Su in vetta al Sirino

«Sui monti della Basilicata», in "Bollettino del Club Alpino Italiano", vol. XXIII, n.56, pp. 210-212.

1889
Carmine Cassino, Fulvio Delle Donne
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Informazioni sul Documento

Data del documento: 1889

Forma del manoscritto: modern_print

Fonte: documentary

Testo del Documento (Italian)

1889

Intanto si era in agosto, mese stabilito per la escursione. Tre soci della Sezione, pregevolissimi per dottrina e per amore all'alpinismo, desideravano di prendervi parte, ma, al momento della partenza, da ragioni diverse ne furono, loro malgrado, impediti. Io non sapendo rassegnarmi a rinunziarvi, nel settembre mi determinai a partire solo, col programma di attraversare la Basilicata dall'ovest all'est, ascendendo le cime culminanti dei gruppi del Serino e del Pollino; e questo programma fu da me compiuto con l'itinerario seguente:


17 settembre. — Da Napoli a Lagonegro (in ferrovia ore 9, in vettura ore 3).

18 detto. — Ascensione alla cima del Papa (2007 m.). Ore 9 1/2 a piedi, delle quali 5 1/2 in salita e 4 in discesa.

19 detto. — Da Lagonegro a Castelluccio inferiore. Ore 7 3/4 in vettura postale.

20 detto. — Da Castelluccio inferiore a Terranova di Pollino. Ore 9 a cavallo.

21 detto. — Ascensione alla Serra Dolcedorme (2271 m.). Ore 14, di cui 4 a cavallo e 10 a piedi.

22 detto. — Passeggiata sulle Murge (1445 m.) e traversata della Gola di Garavina. Ore 5 a piedi.

23 detto. — Da Terranova a Trebisacce. Ore 8 1/2 a cavallo. Nello stesso giorno alle 7,30 pom. partenza con la ferrovia, ed arrivo a Napoli il mattino del 24 alle ore 7,25.


Alle 5 ant. del 17 settembre, mentre pioveva alla dirotta, partii col treno Napoli-Brindisi. Poco oltre Salerno, si presentano a destra da prima i monti di Capaccio, e poi maestosa la giogaia degli Alburni, alla base della quale, in una gola, è situata la stazione di Sicignano, dove giunsi alle 10. Lasciato quel treno, che prosegue per Potenza, presi posto nell'altro, diretto a Casalbuono. Verso Polla si apre la bellissima valle di Diano, ove, sulle pendici dei monti che la chiudono ad oriente, sono situati Sala, Padula e Montesano, paesi che riuscii appena a discernere a traverso la nebbia. Quivi ha termine la valle di Sanza, donde si ascende al M. Cervati ed al M. Sacro di Novi (vedi "Rivista" di settembre 1880). Alle 2 arrivo a Casalbuono, ultima stazione della linea che, passando per Lagonegro, fra non molto s'incontrerà a Castrocucco con l'altra di Vallo della Lucania, per proseguire, lungo il versante tirreno, fino a Reggio di Calabria. Salito nell'omnibus che va da Casalbuono a Lagonegro, percorro la bella via provinciale, che, seguendo le sinuosità dei monti, non nasconde mai al viandante la vista della valle. Io anelava di salutare la cima del Papa, mia meta del giorno seguente; ma essa, lungo la via, resta sempre invisibile; e però dovetti rassegnarmi, in mancanza di meglio, ad osservare i lavori di costruzione del tronco ferroviario Casalbuono- Lagonegro. Alle 3,30 giunsi nella gola che si apre tra il M. Cervaro (1170 m.) e M. Buviero (926 m.); e di qui salutai il fortino che si erge sulla falda occidentale del Cervaro, memorabile per avere ospitato Garibaldi.

Alle 5 pom. mi fermai all’Albergo Vittoria di Lagonegro, paese notevole per l’amena posizione, i bei fabbricati e la nettezza delle vie, segno del benessere e dell’attività di quegli abitanti. Nemmeno da Lagonegro è visibile la Papa, ma solamente un’altra vetta del gruppo, quella su cui è costruito il Santuario del Serino (1888 m.). La sera mi riuscì di avere una guida per l'ascensione del giorno seguente. E me m’andai a riposare lieto, anche perchè il tempo, costantemente piovoso nel corso del giorno, si era messo al bello.

Erano le 5 ant. del giorno 18, quando, in compagnia della mia guida, mi misi in via. Dopo qualche chilometro sulla strada provinciale che mena alle Calabrie, prendemmo un sentiero pel quale si sale dolcemente verso oriente. Entrammo tosto nella contrada Grara, in mezzo ai castagni: l’aria era balsamica, e di tratto in tratto il canto dei montanari rallegrava il nostro cammino. Dopo un'ora di salita, s’incontra una pietra sulla quale è infissa una croce: per chi voglia saperlo, appresi dalla guida che, quando nel maggio i devoti abitanti di quelle contrade riportano la statua della Vergine nel Santuario, su questa pietra l’adagiano, per dar riposo ai portatori. Penetriamo nella regione denominata Brusco, e ci avviciniamo alla montagna, la quale mostra la sua ripida falda occidentale rivestita di boschi. Alle 7 siamo alla Madonna del Brusco (1060 m.), una cappella posta alla base del monte; e quivi principia a dispiegarsi il panorama. Poco distanti da noi sono le vette rotonde di M. Castagnareto (1358 m.) e M. Gurmara (1428 m.), più lontano il M. Raparo (1763 m.) a nord est, il Monte di Viggiano (1725 m.) e il M. Volturino (1836 m.) a nord. Da questo sito comincia la vera salita. Un sentiero ripido, ma comodo, a ghirigoro, è aperto in un bosco foltissimo. Alle 7,15 incontriamo una seconda pietra, destinata allo stesso ufficio della prima. Segue una selva di faggi e poi un alternarsi di rocce di varia natura. Continuando, dopo circa 30 minuti, troviamo una terza pietra, nel luogo denominato (non ho potuto saperne la ragione) Favo di Madama Antonia, il quale mette capo ad un tratto di via piana di circa 200 metri. Pochi passi fuori la via si trova una fontana di acqua purissima, detta del Grillo. Alle 8,10 si esce dal bosco; s’incontra una quarta pietra con la solita croce, e contemporaneamente ci si offre allo sguardo ripidissima l’ultima parete rocciosa della montagna, nella quale è tagliato un sentiero a rampate. A mezza via si trova finalmente l’ultima pietra, e da questo punto si può, volendo, guadagnare direttamente la cima del Papa, ma con una traversata difficile e pericolosa.


Alle 9 giunsi al Santuario, una modesta cappella, fabbricata sulla vetta del Monte Sirino (1888 m.), dove feci una sosta.

Era bello il quadro che mi si offrì allo sguardo in quel momento; ma ciò che maggiormente mi attraeva era la rotonda Cima del Papa, che superba si elevava per altri 119 metri. Questa è divisa da quella del Monte Serino da una cresta dentata, che, presentando qualche difficoltà a percorrerla, è la sola parte seducente dell’ascensione. Sono cinque o sei massi giganteschi, uniti fra loro, a quanto pare, di diversa costituzione geologica, i quali da due lati scendono a perpendicolo su profondi burroni. Uno di essi, sito a mezza via, richiede, per l'acutezza della punta e per la frastagliata disposizione delle rocce, la massima attenzione nel superarlo. Tale cresta viene denominata per la sua forma "Schiena d’Asino".

In quella fui raggiunto dal sig. Francesco Palmieri, il quale, informato della mia ascensione, ebbe il gentile pensiero di offrirmi la sua compagnia. Alle 9,30 lasciammo insieme il Santuario.

Lungo la cresta ammirai le bellissime varietà di rocce delle quali è tanto ricca la montagna. Arrivati al passo difficile, mettemmo in opera anche le braccia e lo superammo, non senza però fermarci un'istante sulla punta, per godere l'emozione, che ci produceva la vista dell'abisso.

Alle 11 precise il mio piede posava sulla vetta più elevata di quella montagna, che fino dal 22 giugno 1889, quando la salutai per la prima volta nella discesa dal Colle Croce di Sanza (977 m.), mi ero proposto di ascendere.

La montagna del Serino, di cui la cima più elevata appellasi Cima del Papa (2007 m.), risulta costituita principalmente di argille scagliose, argilloscisti, scisti galestrini, che al meteorismo si alterano successivamente, e vanno in detrito (brecce, lamine, schegge, scaglie, ecc.), continuamente spostato da monte a valle per l'azione denudante dell’acqua. In questo detrito si raccolgono facilmente i più belli e svariati saggi, sopratutto di scisto galestrino. Chiamano così i litologi una roccia fatta originariamente di uno scisto argilloso, man mano indurita per compenetrazione di silice, e che, se trovasi a subire interamente l'epigenia, diventa del tutto silicea, e presenta la durezza e l'aspetto ora del piromaco, ora del diaspro, dalle tinte più svariate, bruna, bruno-caffè, bruno-violetta, rossiccia, bruno-verdognola, verde. Io vi raccolsi alcuni esemplari, appunto di tali scisti diasproidi, di piromaco, nonchè di argilla indurita, di arenarie e di marne.

Seduto sul segnale trigonometrico, mi abbandonai a contemplare il panorama grandioso, che una splendida giornata d’autunno rendeva incantevole e che mi sforzerò di descrivere al lettore.

A ovest brillava il golfo di Policastro, le cui acque bagnano le spiaggie di Sapri e Vibonati, paesi dominati dai monti Coccovello (1512 m.), Olivella (1061 m.), Salice (1093 m.) e Cocuzzo (1387 m.). A nord-ovest la triplice cresta del M. Sacro di Novi (1704 m.) si disegnava maestosa nel fondo azzurro dell'aria, signoreggiando tutte le cime minori; seguiva l’enorme giogaia dei Monti Alburni (M. Cervati 1899 m. e M. Tirone 1740 m.), limitata ad est dalla valle di Diano, a sud da quella di Sanza, ad ovest dalle montagne di Capaccio (Monte Soprano 1082 m. e M. Chianiello 1318 m.) e dalla pianura di Pesto, e a nord dalla valle di Contursi, paese presso il quale il torrente Tanagro sbocca nel fiume Sele.

Colorite dalle tinte azzurrine più delicate si presentavano, verso nord, le maggiori vette orientali della giogaia del Terminio: M. Accelica (1657 m.), M. Polveracchio (1790 m.) e M. Cervialto (1809 m.); di rincontro alle quali, diviso dalla storica valle del Sele, si erge il gruppo di Laviano (M. Marzano 1530 m.). Più a nord ancora, come leggiera nuvoletta sull’orizzonte, credo di aver riconosciuta la interessante giogaia del Matese (M. Miletto 2050 m.).

Sulla catena orientale della valle di Diano si notavano M. Cavallo (1396 m.), sopra Sala Consilina, il Montagnone (1367 m.), presso Padula, l'importante M. Volturino (1836 m.), che domina Marsiconuovo, l'aspro e ripido Monte di Viggiano (1725 m.), celebre pel suo santuario ( Madonna di Viggiano), e più lontano ancora il Monte Arioso, coi suoi folti e nereggianti boschi ( Punta Pierfaone 1734 m.), nella direzione di Potenza.

La mia attenzione era richiamata continuamente dalle due montagne che, quasi rivali di quella del Serino, elevano altere, vicino ad essa, le loro sommità: erano il M. Raparo (1763 m.), presso Moliterno, e il tricuspide M. Alpi (1906, 1891, 1745 m.) sopra Latronico. Il Monte Raparo, del tutto calcareo, è una grossa montagna a larga base, con ampio altopiano ad anfiteatro; ha vari culmini con corrispondenti depressioni, che i naturali utilizzano per nevaie; è in parte nudo, in parte rivestito di vegetazione. Il M. Alpi o Arpe, come vorrebbero alcuni del luogo, perchè la sommità ha la forma di una falce, è spiccatamente più alpestre, più caratteristico ed anche più complesso per composizione; forse vi devono essere pure degli scisti diasproidi e delle arenarie, ma certamente vi è il serpentino, e perciò il marmo saccaroide, sul versante di Latronico. Confesso che queste due montagne mi attirarono al punto che, se la guida avesse acconsentito, ne avrei intrapreso le ascensioni.