradito da un suo domestico, venne preso e impiccato all'albero di una nave, per compiacere alle brame dell'ammiraglio inglese Nelson Horatio, compagno di mare e geloso della gloria di Caracciolo. XXIII. Pagano MarioPagano Mario è fra i martiri più gloriosi della vecchia Basilicata, culla di nobili ingegni e di ardenti patrioti. Nato a Brienza nel 1748, il giovinetto Pagano Mario fu educato a Napoli, ove non tardò a segnalarsi come profondo filosofo e valente giureconsulto. Di animo naturalmente buono e mite, non poteva, senza orrore, assistere agl'infami processi a cui erono sottoposti i patrioti napoletani; e obbedendo allo slancio del suo cuore generoso, assunse la difesa degl'imputati politici, dei quali sostenne l'innocenza con irresistibile eloquenza. Venuto, per questo, in sospetto alla polizia borbonica fu imprigionato e tenuto in carcere 4 anni; poscia fu rimesso in libertà per non essersi trovato di che condannarlo. Rappresentante della Repubblica Partenopea nel 1799, al cadere di questa, contro la fede avuta, ebbe mozzato il capo, insieme al suo amico Cirillo Domenico. Giovinetti, il nome di Pagano Mario é decoro d' Italia; il ricordo della sua virtù vi guidi nella via del dovere e del sacrificio. XXIV. Cirillo Domenico Un'altra vittima illustre della ferocia Borbonica fu Cirillo Domenico, nato a Grumo Nevano nel 1739. Giovane di vivace ingegno, nutrito a forti studî, era Professore di Botanica nell'Università di Napoli, nel quale ufficio acquistò fama europea. Scoppiata la rivoluzione del 1799 e proclamata la Repubblica Partenopea, il fervente patriota fu eletto a reggitore del governo insieme a Pagano Mario ed altri, e fece quanto era in lui per lenire i mali della patria infelice. Caduta la Repubblica fu imprigionato e sottoposto a processo politico. Al Giudice Speciale che lo richiedeva dell'età e condizione rispondeva: - «Sessant'anni; medico sotto il principato; rappresentante del popolo sotto la Repubblica,» «Ed in mia presenza chi sei?» domandò in tuono di scherno quel carnefice. - «In tua presenza, o codardo, io sono un eroe.» Fu condannato a morte, e lasciò la vita sul palco nell'Ottobre 1799. CONCLUSIONE Ma la sete di sangue e di vendette non era ancora estinta nelle tigri feroci della Corte Borbonica. Il sangue di altri martiri doveva zampillare sui gradini di quel trono nefando. Fra le tante vittime immolate dal tiranno Ferdinando I, oltre ogni dire miserevole fu la fine di due gentildonne Napoletane Sanfelice Luigia ed Fonseca-Pimentel Eleonora giovani di angelica bellezza e di virili virtù. A salvare la prima non valse neppure la intercessione della principessa Clementina, nuora del Re. Le due eroine lasciarono la vita sul palco, per aver amata la Patria e per averne desiderato il riscatto. Ma dal sangue di tanti martiri doveva sorgere fulgida la redenzione della patria, che registrando a lettere d'oro il loro nome sulle pagine immortali della Storia, ne adora, riverente, la memoria. 2.° SEMESTRE I. Bonaparte Napoleone Sul finire del secolo passato, avveniva in Francia una grande rivoluzione, per cui la rinascente civiltà fugava gli avanzi della barbarie e del dispotismo, e portava in campo i principi della libertà e della uguaglianza in tutte le classi della società. In quel tempo di rivolgimento e di lotte, sorse imponente, luminosa la grande figura di Bonaparte Napoleone, la cui fama doveva oscurare la gloria dei più grandi capitani del mondo. Nacque in Ajaccio nel 1769 e fu educato in una Scuola Militare della Francia, d'onde uscì sottotenente appena sedicenne. A 19 anni era già capitano; a 20 sconfisse la flotta inglese nel porto di Tolone. A 25 anni fu creato generale e nel 1796 ebbe il comando dell'esercito repubblicano coll'incarico di conquistare l' Italia. Il giovine generale, avido di gloria e di dominio, piomba sull'esercito alleato austro-sardo, vince a Montenotte, a Millesimo, a Mondovì, a Cherasco e costringe il Re di Sardegna ad un armistizio, per cui venivan cedute alla FranciaNizza e Savoia. Poscia invade la Lombardia; al ponte d'Arcole riporta una strepitosa vittoria sugli Austriaci, espugna Mantova e marcia su Vienna. L' Imperatore d'Austria, atterrito, chiese e stipulò la pace col trattato di Campoformio. Con questo trattato la Francia si ebbe la Lombardia, il Modenese, le Romagne che formarono la Repubblica Cisalpina; all' Austria venne in compenso ceduta l'antica repubblica di Venezia, che Bonaparte Napoleone aveva distrutta dopo 12 secoli di gloriosa esistenza. In questa campagna Bonaparte Napoleone costituì le Legioni Italiane, alla prima delle quali, forte di 3500 giovani Lombardi, consegnò la bandiera bianca, rossa e verde, che divenne poi il vessillo d' Italia. Il poeta dall'Ongaro ne parla, dicendo: «I tre colori della sua bandiera Non son tre regni, ma l' Italia intiera: Il bianco l'Alpe, il rosso i due vulcani Il verde l'erba dei lombardi piani». II. Napoleone Imperatore e Re. I principi spodestati non si potevane adattare alle condizioni fatte loro dalle vittorie napoleoniche col trattato di Campoformio. L' Austria, desiderosa di riconquistare le provincie perdute, conchiuse un'alleanza colla Russia e l' Inghilterra. Le tre potenze mandano in Italia un agguerrito esercito, sconfiggono in parecchie battaglie i Francesi, ritolgono loro i possessi italiani, li scacciano dall' Italia, ed accennano ad invadere il territorio della stessa Francia. Bonaparte Napoleone, allora, abbandona l'Egitto, ove vi aveva portata la guerra, ritorna improvvisamente in Francia, abbatte il governo Direttoriale e si fa proclamare Console; conchiude una pace colle potenze alleate, ma intanto prepara la guerra. Nel 1800, infatti, scende pel monte S. Bernardo in Italia, invade il Piemonte, conquista la Lombardia e sconfigge gli Austriaci a Montebello e a Marengo, e li obbliga a ritirarsi umiliati dietro il Mincio. Allora anche la Liguria, l' Emilia e la Toscana caddero in potere della Francia e vennero aggiunte alla restaurata Repubblica Cisalpina. Questa l'anno dopo si trasformò in Repubblica Italiana sotto la Presidenza di Bonaparte Napoleone. La Francia, intanto, accecata dalla sua potenza militare ed entusiasmata pel genio di Bonaparte Napoleone, rinunziò alla propria libertà e nel 1804 lo proclamò Imperatore. Anche la Repubblica Italiana gli offerse la sovranità dell' Italia, e l'anno dopo vinse a Monza la corona di ferro dei Re d'Italia. È fama che ponendosela sul capo esclamasse: «Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!». III. Il Regno d' Italia Divenuto re della penisola, Bonaparte Napoleone avrebbe potuto appagare le speranze degl'Italiani e riunire le sparse membra della patria. Ma la sua sterminata ambizione doveva perpetuarne i mali, e infeudare i membri della sua famiglia ne' diversi stati italiani. Alla sorella Bonaparte Elisa dette il Ducato di Lucca e Piombino, a Bonaparte Paolina quello di Guastalla, mentre di Beauharnais Eugenio governava nel resto del regno in nome di Bonaparte Napoleone, col titolo di Vicerè. Le potenze di Europa avevano conchiusa tra loro una nuova lega per abbattere la potenza napoleonica. Ma il grande capitano non conta i nemici: colla rapidità del fulmine piomba sugli alleati, sconfigge gli Austriaci ad Uma e prende Vienna. Batte i Russi ad Austerlitz (oggi, Slavkov u Brna e la Russia a Jena, conquista la Venezia e Trieste, scaccia i Borboni dal regno di Napoli e ne dà la corona al cognato Murat Gioacchino. Così Bonaparte Napoleone riduceva all'impotenza i suoi nemici e dominava l' Italia dalle Alpi al Lilibeo. IV. Caduta di Bonaparte NapoleoneBonaparte Napoleone non era ancor sazio di vittorie e di conquiste. Usurpa il trono di Spagna e di Portogallo; nel 1809 conduce prigioniero a Parigi il Papa Pio VII, pone al figliuolo il titolo di re di Roma, e volge le sue armi vittoriose contro la Russia, che sola ardiva opporsi alla potenza di lui. Nel 1812 alla testa di un esercito di 500 mila uomini invade la Russia, e dopo parecchie vittorie entra in Mosca, già incendiata e distrutta dai cittadini. Ivi, sorpreso dalla fame, dall'inverno rigidissimo di quelle regioni e molestato accanitamente dai nemici, cominciò quella fatale ritirata, in cui morirono quasi tutti i soldati e Bonaparte Napoleone stesso dovette ad un miracolo il suo scampo. Questo grande disastro rianimò l'accanimento dei nemici di Bonaparte Napoleone, che tenne loro testa e li fece ancora impallidire innanzi alle sue aquile vittoriose; ma, alla fine, sconfitto nella grande battaglia di Lipsia, dovette rinunziare alla corona di Francia e d' Italia e fu rilegato nell' Isola d'Elba. Ma la stella di Bonaparte Napoleone doveva ancora brillare di un raggio di luce. Dopo 10 mesi di esilio sbarca improvvisamente in Francia, solleva le popolazioni e l'esercito, ed entra trionfante in Parigi; vi regna ancora per 100 giorni e pugna novellamente sui campi contro i suoi nemici. Ma disfatto completamente nella fatale battaglia di Waterloo, dovette rendersi agl'Inglesi, che lo confinarono prigioniero a Sant'Elena, nella deserta immensità dell'Oceano. Ivi il grande Capitano, in mezzo agli stenti, sopportati con eroica fermezza e con virile virtù, dopo sei anni di dura prigionia cessava di vivere. La morte di questo astro luminoso ispirò ad Manzoni Alessandro «Il 5 Maggio», che è un carme, in cui l'illustre poeta lombardo «Sciolse all'urna un cantico Che certo non morrà». V. Moti rivoluzionari in Italia Dopo la caduta di Bonaparte Napoleone il Grande i principi spodestati, risaliti sui loro troni, cercarono di distruggere quel seme di libertà e d'indipendenza che si era fatto fruttificare a prezzo di tanto generoso sangue cittadino. Col trattato di Vienna, conchiuso fra le grandi potenze di Europa nel 1815, l' Italia venne divisa in tanti pezzi, i quali a lor volta furono dati a governare ad un branco di tiranni, che, ribadendo le antiche catene, regnarono dappertutto con sospetto e con rigore. Ma colla tirannide tornata rinacque più forte e più potente che mai il sentimento della libertà e della indipendenza nazionale. Per conseguire questa e quella era necessario dapprima ricacciare al di là delle Alpi l'aborrita Austria, che si era fatta il più saldo puntello del dispotismo, e poscia sbarazzare dai tirannelli le varie regioni, che, unite in una sola famiglia, avrebbero fatta la patria unita e indipendente. E a questo nobile ideale gli animosi giovani italiani consacrarono tutti se stessi. Si unirono in società segrete che si andarono man mano propagando in tutta Italia e ebbero per iscopo di tener desto il fuoco della libertà e affrettare il riscatto della patria. Nel 1820 per opera dei Carbonari, in Napoli prima, poscia in Piemonte, scoppiarono dei moti rivoluzionari, per cui venne concessa la Costituzione, ben presto ritolta però e annegata nel sangue di nuove vittime. Nel 1831 avveniva la rivoluzione in Romagna; a Bologna fu proclamato il governo popolare; il moto si propagò nelle Marche e l' Umbria, ma le baionette austriache fecero tramontare ogni aura di libertà. I moti della Savoia nel 1834, delle Romagne nel 1843, non sortirono altro effetto che nuove persecuzioni, nuove condanne contro i liberali. Ma il sangue dei martiri è fecondo alla causa per cui s'immolano. E questo sangue generoso tenne vivo l'amore della libertà, minò i troni dei tiranni e li spezzò all'aurora del nazionale riscatto. VI. Pellico Silvio Nato a Saluzzo nel 1789 questo grande patriota e letterato italiano succhiò col latte materno l'amore all' umanità e l' ardente devozione alla patria. Era notissimo in Italia per i suoi scritti, e venuto a Milano cadde subito in sospetto della bieca polizia Austriaca come affiliato alla setta dei Carbonari e come fondatore del «Conciliatore», giornale che aveva per iscopo d'istillare il sentimento della libertà e il desiderio della redenzione nei petti italiani. Nell'Ottobre del 1820 il povero Pellico Silvio venne arrestato con altri notissimi patrioti, rinchiuso nei Piombi di Venezia e condannato a 15 anni di carcere duro che scontò nella fortezza dello Spielberg. Durante tanti anni di crudele prigionia il Pellico Silvio scrisse «Le mie prigioni» che sono il racconto ingenuo e fedelissimo dei patimenti da lui sofferti in Austria. Pubblicato in Italia questo libro, strappò lagrime di commozione, ed un grido d'indignazione venne a far sempre più odiato il nome Austriaco. VII. Menotti Ciro Sin dal 1820 cominciò adunque quel periodo di agitazioni e di sommosse che pareva non avessero altro risultato che far rincrudelire i tiranni contro i patrioti e accendere vieppiù l'odio di questi contro di quelli. In Romagna la gioventù fremeva e aspettava l'ora del cimento per correre alla riscossa della patria. Capo del movimento rivoluzionario era Menotti Ciro, giovane animoso e caldo di patria carità. Questo ardente patriota lusingandosi di aver guadagnato alla sua causa il Duca Francesco IV di Modena, che sottomano appoggiava il movimento rivoluzionario colla speranza d'impadronirsi della corona d' Italia, la sera del 3 Febbraio 1831 riunì in casa sua un pugno di giovani animosi, decisi di dar principio alla rivoluzione. Ma l'infame Duca, paventando le ire dell' Austria, in quella sera stessa fece circondare la casa di Menotti Ciro dai suoi sgherri e diresse in persona l'assalto. Quel pugno di prodi, 20 contro 100, resistettero per 5 ore e non si arresero che a patto di aver salva la vita. Ma colla fede abituale nei tiranni, Duca Francesco IV di Modena scriveva quella notte istessa al governatore di Reggio: «I cospiratori sono in mie mani. Mandami il boia. Francesco.» E non vi fu boia più esacrato di lui! Menotti Ciro, contro la fede avuta, fu sacrificato insieme ai suoi sventurati compagni. VIII. I fratelli Bandiera Alle vittime succedono le vittime e il martirologio continua. Nel 1844 i prodi fratelli Emilio ed Attilio Bandiera, emigrati veneziani, ingannati dagl'infami emissari della polizia austriaca e credendo alla sollevazione delle Calabrie, sbarcarono presso Crotone e chiamarono il popolo a libertá. Ma gl'infelici giovani, traditi da un loro compagno, furono sorpresi alle spalle dagli sgherri borbonici e dopo un breve e sanguinoso combattimento, furono incatenati e condotti a Cosenza. «Come vi chiamate?» chiese con ira il giudice. «Attilio, Emilio.» «Donde venite?» «Dall'Italia.» «Ma da che parte?» «Dall'Italia.» «Dove siete nati?» «In Italia.» E col nome d' Italia sul labbro morirono trafitti dal piombo borbonico sulla piazza di Cosenza la mattina del 25 Luglio 1844. IX. Papa Pio IX Dopo tanti tentativi falliti, dopo le persecuzioni e le morti anche il ferreo volere e l'eroica costanza dei patrioti si andava spuntando contro il mal genio d' Italia. Però un grande avvenimento venne a ridestare le speranze degl'Italiani. Morto nel 1846 il Papa Gregorio XVI, fu innalzato al soglio pontificio il Cardinale Giovanni Mastai Ferretti, che prese il nome di Papa Pio IX. Il nuovo Papa iniziò il suo pontificato con l'amnistia in favore dei condannati politici e colla promessa di larghe riforme civili e politiche, che non tardarono ad essere concesse. Per queste insperate riforme, il nome di Papa Pio IX era elevato a cielo; gl'Italiani vedevano in lui il loro salvatore. Intanto in ogni regione crebbero gli eccitamenti ai principi per la concessione di un regime più libero, ad esempio di quello romano. Il 12 Gennaio 1848 scoppiò la rivoluzione in Sicilia, imitata il 27 a Napoli, per cui il Borbone dovette concedere la Costituzione. Sul suo esempio anche il Granduca in Toscana e Carlo Alberto di Savoia in Piemonte concessero lo Statuto ai loro popoli, e finalmente anche il Papa dovette seguire l'esempio generale e concedere a sua volta lo Statuto ai Romani. Da quel tempo, quindi, cessò in buona parte d' Italia il regime assoluto. L'autorità dei principi venne limitata e il popolo cominciava ad aver parte nel governo per mezzo dei Parlamenti. X. Prime guerre d'indipendenza. Il fremito di libertà che nel 1848 animava gli Italiani infiammò anche i petti dei generosi Lombardi, più che mai insofferenti dell'aborrito dominio austriaco. All'alba del 18 Marzo i Milanesi insorsero; e dopo cinque giorni di accanito combattimento le soldatesche nemiche sgombrarono Milano. L'esempio venne tosto imitato dalle altre città lombarde; Venezia istessa il 22 Marzo levò l'antico stendardo di S. Marco e scosse il giogo dell' Austria. - Armi! Armi! - era il grido della balda gioventù italiana, impaziente di misurarsi sui campi di battaglia contro lo straniero. E Carlo Alberto di Savoia, dichiarata la guerra all' Austria, il 24 Marzo invadeva la Lombardia. Gli altri principi italiani, spinti dall'entusiasmo dei loro popoli, dovettero mandare le loro truppe in soccorso dei fratelli Piemontesi. Ma la fortuna delle armi, dapprima favorevole ai nostri, volse a male quando fra essi mancò la concordia. Il numero soverchiante degli austriaci finì col trionfare a Curtatone e a Montanara dei prodi volontari Toscani, a Sommacampagna e a Custoza dei Piemontesi. Il Papa, il Granduca di Toscana e il Re di Napoli richiamarono le loro truppe e Carlo Alberto di Savoia, riconosciuta l'impossibilità di sostenere da solo nuove battaglie, conchiuse cogli Austriaci un armistizio di Salasco e si ritirò in Piemonte. Frattanto il Re di Napoli aveva soffocata sangue la rinascente libertà, e migliaia di vitti scontavano nelle carceri e sui patiboli l'amore la patria. Anche il Papa, dopo di aver concesse le riforme al suo popolo, pentitosene, voleva privarnelo; ma nel Novembre 1848 i liberali si levarono a rumore. Papa Pio IX fuggì a Gaeta e a Roma venne proclamata la repubblica sotto la dittatura di Mazzini Giuseppe. L'anno dopo Carlo Alberto di Savoia riprendeva la guerra contro l' Austria; ma sconfitto a Novara, non vi fu più scampo e l' Italia dovette tornare all'antico servaggio. La Lombardia e il Veneto ricaddero fra le unghie dell' Austria, la quale vendicò nel sangue dei cittadini le passate disfatte. La Francia e il Re di Napoli mandarono le loro truppe per restaurare il Papa sul soglio Pontificio. Roma, dopo aver resistito eroicamente, sostenuta dal valore di Garibaldi Giuseppe, il 2 Luglio dovette capitolare; e anche qui nuove vittime e nuovo sangue annegò ogni desiderio di libertà. Venezia fu ultima a cadere, difesa dal petto dei suoi cittadini e dal patriottismo di Manin Daniele. Ma quei prodi difensori, decimati dal piombo nemico e dal colera, dovettero rendersi all'aborrito nemico nell'Agosto 1849. Così rimaneva spenta ogni aura di libertà e l' Italia tornò a gemere fra i ceppi. Il poeta Brezio cantava: Oh, sventura! già l'Itala stella Fra torrenti di sangue tramonta: XI Carlo Alberto di SavoiaCarlo Alberto di Savoia, il magnanimo restauratore dell'indipendenza d' Italia, nacque a Torino nel 1798 da Principe di Carignano Carlo Emmanuele, e da Principessa di Carignano Maria Cristina di Sassonia. Rimasto ancor fanciulletto orfano del padre fu educato in un collegio della Francia, e a sedici anni era sottotenente nell'esercito di Bonaparte Napoleone. Dopo la caduta di questo Imperatore, tornò in Piemonte caldo di gioventù e piena la mente di sogni di libertà; a 21 anni fu nominato Reggente del Regno e concesse lo Statuto al Piemonte. Ma Re di Sardegna Carlo Felice di Savoia disapprovò le concesse riforme, e Carlo Alberto di Savoia, venuto in sospetto all' Austria, fu deposto dalla Reggenza e mandato in Ispagna a combattere la rivoluzione. Nel 1831 successe sul trono a Re di Sardegna Carlo Felice di Savoia, salutato dai palpiti di speranza dei liberali italiani, che in lui vedevano il faro luminoso della patria indipendenza. Ma stretto dai settarî da una parte, dall' Austria dall'altra, dovette procedere con molta lentezza alle riforme. Nel 1848 concesse la Costituzione al suo popolo e si mostrò più che mai desideroso di far libera la patria. Dichiarata la guerra all' Austria nel Marzo 1848 e vincitore a Monzambano, a Valleggio, a Pastrengo, a Goito, fu sconfitto Sommacampagna, a Custoza, e dovette conchiudere coll' Austria un armistizio. Ma il magnanimo principe non si scorò. Aumentato a 120 mila uomini il suo esercito, l'anno dopo ritentava le sorti della guerra e fu vincitore allo Sforzesca. Ma sconfitto a Mortara, il 23 Marzo venne a giornata campale presso Novara. Il prode Re, con allato i suoi figli Vittorio Emmanuele e Ferdinando, correva dove era maggiore il pericolo e più volte fece retrocedere e impallidire il nemico. Ma sopraffatto dal numero sempre crescente di nuove schiere tedesche fu completamente disfatto. Piuttosto che subire, allora, le condizioni umilianti dell' Austria, quella sera stessa, abdicò la corona in favore del figlio Vittorio Emanuele II e solo, sotto il nome di Conte di Barge, prese la via dell'esilio. Lo sventurato monarca tre mesi dopo moriva di cordoglio ad Oporto, lungi da quell' Italia, alla cui indipendenza egli aveva sacrificato il trono e la vita. XII. Vittorio Emanuele II. La corona Sabauda, infranta sui campi sventurati di Novara, venne animosamente raccolta da Vittorio Emanuele II, a cui la Provvidenza riserbava la gloria di compiere il nazionale riscatto, dopo tanti secoli di dolori e di lotte. Questo Gran Re era nato a Torino il 14 Marzo 1820 da Carlo Alberto di Savoia e da regina consorte di Sardegna Maria Teresa d'Asburgo-Toscana. Educato alla scuola severa della sventura, venne per tempo istruito da valenti uomini, nelle scienze, nelle lettere e nelle militari discipline, in cui emerse il suo ingegno pronto e vivace, la sua indole ferrea e valorosa. Combattè da prode le prime guerre della indipendenza e salito al trono dopo la disfatta di Novara, giurò a se stesso di compiere il voto dell'infelice suo padre. Mantenne fedelmente lo Statuto e colla cooperazione di grandi uomini di Stato compì una serie di provvidenziali riforme, per cui il Piemonte divenne il centro del movimento nazionale e l'asilo protettore dei profughi politici. Nè mai si allontanò di un passo dalla via luminosa della libertà. All' Austria che gli proponeva il condono di parecchi milioni di spese di guerra e la cessione di Piacenza, a patto che abolisse la Costituzione, rispondeva: «Preferisco pagare, anziché tradire il mio popolo e disonorare la corona dei miei avi». Per questa sua lealtà di principe e per la sua fermezza d'uomo, meritò il titolo di Re Galantuomo, titolo che non fu mai meglio dato nè più meritevolmente portato. E a questa sua lealtà di principe, alla sua bontà di uomo, al suo eroico valore dovette quel grande amore degl'Italiani, quella grande concordia, per cui gli era dato condurre la patria, attraverso mille gloriose vicende, dai campi sanguinosi di Novara alla Breccia di Porta Pia. XIII. Conte di Cavour Camillo Benso Nella schiera di quegl'illustri patrioti, che col loro sangue, col loro ingegno e colle loro opere contribuirono all'opera grandiosa della redenzione della patria, il nome di Conte di Cavour Camillo Benso, è fra i più celebri e degno di essere tramandato alla gratitudine dei posteri. Questo grande Italiano nacque nell'Agosto del 1810 in Torino, ove compì i suoi studi nell'Accademia Militare. Ma, deposta a 18 anni la divisa del soldato, si diede a viaggiare attraverso l'Europa, acquistando cosi molte cognizioni, quell' acume politico e quella arditezza di propositi, per cui addivenne il più grande uomo di Stato dei suoi tempi. Tornato in patria fu tra i più caldi propugnatori delle idee della libertà e della indipendenza italiana e nel 1848, colla parola e cogli scritti, fu tra i primi a spingere Carlo Alberto di Savoia a dichiarare la guerra all' Austria. Salito al trono Vittorio Emanuele II, Conte di Cavour Camillo Benso fu chiamato a far parte del Governo e poscia nominato Presidente dei Ministri. In questo alto ufficio il grande Statista potè spiegare tutta la vastità del suo genio politico, dando mano alle grandi riforme, alle accorte alleanze ed all'organizzazione dei mezzi che dovevano condurre gl'italiani al compimento dei loro voti. Fu per opera di Conte di Cavour Camillo Benso che nel 1855 il piccolo Piemonte prese parte alla guerra di Crimea, ove i soldati italiani si coprirono di gloria alla Cernaia e sotto le tremende mura di Sebastopoli. Fu Conte di Cavour Camillo Benso che nel 1856, al Congresso di Parigi, rappresentò il Piemonte; e ivi, sedendo accanto ai diplomatici delle grandi potenze di Europa, esponeva i dolori d' Italia e la necessità di farla libera. Fu Conte di Cavour Camillo Benso, ancora, che nel 1859 conchiuse una alleanza colla Francia, per cui era possibile fiaccare il dispotismo austriaco. Fu per Conte di Cavour Camillo Benso, infine, che potè compiersi l'annessione delle altre Provincie italiane al Piemonte. La proclamazione del Regno d'Italia sotto lo scettro del gran Re Vittorio Emanuele II legava il nome di Conte di Cavour Camillo Benso al nostro riscatto e il giorno della sua morte - 6 Giugno 1861 - fu giorno di dolore e di lutto per la gran Patria Italiana. XIV. Guerra del 1859 «Io non sono insensibile al grido di dolore che da ogni parte d'Italia si eleva verso di me » diceva nel Gennaio 1859 Vittorio Emanuele II al Parlamento Subalpino, mentre in Piemonte ferveva l'attività degli armamenti e il lavoro di preparazione alla riscossa. Era il guanto di sfida. L' Austria intimò il disarmo; e Vittorio Emanuele II rispose come suole e deve il capo di un popolo forte e libero, rifiutandosi, cioè, e accogliendo nelle sue file il fiore dei giovani emigrati italiani, desiderosi di versare il loro sangue sull'altare della patria. La guerra fu dichiarata e 150 mila austriaci nell'Aprile 1859 invasero il Piemonte. Allora scese in Italia un grosso esercito francese guidato dallo stesso imperatore Napoleone III, che unitosi a quello Piemontese, comandato da Vittorio Emanuele II, il 20 Maggio scontrava il nemico a Montebello o lo metteva in rotta. «Io non ho altra ambizione che quella di essere il primo soldato dell'indipendenza italiana!» esclamava il Re Vittorio Emanuele II; e come un semplice soldato combattè a Palestro, alla testa di un reggimento di zuavi francesi, i quali pieni di ammirazione pel suo eroico valore, gli presentarono sul campo le insegne di loro caporale. E di vittoria in vittoria l'esercito alleato, pugnando a Magenta, a Melegnano, a S. Martino, a Solferino, volò sino a Milano, ove il Re Vittorio Emanuele II entrò trionfante al fianco di Napoleone III. Garibaldi Giuseppe, intanto, coi suoi prodi Cacciatori delle Alpi vinceva gli Austriaci a Como, a Varese, a San Fermo; entrava in Brescia e liberava dal nemico buona parte della Lombardia. Tante e sì segnalate vittorie parevano doversi condurre alla liberazione delle provincie italiane dall'Alpi all'Adriatico. Ma la bieca politica di Napoleone III arrestava le armi vincitrici alle porte di Villafranca, ove conchiudevasi una pace con cui si stabiliva che la Lombardia era ceduta alla Francia e da questa all' Italia; la bella e infelice Venezia rimaneva ancora in possesso dell' Austria, e i principi spodestati potevano rientrare nei loro dominî. Ma le patriottiche province dell' Emilia e della Toscana si rifiutarono di ricevere i loro antichi tirannelli, e con unanimi plebisciti dichiararono di volersi unire colla Lombardia sotto lo scettro del prode e leale Vittorio Emanuele II. Quest'annessione ci costò il sacrifizio di due nobili province, Nizza e Savoia, cedute alla Francia; ma gettava le basi del nuovo Regno d'Italia, il cui compimento doveva ancora costarci tanto sangue e tante trepidazioni. XV. Garibaldi GiuseppeGaribaldi Giuseppe, il Grande Cavaliere dell'Umanità, ebbe i natali in Nizza il 4 Luglio 1807 da un povero marinaio per nome Domenico e da una buona e pia donna, Rosa Raimondi. Fanciullo frequentò poco le scuole, ma intelligente com'era, crebbe forte, ardito e buono. Giovane trascorse gli anni suoi più belli facendo il marinaio, e apprese l' amor potente alla libertà, l'affetto infinito alla Patria dall'immensità dell'Oceano, su cui aperse gli occhi alla luce. Prode, nobile, generoso pugnò per 50 anni sui campi contro l'oppressore, in difesa della libertà e del buon dritto, e del suo sangue bagnò le deserte plaghe straniere e le fiorite zolle del suolo italiano. Nel 1846, capo di una Legione Italiana a Montevideo, compì tali gesta di leggendario valore in difesa dell'indipendenza d'America, che del suo nome fu piena la vastità del nuovo mondo. Nel 1848 accorre da quelle lontane regioni a combattere le prime guerre della nostra indipendenza ed è il terrore dei nemici in Lombardia. Nel 1849 vola in difesa della Repubblica Romana; per tre mesi tiene in iscacco 20 mila Francesi alle porte di Roma e con un pugno di volontari sconfigge 6500 borbonici a Palestrina e a Velletri. Nel 1859, duce dei Cacciatori delle Alpi, sconfigge il nemico ad ogni scontro e toglie parte della Lombardia all' Austria. Nel 1860 ancora Garibaldi Giuseppe muove da Quarto con Mille prodi in appoggio della Sicilia, sollevatasi contro il Borbone. L'11 Maggio sbarca a Marsala in vista di due fregate nemiche attonite per tanto ardire; il 15 vince a Calatafimini un poderoso esercito regio; espugna Palermo, e battendo il nemico a Milazzo libera completamente la Sicilia. Nulla lo arresta nel suo glorioso cammino: alla testa di numerosi volontari accorrenti da ogni parte d' Italia sotto la sua bandiera, nel nome d' Italia e di Vittorio Emanuele II, solleva le Calabrie e il 7 Settembre entra acclamato in Napoli. Re delle Due Sicilie Francesco II, trinceratosi dietro i baluardi di Capua e Gaeta, tenta ancora resistere; ma il suo esercito viene per l'ultima volta sconfitto da Garibaldi Giuseppe; le due fortezze capitolano e Garibaldi Giuseppe depone il comando delle province conquistate nelle mani del Re Vittorio Emanuele II e si proclama il Regno d' Italia, mentre il grande eroe solo, povero si ritira nel suo romitorio di Caprera, non d'altro fornito che di un sacco di legumi e di un merluzzo secco. Ma dalle spiagge deserte della sua isola accorre veloce ogni volta che la Patria ha bisogno di lui. Eccolo ancora nel 1866, fulmine di guerra, ripetere le sue gesta gloriose; a Monte Suello, ad Ampola, a Bezzecca sgomina le schiere nemiche e s'impadronisce del Trentino. Nel 1867 tenta di ridare all' Italia la sua capitale naturale, Roma; e alla testa delle sue camicie rosse si spinge a Monterotondo e vince i papalini; ma la trista necessità dei tempi e le armi straniere arrestano a Mentana il suo nobile ardire. Nel 1870, infine lo si vede campione della Francia combattere e vincere a Digione contro i Prussiani, a cui toglie una Bandiera, l'unica che perdesse in quella guerra sanguinosa. Ma furono gli ultimi allori! - Vecchio, logoro da tante fortunose vicende, si ritira sul suo scoglio a vivere nella quiete gli ultimi giorni. Aveva pugnato in 40 battaglie e vinto 37 volte e sul suo corpo vi erano le tracce del suo epico valore. Il 2 Giugno 1882 il leone di Caprera rendeva la grand'anima a Dio e sulla sua tomba si chinarono muti, desolati, piangenti i popoli dei due mondi. XVI. Liberazione di Venezia Intanto la bella e infelice Venezia era sempre in ceppi e i suoi gemiti di dolore facevano sentire vivissimo agl'Italiani il desiderio di liberarla. Nel 1866 la Prussia offrì una lega all' Italia, l'Austriaco. L' Italia accettò con gioia l'alleanza, e nel mese di Giugno la guerra scoppiò contemporaneamente in Germania ed in Italia; il nostro esercito allo scopo di combattere il nemico comune, si spinse fin sotto le fortezze del quadrilatero e vi fece prodigi di valore. Ma la sorte delle armi ci fu nemica a Custoza, ove rimanemmo sconfitti. In quella fatale giornata rifulse il valore del Principe Umberto I di Savoia, comandante di una divisione. Assalito da un numeroso reggimento di Ulani, formò il suo battaglione in quadrato, e intrepidamente respinse ripetuti attacchi, finchè soccorso dalla cavalleria italiana sbaragliò gli assalitori. Nè in quella infelice campagna valse a nulla l'eroico coraggio del generale Garibaldi Giuseppe, vincitore in parecchi punti dell'alta Lombardia e padrone del Trentino. La nostra flotta rimaneva sconfitta nelle acque di Lissa per insipienza dell'Ammiraglio Persano, mentre l'eroico sacrifizio dell'equipaggio della Palestro e Re d'Italia meritava miglior sorte. Ma la Prussia vinceva sui campi di Sadova e fiaccava l'Astria; per cui si venne ad una pace e colla mediazione della Francia la Venezia era liberata e dopo un imponente plebiscito tornava in grembo alla Gran Patria Italiana. XVII. Porta Pia Dopo gl'infelici successi della spedizione tentata da Garibaldi Giuseppe nel 1867 ed arrestata dal piombo straniero sulle alture di Mentana, ferveva sempre più vivo negl'Italiani il desiderio di conquistare la legittima capitale del Regno, Roma. Nel 1870 scoppiò la guerra tra la Prussia e la Francia, e quest'ultima dovette ritirare da Roma le truppe che vi teneva in difesa del Papa. Alla sagace politica di Vittorio Emanuele II non isfuggì la felice occasione, e dopo aver tentato invano ogni componimento pacifico col Pontefice, il 1° Settembre guidava il nostro esercito all'assalto di Roma. Ivi i nostri soldati entravano per la breccia di Porta Pia e si rendevano padroni della città eterna, che venne tosto proclamata capitale del Regno, previo solenne plebiscito. Il dominio temporale dei Papi era caduto per sempre e Vittorio Emanuele II istallandosi nel Quirinale diceva: « A Roma ci siamo e ci resteremo!» CONCLUSIONE Così la nostra Patria, attraverso a tante lotte, a prezzo di tante vittime, fecondata dal sangue di tanti eroi, compiva la grand' opera del suo risorgimento! Libera dall'Alpi all'Etna, fiorente per arti e per industrie, ricca di 29 milioni di cittadini e guidata da un Gran Re, l'Italia prendeva il suo posto fra le più grandi e civili nazioni del mondo, temuta e rispettata. Erano le due pomeridiane del 9 Gennaio 1878. Un grido supremo d'angoscia risuona da un capo all' altro della penisola e si ripercote dolorosamente nel petto degl'Italiani. — É morto il Re!..... Il Re è morto!...... e su quella tomba geme l'Italia, si china muto e riverente il mondo! La salma mortale del Re Galantuomo riposa ora nel Pantheon il sonno dei giusti; ma il suo nome vivrà nei nostri cuori finchè ci saranno cari i santi nomi di Libertà, di Patria. Fortunati voi, o Giovinetti Italiani per avere una Patria così grande, così bella. Più fortunati ancora se, scolpendo nei vostri cuori il nome dei GRANDI, saprete imitarne le virtù e seguirne gli esempi. Anche per voi vi sono allori da cogliere, se saprete accrescere colle vostre operè il lustro della Patria e difenderne coi vostri petti la libertà e l'indipendenza.




Caivano Gennaro

Primi elementi di grammatica italiana proposti agli alunni della 3a e 4a elementare Potenza, Tipografia Editrice Garramone e Marchesiello 1891

Al Chiarissimo Professore Cav. Ciccimarra Filippo Regio Ispettore Scolastico À vous dédie, Monsieur, cet modeste onvrage en signe de hommage, souvenis sant moi la vôtre phrase: "La Grammaire est le Maitre muet. Le Maitre est la Grammaire parlant." UNA PAROLA DI PREFAZIONE É risaputo che nelle classi elementari il Maestro crea la grammatica, e della lavagna ne fa il libro parlante; come pure dall'analisi etimologica di ogni parola ne fa scaturire brevi, facili e lucidi precetti, secondati sempre da frequenti esercizi orali e scritti, variati e ragionati. Pure ciò non basta. La materia da vestirsi di lingua, ed il pensiero bisognoso di incarnarsi nella parola, vanno subordinati a certe peculiari tassative regole ed eccezioni, da non fare preferire la Grammatica, Codice indispensabile dell'idioma Italiano, precipuo fattore nello sviluppo della mente e del cuore. La buona lingua è mezzo di ricevere e comunicare le idee; è strumento per attivare le potenze dell'animo. La parola è dono prezioso dato all'uomo; per essa si apprende a persuadere il bene, ad insegnare il vero. Dessa è la ministra del pensiero, organo delle idee e conservatrice del sentimento Nazionale. La determinazione ingenerata dalle parole cade nel concetto, che la mente riceve nel periodo intuitivo delle cognizioni obbiettive. La riflessione attua e presenta distinta la ragione etimologica dell'uso di dette parole. Onde il perchè della scomposizione analitica delle parti del discorso, da cui promana la sinteresi della lingua. Imprescindibile dunque la Grammatica anche nelle classi elementari, per dar ragione dell'origine, dell'ordine e della concordanza degli elementi, costituenti il linguaggio. I pochi precetti, che io presento agli alunni, offrono la stretta sintesi della ripetuta Grammatica, che applicata e scesa in pratica dal paziente Maestro, può dare quella risultanza, che si desidera ottenere dalla scolaresca. G. CAIVANO. AVVERTENZA La Grammatica senza esercizi di lingua parlata e scritta, è lavoro perduto. Come si parla, così si legge e scrive. L'è una verità dolorosa, riproducentesi con assidua frequenza, quella di negligere nelle scuole l'esercizio del parlare Italiano, cominciando dalla Sezione inferiore di prima classe, fondamento e base di tutto lo stadio da percorrersi nella istruzione primaria, sino alle classi superiori. In quella, imparato a rilevare ed unire i suoni delle vocali e consonanti, a tracciar queste in pessima calligrafia, a leggere e scrivere cifre numeriche; credesi aver tutto ben fatto. E per la buona lingua? Nulla di nulla! Ma... (sento ripetermi) è un'utopia il pretendere dai bambini di quella sezione, gente raccogliticcia di ogni ceto, un parlare terso, sapendo che il dialetto locale loro fa continua guerra, mentre le nebbiose e compresse idee del fanciullino non gli consentono di poter sciogliere la lingua a nominare un oggetto con tecnico vocabolo. Epperò nemo dat quod non habet . Ebbene, io proverò tutto il contrario, trovando nighittosa ed ingiustificabile la scusante, che, certo, non può coonestare la negligenza. Gli effetti della prima impressione, che subisce un bambino quando viene condotto per la prima volta in quella scuola sono indelebili. Egli, trovandosi in quel nuovo ambiente, in mezzo una piccola società di compagni, comincia gradatamente a trasformarsi ed a modellarsi sul tipo del Maestro, da cui attinge novella vita. Pian piano si orizzonta, ed il parlare corretto di quello gli entra insensibilmente nell'animo. Verissimo ciò che disse Quintiliano Marco Fabio, che noi tenacissimi sumus eorum, quae rudibus annis percepimus ; aforisma ribadito da Salomone: Adolescens, iuxtra viam suam, etiam quum senurit, non recedet ab ea . Ed invero, il docente apre il Sillabario, e come esercizio del giorno, fa leggere e nominare gli oggetti di scuola: banco, lavagna, pallottoliere, gessetto, spugna, penna, asta, temperino, calamaio, matita, riga, crocifisso, calendario ecc. Egli può benissimo indurre il ragazzo a rispondere in buona lingua alle seguenti domande: Dove tu stai seduto? Che cosa è il banco? Di che materia è fatto? A qual regno della natura appartiene il banco? Di quante parti esso è formato? Chi lo ha lavorato? Quali strumenti adopera il falegname? Che differenza passa tra il banco ed un cane? E così di seguito per gli altri arredi di scuola, adottando, come è prescritto, il metodo oggettivo intuitivo razionale, mezzo efficace di riflessione e di analisi. Questi e simili esercizi quotidiani, ripetuti per tutto l'anno, varranno purtroppo ad educargli la lingua nel pronunziare e ben marcare la vocale finale di ciascuna parola. Gli varranno ancora per la ginnastica del pensiero e lo sviluppo dell'intelligenza; e mediante quella incognita forza dell'influsso morale dell'insegnante, si riesce a debellare l'inerzia delle facoltà psichiche dell'alunno, il che ottiensi con l'abito. CAPO PRIMO DISCORSO E SUOI ELEMENTI. Prima che noi parliamo, pensiamo. Pensare vuol dire fissare l'idea sopra un dato obbietto. Dopo che abbiamo pensato, parliamo. Il mezzo, per cui manifestiamo il nostro pensiero, è la parola. La parola è l'immagine del pensiero. Con le parole formiamo le proposizioni (Della proposizione non faremo parola, essendo un lavoro dello classi tecniche e ginnasiali. Erroneo ed illogico fu il sistema, sinora adottato, di mettere l'estetica della lingua (periodo e proposizioni) tra le mani dei fanciulli). Con le proposizioni formiamo il discorso. Il discorso è il complesso di più proposizioni, che in tutto esprimono un concetto compiuto. Le parti del discorso sono nove: Nome, Articolo, Aggettivo, Pronome, Verbo, Preposizione, Avverbio, Congiunzione ed interiezione. Di esse le prime cinque parti sono variabili, e le ultime quattro sono invariabili. NOME Il nome è una parola, che serve a nominare le persone e le cose. Il nome può essere proprio, comune, collettivo, irregolare, difettivo, composto, derivato, alterato, concreto ed astratto. Il nome si dice proprio quando indica una persona, o una cosa particolare, accennando l'unità nella specie, come: Dio, Sole, Luna, Roma, Achille ecc. Il nome si dice comune se conviene a tutte le persone, o cose della medesima specie, come: banco, libro, monte, cavallo, pecora, scolaro ecc. Il nome si dice collettivo quando al singolare indica la riunione di persone, o di cose, come: popolo, esercito, brigata, nazione, famiglia, gregge ecc. Irregolari si dicono quei nomi, che essendo di genere maschile al singolare, diventano femminili al plurale; ovvero sono dell'uno e dell'altro genere. Tali sono: Anello anelli anella; Dito diti dita; Braccio bracci braccia; Ginocchio ginocchi ginocchia; Osso ossi Ossa; Muro muri mura; Lenzuolo lenzuoli lenzuola; Centinaio centinai centinaia ecc. Tra gli irregolari bisogna annoverare: 1° I nomi accentati ed i monosillabi, che non variano la desinenza al plurale, come: la carità, le carità; la virtù, le virtù; il re, i re; il dì, i dì; la grù, le gru. 2° I nomi che hanno doppia terminazione al singolare, come: pensiere-o, destriere-o ecc. 3° I nomi che hanno doppia terminazione in ambi i numeri, come: ala, ale; ale, ali ecc. Difettivi si dicono quei nomi, che mancano del singolare, o del plurale. Mancano del singolare i nomi forbici, annali, nozze, molle, calzoni, esequie, bazzecole ecc. Mancano del plurale i nomi aere, fame, sete, uopo, mane, ed altri pochi. Anche i nomi dei metalli sono difettivi, come l'oro, l'argento, l'ottone, lo zinco, il bronzo ecc. Però, allorchè si dice gli ori, gli argenti ecc. debbonsi intendere i lavori fatti di simili metalli. Si dicono composti quei nomi, che constano, o di due nomi, come Capobanco, o di due aggettivi, come pianoforte, o di un aggettivo ed un nome, come gentiluomo, o di due verbi, come saliscendi, andirivieni, o di un verbo e di un nome, come parafulmine, scaldaletto, o di una proposizione e di un nome, come contraveleno, sottocammino o di un avverbio e di un nome, come benedizione, malfattore. Si dicono derivati quei nomi, che derivano da altra parola, siccome da radice, come: giardiniere, da giardino, canile da cane, scolaro da scuola. Si dice alterato quel nome, che esprime aumento, o diminuzione, e può essere accrescitivo se indica aumento, peggiorativo se indica avvilimento, diminutivo se denota vezzo e piacevolezza. Sicché dal nome cassa si fa l'accrescitivo cassone, il peggiorativo cassaccia, il diminutivo cassetta, il vezzeggiativo cassettina. Dal nome porta si fa l'accrescitivo portone, il peggiorativo portaccia, il diminutivo portella, il vezzeggiativo portellina. Si dice concreto il nome se indica cose realmente esistenti, come: uomo, albero, agnello, penna ecc. Si dice astratto il nome se indica cose inesistenti ma che si personificano nella nostra mente, come: virtù, amore, speranza, prudenza, ecc. ACCIDENTI DEL NOME. Gli accidenti del nome sono due: genere e numero. Il genere determina la specie, ed il numero la quantità. Il genere dei nomi si conosce dalla terminazione, dal significato e dall'articolo, da cui sono preceduti. Fisseremo il genere dei nomi in base alle cinque vocali. 1. I nomi terminati in a sono di genere femminile, come: donna, cagna, scuola ecc. Si eccettuano quelli di origine greca, come: il tema, il teorema, il problema, l'assioma, l'enigma, il fantasma, il poema, il poeta ecc. che sono di genere maschile. 2. I nomi terminati in e, alcuni sono di genere maschile, come: il padre, il cratere, il giudice ecc. Altri sono femminili, come: la madre, la scure ecc. Però i nomi carcere, cenere, fune, fine, folgore, fronte, gregge, serpe sono di ambedue i generi. 3. I nomi terminati in i, che sono pochi, alcuni sono maschili, come l'analisi, il brindisi, l'ecclissi, altri sono femminili, come la sintassi, la diagnosi, la diocesi ecc. 4. I nomi terminati in o sono maschili, come uomo, banco, cavallo ecc: vanno eccettuali mano, eco, spiconardo, che sono femminili. 5. I nomi terminati in u sono tutti femminili, come: virtù, tribù, schiavitù ecc. I nomi degli alberi terminati in o ed in e sono di genere maschile, come pero, melo, ciliegio, noce, castagno; i frutti poi sono di genere femminile, come la pera, la mela, la ciliegia, la castagna ecc. Si eccettuano cinque nomi, che indicano albero e frutto e sono fico, pomo, dattero, limone, cedro, che sono maschili. I nomi di città, terminati in a ed in e sono femminili, come Roma, Firenze, Atene ecc. Terminati con altra vocale sono d'ambi i generi, come Il bello Napoli, la bella Napoli, il grandioso Milano, la grandiosa Milano, il popoloso Parigi, la popolosa Parigi. I nomi dei regni, delle provincie e dei fiumi, terminati in a, sono femminili, come: la Spagna, l'Italia, la Toscana, la Dora, la Sesia (eccettuati Mella e Volga). Terminati con altra vocale sono maschili, come il Piemonte, il Tevere, il Perù. I nomi dei monti e dei laghi sono tutti maschili: il Monginevra, il Sangottardo, il Celano, il Fusaro. I numeri del nome sono due, singolare e plurale. Il nome si dice di numero singolare se indica una sola persona, o una sola cosa. Il nome si dice di numero plurale, se indica più persone, o più cose. Sulla formazione del plurale nei nomi bisogna notare: 1. I nomi maschili, terminati da qualunque vocale, fanno al plurale in i, come libro-i, poeta-i, padre-i. 2. I nomi terminati in co e go, alcuni escono al plurale in ci e gi, come amico-ci, filologo-gi; altri in chi e ghi, come fico-chi, castigo-ghi. Però apologo, equivoco, mendico, ed altri formano il plurale in chi, o ci; onde apologo-ghi-gi, equivoco-chi-ci ecc. 3. I nomi terminati in cia e gia formanti dittongo, escono in ce e ge al plurale, come: greggia-ge, ciancia-ce, (salvo il caso, in che la parola cangi significato, come ferocia-cie). Se poi le due vocali non costituiscono dittongo, al plurale escono in cie gie, come: farmacia-cie bugia-gie. 4. Quelli terminati in ca e ga, se maschili mutano in chi e ghi, come duca-chi, collega-ghi. Se femminili fanno in che e ghe, come formica-che, piaga-ghe. 5. I nomi, che non cambiano la desinenza al plurale sono: i nomi accentati, come la carità, le carità, la virtù, le virtù; i nomi monosillabi, come: il re, i re, la grù, le grù, il dì, i dì); i nomi terminati in i ed in ie, come: la diocesi, le diocesi, la barbarie, le barbarie, la requie, le requie. Però il nome moglie fa al plurale mogli. ARTICOLO L'articolo è una parola, che si mette innanzi al nome od innanzi le parole che ne fanno le veci, per determinarle. Gli articoli possono essere determinativi ed indeterminativi. Gli articoli determinativi sono quelli che determinano il nome, e sono Il, Lo, La al singolare, I, Gli, Le al plurale. Gli articoli indeterminativi sono quelli che non determinano il nome, e sono Un, Uno, Una, i quali non hanno il plurale. Il si premette ai nomi maschili, comincianti per consonante che non sia s impura, come il padre, i banchi. L'articolo Lo si premette ai nomi maschili comincianti per vocale, o per s impura (s seguita da altra consonante), come lo amico, lo specchio, e nel plurale gli amici, gli specchi. Lo si tronca con apostrofo innanzi alle parole che cominciano per vocale come: l'onore, l'amore. Gli si tronca solamente innanzi alle parole che cominciano per i, come gl' ingegni, gl' Italiani. L'articolo La si premette ai nomi femminili, come la scuola, la madre, al plurale le scuole, le madri. La si tronca con apostofo innanzi alle parole che cominciano per vocale, come: l'anima, l'erba, l'onda, l'urna. Le si tronca solamente innanzi alle parole comincianti per e, come: l'esequie, l'erbe. L'articolo Un si premette ai nomi maschili comincianti per vocale, o per consonante, che non sia s impura, come un onore, un pane, un soldo, nè si apostrofa mai. L'articolo Uno, si premette ai nomi maschili comincianti per s impura, o per z, come: uno speltro, uno storpio, uno zoppo ecc. e non si apostrofa mai, L'articolo Una si premette ai nomi femminili comincianti per vocale (ed allora si tronca e si apostrofa), per consonante, o per s impura, come: un'ombra, una mano, una stanza ecc. AGGETTIVO L'Aggettivo è una parola, che serve a qualificare e determinare il nome. L'Aggettivo può essere qualificativo ed indicativo. Gli Aggettivi qualificativi sono quelli che esprimono la qualità delle persone e delle cose, come: ricco, savio, onesto, tenace ecc. Gli Aggettivi indicativi sono quelli che indicano di quali, o di quante persone, o cose si parli. Essi possono essere possessivi, se indicano possesso, come: mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro. Numerali, se indicano un numero determinato, come: uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, venti ecc. Ordinativi, se indicano un ordine numerico, come: primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo ecc. Universali, se indicano totalità, come: tutto, ogni, niuno, nessuno, veruno ecc. Indefiniti se indicano quantità non determinata, come: qualche, qualunque, certuno, taluno ecc. Dimostrativi se dimostrano, per ragion di luogo, la persona, o la cosa in diversa distanza. Tali sono: Questo, questa, questi, queste. Cotesto, cotesta, cotesti, coteste. Quello, quella, quelli, quelle. Questo indica persona, o cosa vicina a chi parla. Es. Questo fanciullo è studioso. Quest'abito mi sta bene. Cotesto indica persona, o cosa vicina a chi ascolta. Es. Cotesto amico è ingenuo. Cotesti libri sono istruttivi. Quello indica persona, o cosa lontana da chi parla e da chi ascolta. Es. Quel filosofo è scettico. Quel cavallo è brioso. Sono anche dimostrativi gli aggettivi stesso, medesimo, tale, quale. Gli Aggettivi, come i nomi, possono subire anche alterazione, mutando desinenza. Onde dall'aggettivo avaro si fa l'accrescitivo avarone, il peggiorativo avaraccio, il diminutivo avaretto. Da ignorante si ha ignorantone, ignorantaccio, ignorantello ecc. GRADI E CONCORDANZA DEGLI AGGETTIVI. Gli Aggettivi hanno tre gradi di significazione: positivo, comparativo e superlativo. Il positivo non esprime paragone, ma accenna la semplice qualità, come: buono, bello, savio, onesto. Il comparativo esprime un paragone, accrescendo, o diminuendo la significazione del positivo, come: più buono, meno bello, più savio, meno onesto. Il superlativo esprime un paragone in grado sovrano ed eccessivo, come: dottissimo, santissimo, ovvero il più dotto, il meno santo. Il comparativo può essere di maggioranza, di difetto e di eguaglianza. Il comparativo di maggioranza si forma aggiungendo al positivo l'avverbio più, come: più serio, più studioso. Il comparativo di difetto si forma premettendo al positivo l'avverbio meno, come: meno serio, meno studioso. Il comparativo di eguaglianza si forma aggiungendo ai due termini, che si vogliono paragonare, gli avverbi correlativi tanto, quanto; siccome, così; altrettanto, quanto; tale, quale. Esempio: Alfredo è così erudito, come modesto. Tale è malvagio il figlio, quale fu il padre. Attilio è altrettanto virtuoso, quanto garbato ecc. Il superlativo può essere assoluto e relativo. Il superlativo assoluto è quello terminato in issimo, issima, come: dottissimo-a, fortissimo-a. Il superlativo relativo è quello formato da un articolo determinativo, dall'avverbio più, o meno e dall'aggettivo positivo, come: il più dotto, la più sennata, il più forte, la meno ciarliera ecc. Ripetendo due aggettivi di grado positivo, equivale al superlativo, come: duro duro (durissimo), aspro aspro (asprissimo). Vi sono alcuni aggettivi, derivati dal latino, che hanno il comparativo ed il superlativo di voce propria, escludendo la pretermissione di articoli e di avverbi. Essi sono i seguenti: Buono positivo - migliore comparativo. Ottimo superlativo. Cattivo p. peggiore c. pessimo s. Grande p. maggiore c. massimo s. Piccolo p. minore c. minimo s. Alto p. superiore c. supremo s. Basso p. inferiore c. infimo s. Gli aggettivi terminati in o sono di genere maschile, ed hanno il plurale in i. Quelli terminati in a sono femminili ed hanno il plurale in e. Gli aggettivi terminati in e come prudente, forte, si adoperano per ambedue i generi. Pari e dispari sono di ambi i generi e numeri. L'Aggettivo deve concordare col suo nome in genere e numero. Es. aria tiepida, cielo sereno. Se i nomi sono due, o più, e di genere diverso, l'aggettivo si pone al maschile plurale. Cristo e la madre sua furono poveri. L'alba e il tramonto (del sole) sono soavi. Quando i nomi sono di cose inanimate, l'aggettivo può accordarsi col più vicino. Es. I tempii e le case furono incendiate. Gli aggettivi numerali ventuno, trentuno, quarantuno ecc. quando si pospongono al loro nome, lo vogliono al plurale. Anni ventuno, lire trentuna ecc. In opposto, lo vogliono al singolare, dicendosi ventun anno, trentuna lira. L'Aggettivo mezzo resta invariato, benchè accenni metà di cosa femminile, come: un'ora e mezzo. Però è anche ben detto un'ora e mezza. Nel primo esempio mezzo è nome e significa metà; in questo secondo è aggettivo. PRONOME Il pronome è una parola, che fa le veci del nome. Abbiamo tre specie di pronomi, cioè pronomi di persona, pronomi di cosa e pronomi congiuntivi. I pronomi di persona sono quelli che fanno le veci di un nome di persona. Essi sono di persona prima, di persona seconda e di persona terza. I pronomi di persona prima sono quelli, che indicano la persona, che parla, e sono: Io, me, mi al singolare, Noi, ne, ci al plurale.I pronomi di persona seconda sono quelli, che indicano la persona a cui si parla, e sono: Tu, te, ti al singolare Voi, ve, vi al plurale. I pronomi di persona terza sono quelli, che indicano la persona di cui si parla, e sono: Egli, ello, eglino, elleno, sè, si, questi, codesti, quegli, Costui, costei, costoro, Cotestui, cotestei, cotestoro, Colui, colei, coloro, Lui, lei, loro, Altri, altrui, chicchesia, Ciascheduno, esso, desso ecc. Uso DEI PRONOMI. I pronomi Io e Tu si usano come soggetti della proposizione, e nei complementi si usano le voci me, mi, te, ti. I pronomi Noi e Voi si usano come soggetto e come complemento (Vedansi gli esempi negli esercizi di Grammatica Parte prima). I pronomi Egli, Ella, Eglino, Elleno si usano solo come soggetti, e nei complementi si adoperano lui, lei, loro. Il pronome Sè si usa sempre come complemento, mai come soggetto. Il pronome Questi vale quest'uomo, ed indica persona vicina a chi parla, come: Questi è mio intimo amico. Il pronome Cotesti vale cotest'uomo, ed indica persona vicina a chi ascolta, come: Chi è cotesti, che ti percuote? Il pronome Quegli vale quell'uomo, e dinota persona lontana da chi parla e da chi ascolta come: Chi è quegli là che si appressa? Questi, Cotesti, Quegli si usano esclusivamente come soggetti, e nei complementi vogliono le voci questo, cotesto, quello. Il pronome Costui vale quest'uomo. Nel femminile fa Costei; nel plurale Costoro. Il pronome Cotestui vale cotest'uomo. Il femminile è cotestei; il plurale cotestoro. Il pronome Colui vale quell'uomo. Nel femminile dicesi Colei; al plurale Coloro. Il pronome Altri significa altra persona, ed anche alcuno, uno, nessun altro. Si usa come soggetto, e talvolta anche come complemento. Esempio: altri trionfa, ed altri soccombe. Non fare ad altri quel che a te dispiace. Il pronome altrui si usa sempre come complemento; ma quando sta solo, ed ha significato di roba, avere, fa anche da soggetto, come: l'altrui piace a tutti. Altro, usato solo, vale altra cosa, come: Io penso altro. Il pronome Gli vale a lui, ed il pronome Le vale a lei. Il pronome mi, vale me, o a me; ti, vale te, o a te. Ci vale noi, o a noi; vi vale voi o a voi. Io, tu, noi, voi, mi, ti, si, ci, vi, ne sono di ambi i generi. I pronomi di cosa sono quelli, che fanno le veci di un nome di cosa: i principali sono: ciò, checchè, checchesia, tutto, niente, nulla. Ciò vale questa, cotesta, quella cosa. Checchè, checchesia valgono qualunque cosa. Tutto vale ogni cosa. Niente e nulla valgono nessuna cosa. I pronomi di persona e di cosa sono quelli, che possono fare le veci di un nome di persona e di un nome di cosa. I principali sono: questo, cotesto, quello, esso, lo stesso, il medesimo, altro, che, il, lo, ognuno, ciascuno, qualunque, nessuno, ne, ci, ve. (Vedansi gli Esempi negli Esercizi grammaticali). I pronomi congiuntivi sono quelli, che servono a congiungere le proposizioni tra loro. I principali sono: Che, Chi, Cui, il quale, la quale, i quali, le quali, onde. Il pronome che, vale il quale, la quale, i quali, le quali; è di ambi i generi e numeri. Riferendosi a persona, si usa come soggetto e come oggetto. Riferendosi a cosa può fare qualunque altro ufficio nella proposizione. Il pronome chi vale colui il quale, colei la quale; è di ambi i generi, e si usa come soggetto e come complemento. Il Pronome cui vale quanto il pronome che, ed è di ambi i generi e numeri; ma si usa solamente nei complementi. Il monosillabo Che, può fare l'ufficio di pronome congiuntivo (Attilio, che studia, farà profitto); di pronome di cosa - il quid latino - (Che fai?) di aggettivo indicativo, innanzi ad un nome, e vale quale? (che uomo esemplare!); di congiunzione, riferendosi a verbo (lo so che ami la Patria). Chè accentato, vale perchè, affinchè (Lavora, chè quadagnerai). Ci, vi, si, se, onde fanno diversi uffici. Ci, oltre ad essere pronome di persona prima di ambi i generi, numero plurale, fa anche da avverbio di luogo e vale qui, quivi. Esempio: Sto in casa e ci trovo gusto. Vi, pronome di persona seconda, di ambi i generi, numero plurale, fa pure da avverbio di luogo, e vale ivi, colà, come: andrò a Roma e vi starò un mese. Si, senza accento, è pronome di persona terza essere particella riflessa, che rende il verbo di forma passiva (la virtù si loda); con l'accento è avverbio di affermazione; in ultimo può fare l'ufficio di soggetto indeterminato, come: Si dice, si crede che tu studii. Sè accentato è pronome di persona terza, che si usa nei complementi. Se, senza accento, è congiunzione dubitativa, o condizionale (Ignoro se potrò partire; Se avessi libri, leggerei). Onde può fare da pronome congiuntivo, e vale di cui, da cui, percui, come: I marmi onde son fatti i monumenti; Gli occhi onde vediamo i colori ecc. Onde talvolta è congiunzione, e vale per la qual cosa come: Io fuggii; onde i cani m'inseguirono; donde vale da cui. Il pronome deve concordare col nome, a cui si riferisce, in genere e numero. CAPO SECONDO DEL VERBO Verbo è una parola, che esprime l'esistenza, lo stato, l'azione, e la passione del soggetto. Il verbo si distingue in semplice ed attributivo. Semplice è il solo verbo Essere. Attributivo dicesi il verbo, che contiene in sè il verbo essere ed un attributo. Il verbo attributivo può essere transitivo ed intransitivo. Il verbo dicesi transitivo se ha, o può avere dopo di sè un complemento oggetto (accusativo dei latini). Il verbo dicesi intransitivo se dopo di sè non può avere un complemento oggetto, ma un altro complemento, come: Confido in Dio, cesso dallo studio, vado a Roma. Il verbo transitivo può essere attivo, passivo e neutro. Il verbo dicesi di forma attiva quando con esso si afferma che il soggetto fa l'azione, come: Il fabbro batte il ferro. Il verbo dicesi di forma passiva quando con esso si afferma che il soggetto patisce, o riceve l'azione, come: Il ferro è battuto dal fabbro. Il verbo dicesi neutro quando esprime uno stato di inerzia, ovvero un'azione che non passa al di fuori, ma resta nel medesimo soggetto, come: io seggo e dormo, tu cammini, quegli passeggia. Bisogna notare che taluni verbi neutri in certi casi possono reggere un attributo ed un complemento oggetto, come: Il virtuoso dorme i suoi sonni tranquilli. Il savio vive una vita onorata. Io nacqui povero ecc. Il verbo attivo può farsi passivo in tre modi. 1° Cangiando il participio passato colle voci dell'ausiliario essere in tutti i tempi. 2° Cangiando lo stesso participio con le veci semplici del verbo venire. 3° Con la particella si nelle terze persone dei tempi semplici. Sicchè una proposizione attiva si trasforma in passiva, mutando l'oggetto in soggetto, ed il soggetto in complemento di agente, come: Il Maestro educa l'alunno (attiva). L'alunno è, o viene educato dal Maestro (passiva). Gli accidenti del verbo sono cinque: modo, tempo, numero, persona e coniugazione. I modi sono cinque: Indicativo, Imperativo, Soggiuntivo, Condizionale ed Infinito. L'Indicativo afferma determinatamente. L'Imperativo esprime comando, preghiera, esortazione ed invito. Il soggiuntivo afferma in modo incerto, dipendente da altro verbo. Il Condizionale afferma in modo dipendente da una condizione, (Se avessi libri, leggerei). Epperò vuol essere preceduto sempre dall'imperfetto del Soggiuntivo e dalla Congiunzione Se per sussistere in una proposizione. L'Infinito esprime un'azione assai vaga ed indeterminata. Sull'Imperativo bisogna osservare che manca della prima persona al singolare, perchè nessuno può comandare a sè stesso. Che nella seconda persona del singolare, quando è preceduto dall'avverbio negativo non, nè, si adopera la voce dell'infinito, come: Non dormire, nè perdere il tempo. I tempi principali del verbo sono tre: presente, passato e futuro; ma il passato poi si suddivide in altri cinque passati, che sono: l'imperfetto, il passato prossimo, il passato rimoto, il trapassato prossimo ed il trapassato rimoto. Il valore di tali tempi è il seguente: Il presente afferma azione, che avviene nel momento in cui si parla (Alberto spezza il bastone). L'imperfetto afferma azione che avveniva nel tempo stesso di un'altra. (Quando era fanciullo, io scherzava coi monelli). Il passato prossimo afferma azione avvenuta in un tempo non interamente trascorso. (In questo mese ho speso molto danaro). Il passato rimoto afferma azione avvenuta in tempo interamente trascorso (Ieri, o l'anno scorso, spesi poco danaro). Il trapassato prossimo e rimoto affermano azione compiuta innanzi ad un'altra pure compiuta in un tempo interamente trascorso (Io aveva, o ebbi studiato, quando uscii di casa). Il futuro semplice afferma azione ancora da avvenire e da compiersi (Domani partirò). Il futuro anteriore afferma azione che avverrà innanzi ad un'altra ancora da avvenire (Quando avrò studiato, uscirò). I numeri del verbo sono due, singolare e plurale. Le persone sono tre, prima, seconda e terza. Il verbo dicesi di persona prima se ha per soggetto i pronomi Io, o Noi. Il verbo dicesi di persona seconda se ha per soggetto i pronomi Tu, o Voi. Il verbo dicesi di persona terza se ha per soggetto qualunque altra parola. Le coniugazioni dei verbi attributivi sono tre, e si conoscono dalla terminazione dell'infinito presente. La prima coniugazione tiene l'infinito presente terminato in are, come: amare, parlare. La seconda in ere, come: temere, credere. La terza in ire, come: partire, sentire. Coniugare un verbo vuol dire recitarne tutte le voci, variandone la desinenza secondo il modo, il tempo, il numero e la persona. Nel verbo bisogna considerare due cose, la radicale e la desinenza. La radicale è la parte, che precede la desinenza, come: am in amare, tem in temere, part in partire. La desinenza è il bisillabo are, ere, ire in cui termina il verbo al modo infinito. Riguardo alla coniugazione il verbo può essere regolare, irregolare, difettivo ed impersonale. Regolari si dicono quei verbi, che in tutte le loro voci conservano la propria radicale, e variano la desinenza secondo una regola fissa. Irregolari si dicono quei verbi, che in alcune loro voci non conservano la propria radicale, e variano anche la desinenza. Difettivi si dicono quei verbi che mancano di alcuni modi, di alcuni tempi e di alcune persone; tali sono licere, solere, arrogere, urgere, redire ecc. Impersonali si dicono quei verbi, che si usano solamente nella terza persona del singolare, come balenare, lampeggiare, tuonare, piovere, grandinare, nevicare. Riflessi si dicono quei verbi, che affermano un'azione che si ripiega sullo stesso soggetto che lo fa, e si coniugano colle particelle mi, ti, si al singolare; ci, vi, si al plurale; tali sono vestirsi, affliggersi, spogliariasi, ecc. Si dicono ausiliari quei verbi, che servono di aiuto nella coniugazione degli altri verbi, e sono due: Essere ed Avere. Il verbo Essere è anche irregolare, ed ha una coniugazione sua propria. I tempi del verbo si distinguono in semplici e composti. I tempi semplici sono quelli espressi da una sola voce del verbo. I tempi composti sono quelli espressi da due voci, cioè dalla voce del verbo ausiliario, e dal participio passato del verbo, che si vuol coniugare. Il verbo deve concordare col soggetto in persona ed in numero. Se vi sono più soggetti, il verbo si mette al plurale, come: l'aquila e lo sparviero sono carnivori. Se i soggetti sono di persona diversa, il verbo si mette al plurale e concorda con la persona più nobile, notando che la persona prima è più nobile della seconda e della terza, e la seconda è più nobile della persona terza. Esempio: Io, tu ed Alfredo amiamo la musica. Tu e Paolino studiate con interesse. Se il soggetto è un nome collettivo seguito da un complemento di specificazione plurale, il verbo si può mettere in plurale, come: La tribù degli Israeliti evasero dall'Egitto (o anche evase). Il participio passato, unito al verbo essere, concorda genere e numero col soggetto, come: l'Italia fu redenta da Vittorio Emmanuele II. Quando va unito al verbo avere, se il verbo è intransitivo, resta maschile invariato, come: Matilde, come ebbe dormito, migliorò in salute. Se il verbo è transitivo, il participio, o resta invariato o concorda con l'oggetto in genere e numero, come: Io ho sempre amato, o amati, i divertimenti leciti. ***Seguono le coniugazioni dei verbi essere e avere, dei verbi attributivi regolati, del verbo passivo, dei verbi riflessi (vestirsi-spogliarsi-ricordarsi), dei verbi irregolari di 1a coniugazione, le prime persone dei verbi irregolari di 2a e 3a coniugazione. Non si ritiene necessario inserirle. CAPO TERZO - PARTI INVARIABILI DEL DISCORSO. PREPOSIZIONE La preposizione è una parola invariabile, che segna relazione tra le parti del discorso. Essa è l'anello di congiunzione che determina e specifica la natura dei diversi complementi. La preposizione può essere semplice, composta ed articolata. É semplice se consta di una sola parola, come: di, a, da, in, per, con, su, sopra, sotto, avanti, dietro, oltre, tra, fra, eccetto, lungo, secondo, tranne, salvo, senza, verso, introno, circa, infra, giusta ecc. è composta se consta di più parole, disgiunte, o riunite insieme, come: dappiè, dirimpetto, a fine di, senza di, verso di, contro di, accanto, allato, appresso, infuori, sino a, di contro, a fronte, per mezzo, da lungi, per entro, di sotto, di sopra, addosso, attorno, di nascosto ecc. È articolata se è unita ad un articolo determinativo, formando con esso una sola parola come: *segue specchietto delle combinazioni (di da a con in per su e il lo la i gli le), che non si ritiene necessario inserire. Avvertenza La preposizione di indica relazione di specificazione (libri di scuola), possesso (casa di Pietro), materia di che è fatto un oggetto (bastone di ferro). La preposizione a indica relazione di termine, di moto a luogo, o stato, come: Mi offrii a Paolo, Vado alla stazione, Resterò a Napoli. La preposizione da dinota relazione di origine, di agente e di allontanamento, come: Attilio nacque da nobili genitori, Roma fu occupata dal re Vittorio Emanuele, Ieri partii da Firenze. La preposizione in indica relazione di luogo e di tempo, come: L'Etna si trova in Sicilia, Visitai il Panteon in mezz'ora. La preposizione per indica relazione di cagione, di mezzo, di fine e di luogo, come: Per me fu premiato Silvio, Dio si manifesta per le sue opere, Tu lavori per guadagnare, Il vagabondo va errando per il paese. La preposizione con indica relazione di compagnia, di strumento, di mezzo, come: Passeggio con mia sorella, leggo con gli occhiali, ti fo cenno con la mano. La preposizione senza indica relazione di mancanza, o di privazione, come: Studio senza interesse. La preposizione su indica relazione di luogo superiore, come: I piroscafi sul mare. La preposizione sotto indica relazione di luogo inferiore, come: Riposo sotto coperta ecc. Nota - accanto, innanzi, fuori, dietro, prima, dopo, vicino, intorno, lontano, dentro ecc. fanno da preposizioni e da avverbi. Sono preposizioni quando precedono un nome, o un pronome. Sono avverbi quando stanno da sè, o si riferiscono ad un verbo. AVVERBIO. L'avverbio è una parola invariabile, che serve a modificare il verbo, l'aggettivo, od un altro avverbio, come: Adolfo parla bene; Consalvo invece assai bene, perchè è molto propenso al parlare terso. L'avverbio può essere semplice e composto. É semplice se è di una sola parola, come: assai, troppo, molto ecc. É composto se consta di più parole, disgiunte, o riunite, come: giammai, non mica, nè meno ecc. In quanto al significato l'Avverbio può essere: di affermazione, come: Sì, volentieri, certo, certamente, veramente, davvero, per certo, di certo, per verità, invero, infatti, per l'appunto, per fermo, senza dubbio, senza fallo ecc..

Parascandolo Michele

Grammatica elementare per le classi superiori Potenza, Tipografia editrice Garramone e Marchesiello 1891

Estratto dell’opera. Il testo comprende complessivamente 91 pagine dunque, essendo estremamente esteso, si sceglie di riportare integralmente l’indice e le sezioni “Preliminari” e “Delle figure grammaticali”. DUE PAROLE AI MIEI CARI COLLEGHI L'amicizia di alcuni bravi insegnanti delle scuole municipali di Potenza mi ha fatto compilare, e mi fa, non senza una certa titubanza, pubblicare queste nozioni di grammatica per le classi elementari. Sono tratte da' miei Studi pratici di grammatica italiana, che furono giudicati come un manuale del maestro, e introdotti in varie scuole, specialmente normali. Di buone grammatiche ce n'è; ma che volete? ciascuno ha un suo modo di pensare e d'insegnare. Se avrò fatto male, il libretto sarà ben presto messo da parte; se bene, tanto meglio. Ben inteso, che l'insegnante toglierà o aggiungerà, secondo che sia richiesto dalla classe e dallo stato intellettuale della sua scolaresca. Potenza, agosto 1891. PARASCANDOLO MICHELE. ANCORA PER UNA GRAMMATICA La sana pedagogia prescrive che nelle classi elementari inferiori l'insegnamento della grammatica sia anzitutto insegnamento di lingua, e riserba alle classi superiori lo studio delle principali regole grammaticali. Va da sè, però, che anche in queste classi tale studio deve essere condotto secondo la nota legge «dall'esempio alla regola»; eppure aprite la immensa colluvie delle grammatiche da cui siamo inondati, quante di esse son fatte con questo criterio, che è il criterio della logica e della scienza? Io ne conosco poche, francamente, e, fra queste poche, non debbo tacere questa che il Prof. PARASCANDOLO MICHELE presenta ora alle stampe. Non ci è regola che non sia dedotta dall'esempio, anzi dagli esempi, perchè l'autore ne ha messi molti, opportunamente scelti. Non è quindi, questo, l'arido libro delle definizioni, come qualcuno potrebbe aspettarsi, sì bene il libro che, direi quasi, si fa sotto gli occhi dell’alunno. Se questo mio giudizio sia esatto o no, lo lascio giudicare ai maestri; io voglio far loro notare un' altra cosa, cioè che questo libriccino ha il gran merito di continuare gli esercizi di lingua delle classi inferiori. L'autore p. es. vi ha messo, quando ne era il caso, delle parole che con diversi accenti hanno diversi significati, che con la stessa terminazione esprimono cose diverse e via dicendo: tutti esercizi che, mentre giovano alla ginnastica della mente, formano un patrimonio linguistico preziosissimo. Insomma il lavoro, riuscito in ogni sua parte, dimostra ancora una volta la conoscenza profonda che il Parascandolo ha della scuola e dei bambini. E non poteva essere diversamente per chi dirige con tanto amore e coscienza la R. Scuola Normale Superiore di Potenza. GI' Insegnanti, adottando questo libretto nelle loro scuole, possono essere sicuri di fare opera buona nello interesse dei loro alunni. Potenza, 16 Settembre 1891. IL R. ISPETTORE SCOLASTICO Palazzi Giuseppe. PRELIMINARI 1. Per lingua italiana s' intende la serie dei vocaboli che il popolo italiano usa nel medesimo senso, e nel modo medesimo costruisce, per significare i propri pensieri. 2. Il libro dove in ordine alfabetico son registrati i vocaboli d'una lingua, con la dichiarazione e gli esempi, dicesi Vocabolario. 3. La lingua si apprende coll'esercizio del parlare, coll'esercizio del comporre, con la lettura e lo studio de' buoni scrittori. Questi esercizi, però, questa lettura e questo studio vanno accompagnati da principii, regole ed osservazioni di Grammatica. La Grammatica ci dà le leggi fondamentali della lingua, c'insegna l'arte d'usar correttamente le parole. 4. Le parole vogliono essere correttamente pronunziate, correttamente scritte: e però vi sono regole di ortofonia e regole di ortografia. 5. Pronunziate o scritte, le parole sono segni sensibili delle idee che abbiamo nella mente; e si possono ridurre a otto classi, che si dicono parti del discorso. 6. Di esse parti sono variabili per genere e numero il Nome, il Pronome, l'Aggettivo; per modo, tempo, numero e persona il Verbo; invariabili la Preposizione, la Congiunzione, la Interiezione e l'Avverbio. Il corretto uso di queste otto parti del discorso ce lo insegna la Etimologia. 7. Discorrendo, noi facciamo proposizioni e periodi, cioè manifestiamo un solo o più giudizi. Ora nelle proposizioni una parola concorda con l'altra, o una dipende dall'altra; nel periodo le proposizioni sono coordinate fra loro, o l'una è subordinata all'altra. Il corretto uso delle parole nella proposizione, e delle proposizioni nel periodo, ce lo insegna la Sintassi. 8. Quattro dunque sono le parti della Grammatica: Ortofonia (retta pronunzia), Ortografia (retta scrittura), Etimologia (origine e classificazione delle parole), Sintassi (unione delle parole). DELLE FIGURE GRAMATICALI. Si dicono figure grammaticali quei modi e costrutti che, scostandosi dalla sintassi regolare, bene spesso aggiungono al discorso vivacità, bellezza ed efficacia. Le principali sono: l'ellissi (mancanza), il pleonasmo (superfluità), la enallage (permutazione), l’iperbato (trasposizione), sillessi (discordanza), anacoluto (sconnessione). 2. Ellissi. La più comune e la più necessaria delle figure grammaticali è l' ellissi, per cui si tace una parte del discorso: «Da uomo a bestia non è (differenza) che ragione e parola. - Gli occhi di Dio sono (intenti) a provvedere quelli che il temono. - Lo spogliò e (quel) ch'è peggio l'uccise. - Aria aperta, (e) aria sana. - Ti lascerò (per) pegno questo tabarro. - A lei che (tanto) generosa è quanto bella. - Questa novella voglio (che) ve ne renda ammaestrato». Talvolta si tace una parola che repplicar si dovrebber ed allora l'ellissi prende nome di Zeugma (connessione): «Non curò la sua (vita) per salvare la vita del prossimo. - Vi fu prima che l'amico (vi fosse). -Con catene al collo, (alle) braccia e (alle) gambe ». Talvolta fra un periodo e l'altro manca la congiunzione, perchè facile a sottintersi: «A metterti piacere nell' animo ti dirò prima di tutto che sono proprio sano e fresco come un pesce. (Perchè) Il lavoro, la continua ginnastica delle braccia e delle gambe fa divenir più robusti. (E però) Se il cielo continua a darmi salute, contento di questa vita, io certo non mi pentirò di avere scelta la carriera del mare ». Talvolta finalmente si lascia sottintendere tutta una una frase: «Se tu sapessi il piacere che si prova a far del bene!.... (lo faresti anche tu) ». 3. Pleonasmo. Il pleonasmo si fa talvolta per ripetizione: «Grandi forze ci vogliono, le quali forse io confesso che non le ho»; e talvolta per aggiungimento o ripieno: «Non vi trovai anima viva. È questo qua il mio figliuolo. Guarda che tu non faccia motto». 4. Enallage. Si ha l' enallage: quando una parte qualsiasi del discorso è adoperala in forza di nome: «Lo scarso spendere. Nè il sè nè il no nel capo mi suona intero. Il come ed il perchè, tutto gli narrai»; quando si mette un tempo per un altro, un modo per un altro, una persona per un' altra: «Io andava per grande bisogno, e il re fu giunto e disse. Maraviglia è come gli occhi mi sono rimasi in capo. - Quando siamo stracchi si dorme tutto un sonno ». 5. Ipèrbato. L'iperbato è una trasposizione di parole che esce fuori dell'ordinario. I veri iperbati sono rari, più della poesia che della prosa: «Non hai tu spirto di pietade alcuno. E l'asta crolla smisurata ». Una maniera d' iperbato detto Tmesi (divisione) consiste nell' intramezzare le parti d' una parola composta: «Prima il mandorlo fiorisce che si veste di foglie. - Non vorrei anzi aver le gambe che averle così brutte ». 6. Sillessi. La sillessi è un'apparente sconcordanza fra alcune parti del discorso: «Essendo la gente avvezzi a veder tuttodì tali scene senza punto di maraviglia; vedendole poi dipinte da Raffaello, istordivano. Non gli fu dato fede ». 7. Anacoluto. L'anacoluto è una deviazione di sintassi che naturalmente e spontaneamente si fa nel meglio del periodo: «Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro. Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto ». L'anocoluto è giustificato in bocca al popolino, e quando risponda all'andamento naturale del pensiero. INDICE Preliminari p. 7 Del nome p. 9 Dell’aggettivo qualificativo p. 13 Dell’aggettivo indicativo p. 16 Del pronome p. 21 Del verbo p. 24 Della Preposizione p. 50 Dell’avverbio p. 52 Della congiunzione p. 54 Della interiezione p. 55 Della formazione delle parole p. 59 Della proposizione in se stessa p. 65 Della proposizione nel periodo p. 68 Del periodo p. 69 Della Sintassi p. 71 Della costruzione p. 74 Delle figure grammaticali p. 78 Della punteggiatura p. 80 Del leggere p. 84




Conte Eugenio

Ai figli del popolo nelle scuole rurali. Piccola geografia della BasilicataPotenza, Tipografia editrice Garramone e Marchesiello 1891

LA Basilicata O LUCANIA Questa è una delle più vaste e popolate Province d'Italia, situata a mezzodì nel fosso dello stivale. I. Limiti o confini. Tocca a Settentrione le due Puglie ( FoggiaBari), a Mezzodì la Calabria Citeriore ( Cosenza) ad Oriente la Terra d' Otranto ( Lecce) il mar Ionio, e propriamente il golfo di Taranto, ad Occidente il Tirreno (golfo di Policastro) Principato Citra ( Salerno) Principato Ultra ( Avellino). Le province limitrofe dunque sono: Foggia, Bari, Cosenza, Lecce, Salerno, Avellino, ed i due golfi di Taranto e di Policastro. II. Lunghezza, larghezza massima e superficie. La massima lunghezza dall'estremo lembo nord del territorio melfese e quello sud del lagonegrese è di Cm: 139; la massima larghezza dall' estremo ovest melfese all' estremo est materano è di Cm: 115. La superficie è di Cmq: 10675. III. Divisione amministrativa. Si divide in 4 Circondari, Potenza, Matera, Melfi e Lagonegro, in 45 Mandamenti e 124 Comuni. IV. Parte statistica. La popolazione assoluta è di circa 540000, abitanti e la relativa di 50 per Chilometro quadrato. Circondarii - Comuni - Mandamenti Potenza, 44, 16 Lagonegro, 33, 12 Matera, 22, 8 Melfi, 19, 9 V. Popolazione dei Circondari. Potenza, abitanti 193781 Lagonegro, abitanti 123558 Matera, abitanti 111389 Melfi, abitanti 110369 VI. Estensione comparata. Il più esteso Circondario è Matera, quindi Potenza e Lagonegro, in ultimo Melfi. VII. Coste. La linea delle coste al confine Ionio supera i 37 Cm, al Tirreno è di Cm: 18 e mezzo. VIII. Orografia. Le montagne appartengono alla catena interna Appennina che a mezzodì di Melfi si bipartisce, dirigendosi l'una per le Calabrie al capo Rizzuto, l'altra per le Murge di Gravina e di Altamura al capo Otranto o Leuca. Le più memorabili eminenze sono: Alpe, alto m: 1891, Raparo m: 1763, in quel di Lagonegro; Vulturino e Vulture presso Melfi, m. 1530 presso Marsico Nuovo metri 1530. IX. Idrografia. Il massimo declivio della Provincia è verso il mar Ionio, dove si perdono i 5 principali suoi fiumi. 1. Il Bradano che sorge dai monti Cerasole e Caruso, ma la più importante sorgente viene da Lago Pesole all'altezza di circa m. 800 sul livello del mare, ha un corso di circa Cm. 126. Trae origine nel Melfese, tocca un lembo Nord Potentino e continua nel Materano. Riceve a sinistra il torrente Fiumarella, il Percopio, il Basentello, il Gravina, ingrossato dal Pentecchia, che sorgono nella provincia di Bari, e la Gravina di Matera; a destra la fiumara di Tolve, dove entra il torrente Alvo, ed il Bilioso che scorre presso Grassano. Lascia a sinistra Acerenza, Genzano, Montepeloso, Matera, Montescaglioso; a destra Palmira, Tolve, Grassano, Grottole, Miglionico, Pomarico. 2. Il Basento, che sorge dai monti presso Tito e Pignola ad un' altezza di m: 750 ha un corso di Cm: 130, ed attraversando i Circondari di Potenza e Matera, li divide quasi per metà. Riceve a sinistra il Latiera al di sopra di Vaglio; a destra il Camastro, animato da parecchi torrenti, tra cui il Piesco e la fiumara di Anzi, e confluisce al di là di Trivigno, rimpetto Albano. Lascia a sinistra Potenza, Vaglio, Albano, Campomaggiore, Tricarico, Grassano, Grottole, Miglionico, Pomarico, Bernalda; a destra Brindisi Montagna, Trivigno, Calciano. 3. La Salandrella, o Cavone, sorge dai monti ad Ovest di Accettura, ad un'altezza di m: 800 circa, ed ha un corso di Cm: 90 lungo il Materano. Riceve a sinistra il Gruso che nasce sopra Salandra ed a destra il Misegno. Lascia a sinistra Oliveto lucano, Garaguso, Salandra, Pisticci, S. Basilio; a destra Accettura, San Mauro Forte, Craco, Andriace. 4. L'Agri trae origine dal monte Lama sopra Marsico Nuovo ad un'altezza di m: 850, corre per Cm: 112 prima nel Potentino, poi tra questo ed il Lagonegrese, e va a finire nel Materano dall' Est di Aliano in poi. Riceve a sinistra il Sauro, animato da molti torrenti, che confluisce ad Est di Aliano; a destra lo Sciauro presso Saponara, il Maglio, che scorre presso Sarconi, il Raccanello e la Trigella ad Est. di S. Martino. Lascia a sinistra Marsicovetere, Viggiano, Montemurro, Armento, Gallicchio, Missanello, Aliano, Montalbano Ionico, Scanzano; a destra Marsico Nuovo, Paterno, Tramutola, Saponara - oggi Grumento Nova, Spinoso, San Martino d'Agri, Sant'Arcangelo, Tursi, Policoro. 5. Il Sinno trae origine dai monti Sirino ad un'elevazione di m: 1380, ed ha un corso di Cm: 94 attraverso il Lagonegrese. Riceve a sinistra il Cogliandrino ed il Serapotano, che confluisce presso Senise; a destra il Peschiera, animato dal Frido; il Trebbio ed il Sermento, che confluisce sopra Valsinni di fronte a Colobraro. Lascia a sinistra Latronico, Episcopia, Fardella, Chiaromonte, Senise, Colobraro; a destra Francavilla sul Sinni, Noepoli, Valsinni, Rotondella. Torrenti di poca importanza al di là del Sinno sono il Pantanello, o Ruvero, che comincia sopra Rotondella, il Rucolo, o Canale delle Fontane, ed il S. Nicola, presso il confine della Calabria. 6. Al Tirreno un fiume di poca importanza, detto Noce ed anche Fosso grande, che sorge dai monti Sirino, ha un corso di Cm: 45, e presso al mare segna il confine tra la provincia di Cosenza ed il Lagonegrese. Lascia a sinistra Lagonegro, Rivello, Nemoli, Lauria. A destra Trecchina, più in là Maratea. Il declivio del Melfese quasi in tutto tende al bacino Adriatico, una piccola parte al Tirreno, per cui le sue acque vanno ad ingrossare l'Ofanto ed il Sele. A destra dell' Ofanto si gettano la Fiumara di Atella, il Rendina, ingrossato dal Matinello, il Lampeggiano ed il Lacone. Alla sinistra del Sele confluiscono il Calore, che sorge dai monti Sirino, ed il Landro, che alla sua volta riceve il Platano, derivato dai monti presso Brienza. X. Aspetto della Provincia. Il territorio della Provincia è vario, pittoresco in moltissimi luoghi, frastagliato da valli, colli e monti, salvo, presso il Ionio, dove il suolo è piano ed uniforme. Vi sono folti boschi ed estesissimi pascoli che servono di nutrimento a numerosi armenti. I colli e le valli si prestano alla coltura di viti, olivi, fichi ed altre piante fruttifere. I piani sono feraci di cereali ed alimentano anche gli agrumi, come in quel di Montalbano e di Tursi. XI. Clima. Il clima è temperato e salubre, incostante in qualche luogo, e nelle pianure irrigate alle rive dei fiumi v' ha pure la mal'aria. XII. Prodotti. Nel regno vegetale produce cereali, civaie o legumi, vino, olio, castagne, ghiande, agrumi, frutta squisite e di ogni specie, canapa, lino, cotone, legnami da costruzione. Nel regno minerale sono pregiati i marmi di Latronico e molte sono pure le miniere di gesso e le cave di pietra di ogni specie. XIII. Industria e commercio. Stante la pronunziata emigrazione, questi due elementi di ricchezza vanno trascurati; tuttavia vi abbondano greggi di pecore e di capre, mandrie di vacche, torme di maiali. Si allevano pure cavalli, muli, asini. Il commercio non progredisce dove manca la viabilità ma si esportano cereali, vini, olii, frutta, latticini. XIV. Cenni storici. I Lucani, colonie sannitiche, abitarono questa Provincia, detta prima Lucania, la quale, pare, avesse preso il nome di Basilicata prima del X secolo. Molte cospicue e deliziose città vantava la Lucania, fra cui Metaponto, presso la foce del Basento, ove Pitagora passò gli ultimi anni di sua vita, Eraclea, tra l'Agri ed il Sinno, nelle cui vicinanze avvenne la famosa battaglia tra i Romani e Pirro e Venusio, oggi Venosa, patria del celebre poeta Quinto Orazio Flacco.




Siervo Michele Direttore didattico delle scuole diLagonegro

Geografia per le classi elementari Lagonegro, Tipografia Del Sirino 1893

1- Famiglia, Comune, Mandamento, Circondario, Provincia. La madre, i figli sotto la podestà del padre formano la famiglia. Un territorio in cui convive un determinato numero di famiglie con a capo il Sindaco, chiamasi Comune. Il sindaco assistito dai Consiglieri, eletti dai cittadini, regge il comune e ne tutela gl' interessi. La riunione di più comuni limitrofi, i quali dipendono da un Pretore amministrante la giustizia, dicesi Mandamento. Il pretore risiede in uno di questi comuni, il quale si chiama capoluogo di mandamento. La riunione di mandamenti dipendenti da un Sotto-Prefetto, che ne dirige l'andamento, dicesi Circondario. Il Sotto-Prefetto risiede in uno di questi mandamenti, che dicesi capoluogo di circondario, nel quale è un Tribunale, che discute le liti d'importanza civile e penale, ed un Ispettore scolastico, che è destinato ad ispezionare le scuole elementari del circondario. La riunione di più circondari dipendenti da un Prefetto, che rappresenta il Governo, assistito da un Consiglio e da una Deputazione provinciali, dicesi Provincia. Quel circondario ove risiedono il Prefetto, i Tribunali, le Corti d'Assise (cui si ricorre per le cause penali) e le Corti d'Appello, dicesi capoluogo di provincia. 8259 comuni, 1800 mandamenti, 284 circondari, 69 provincie uniti in società formano uno Stato, che chiamasi Italia. Lo Stato d'Italia avendo per capo supremo il Re, dicesi Regno d' Italia. La città ove risiede il re ed i più alti uffici chiamasi capitale del regno. Roma è la capitale del regno d' Italia. 2 - Monte, Collina, Catena di monti, Versante, Spartiacqua, Vulcano, Valle, Pianura, Deserto, Torrente, Fiume, Lago, Palude, Mare, Continente, Coste, Golfo, Isola, Gruppo ed Arcipelago, Penisola, Promontorio, Capo. Una grande elevazione di terra dicesi monte. Una piccola elevazione di terra dicesi colle o collina. Più monti uniti insieme formano una catena di monti. Più superficie d' inclinazioni contrarie, che hanno come spina un'elevazione di terra, diconsi versanti. L'elevazione di terra che forma i versanti, chiamasi spartiacqua o linea di displuvio. Un monte che getta fuoco pel cratere dicesi vulcano. Lo spazio interposto tra due o più monti chiamasi valle. Un tratto di terra non interrotto da monti, colline o burroni, dicesi pianura. Le pianure vastissime di sabbia senza alberi e senz' acqua sotto un sole ardente, diconsi deserti. Un corso d'acqua perenne dicesi fiume. Il punto ove il fiume nasce chiamasi sorgente. Il terreno su cui scorrono le acque di un torrente, di un fiume, chiamasi letto. I due lati del letto diconsi sponde. La sponda destra o sinistra di un fiume è quella che corrisponde al fianco destro o sinistro di chi volge le spalle là donde scorrono le acque. Il punto ove il fiume sbocca si chiama foce. Un fiume che va a metter foce in un altro fiume, in generale più grande, chiamasi influente o affluente, Il punto ove due fiumi s'incontrano, dicesi confluente. Una massa d'acqua dolce, circondata da ogni parte da terra, dicesi lago. Una massa d'acqua stagnante, melmosa e bassa, dicesi palude. Una gran massa d'acqua amara e salsa, dicesi mare o oceano. Cinque sono gli Oceani: Oceano Pacifico, Oceano Atlantico, Oceano Indiano, Oceano Artico, Oceano Antartico. Una grande estensione di terra, nell'interno della quale non arriva l'influenza del mare, dicesi continente. Cinque sono i principali continenti: l'Europa, l'Asia, l'Africa, che formano il mondo antico, quello cioè conosciuto dagli antichi; l'America, mondo nuovo scoperto da Colombo Cristoforo il 1492; l'Australia, continente nuovissimo, l'ultimo ad essere scoperto. I contorni delle terre bagnate dal mare diconsi coste o lidi. Quel tratto di mare che s'inoltra nelle coste, dicesi golfo. Un tratto di terra circondato da tutte le parti da acqua, dicesi isola. Più isole vicine formano il gruppo d'isole; più gruppi vicini l'arcipelago. Un tratto di terra circondato da ogni parte da acque, tranne da una per cui è unito al continente, dicesi penisola. Quel tratto di terra che unisce la penisola al continente, dicesi istmo. La penisola si dice aperta se l'istmo è molto largo, chiusa se l'istmo è una linguetta di terra. Quel tratto di mare fra due terre che mette in comunicazione due mari, chiamasi canale; un breve canale dicesi stretto. Un tratto di terra montuosa sporgente in mare chiamasi promontorio. Una piccola sporgenza di terra nel mare, dicesi capo. La fotografia, il ritratto di una parte considerevole della terra, chiamasi carta geografica. In ogni carta geografica il lato superiore chiamasi nord o settentrione; il lato inferiore, sud o mezzogiorno; il lato a destra di chi guarda, est o levante; il lato a sinistra, ovest o ponente. 3 - L' Italia L' Italia è una penisola aperta a forma di uno stivale. Essa è bagnata dal mar Tirreno, dal mar Ionio, dal mar Adriatico e separata dal continente Europeo da monti altissimi, detti Alpi. L' Italia comprende: Tre grandi Isole : la Sicilia, a forma di un triangolo, la Sardegna, a forma di un rettangolo, la Corsica di forma ovale. Tre Arcipelaghi : il Toscano, fra cui l'isola d'Elba, il Pontino, il Partenopeo. Cinque Gruppi d'isole : Il gruppo delle Lipari, delle Egadi, di Malta, presso la Sicilia; delle Tremiti, di Venezia, nell'Adriatico. La superficie d' Italia è di circa 300 mila chilometri quadrati. La maggior lunghezza è di 1240 chilometri. La maggior larghezza è di 418 chilometri, la minima di 30. L' Italia si divide in settentrionale, centrale, meridionale, insulare. Penisole - Le penisole principali italiane, sono: Quella dell'Istria, del Gargano, nell'Adriatico; la Pugliese, fra l'Adriatico e l'Ionio; la Calabrese, fra l'Ionio e il Tirreno. Golfi - Il mar Tirreno che bagna le coste occidentali d' Italia forma i golfi di Genova, La Spezia, Gaeta, Napoli, Salerno, Policastro, Sant'Eufemia. Il mare Ionio che ne bagna le coste del mezzogiorno, forma i golfi di Squillace e Taranto. Il mare Adriatico che ne bagna le coste orientali forma i golfi di Manfredonia, di Venezia, di Trieste, di Quarnero. Nella Sicilia è notevole il Golfo di Castellammare. Nella Sardegna quello di Porto Torres, di Oristano, di Cagliari. Nella Corsica quella di S. Fiorenzo, di Sagone, di Aiaccio. Stretti e canali - Divide la Corsica dalla Sardegna lo stretto di Bonifacio; l'Isola d' Elba dalla Corsica, il canale di Corsica; la Toscana dall'isola d' Elba, lo stretto di Piombino; la Calabria dalla Sicilia, lo stretto di Messina; la Sicilia da Malta, il canale di Malta. Il canale d' Otranto mette in comunicazione il mare Ionio con l'Adriatico. Capi e promontori - Sporgono nel Tirreno: Il capo delle Mele, il capo Noli, il promontorio di Portofino, il promontorio di Piombino, il capo Circello, il capo Miseno, la punta delle Campanelle. Nel mare Ionio: Il capo dell'Armi, il capo Spartivento, il capo S. Maria di Leuca. Nell'Adriatico: Il promontorio del Gargano, il capo Promontore. In Sicilia sporgono nel mare: il capo Faro, il capo Boeo, il capo Passero. In Sardegna il capo Carbonara, il capo Comino, il capo Testa. Nella Corsica il capo Corso. Vulcani - Tre sono i vulcani d' Italia: Il Vesuvio presso Napoli. L'Etna o Mongibello, ch'è il più grande, in Sicilia. Lo Stromboli, nel gruppo delle isole Lipari Eolie. Monti - I monti d' Italia son formati da due grandi catene: Alpina e l'Appenninica. L'ossatura della Sicilia e della Sardegna è la continuazione della catena appenninica. Le due catene si partono dal colle di Tenda, l'una verso il Nord, Alpi, l'altra verso il Sud, Appennini. Le Alpi che dal colle di Tenda vanno a Città di Fiume, formando quasi un semicerchio, si dividono in Alpi Occidentali che comprendono: Alpi Marittime (dal colle di Tenda al M. Viso.); Alpi Cozie (dal M. Viso al Moncenisio); Alpi Graie (dal Moncenisio al M. Bianco). Alpi Centrali, che comprendono: Alpi Pennine (dal M. Bianco al colle del Sempione); Alpi Lepontine (dal Sempione al S. Bernardino); Alpi Retiche (dal S. Bernardino al Reschen). Alpi Orientali, che comprendono: Alpi Tirolesi (dal colle di Reschen al Picco dei Tre signori); Alpi Carniche (dal picco dei Tre Signori al Monte Tricorno); Alpi Giulie (dal Tricorno a Città di Fiume). Le cime più alte delle Alpi sulle quali perennemente è neve, sono: Il m. Bianco, il m. Rosa, il m. Leone, il m. delle Disgrazie. Gli Appennini partono dal colle di Tenda, ed attraversano l' Italia pigliando il nome dalle terre per cui passano. Si stendono, adunque, col nome di: Appennino Ligure, Appennino Toscano, Appennino Umbro, Appennino Marchigiano, Appennino Abbruzzese, Appennino Napoletano, finchè presso le sorgenti del Bradano si biforcano. Un ramo va al capo di S. Maria di Leuca formando l'Appennino Pugliese, un altro va al capo dell'Armi formando l'Appennino Calabrese. L'Appennino Calabrese, dopo lo stretto di Messina, riappare in Sicilia formandone l'ossatura, che va a terminare ai capi Faro, Passero, Boeo. La catena principale dei monti della Sardegna dal capo Testa va al capo Carbonara. Le cime più alte degli Appennini sono: Il Gran Sasso d' Italia, il monte Maiella, il monte Sibilla. II Pizzo d'Antenna nella Sicilia, il monte Gennargentu nella Sardegna. Il monte d'Oro e Cinto sono i più alti della Corsica. Laghi - I Laghi principali d' Italia, sono: Il Lago Maggiore, il Lago di Como, il Lago di Garda nell' Italia Superiore. Il Trasimeno, il lago di Bracciano e quello di Bolsena nell' Italia centrale. Il lago di Lesina e di Varano nell' Italia meridionale. Fiumi - I versanti principali dell' Italia continentale sono tre: Il versante del Tirreno, il versante del mare Ionio, il versante dell'Adriatico. Si versano nel Tirreno: La Magra, il Serchio, l'Arno, che nasce dal monte Falterona e bagna Firenze e Pisa; l'Ombrone, il Tevere, che nasce dal monte Coronaro e bagna Roma; il Garigliano, il Volturno, il Sele. Si versano nel mare Ionio: Il Bradano che nasce ove si biforca l'Appennino, il Basento che bagna Potenza, ed altri di minore importanza. Si versano nell'Adriatico l'Isonzo, il Tagliamento, la Piave, la Brenta, l'Adige, che bagna Trento e Verona; il Po, il più gran fiume d' Italia, che nasce dal Monviso, bagna Torino, si avvicina a Cremona, bagna Casalmaggiore, Ostiglia, e, giunto ad Adria, si dirama, e per più bocche mette foce nel mare. Il Po è ingrossato, durante il suo corso, da parecchi affluenti. Fra gli affluenti di destra sono da notarsi: Il Tanaro, la Trebbia, il Tarso e il Panaro. Fra quelli di sinistra sono notevoli: Il Pellice, la Sesia, il Ticino, l'Adda, l'Oglio, il Mincio. Mettono, foce anche nell' Adriatico, scendendo dagli Appennini: Il Montone, la Marecchia, il Metauro, il Tronto, la Pescara, l'Ofanto. I principali fiumi della Sicilia sono: La Giarretta, che è il più grande e sbocca nell'Ionio, l'Alcantara, il Rio Freddo e l'Oreto. Nella Sardegna son da notarsi: Il Tirso, il Mannu, il Flumendosa, la Liscia. Nella Corsica: Il Brunello, il Golo. Maremme e Paludi - Presso il fiume Arno sono: Le Maremme Toscane e le paludi Pontine. Alle foci del Po le paludi di Comacchio. Clima - Il clima è variato e per la massima parte salubre. Nella parte superiore d' Italia è rigido sui monti, temperato nelle pianure; nel mezzo l' Italia ha un clima dolcissimo; nelle parti meridionali e nelle isole è quasi caldo. 4 - Divisione Politica dell' Italia. Il regno d' Italia è monarchico costituzionale, la qual cosa vuol dire che il Re non può senza il consenso dei rappresentanti la nazione dettar leggi. I rappresentanti della nazione, Deputati, eletti dai cittadini e duranti in carica per cinque anni, ed i rappresentanti del Re, Senatori, eletti a vita dal Re stesso, formano il PARLAMENTO. I Ministri, scelti dal Re fra il Parlamento, governano i cittadini, e prendono il titolo dal ramo amministrativo, cui presiedono. I ministri in Italia sono nove. Il Re, il Parlamento ed i più alti uffici risiedono a Roma che è la CAPITALE d' Italia con 275.637 abitanti. La Religione d' Italia è la cattolica, ma si tollerano gli altri culti. Il regno d' Italia conta circa trenta milioni d'abitanti. Le quattro divisioni del regno d' Italia. (Settentrionale, Centrale, Meridionale, Insulare) si suddividono in 18 regioni che abbracciano più provincie: L' Italia settentrionale comprende sei regioni: Il Piemonte, che dà riso, seta, velluti, con quattro provincie: Alessandria, Cuneo, Novara, Torino. La Lombardia che dà formaggi e grani con otto provincie: Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Mantova, Milano, Pavia, Sondrio. Il Veneto che dà cristalli, mosaici, grani, con otto provincie: Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Verona, Venezia, Vicenza, Udine. La Romagna che dà canapa, formaggi, con quattro provincie: Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna. L' Emilia, che dà salumi e vini, con quattro provincie: Modena, Piacenza, Parma, Reggio. La Liguria, che dà olio, sapone, coralli, con due provincie: Genova e Porto Maurizio. L' Italia centrale comprende quattro regioni: La Toscana, che dà cappelli di paglia, lavori di marmo, ferro, con otto provincie: Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Siena. Il Lazio, che dà bestiame, formaggi, sale, con una sola provincia: Roma. Le Marche, che danno grano, formaggi, con quattro provincie: Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro, Urbino. L' Umbria, che dà grani, salumi, con una sola provincia: Perugia. L' Italia meridionale comprende sei regioni: Gli Abruzzi Abruzzo, che danno olio, vino, fruita, con tre provincie: Aquila, Chieti, Teramo. La Campania, che dà olio, grano, pistacchi, con cinque provincie: Avellino, Benevento, Caserta, Napoli, Salerno. Il Molise, che dà seta, pelli, con una sola provincia: Campobasso. Le Puglia, che danno armenti, pesce salato, grano, lino, con tre provincie: Bari, Foggia, Lecce. La Basilicata, che dà pelli, tessuti di lana, vini poderosi, con una sola provincia: Potenza. Le Calabria, che danno formaggio, vino, frutta, con tre provincie: Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria. L' Italia insulare che abbraccia due regioni: La Sicilia, da cui abbiamo pesce, zolfo, zafferano, regolizia, sale, con sette provincie: Caltanissetta, Catania, Girgenti [ora Agrigento], Messina, Palermo, Siracusa, Trapani. La Sardegna, da cui abbiamo tonno, sughero, tabacco, vini, con due provincie: Cagliari e Sassari. Italia soggetta agli stranieri Molta parte d' Italia è però ancora soggetta ad altri Stati. Uno stato Europeo, la Francia, possiede in Italia la Corsica, il Principato di Monaco e Nizza. L' Inghilterra, altro stato Europeo, possiede il gruppo di Malta. Lo Stato d'Austria possiede il Tirolo italiano, il Trentino, Trieste, l'Istria, la Gorizia. La Svizzera, stato limitrofo all' Italia, possiede il Canton Ticino ed una parte dei Grigioni. 5 - EUROPA L' Italia appartiene al continente Europeo. L'Europa è la più piccola, la più civile e, relativamente alla sua estensione, la più popolata delle cinque parti del mondo. L'influenza della sua civiltà, della sua politica, del suo commercio, della sua industria, della sua potenza, si estende su tutta la terra. Le lettere, le scienze hanno avuto ed hanno tuttora culla nell'Europa; come frutto dell'ingegno europeo sono state tutte le grandi invenzioni. L'Europa è bagnata da due Oceani, dall'Oceano Glaciale Artico col quale confina a Nord, dall'Oceano Atlantico col quale confina ad Ovest. A Sud è confinata dal Mediterraneo, ad Est confina con i monti Urali, i quali la separano dall'Asia. L'Europa si divide in settentrionale, centrale, meridionale. 6 - Corpi celesti, Globo terraqueo, Moto di rivoluzione e di rotazione, Stelle fisse, Sole e punti cardinali, Pianeti, Comete, Universo, Definizione della Geografia. Ogni corpo ch'io veggo brillare nella volta azzurrina, chiamasi corpo celeste. L'azzurro non è il colore del cielo, come volgarmente credesi, ma il colore dell'aria in gran massa. Corpo celeste è il Sole, la Luna e le Stelle. La Terra su cui noi abitiamo è anche essa un corpo celeste. La Terra è di forma rotonda come un'arancia, e siccome è per tre parti ricoperta da acque e per una parte asciutta, chiamasi globo terraqueo. Tutti i corpi celesti sono sospesi nello spazio e per la forza d'attrazione i più piccoli sono attratti dai maggiori e costretti a girare loro intorno. Il Sole, che è un milione e quattrocento mila volte più grande della terra, l'attrae e la costringe a girare intorno a sè. La Terra a sua volta costringe la Luna a girarle intorno, la quale è 49 volte più piccola della terra. La Terra oltre al giro intorno al Sole, moto di rivoluzione, che dà luogo alle quattro stagioni, ha un altro moto intorno a sè, moto di rotazione, che dà luogo al giorno e alla notte. I corpi celesti che hanno luce propria chiamansi stelle fisse. Il Sole è una stella fissa. Il punto ove vediamo la mattina sorgere il sole, chiamasi levante. Volgendo a levante il fianco destro, si avrà a sinistra il ponente, ossia il punto ove il sole tramonta. Davanti a noi si avrà il nord o settentrione, e finalmente alle spalle avremo il sud o mezzogiorno. I corpi celesti i quali ricevono luce e calore da un'altra stella, chiamansi stelle erranti o pianeti. La Terra, che di notte è oscura e di giorno è illuminata dal sole, è un pianeta. Un pianeta è pure la Luna, giacchè la fioca luce di che la notte essa illumina la terra, non è sua luce propria, ma è la luce del sole che a noi riflette. Le comete sono pianeti con lunga coda luminosa che irregolarmente girano intorno al sole. Tutti i corpi celesti sospesi nello spazio formano l'universo. Una scienza, la geografia, studia tutto ciò di cui abbiamo parlato. La Geografia ha per iscopo la descrizione della terra. INTERROGATORIO Capitolo 1. Quali persone formano la famiglia? Chi ne è il capo? Che dicesi comune? Come chiamasi il capo del comune? Che cosa è il mandamento? Dove risiede il Pretore? Ditemi che è il Circondario. Come chiamasi il capo? Nel capo luogo di Circondario vi sono altri uffici? Quali sono? Che cosa è la provincia? Chi n'è il capo e da chi è assistito? A qual regno appartiene la vostra provincia? Ditemi quanti comuni, quanti mandamenti, quanti circondari, quante provincie ha l' Italia. In tutta l' Italia quanti Sindaci vi sono, quanti Pretori, quanti Sotto Prefetti, quanti Prefetti? Che cosa è uno stato? Come chiamasi il capo del regno? Qual'è la capitale d' Italia? Perchè Roma dicesi città capitale? Capitolo 2. Cha cosa è monte? Che dicesi colle o collina? Che cosa sono le catene di monti? Che cosa diconsi versanti? Che chiamasi valle? Che dicesi pianura? Quali diconsi deserti? Che è torrente? fiume? sorgente? letto? sponda? Come fate a conoscere la sponda destra o sinistra di un fiume? Che è foce? influente o affluente? confluente? Che è lago? palude? Che dicesi mare o oceano? Quanti sono gli oceani? Che dicesi continente? Ditemi quanti e quali sono i principali continenti. Che dicesi costa o lido? golfo? isola? gruppo d' isole? arcipelago? penisola? istmo? stretto? canale? promontorio? capo? Sulla carta, ditemi dove si trovano i punti cardinali. Capitolo 3. Che cosa è l' Italia? Ditemi quali ne sono i confini? Ditemi le tre grandi isole d' Italia; i tre arcipelaghi, i cinque gruppi d'isole. Come si divide l' Italia? Ditene la maggior lunghezza, la maggior larghezza e la minima. Quante sono le penisole principali? i golfi? gli stretti? i canali? i capi e promontori? i vulcani? i monti? Dove incominciano le Alpi e dove vanno a finire? Come si dividono? Quali Alpi comprendono le Alpi Occidentali? le Centrali? le Orientali? Ditemi i vari nomi che prendono gli Appennini. Ditemi le più alte cime delle Alpi e degli Appennini. Quali sono i laghi principali d' Italia? versanti? i fiumi che si versano nel Tirreno? nell'Adriatico? nel mar Ionio? Qual'è il più gran fiume d' Italia? Ditemi gli affluenti di destra e di sinistra del Po. Quali città bagna? Ditemene la sorgente e la foce. Quali sono i principali fiumi della Sicilia? della Corsica? della Sardegna? Quali sono le principali maremme italiane? Quali le principali paludi? Com'è il clima d' Italia? Capitolo 4. Con qual Governo è retta l' Italia? Chi n'è il capo? Chi sono i rappresentanti della nazione? Quali i rappresentanti del Re? Gli uni e gli altri che formano? Da chi sono scelti i ministri d' Italia? Quale è la religione d' Italia? Quanti abitanti conta? Quante regioni comprende l' Italia settentrionale? Quante l' Italia centrale? Quante la meridionale? Quante e quali sono le provincie del Piemonte della Lombardia? del Veneto? delle Romagna? dell' Emilia? della Liguria? Quali ne sono i prodotti principali? Quante e quali sono le provincie della Toscana? del Lazio? delle Marche? dell' Umbria? Quali ne sono i prodotti principali? Quante e quali provincie abbracciano gli Abruzzo? la Campania? il Molise? la Capitanata? le Puglia? la Basilicata? le Calabria? Quali ne sono i principali prodotti? Quante e quali provincie conta la Sicilia? la Sardegna? Quali possedimenti ha in Italia la Francia? l' Inghilterra? l' Austria? la Svizzera? Capitolo 5. Che cosa è l'Europa? Come si suddivide? Ditemene i confini. Quali sono gli Stati e le rispettive capitali dell' Europa settentrionale? dell'Europa centrale? dell'Europa meridionale? Capitolo 6. Che cosa è un corpo celeste? La terra è un corpo celeste? Di che forma è la terra? Quanti movimenti ha? Che cosa sono le stelle fisse? Che i pianeti? La terra, la luna sono pianeti? perchè? Che cosa sono le comete? che l'universo? Che cosa è la geografia? ESERCIZI SULLA CARTA D' ITALIA 1° Partendo da Genova trovare le città marittime costeggiando l' Italia fino a Fiume e viceversa. Fare altrettanto pei golfi. 2° Segnare le foci dei fiumi che si gettano nell'Adriatico, nell'lonio, nel Tirreno. 3° Trovare i laghi e dire presso quali città sono. 4° Partendo da Torino in ferrovia per andare a Reggio Calabria dire le città per cui si passa. 5° Dire e segnare gli stretti per cui si passa andando da Reggio Calabria a Messina, dal golfo di Manfredonia a quello di Taranto. 6° Seguire il corso del Po e segnare le città che bagna. Fare altrettanto di tutti gli altri fiumi. 7° Trovare sulla carta le regioni con i capoluoghi di provincia. 8° In vapore da Genova a Venezia quali città toccate? 9° Fate lo schizzo d' Italia, della Sicilia, della Sardegna, della Corsica. 10° Dite e segnate sulla carta le città marittime della Sicilia e della Sardegna.




Franciosa Enrico - insegnante superiore

Le nozioni varie per la 2a e 3a classe elementare. Prima edizione Melfi, Tipografia di Antonio Liccione 1895

POCHE PAROLE "I momenti di una efficace istruzione sono tre: intendere, ritenere, applicare. Se le comunicazioni si dirigono al primo ed al terzo momento; è impossibile che l'alunno possa convenientemente ricordare le cose apprese senza l'uso opportuno d'un libro di testo scrive Paolo Vecchia nella sua Nuova Scienza dell'educazione. L'alunno per eseguire nella propria casa gli esercizi assegnatigli, e per ordinare e classificare le cose apprese occasionalmente per bocca del Maestro, avrà bisogno d'un libro di testo, che rappresenti piuttosto la sintesi dell'insegnamento che non la copia delle cognizioni che deve ricevere, o il modo con cui deve acquistarle. Il libro di testo dev'essere sunto, ripetizione, punto d'arrivo. Ecco secondo quali canoni pedagogici è stato condotto questo modesto lavoro, il quale abbraccia in breve tutto quello che non è permesso d'ignorare dall'alunno della 2a e 3a classe elementare, che certamente troverà in esso un grandissimo vantaggio. L'AUTORE. I. NOME ED USO DEGLI OGGETTI PIÙ COMUNI. La Scuola. I bambini buoni vanno volentieri e contenti a scuola per imparare tante belle cose. In tutte le scuole ci sono i banchi su cui siedono i bambini, la lavagna, nella quale si scrive col gessetto, l'armadio ove il Maestro ripone i libri ed altro, le carte murali, che portano dipinti animali, piante e tante altre cose, il calendario scolastico, l'attaccapanni, il tavolino, le sedie, il Crocifisso, il quadro del Re UMBERTO I e quello della Regina MARGHERITA DI SAVOIA. Tutti questi oggetti si chiamano arredi scolastici: e sono fatti quali di legno, quali di ferro e quali di tela. La Casa. La casa è il luogo ove abita la famiglia. I principali oggetti che si possono trovare in ogni casa sono: i letti, i comodini, i cassettoni, i tavolini, le sedie, le casse, gli armadi, le brocche, i lumi e gli specchi. Nella cucina poi si trovano alcuni oggetti, che servono per preparare i cibi. I principali sono: le caldaie, i tegami, i paiuoli, le grattuge, le casseruole, le padelle, le pignatte, le caffettiere, le molle, la paletta ed il soffietto. Tutti questi oggetti si chiamano utensili di cucina. Nella sala da pranzo poi si trova la credenza, ove si conservano le zuppiere, le insalatiere, le scodelle, le fruttiere, i trincianti, i forchettoni, le chicchere, i piattini e le zuccheriere. II. DIVISIONE DEL TEMPO. Il tempo si divide in minuti, ore, giorni, settimane, mesi ed anni. Le ore ed i minuti si misurano coll'orologio, che è una macchinetta piccola e bella, racchiusa in una scatola d'oro o d'argento o d'altro metallo. Sul quadrante dell'orologio vi sono due lancette, una piccola, che segna le ore, ed una grande, che segna i minuti. Sessanta minuti formano un'ora; mezz'ora è formata di 30 minuti primi, ed un quarto d'ora di 15. Ventiquattro ore formano un giorno, che ha quattro parti: il mattino, il mezzogiorno, la sera e la notte. Le ore che corrono da mezzanotte a mezzogiorno si dicono antimeridiane; quelle da mezzogiorno a mezzanotte pomeridiane. Sette giorni formano una settimana; essi sono: lunedì, martedi, mercoledì, giovedi, venerdì, sabato e domenica. Quattro settimane e due o tre giorni formano un mese. Dodici mesi un anno. I mesi dell'anno sono: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre. Quattro di questi mesi contano trenta giorni, sette ne contano trentuno, ed uno, che è febbraio, ne conta ventotto. Ogni quattro anni febbraio ha 29 giorni, ed allora l'anno si dice bisestile. Un lustro è di cinque anni; un secolo di cento anni. L'anno poi si divide in quattro stagioni, ciascuna di tre mesi; e sono: la primavera dal 21 marzo circa al 21 giugno; l'estate dal 21 giugno al 21 settembre; l'autunno dal 21 settembre al 21 dicembre; e l'inverno dal 21 dicembre al 21 marzo. Il 21 marzo ed il 21 settembre i giorni sono uguali alle notti, di dodici ore ciascuno; il 21 giugno è il giorno più lungo dell'anno; il 21 dicembre è il più breve. III. CORPO UMANO E CURE IGIENICHE. Il corpo umano è composto di parti dure, come le ossa, di parti molli, come la pelle, i muscoli ed i nervi, e di parti liquide, come il sangue ecc. In tre parti principali si può dividere tutto il corpo: testa, tronco ed estremità. La testa, che è la parte più alta del corpo umano, comprende il cranio e la faccia. Il cranio è una specie di scatola d'osso, ricoperta di capelli e tiene chiuso il cervello, che è una sostanza delicata, di color bianco-grigio, e serve a ben pensare. Nella faccia poi si distinguono la fronte, gli occhi, il naso, la bocca, il mento, gli orecchi, le guancie. Il tronco è la parte più grossa del corpo, ed è collocato sotto al collo; il davanti del tronco si chiama petto, e sotto al petto vi è la pancia; il di dietro del tronco poi si dice schiena. Nel petto vi sono i polmoni ed il cuore; nella pancia lo stomaco, le budella, la milza ed il fegato, è nella schiena la spina dorsale o colonna vertebrale, composta di 24 anelli d'osso uno sull'altro in modo da formare una colonna. Le ossa del petto poi si chiamano costole, che si attaccano di dietro alla spina dorsale e davanti ad un altro osso, che si trova nel mezzo del petto e si chiama sterno. Le estremità si dividono in superiori, che sono le braccia, ed inferiori, le gambe. Le braccia sono attaccate alle spalle. Le parti principali d'un braccio sono: l'omero, il gomito, l'antibraccio, il polso e la mano, che ha cinque dita, pollice, indice, medio, anulare e mignolo. Sotto i fianchi si allungano le gambe. Le parti principali d'una gamba sono: la coscia, il ginocchio, la gamba propriamente detta, ed il piede, che ha pure cinque dita. L'uomo ha pure cinque sensi, i cui organi sono: occhi per vedere i colori e la forma degli oggetti; le orecchie per udire il suono, la voce degli uomini ed i rumori; il naso per sentire gli odori soavi e puzzolenti; la bocca per sentire il sapore dei cibi e delle bevande; ed il tatto per sentire se un corpo è duro o tenero. Cure igieniche. Per vivere sano bisogna mantenere sempre pulito il corpo. Ogni mattina si deve lavare con acqua fresca le mani, il collo, ed in particolar modo la faccia, perché la pulizia delle mani e della faccia procaccia simpatia. Chi non si lava e non si pettina diventa sudicio, ed il sudiciume è sempre causa di brutte malattie. Il miglior mezzo per tener pulito il corpo è l'uso dei bagni, che specialmente nell'estate bisognerebbe fare tutti i giorni. Però non bisogna mai scendere nell'acqua subito dopo il pasto, nè quando s'è stanco o sudato. Oltre a tutto questo, per star sano non si devono mangiare che cibi sani, soltanto ciò che si digerisce bene, ed astenersi da quegli alimenti che producono indigestione e malessere. IV. ALIMENTI, VESTIARIO, ABITAZIONI E NORME IGIENICHE. L'uomo per vivere ha bisogno di nutrirsi. I cibi e le bevande necessari per mantenere il corpo sono: la carne, il latte, i latticinii, le uova, i legumi, la polenta, il riso, gli erbaggi e le frutta quando sono mature. Il pane poi è il principale e più indispensabile alimento a tutti gli uomini. Anche i funghi sono buoni a mangiare, ma bisogna essere molto accorto nello sceglierli, perché tra essi ce ne sono moltissimi velenosi. La miglior bevanda poi e la più sana è l'acqua, che dev'essere limpida, fresca, inodore ed insapore. L'acqua che ha queste qualità si dice potabile. Anche il vino è una buona bevanda, ma bisogna beverne con parsimonia, altrimenti rovina la salute. Il latte è pure una bevanda nutritiva. La birra, i liquori e il caffè sono bevande che fanno più male che bene. L'aria pura, fresca e asciutta è anche un alimento necessario per star bene. L'aria cattiva, impura è pericolosa alla salute. Vestiario. Le vesti principali da uomo sono: la giacchetta, il panciotto, il cappello, i calzoni, le mutande, la camicia, il colletto e la cravatta, il mantello, le calze e le scarpe. La donna poi ha degli altri vestiti: il busto, la sottana, l'abito, lo scialle, la mantiglia, il grembiale, il cappellino, il velo. I vestiti tanto da uomo quanto da donna possono essere di lana, di cotone, di canapa, di lino, di seta. Le vesti che coprono il corpo devono essere porose. Chi ama la propria salute deve curare molto la pulizia degli abiti, deve avere molta nettezza nella camicia, nelle mutande e nelle calze. Abitazioni. La casa è il luogo ove abita l'uomo per ripararsi dal freddo, dalle intemperie e dal caldo. Ogni casa ha le fondamenta, i muri, le facciate, le stanze, i pavimenti, il tetto, il soffitto, le finestre, gli usci, i balconi, le pareti e le scale. Le case sono ordinariamente a più piani. La casa deve avere molt'aria e molta luce e dev'essere ben pulita nell'interno. È sana quella casa ove le stanze sono pulite, ampie, ariose, soleggiate. Le case sporche, oscure, umide, basse rendono l'uomo debole e malaticcio. Anche le cucine e le stalle devono essere pure pulite e ventilate. L'aria delle stalle arreca molto danno alla salute, perché è umida e corrotta. Converrebbe accendervi tratto tratto una piccola stufa per asciugarla e rinnovarla aprendo l'uscio di frequente. V. ANIMALI, PIANTE, MINERALI. Animali. L'uomo colle sole sue forze non potrebbe lavorare la terra e coltivare le piante, che servono ai suoi bisogni. Egli si serve di alcuni animali, come il bue, il cavallo e l'asino. Però il cavallo, il bue, il cane, l'asino, la vacca, la pecora, la capra, il gatto, la gallina ed il gallo, perché vengono allevati dall'uomo, sono detti domestici, mentre il lupo, la volpe, il lepre, il leone, la tigre, che vivono nelle foreste o nelle selve, si dicono selvatici. Acquatici si dicono gli animali che vivono nell'acqua, come i pesci. Volatili sono quelli che volano, come tutti gli uccelli. Rettili si chiamano quegli ani mali che non hanno zampe e che strisciano il loro corpo per terra, come le biscie, il ramarro, la vipera, il serpe ed altri. Insetti son detti quegli animali che hanno il corpo diviso a sezioni. Tali sono le pulci, le zanzare, le mosche ed i ragni. Però fra i tanti animali i più utili all'uomo, ed all'agricoltura sono: il cavallo, il bue, l'asino, che arano i campi, tirano il carro e l'aratro, e che trasportano l'uomo nei viaggi; la vacca, la pecora e la capra, che danno la lana, il latte, la carne, la pelle, gli agnellini ecc., e gli uccelli che nelle campagne mangiano una grande quantità di insetti, come vermi, scarafaggi ecc. Si fa male a rubare gli uccelletti dai nidi. È proprio una barbarie guastare un nido fatto cosi bene, cosi grazioso! Anche fra gl'insetti vi sono alcuni che sono molto utili all'uomo, il baco da seta e l'ape. Il primo dá la seta ed il secondo la cera ed il miele. Non tutti gli animali mangiano la stessa cosa. Alcuni si cibano d'erbe e si dicono erbivori, altri di carne e son detti carnivori, altri d'insetti e vengono chiamati insettivori. L'uomo però è un animale onnivoro perché mangia tutto. Piante. Tutte le piante si chiamano vegetali, perchè vegetano e non hanno movimenti volontari: l'erba è un vegetale, il pero é un vegetale, ecc. Ogni pianta ha varie parti; le radici, il fusto, rami, le foglie, i fiori, i frutti, i semi. Le radici nella pianta sono come i piedi che le sorreggono. Esse sprofondandosi e diramandosi nel terreno, ne succhiano il nutrimento per la pianta. Il fusto si eleva sopra il suolo cercando aria e luce. Esso sostiene le foglie, i fiori, i frutti. Il fusto delle piante, erbacee e di fiori si dice gambo o stelo, quello degli alberi tronco, che risulta formato, come i rami, da tre parti: dalla corteccia, dal legno e dal midollo. Il tronco poi giunto ad una certa altezza, si divide in rami, che col loro sviluppo danno forma diversa alla pianta. Nei rami si osservano certi bottoncini, che spuntano nella stagione di primavera. Tali bottoncini sono chiamati gemme, le quali tengono le foglie, attaccate per lo più al fusto o ai rami per mezzo di un picciuolo. Le foglie sono quasi i polmoni delle piante. Esse respirano assorbendo una parte dell'aria. Le principali parti d'una foglia sono le pagine ed il picciuolo. Le foglie che non hanno gambo si dicono tessili. I fiori nascono dai ramoscelli e sono le parti più belle delle piante. Nel fiore si osservano il gambo o stelo, il calice e la corolla. Il calice poi è composto di foglioline per lo più verdi chiamate sepali, e poi di altre ancora che sono belle, odorose e d'ordinario vagamente colorate, dette petali, le quali poi tutte insieme formano la corolla. In mezzo alla corolla si osservano certi filamenti sottilissimi detti alcuni stami ed altri pistilli. Il pistillo poi alla sua estremità tiene l'ovario, che ingrossandosi e venendo a maturità diventa frutto. Nel frutto si osserva la buccia, la polpa, i semi, l'astuccio, che racchiude i semi ed il picciuolo. Tutte le piante sono utili, ma le più utili sono le alimentari, che danno all'uomo alimenti col frutto, colla radice e col fusto. Le principali sono la vite, che dà l'uva ed il vino, l'olivo, che dà l'olio, il pesco, il ciliegio, il melo, il noce, che danno le pesche, le ciliegie, le mele, le noci, ecc. Però i cereali ed i legumi, come frumento, granturco, orzo, avena, riso, fagiuolo, pisello, fava, ceci ecc., sono di prima utilità nella vita. Anche le tessili che danno una filamentosa, di cui l'uomo si serve per tessere, come il lino, la canapa, il cotone, sono necessarie. Sono del pari preziose per l'uomo le piante medicinali, che forniscono medicamenti utili, come il papavero, il tiglio, la cicuta, la belladonna, la malva, la camomilla ed il sambuco, e quelle da costruzione. era regni Minerali. Minerali si dicono i corpi che si estraggono dalle miniere; esse si possono dividere in terre, pietre preziose, metalli e minerali. I metalli più importanti sono il ferro, il rame, il piombo, lo zinco, lo stagno, l'oro e l'argento. Il carbon fossile, lo zolfo, il petrolio, le matite sono minerali combustibili perchè bruciano. Minerali sono pure l'acqua ed il sale. VI. PROPRIETÀ FISICHE DEI CORPI. Tutto ciò che si vede, si tocca dicesi corpo. Tutti i corpi hanno proprietà generali. Queste sono: l'estensione, cioè la proprietà di occupare un posto qualunque; l'impenetrabilità, cioè la proprietà che hanno i corpi di non poter occupare lo spazio occupato da un altro; la divisibilità, cioè la proprietà di potersi un corpo dividere in più parti; la porosità, cioè la proprietà d'avere i pori, che sono quei piccoli buchi esistenti nei corpi; la compressibilità, la proprietà che hanno i corpi di poterli ridurre ad un volume più piccolo; l'elasticità, la proprietà che hanno i corpi, dopo d'essere stati compressi, di riprendere in tutto o in parte la forma di prima. Oltre a queste proprietà generali, i corpi ne hanno delle particolari, che sono come i segni caratteristici. Cosi trasparente si dice il corpo che lascia passare la luce; opaco, che non lascia passare la luce; fragile è il corpo che si può subito rompere; tenace, che non si può rompere facilmente; duttile, che si può ridurre in fili sottilissimi; malleabile, che si può ridurre in lamine sottili; solubile, che si scioglie facilmente nell'acqua o in altro liquido; insolubile, che non si scioglie in un liquido; fusibile, che si fonde nel fuoco; infusibile, che non si fonde nel fuoco. Trasparenti sono il vetro, l'acqua e l'aria; opachi il legno, i metalli e la carta; fragili il vetro, la ceralacca ed il guscio dell'uovo; tenaci il ferro, il legno; duttili il ferro, il rame, l'oro, l'argento; malleabili il rame, il ferro e l'argento; solubili lo zucchero, il sale; insolubili il legno, la pietra; fusibili tutti i metalli; infusibili le pietre, la creta. VII. I FENOMENI PIÙ COMUNI RIGUARDANTI L'ARIA, L'ACQUA, LA LUCE, IL CALORICO E IL SUONO. I corpi si possono trovare allo stato liquido, allo stato solido e allo stato gassoso. Sono liquidi tutti i corpi che scorrono, come l'acqua, l'olio, il latte, ecc.; solidi quei che sono duri, come il ferro, il legno, il ghiaccio ecc.; gassosi i corpi che non si vedono e che non sono liquidi né solidi, come l'aria, il vapore acqueo ed il fumo. L'acqua però non solo può essere solida, ma pure aeriforme. Difatti ponendo dell'acqua in una pentola, sul fuoco, appena l'acqua incomincia a bollire si vede uscire del fumo; però quello non è veramente fumo, ma è vapore acqueo; e questo è un corpo aeriforme. Calore. Sorgente principale e naturale del calore è il sole. Il calore è un elemento necessario alla vita. Si può procurare il calore anche bruciando sostanze combustibili, come legna, carbone ecc., ovvero soffregando due pezzi di legno secco o percotendo. Il calore cagiona la fusione, l'ebollizione, l'evaporazione, i venti, e la dilatazione de' corpi. Per effetto del calore l'aria diventa elastica, cioè si dilata per quanto più si riscalda; e tanto più si restringe per quanto più si raffredda. E per misurare lo stato di temperatura dell'aria si fa uso d'uno strumento semplicissimo, detto termometro, che è un cannello di vetro. Aria. L'aria è un corpo invisibile, che avvolge tutta la terra; fa sentire il caldo ed il freddo e produce il vento. Per effetto del calore o del freddo l'aria in alcuni punti è più densa, più pesante; in altri è più rada e più leggiera. Questa differenza genera movimento; l'aria più densa cerca di espandersi, occupando il posto dell'aria più rada. Questo fenomeno si chiama vento, il quale quando è forte e violento suscita la tempesta o l'uragano. I venti purificano l'aria, la rinfrescano, spingono le vele dei bastimenti, trasportano i semi, favoriscono la vegetazione. Acqua. L'acqua subisce molte trasformazioni. Difatti il ghiaccio non è che acqua congelata dal molto freddo. Invece il calore del sole riscaldando l'acqua del mare, dei fiumi, dei laghi, la fa evaporizzare. Tali vapori acquei che esistono nell'aria spesso si condensano, e allora sono, visibili; e si chiamano nebbie, se non si sollevano troppo da terra; nubi o nuvole, se vanno in alto. Quando i vapori acquei, che formano le nubi, arrivano in un punto freddo dell'aria, si sciolgono e cadono in pioggia; e se poi arrivano in un punto assai più freddo, allora si agghiacciano e cadono in forma di bianchi fiocchetti, formando la neve, e alle volte la grandine, che devasta i campi. Durante le notti estive, alcune volte il vapore acqueo ricade sulla terra, si posa sulle piante in forma di piccole goccioline, formando la rugiada o guazza, che quando si congela sotto forma di piccoli aghi o ghiacciuoli, si dice brina. La rugiada fa molto bene alle piante e inumidisce il terreno; invece la brina è sempre dannosa, specialmente in primavera, quando le piante incominciano a germogliare. era regni Suono. Il suono è prodotto dallo scotimento delle molecole dei corpi, il quale produce delle onde sonore nell'aria, simili a quelle che si producono nell'acqua quando vi si getta un sasso. Queste onde sonore si propagano in tutti i modi. Il suono percorre 340 metri al minuto secondo. I corpi trasportano il suono, e questo si spiega facilmente col telefono a filo, che fanno i ragazzi. Luce. Senza luce si morrebbe. La luce è necessaria quanto il calore. La luce si propaga con grande velocità; essa percorre in un minuto secondo 300 milioni di metri, un milione di volte di più che il suono. E siccome oggetti piccolissimi o lontanissimi ad occhio nudo non si potrebbero vedere, cosi si fa uso delle lenti, che sono vetri a superficie convesse o concave. VIII. ARTI, INDUSTRIE, STRUMENTI DA LAVORO. Per vivere gli uomini devono lavorare. Cosi il contadino coltiva i campi; il mugnaio riduce il grano in farina; il fornaio fa il pane e lo cuoce; il cappellaio fabbrica e vende i cappelli; il sarto taglia e cuce gli abiti; il calzolaio fa le scarpe; il barbiere rade la barba, tosa e pettina i capelli; il falegname lavora il legno; il fabbro lavora il ferro; il magnano fa chiavi e toppe; l'orefice fa e vende orecchini, anelli ed altri oggetti in oro; il muratore fabbrica le case; il fornaciaio fa mattoni, tegole, embrici e stoviglie. Strumenti da lavoro. Il contadino per lavorare i campi adopera la zappa, la vanga, il bidente, e l'aratro. Il fornaio adopera il frullone, la madia, lo spianatoio, il coltello, la bilancia, lo spazzaforno, il tirabrace. Il cappellaio adopera la caldaia, il fornello, i ferri da stirare, le scopette, le forme. Il sarto si serve degli aghi, del ditale, delle forbici, delle cesoie, delle spazzole, dei ferri da stirare. Per fare le scarpe il calzolaio adopera il trincetto, le forme, le tanaglie, i martelli, la lesina, il manale, il pedale, lo spago, la pece. Il barbiere si serve del rasoio, delle forbici, dei pettini. Gli strumenti che adopera il falegname sono: la pialla, la sega, il martello, il succhiello, le tanaglie, la lima, lo scalpello, la morsa, la riga, la squadra, il compasso. Il fabbro e il magnano si servono dell'incudine, del martello, della mazza, della morsa, della lima, del trapano. Per fabbricare le case il muratore adopera la cazzuola, la mazza, la nettatoia, la secchia, il ramaiuolo, la zappa, la pala, la martellina, il piombino. Le arti belle poi sono: la pittura, la scultura, l'architettura, la musica, la poesia. Il pittore dipinge quadri e pareti, e adopera il pennello, e i colori; lo scultore fa statue di marmo e adopera lo scalpello; l'architetto dispone a edificare bene gli edifizi; il musico scrive la musica; e il poeta fa le poesie. Vi sono poi le professioni. IX. MEZZI DI COMUNICAZIONE E DI TRASPORTO. Gli uomini per andare da luogo a luogo andavano a piedi. Dopo sottomisero il cavallo, l'asino, il bue, il mulo, e su questi posero sè stessi e i carichi. Adattarono a queste bestie un fornimento e li fecero trascinare il carro, la carrozza e il traino. Cosi per mettersi in comunicazione coi paesi vicini cominciarono ad aprire vie, sentieri, strade carreggiabili e strade ferrate. Nei luoghi dove ci sono laghi, fiumi, mari per recarsi da un punto ad un altro l'uomo adoperò la barca, poi il bastimento e il piroscafo a vapore per i viaggi lunghi. Il telegrafo, il telefono, la lettera e la cartolina postale sono altrettanti mezzi di comunicazioni. X. PRINCIPALI INVENZIONI E SCOPERTE. Idea della vita primitiva dell'uomo e suoi primi bisogni. L'uomo primitivo era rozzo e selvaggio, aveva paura della propria ombra, ed ancora più del rumore del tuono e del guizzare del lampo. Sono occorse migliaia di anni perché egli divenisse savio ed esperto come si vede oggi. Messo da Dio ignudo sulla terra, il suo pensiero volse ai bisogni del proprio corpo. Il primo suo desiderio fu di procurarsi il nutrimento, il fuoco per riscaldarsi e qualche ricovero che lo preservasse dal freddo delle notti e dalle bestie feroci. Le prime cose di cui si nutriva furono frutti selvaggi, radici d'alberi, e carne cruda, ma poi imparò a cucinarla. Il primo modo fu quello di metterla addirittura sul fuoco, che egli si procurava col far scorrere un bastoncello appuntato in una scannellatura fatta in un altro pezzo di legno. Dopo egli fece una buca nella terra, rivestendola internamente colla parte più forte della pelle degli animali che uccideva, la riempiva d'acqua, vi metteva la carne e vi gettava delle pietre arroventate finché l'acqua non bolliva. Finalmente trovò il modo migliore di cuocere la roba da mangiare in recipienti d'argilla che egli formava rozzamente. L'uomo abitava prima nelle caverne e in buche praticate entro il suolo facendo una specie di muro colla terra scavata ed il tetto con rami d'alberi; qualche volta trovando delle pietre se ne serviva mettendole insieme e fabbricando così una rozza capanna. I primi strumenti di cui l'uomo si serviva furono di pietra. La selce fu molto adoperata per fare coltelli, punte acute e rozzi martelli. Poi coll'andar del tempo nel vasto seno della terra trovò i metalli di cui si servi per scure, lance, accette, ornamenti, ecc. Dopo cominciò a lavorare la terra, a pascolare quegli animali utili per il latte e per le carni, a scambiare con gli altri uomini i prodotti. Inventò i pesi e le misure e cominciò a formarsi un linguaggio di gesti, perché l'uomo primitivo ebbe pochissime e cortissime parole. Il modo primitivo di ottenere il significato di qualche cosa fu lo scrivere dipingendo sui pezzi di pietra, sugli alberi e collo scorrere del tempo l'uomo sostituì a questo metodo certe parole e certi suoni; divise le parole in lettere e poi adoperò certi dati segni per rappresentare certe date lettere; e da questo ne nacquero finalmente gli alfabeti. E per contare l'uomo si servi di piccoli sassolini, (che in latino si chiamano calculi) e di fare dei nodi ad una corda e così a poco a poco inventò i numeri. Il progresso dell'uomo è stato grandissimo non solo per la fabbricazione delle case, per il cucinare, per il vitto, per il vestiario, ma anche per essere egli arrivato a conoscere la terra sulla quale abitava, ad inventare macchine per guadagnare tempo nei lavori. Così ha inventato l'aratro, la mietitrice, la trebbiatrice, le macchine da cucire per i sarti e le macchine tipografiche per stampare libri e giornali. Senza poi scrivere, come gli antichi romani, su tavolette spalmate di cera con un ferro appuntito, detto stilo, e sul papiro e sulla pergamena, verso l'anno 1330 inventó la carta da scrivere di cenci, e verso il 1440 la stampa. Di questa invenzione va dato il merito ad un italiano chiamato Panfilo Castaldi, che prima degli altri pensò ai caratteri mobili come si usano oggi nelle stamperie o tipografie. Inventó la macchina fotografica che serve a ritrarre le figure degli oggetti per mezzo della luce; il telegrafo che serve a trasmettere per mezzo di segni delle notizie a persone che si trovano in grandissima lontananza in poco tempo; il telefono, con cui si può trasmettere a distanza la parola dell'uomo; la bussola, che serve ai naviganti per dirigere il corso delle navi, alle carovane per non smarrirsi nei deserti. Consiste in un ago calamitato, appoggiato ad un perno, su cui può liberamente muoversi. Questo ago ha la proprietà di volgere sempre una punta quasi verso il Nord ed un'altra quasi verso il Sud. Inventó le macchine a vapore, il parafulmine, il termometro e tante altre invenzioni, che, oltre a procurare oggi piaceri nobili ed elevati, che non periscono, dispensano anche il pane quotidiano, la salute e le comodità a tutto il mondo intero, a cui, senza la loro scoperta, non sarebbe concessa che una misera vita. Ma con somma meraviglia e compiacimento si vede però che ad ogni invenzione è congiunto il nome d'un figlio d' Italia, la quale, anche in mezzo ai barbari, oppressa e divisa, ebbe sempre il vanto supremo d'essere.




ENRICO FRANCIOSA INSEGNANTE SUPERIORE LE NOZIONI VARIE PER LA 2 E 3 CLASSE ELEMENTARE PRIMA EDIZIONE Melfi, TIPOGRAFIA DI ANTONIO LICCIONE 1895 POCHE PAROLE "I momenti di una efficace istruzione sono tre: intendere, ritenere, applicare. Se le comunicazioni si dirigono al primo ed al terzo momento; è impossibile che l'alunno possa convenientemente ricordare le cose apprese senza l'uso opportuno d'un libro di testo scrive Paolo Vecchia nella sua Nuova Scienza dell'educazione. L'alunno per eseguire nella propria casa gli esercizi assegnatigli, e per ordinare e classificare le cose apprese occasionalmente per bocca del Maestro, avrà bisogno d'un libro di testo, che rappresenti piuttosto la sintesi dell'insegnamento che non la copia delle cognizioni che deve ricevere, o il modo con cui deve acquistarle. Il libro di testo dev'essere sunto, ripetizione, punto d'arrivo. Ecco secondo quali canoni pedagogici è stato condotto questo modesto lavoro, il quale abbraccia in breve tutto quello che non è permesso d'ignorare dall'alunno della 2a e 3a classe elementare, che certamente troverà in esso un grandissimo vantaggio. L'AUTORE. I. NOME ED USO DEGLI OGGETTI PIÙ COMUNI. La Scuola. I bambini buoni vanno volentieri e contenti a scuola per imparare tante belle cose. In tutte le scuole ci sono i banchi su cui siedono i bambini, la lavagna, nella quale si scrive col gessetto, l'armadio ove il Maestro ripone i libri ed altro, le carte murali, che portano dipinti animali, piante e tante altre cose, il calendario scolastico, l'attaccapanni, il tavolino, le sedie, il Crocifisso, il quadro del Re UMBERTO I e quello della Regina MARGHERITA DI SAVOIA. Tutti questi oggetti si chiamano arredi scolastici: e sono fatti quali di legno, quali di ferro e quali di tela. La Casa. La casa è il luogo ove abita la famiglia. I principali oggetti che si possono trovare in ogni casa sono: i letti, i comodini, i cassettoni, i tavolini, le sedie, le casse, gli armadi, le brocche, i lumi e gli specchi. Nella cucina poi si trovano alcuni oggetti, che servono per preparare i cibi. I principali sono: le caldaie, i tegami, i paiuoli, le grattuge, le casseruole, le padelle, le pignatte, le caffettiere, le molle, la paletta ed il soffietto. Tutti questi oggetti si chiamano utensili di cucina. Nella sala da pranzo poi si trova la credenza, ove si conservano le zuppiere, le insalatiere, le scodelle, le fruttiere, i trincianti, i forchettoni, le chicchere, i piattini e le zuccheriere. II. DIVISIONE DEL TEMPO. Il tempo si divide in minuti, ore, giorni, settimane, mesi ed anni. Le ore ed i minuti si misurano coll'orologio, che è una macchinetta piccola e bella, racchiusa in una scatola d'oro o d'argento o d'altro metallo. Sul quadrante dell'orologio vi sono due lancette, una piccola, che segna le ore, ed una grande, che segna i minuti. Sessanta minuti formano un'ora; mezz'ora è formata di 30 minuti primi, ed un quarto d'ora di 15. Ventiquattro ore formano un giorno, che ha quattro parti: il mattino, il mezzogiorno, la sera e la notte. Le ore che corrono da mezzanotte a mezzogiorno si dicono antimeridiane; quelle da mezzogiorno a mezzanotte pomeridiane. Sette giorni formano una settimana; essi sono: lunedì, martedi, mercoledì, giovedi, venerdì, sabato e domenica. Quattro settimane e due o tre giorni formano un mese. Dodici mesi un anno. I mesi dell'anno sono: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre. Quattro di questi mesi contano trenta giorni, sette ne contano trentuno, ed uno, che è febbraio, ne conta ventotto. Ogni quattro anni febbraio ha 29 giorni, ed allora l'anno si dice bisestile. Un lustro è di cinque anni; un secolo di cento anni. L'anno poi si divide in quattro stagioni, ciascuna di tre mesi; e sono: la primavera dal 21 marzo circa al 21 giugno; l'estate dal 21 giugno al 21 settembre; l'autunno dal 21 settembre al 21 dicembre; e l'inverno dal 21 dicembre al 21 marzo. Il 21 marzo ed il 21 settembre i giorni sono uguali alle notti, di dodici ore ciascuno; il 21 giugno è il giorno più lungo dell'anno; il 21 dicembre è il più breve. III. CORPO UMANO E CURE IGIENICHE. Il corpo umano è composto di parti dure, come le ossa, di parti molli, come la pelle, i muscoli ed i nervi, e di parti liquide, come il sangue ecc. In tre parti principali si può dividere tutto il corpo: testa, tronco ed estremità. La testa, che è la parte più alta del corpo umano, comprende il cranio e la faccia. Il cranio è una specie di scatola d'osso, ricoperta di capelli e tiene chiuso il cervello, che è una sostanza delicata, di color bianco-grigio, e serve a ben pensare. Nella faccia poi si distinguono la fronte, gli occhi, il naso, la bocca, il mento, gli orecchi, le guancie. Il tronco è la parte più grossa del corpo, ed è collocato sotto al collo; il davanti del tronco si chiama petto, e sotto al petto vi è la pancia; il di dietro del tronco poi si dice schiena. Nel petto vi sono i polmoni ed il cuore; nella pancia lo stomaco, le budella, la milza ed il fegato, è nella schiena la spina dorsale o colonna vertebrale, composta di 24 anelli d'osso uno sull'altro in modo da formare una colonna. Le ossa del petto poi si chiamano costole, che si attaccano di dietro alla spina dorsale e davanti ad un altro osso, che si trova nel mezzo del petto e si chiama sterno. Le estremità si dividono in superiori, che sono le braccia, ed inferiori, le gambe. Le braccia sono attaccate alle spalle. Le parti principali d'un braccio sono: l'omero, il gomito, l'antibraccio, il polso e la mano, che ha cinque dita, pollice, indice, medio, anulare e mignolo. Sotto i fianchi si allungano le gambe. Le parti principali d'una gamba sono: la coscia, il ginocchio, la gamba propriamente detta, ed il piede, che ha pure cinque dita. L'uomo ha pure cinque sensi, i cui organi sono: occhi per vedere i colori e la forma degli oggetti; le orecchie per udire il suono, la voce degli uomini ed i rumori; il naso per sentire gli odori soavi e puzzolenti; la bocca per sentire il sapore dei cibi e delle bevande; ed il tatto per sentire se un corpo è duro o tenero. Cure igieniche. Per vivere sano bisogna mantenere sempre pulito il corpo. Ogni mattina si deve lavare con acqua fresca le mani, il collo, ed in particolar modo la faccia, perché la pulizia delle mani e della faccia procaccia simpatia. Chi non si lava e non si pettina diventa sudicio, ed il sudiciume è sempre causa di brutte malattie. Il miglior mezzo per tener pulito il corpo è l'uso dei bagni, che specialmente nell'estate bisognerebbe fare tutti i giorni. Però non bisogna mai scendere nell'acqua subito dopo il pasto, nè quando s'è stanco o sudato. Oltre a tutto questo, per star sano non si devono mangiare che cibi sani, soltanto ciò che si digerisce bene, ed astenersi da quegli alimenti che producono indigestione e malessere. IV. ALIMENTI, VESTIARIO, ABITAZIONI E NORME IGIENICHE. L'uomo per vivere ha bisogno di nutrirsi. I cibi e le bevande necessari per mantenere il corpo sono: la carne, il latte, i latticinii, le uova, i legumi, la polenta, il riso, gli erbaggi e le frutta quando sono mature. Il pane poi è il principale e più indispensabile alimento a tutti gli uomini. Anche i funghi sono buoni a mangiare, ma bisogna essere molto accorto nello sceglierli, perché tra essi ce ne sono moltissimi velenosi. La miglior bevanda poi e la più sana è l'acqua, che dev'essere limpida, fresca, inodore ed insapore. L'acqua che ha queste qualità si dice potabile. Anche il vino è una buona bevanda, ma bisogna beverne con parsimonia, altrimenti rovina la salute. Il latte è pure una bevanda nutritiva. La birra, i liquori e il caffè sono bevande che fanno più male che bene. L'aria pura, fresca e asciutta è anche un alimento necessario per star bene. L'aria cattiva, impura è pericolosa alla salute. Vestiario. Le vesti principali da uomo sono: la giacchetta, il panciotto, il cappello, i calzoni, le mutande, la camicia, il colletto e la cravatta, il mantello, le calze e le scarpe. La donna poi ha degli altri vestiti: il busto, la sottana, l'abito, lo scialle, la mantiglia, il grembiale, il cappellino, il velo. I vestiti tanto da uomo quanto da donna possono essere di lana, di cotone, di canapa, di lino, di seta. Le vesti che coprono il corpo devono essere porose. Chi ama la propria salute deve curare molto la pulizia degli abiti, deve avere molta nettezza nella camicia, nelle mutande e nelle calze. Abitazioni. La casa è il luogo ove abita l'uomo per ripararsi dal freddo, dalle intemperie e dal caldo. Ogni casa ha le fondamenta, i muri, le facciate, le stanze, i pavimenti, il tetto, il soffitto, le finestre, gli usci, i balconi, le pareti e le scale. Le case sono ordinariamente a più piani. La casa deve avere molt'aria e molta luce e dev'essere ben pulita nell'interno. È sana quella casa ove le stanze sono pulite, ampie, ariose, soleggiate. Le case sporche, oscure, umide, basse rendono l'uomo debole e malaticcio. Anche le cucine e le stalle devono essere pure pulite e ventilate. L'aria delle stalle arreca molto danno alla salute, perché è umida e corrotta. Converrebbe accendervi tratto tratto una piccola stufa per asciugarla e rinnovarla aprendo l'uscio di frequente. V. ANIMALI, PIANTE, MINERALI. Animali. L'uomo colle sole sue forze non potrebbe lavorare la terra e coltivare le piante, che servono ai suoi bisogni. Egli si serve di alcuni animali, come il bue, il cavallo e l'asino. Però il cavallo, il bue, il cane, l'asino, la vacca, la pecora, la capra, il gatto, la gallina ed il gallo, perché vengono allevati dall'uomo, sono detti domestici, mentre il lupo, la volpe, il lepre, il leone, la tigre, che vivono nelle foreste o nelle selve, si dicono selvatici. Acquatici si dicono gli animali che vivono nell'acqua, come i pesci. Volatili sono quelli che volano, come tutti gli uccelli. Rettili si chiamano quegli ani mali che non hanno zampe e che strisciano il loro corpo per terra, come le biscie, il ramarro, la vipera, il serpe ed altri. Insetti son detti quegli animali che hanno il corpo diviso a sezioni. Tali sono le pulci, le zanzare, le mosche ed i ragni. Però fra i tanti animali i più utili all'uomo, ed all'agricoltura sono: il cavallo, il bue, l'asino, che arano i campi, tirano il carro e l'aratro, e che trasportano l'uomo nei viaggi; la vacca, la pecora e la capra, che danno la lana, il latte, la carne, la pelle, gli agnellini ecc., e gli uccelli che nelle campagne mangiano una grande quantità di insetti, come vermi, scarafaggi ecc. Si fa male a rubare gli uccelletti dai nidi. È proprio una barbarie guastare un nido fatto cosi bene, cosi grazioso! Anche fra gl'insetti vi sono alcuni che sono molto utili all'uomo, il baco da seta e l'ape. Il primo dá la seta ed il secondo la cera ed il miele. Non tutti gli animali mangiano la stessa cosa. Alcuni si cibano d'erbe e si dicono erbivori, altri di carne e son detti carnivori, altri d'insetti e vengono chiamati insettivori. L'uomo però è un animale onnivoro perché mangia tutto. Piante. Tutte le piante si chiamano vegetali, perchè vegetano e non hanno movimenti volontari: l'erba è un vegetale, il pero é un vegetale, ecc. Ogni pianta ha varie parti; le radici, il fusto, rami, le foglie, i fiori, i frutti, i semi. Le radici nella pianta sono come i piedi che le sorreggono. Esse sprofondandosi e diramandosi nel terreno, ne succhiano il nutrimento per la pianta. Il fusto si eleva sopra il suolo cercando aria e luce. Esso sostiene le foglie, i fiori, i frutti. Il fusto delle piante, erbacee e di fiori si dice gambo o stelo, quello degli alberi tronco, che risulta formato, come i rami, da tre parti: dalla corteccia, dal legno e dal midollo. Il tronco poi giunto ad una certa altezza, si divide in rami, che col loro sviluppo danno forma diversa alla pianta. Nei rami si osservano certi bottoncini, che spuntano nella stagione di primavera. Tali bottoncini sono chiamati gemme, le quali tengono le foglie, attaccate per lo più al fusto o ai rami per mezzo di un picciuolo. Le foglie sono quasi i polmoni delle piante. Esse respirano assorbendo una parte dell'aria. Le principali parti d'una foglia sono le pagine ed il picciuolo. Le foglie che non hanno gambo si dicono tessili. I fiori nascono dai ramoscelli e sono le parti più belle delle piante. Nel fiore si osservano il gambo o stelo, il calice e la corolla. Il calice poi è composto di foglioline per lo più verdi chiamate sepali, e poi di altre ancora che sono belle, odorose e d'ordinario vagamente colorate, dette petali, le quali poi tutte insieme formano la corolla. In mezzo alla corolla si osservano certi filamenti sottilissimi detti alcuni stami ed altri pistilli. Il pistillo poi alla sua estremità tiene l'ovario, che ingrossandosi e venendo a maturità diventa frutto. Nel frutto si osserva la buccia, la polpa, i semi, l'astuccio, che racchiude i semi ed il picciuolo. Tutte le piante sono utili, ma le più utili sono le alimentari, che danno all'uomo alimenti col frutto, colla radice e col fusto. Le principali sono la vite, che dà l'uva ed il vino, l'olivo, che dà l'olio, il pesco, il ciliegio, il melo, il noce, che danno le pesche, le ciliegie, le mele, le noci, ecc. Però i cereali ed i legumi, come frumento, granturco, orzo, avena, riso, fagiuolo, pisello, fava, ceci ecc., sono di prima utilità nella vita. Anche le tessili che danno una filamentosa, di cui l'uomo si serve per tessere, come il lino, la canapa, il cotone, sono necessarie. Sono del pari preziose per l'uomo le piante medicinali, che forniscono medicamenti utili, come il papavero, il tiglio, la cicuta, la belladonna, la malva, la camomilla ed il sambuco, e quelle da costruzione. era regni Minerali. Minerali si dicono i corpi che si estraggono dalle miniere; esse si possono dividere in terre, pietre preziose, metalli e minerali. I metalli più importanti sono il ferro, il rame, il piombo, lo zinco, lo stagno, l'oro e l'argento. Il carbon fossile, lo zolfo, il petrolio, le matite sono minerali combustibili perchè bruciano. Minerali sono pure l'acqua ed il sale. VI. PROPRIETÀ FISICHE DEI CORPI, Tutto ciò che si vede, si tocca dicesi corpo. Tutti i corpi hanno proprietà generali. Queste sono: l'estensione, cioè la proprietà di occupare un posto qualunque; l'impenetrabilità, cioè la proprietà che hanno i corpi di non poter occupare lo spazio occupato da un altro; la divisibilità, cioè la proprietà di potersi un corpo dividere in più parti; la porosità, cioè la proprietà d'avere i pori, che sono quei piccoli buchi esistenti nei corpi; la compressibilità, la proprietà che hanno i corpi di poterli ridurre ad un volume più piccolo; l'elasticità, la proprietà che hanno i corpi, dopo d'essere stati compressi, di riprendere in tutto o in parte la forma di prima. Oltre a queste proprietà generali, i corpi ne hanno delle particolari, che sono come i segni caratteristici. Cosi trasparente si dice il corpo che lascia passare la luce; opaco, che non lascia passare la luce; fragile è il corpo che si può subito rompere; tenace, che non si può rompere facilmente; duttile, che si può ridurre in fili sottilissimi; malleabile, che si può ridurre in lamine sottili; solubile, che si scioglie facilmente nell'acqua o in altro liquido; insolubile, che non si scioglie in un liquido; fusibile, che si fonde nel fuoco; infusibile, che non si fonde nel fuoco. Trasparenti sono il vetro, l'acqua e l'aria; opachi il legno, i metalli e la carta; fragili il vetro, la ceralacca ed il guscio dell'uovo; tenaci il ferro, il legno; duttili il ferro, il rame, l'oro, l'argento; malleabili il rame, il ferro e l'argento; solubili lo zucchero, il sale; insolubili il legno, la pietra; fusibili tutti i metalli; infusibili le pietre, la creta. VII. I FENOMENI PIÙ COMUNI RIGUARDANTI L'ARIA, L'ACQUA, LA LUCE, IL CALORICO E IL SUONO. I corpi si possono trovare allo stato liquido, allo stato solido e allo stato gassoso. Sono liquidi tutti i corpi che scorrono, come l'acqua, l'olio, il latte, ecc.; solidi quei che sono duri, come il ferro, il legno, il ghiaccio ecc.; gassosi i corpi che non si vedono e che non sono liquidi né solidi, come l'aria, il vapore acqueo ed il fumo. L'acqua però non solo può essere solida, ma pure aeriforme. Difatti ponendo dell'acqua in una pentola, sul fuoco, appena l'acqua incomincia a bollire si vede uscire del fumo; però quello non è veramente fumo, ma è vapore acqueo; e questo è un corpo aeriforme. Calore. Sorgente principale e naturale del calore è il sole. Il calore è un elemento necessario alla vita. Si può procurare il calore anche bruciando sostanze combustibili, come legna, carbone ecc., ovvero soffregando due pezzi di legno secco o percotendo. Il calore cagiona la fusione, l'ebollizione, l'evaporazione, i venti, e la dilatazione de' corpi. Per effetto del calore l'aria diventa elastica, cioè si dilata per quanto più si riscalda; e tanto più si restringe per quanto più si raffredda. E per misurare lo stato di temperatura dell'aria si fa uso d'uno strumento semplicissimo, detto termometro, che è un cannello di vetro. Aria. L'aria è un corpo invisibile, che avvolge tutta la terra; fa sentire il caldo ed il freddo e produce il vento. Per effetto del calore o del freddo l'aria in alcuni punti è più densa, più pesante; in altri è più rada e più leggiera. Questa differenza genera movimento; l'aria più densa cerca di espandersi, occupando il posto dell'aria più rada. Questo fenomeno si chiama vento, il quale quando è forte e violento suscita la tempesta o l'uragano. I venti purificano l'aria, la rinfrescano, spingono le vele dei bastimenti, trasportano i semi, favoriscono la vegetazione. Acqua. L'acqua subisce molte trasformazioni. Difatti il ghiaccio non è che acqua congelata dal molto freddo. Invece il calore del sole riscaldando l'acqua del mare, dei fiumi, dei laghi, la fa evaporizzare. Tali vapori acquei che esistono nell'aria spesso si condensano, e allora sono, visibili; e si chiamano nebbie, se non si sollevano troppo da terra; nubi o nuvole, se vanno in alto. Quando i vapori acquei, che formano le nubi, arrivano in un punto freddo dell'aria, si sciolgono e cadono in pioggia; e se poi arrivano in un punto assai più freddo, allora si agghiacciano e cadono in forma di bianchi fiocchetti, formando la neve, e alle volte la grandine, che devasta i campi. Durante le notti estive, alcune volte il vapore acqueo ricade sulla terra, si posa sulle piante in forma di piccole goccioline, formando la rugiada o guazza, che quando si congela sotto forma di piccoli aghi o ghiacciuoli, si dice brina. La rugiada fa molto bene alle piante e inumidisce il terreno; invece la brina è sempre dannosa, specialmente in primavera, quando le piante incominciano a germogliare. era regni Suono. Il suono è prodotto dallo scotimento delle molecole dei corpi, il quale produce delle onde sonore nell'aria, simili a quelle che si producono nell'acqua quando vi si getta un sasso. Queste onde sonore si propagano in tutti i modi. Il suono percorre 340 metri al minuto secondo. I corpi trasportano il suono, e questo si spiega facilmente col telefono a filo, che fanno i ragazzi. Luce. Senza luce si morrebbe. La luce è necessaria quanto il calore. La luce si propaga con grande velocità; essa percorre in un minuto secondo 300 milioni di metri, un milione di volte di più che il suono. E siccome oggetti piccolissimi o lontanissimi ad occhio nudo non si potrebbero vedere, cosi si fa uso delle lenti, che sono vetri a superficie convesse o concave. VIII. ARTI, INDUSTRIE, STRUMENTI DA LAVORO. Per vivere gli uomini devono lavorare. Cosi il contadino coltiva i campi; il mugnaio riduce il grano in farina; il fornaio fa il pane e lo cuoce; il cappellaio fabbrica e vende i cappelli; il sarto taglia e cuce gli abiti; il calzolaio fa le scarpe; il barbiere rade la barba, tosa e pettina i capelli; il falegname lavora il legno; il fabbro lavora il ferro; il magnano fa chiavi e toppe; l'orefice fa e vende orecchini, anelli ed altri oggetti in oro; il muratore fabbrica le case; il fornaciaio fa mattoni, tegole, embrici e stoviglie. Strumenti da lavoro. Il contadino per lavorare i campi adopera la zappa, la vanga, il bidente, e l'aratro. Il fornaio adopera il frullone, la madia, lo spianatoio, il coltello, la bilancia, lo spazzaforno, il tirabrace. Il cappellaio adopera la caldaia, il fornello, i ferri da stirare, le scopette, le forme. Il sarto si serve degli aghi, del ditale, delle forbici, delle cesoie, delle spazzole, dei ferri da stirare. Per fare le scarpe il calzolaio adopera il trincetto, le forme, le tanaglie, i martelli, la lesina, il manale, il pedale, lo spago, la pece. Il barbiere si serve del rasoio, delle forbici, dei pettini. Gli strumenti che adopera il falegname sono: la pialla, la sega, il martello, il succhiello, le tanaglie, la lima, lo scalpello, la morsa, la riga, la squadra, il compasso. Il fabbro e il magnano si servono dell'incudine, del martello, della mazza, della morsa, della lima, del trapano. Per fabbricare le case il muratore adopera la cazzuola, la mazza, la nettatoia, la secchia, il ramaiuolo, la zappa, la pala, la martellina, il piombino. Le arti belle poi sono: la pittura, la scultura, l'architettura, la musica, la poesia. Il pittore dipinge quadri e pareti, e adopera il pennello, e i colori; lo scultore fa statue di marmo e adopera lo scalpello; l'architetto dispone a edificare bene gli edifizi; il musico scrive la musica; e il poeta fa le poesie. Vi sono poi le professioni. IX. MEZZI DI COMUNICAZIONE E DI TRASPORTO. Gli uomini per andare da luogo a luogo andavano a piedi. Dopo sottomisero il cavallo, l'asino, il bue, il mulo, e su questi posero sè stessi e i carichi. Adattarono a queste bestie un fornimento e li fecero trascinare il carro, la carrozza e il traino. Cosi per mettersi in comunicazione coi paesi vicini cominciarono ad aprire vie, sentieri, strade carreggiabili e strade ferrate. Nei luoghi dove ci sono laghi, fiumi, mari per recarsi da un punto ad un altro l'uomo adoperò la barca, poi il bastimento e il piroscafo a vapore per i viaggi lunghi. Il telegrafo, il telefono, la lettera e la cartolina postale sono altrettanti mezzi di comunicazioni. X. PRINCIPALI INVENZIONI E SCOPERTE. Idea della vita primitiva dell'uomo e suoi primi bisogni. L'uomo primitivo era rozzo e selvaggio, aveva paura della propria ombra, ed ancora più del rumore del tuono e del guizzare del lampo. Sono occorse migliaia di anni perché egli divenisse savio ed esperto come si vede oggi. Messo da Dio ignudo sulla terra, il suo pensiero volse ai bisogni del proprio corpo. Il primo suo desiderio fu di procurarsi il nutrimento, il fuoco per riscaldarsi e qualche ricovero che lo preservasse dal freddo delle notti e dalle bestie feroci. Le prime cose di cui si nutriva furono frutti selvaggi, radici d'alberi, e carne cruda, ma poi imparò a cucinarla. Il primo modo fu quello di metterla addirittura sul fuoco, che egli si procurava col far scorrere un bastoncello appuntato in una scannellatura fatta in un altro pezzo di legno. Dopo egli fece una buca nella terra, rivestendola internamente colla parte più forte della pelle degli animali che uccideva, la riempiva d'acqua, vi metteva la carne e vi gettava delle pietre arroventate finché l'acqua non bolliva. Finalmente trovò il modo migliore di cuocere la roba da mangiare in recipienti d'argilla che egli formava rozzamente. L'uomo abitava prima nelle caverne e in buche praticate entro il suolo facendo una specie di muro colla terra scavata ed il tetto con rami d'alberi; qualche volta trovando delle pietre se ne serviva mettendole insieme e fabbricando così una rozza capanna. I primi strumenti di cui l'uomo si serviva furono di pietra. La selce fu molto adoperata per fare coltelli, punte acute e rozzi martelli. Poi coll'andar del tempo nel vasto seno della terra trovò i metalli di cui si servi per scure, lance, accette, ornamenti, ecc. Dopo cominciò a lavorare la terra, a pascolare quegli animali utili per il latte e per le carni, a scambiare con gli altri uomini i prodotti. Inventò i pesi e le misure e cominciò a formarsi un linguaggio di gesti, perché l'uomo primitivo ebbe pochissime e cortissime parole. Il modo primitivo di ottenere il significato di qualche cosa fu lo scrivere dipingendo sui pezzi di pietra, sugli alberi e collo scorrere del tempo l'uomo sostituì a questo metodo certe parole e certi suoni; divise le parole in lettere e poi adoperò certi dati segni per rappresentare certe date lettere; e da questo ne nacquero finalmente gli alfabeti. E per contare l'uomo si servi di piccoli sassolini, (che in latino si chiamano calculi) e di fare dei nodi ad una corda e così a poco a poco inventò i numeri. Il progresso dell'uomo è stato grandissimo non solo per la fabbricazione delle case, per il cucinare, per il vitto, per il vestiario, ma anche per essere egli arrivato a conoscere la terra sulla quale abitava, ad inventare macchine per guadagnare tempo nei lavori. Così ha inventato l'aratro, la mietitrice, la trebbiatrice, le macchine da cucire per i sarti e le macchine tipografiche per stampare libri e giornali. Senza poi scrivere, come gli antichi romani, su tavolette spalmate di cera con un ferro appuntito, detto stilo, e sul papiro e sulla pergamena, verso l'anno 1330 inventó la carta da scrivere di cenci, e verso il 1440 la stampa. Di questa invenzione va dato il merito ad un italiano chiamato Panfilo Castaldi, che prima degli altri pensò ai caratteri mobili come si usano oggi nelle stamperie o tipografie. Inventó la macchina fotografica che serve a ritrarre le figure degli oggetti per mezzo della luce; il telegrafo che serve a trasmettere per mezzo di segni delle notizie a persone che si trovano in grandissima lontananza in poco tempo; il telefono, con cui si può trasmettere a distanza la parola dell'uomo; la bussola, che serve ai naviganti per dirigere il corso delle navi, alle carovane per non smarrirsi nei deserti. Consiste in un ago calamitato, appoggiato ad un perno, su cui può liberamente muoversi. Questo ago ha la proprietà di volgere sempre una punta quasi verso il Nord ed un'altra quasi verso il Sud. Inventó le macchine a vapore, il parafulmine, il termometro e tante altre invenzioni, che, oltre a procurare oggi piaceri nobili ed elevati, che non periscono, dispensano anche il pane quotidiano, la salute e le comodità a tutto il mondo intero, a cui, senza la loro scoperta, non sarebbe concessa che una misera vita. Ma con somma meraviglia e compiacimento si vede però che ad ogni invenzione è congiunto il nome d'un figlio d' Italia, la quale, anche in mezzo ai barbari, oppressa e divisa, ebbe sempre il vanto supremo d'essere Regina d'ogni sapere.