Vita scolastica 1901 - 1922

D. Ridola, In memoria di Michele Torraca, Matera, Tipografia Conti, 1908, A. Colucci, L'inaugurazione della bandiera della società magistrale melfese "Andrea Angiulli" e la scuola popolare. Discorso pronunziato il 15 dicembre 1907 nella Sala della Società Operaia, seguito da due corrispondenze del benemerito insegnante signor Antonio Pesce, Melfi, Tipografia A. Liccione, 1908, In memoria di Emanuele Gianturco, Potenza, Tipografia La Perseveranza, 1908, Antonio di Muro, Discorso d'occasione nel Ricreatorio popolare di Potenza, Potenza, Tipografia Spera, 1908, Statuto dell'Associazione magistrale lucana, Potenza, Tipografia Garramone e Marchesiello, 1913, P. Di Nunno, Il ricreatorio educativo a Montemilone, Melfi, Tipografia editrice F.lli Insabato, 1910, E. Franciosa, Melfi e il suo ricreatorio, Melfi, Tipografia F.lli Insabato, 1911, V. Cantarella, Programmi didattici per la 1 2 3 classe elementare, Melfi, Tipografia Liccione, 1913, E. Franciosa, Melfi e il suo ricreatorio Vol.II, Melfi, Tipografia Ercolani, 1916, G. Bonitatibus, La scuola industriale in Basilicata. Prolusione all' anno scolastico 1903-04, nella R. Scuola d'Arti e Mestieri di Potenza

1901 - 1922
Clelia Tomasco, Fulvio Delle Donne
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Data del documento: 1901 - 1922

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1901 - 1922

Ridola Domenico

In memoria di Michele Torraca. Parole pronunziate nell'aula del R. Liceo Duni il XXIII giugno MCMVII Matera, Tipografia Conti 1908

Gentili Signore, Signori Egregi, Giovani Carissimi, Sto qui innanzi a voi per commemorare Torraca, Michele e ben volentieri mi vi accingo, sebbene io stesso, più che altri non pensi, mi senta disadatto all'arduo compito e misuri severamente l'insufficienza delle mie forze. Il Consiglio di Amministrazione di questo Convitto Nazionale, in due sedute del 26 settembre 1906 e 26 gennaio 1907, su proposta del Rettore, con voto unanime, deliberava questa commemorazione, e volle che fosse sincera, affettuosa e solenne, e che si dovesse compiere nel corso di quest'anno scolastico e prima che gli alunni convittori tornassero alle proprie case. Fu savia la proposta, perchè era doveroso questo tributo di riconoscenza a colui, che fu magna pars della legge a favore della Basilicata e curò la pronta trasformazione di questo Liceo-Convitto in nazionale, mentre, per ben 45 anni, era stato tenuto a spese delle non prospere finanze municipali. E fu anche opportuna la proposta, perchè noi, col nostro silenzio, non confermassimo l'amaro detto che Fortunato Giustino pronunziava nel brindisi a Zanardelli Giuseppe: La gratitudine non è dote del cuore umano . Dirò pure che di questa commemorazione è stato anche bene scelto il tempo, che può parere, ma non è, tardivo; perchè oggi, cessata l'emozione della tragedia, il giudizio nostro su lui può riuscire più imparziale e sereno. Oggi (che Dio sa quanti amici solleciti ed anche beneficati della vigilia lo avranno dimenticato!) tocca a noi, a noi almeno, di mostrarci memori e riconoscenti. Tutto fu ben pensato, preordinato e ben scelto salvo l'oratore. Infatti io non posso arrogarmi la pretesa di giudicare Torraca, Michele e di poterne discorrere degnamente. E neppur posso sperare di covrire la pochezza del pensiero con una bella forma, perchè le lettere, a me care negli anni giovanili, furon, mio malgrado, abbandonate per altri studi di scienze positive le quali non sempre sono scritte secondo il dolce favellare gentile. D'altra parte non è cosa agevole dir tutto e dire esattamente di coloro che, conformando le proprie azioni al sentimento altissimo del dovere, vissero compiendolo sempre, senza aspettare il plauso della gente e paghi soltanto di quello che viene dalla propria coscienza. Costoro sono per natura modesti ed obbediscono alla voce interna che addita il da fare e la via da tenere, e quello fanno e questa seguono, senza curarsi della folla e spesso camminando a ritroso di essa. È per questo, miei cortesi uditori, che fin dall'esordio devo invocare tutta l'indulgenza vostra, tutta quella benevolenza di cui sempre mi deste larghissime pruove e, come fonte di eloquio, mi affido all'affetto fraterno che a Lui mi legava e che può dentro dettarmi quel che io debba significare. E, prima di entrare in argomento, consentite che io rivolga il mio dire specialmente a questi carissimi giovani che dalla vita d'un uomo esemplare possono trarre utili ammaestramenti. Consentite pure che, come è mio costume, faccia patti chiari e che chiaramente mi spieghi da principio. Da una parte rammento il detto di Tacito che sian nemici della peggior risma gli adulatori , e dall'altra considero che Torraca, Michele non fu un pettegolo nano pomposo perchè ne consegua che io debba qui scialacquarne l'apoteosi . Torraca, Michele, vivo, non fu il Pirgopolinice, il miles gloriosus della commedia di Plauto Tito Maccio, nè a me piace di rappresentar la parte del suo schiavo Palestrio. Nella commedia bastava che il milite fanfarone, accennando alle sue dovizie dicesse: ho mille staia di monete d'oro , perchè lo schiavo Palestrio, secondando la millanteria di Pirgopolinice, si sentisse in dovere di aggiungere: e non è questo il solo tesoro del mio padrone; egli non possiede mucchi di argento, ma ne ha delle vere montagne che son più alte dell'Etna . Non è questo il caso nè per lui nè per me. L'amico mio invece possedeva veramente un tesoro d'intelligenza, di probità, di carattere, di cuore e di operosità e non volle vantarsene mai. A me quindi basterà mettere in luce questo tesoro vero ed autentico, assegnandogli i giusti confini, e risulterà che esso era in lui veramente grande ed inestimabile. Questo io mi accingo a fare. Se tentassi di esagerare, offenderei la sua memoria. Se lo avessi fatto quando era vivo, avrebbe finito per negarmi la sua stima ed avrebbe seccamente e fieramente esclamato: questo è mio, lo voglio e mi basta; del resto non so che farne! Stabilita così la mia tesi, tratterò alla meglio e più specialmente della sua fanciullezza, di come seppe diventar uomo e quale uomo veramente fosse stato poi come pubblicista, come Deputato e come Consigliere di Stato. Torraca, Michele nacque da modesta famiglia borghese il 20 Aprile 1840 in Pietrapertosa, paesello di Basilicata, addossato ad aspre ed erte rocce montane. Ancora giovinetto fu chiuso in questo seminario; nè vi meravigli la scelta, perchè, in quei tempi ed in questi nostri paraggi, non v'era da scegliere, quello era l'unico luogo e l'unico modo di educarsi ed istruirsi. Giovani carissimi, il Rettore di quel tempo non era quel garbato, fermo e solerte galantuomo che risponde al nome di Ruina Augusto. No, egli si chiamava Semeraro Pasquale, uomo di gran senno e di molto sapere, di tanto rigore e di tanta autorità da Giove Tonante, che noi lo temevamo come un Cerbero cane. Eppure (lo abbiam poi riconosciuto con Torraca, Michele e con altri) quel rigido uomo amava i giovani senza mostrarlo, li vegliava, ed incoraggiava i migliori, educandoli al lavoro, alla modestia, all'ordine, al carattere ed agli studi. E (non esito a dirlo e Torraca, Michele lo confessava) fu quel rigido uomo che con mano di ferro scolpì nell'animo dei suoi giovani ed in quello di Torraca, Michele stesso quelle eccellenti qualità morali, che allora si chiamavano virtù, e che in lui non si cancellarono mai. Io lo ricordo quì Torraca, Michele giovinetto vispo, smilzo, mingherlino, tutto fuoco ed attività, che, pur facendo, come voi le fate, le sue birichinate, severamente punite, attendeva con amore e profitto allo studio. Ed a proposito delle birichinate di quei tempi, permettetemi che io apra una parentesi. Fra i più minuscoli allievi di quel tempo v'era un nipote del Rettore che dava tanto da pensare al rispettabile zio, il quale non sapeva trovar modo d'imporre la sua immensa, incontrastata autorità anche su quel marmocchietto perpetuamente galvanizzato. Chi doveva dire, chi poteva profetare che egli dovesse un giorno diventare l'emerito e grave professore d'Istituzioni Romane nell'Università di Roma ed il deputato, sia pur volontariamente temporaneo, del suo Collegio? Oh! benedetta attività dei bambini, quando sei bene indirizzata! E torniamo a Torraca, Michele. Aveva svelto l'ingegno come agile il corpo, e studiava con amore e profitto, stimolato meno dalle non larghe compiacenze dei superiori che da quello spirito di emulazione che veniva abilmente insinuato fra i discepoli. Non tardò ad emergere ed essere il primo o fra i primi della scuola e ne dava pruova nei suoi componimenti in prosa ed in versi, specialmente in quelle che chiamavansi accademie , ed erano una specie di saggio letterario di prose e di versi, che noi giovani recitavamo nelle occasioni solenni. Ma qui alcuno arriccerà il naso e farà il muso torto dicendo in cuor suo: ma che ci andate contando di un tempo assai remoto, semibarbaro e di oscurantismo, in cui per necessità si doveva essere dei cretini e dei colli torti! No, cari signori, e ve lo proverà l'esempio cavato da una di queste sopramenzionate accademie. Muore Ferdinando II, ed ecco per il Rettore una propizia occasione per mettere alla pruova il valore di quei poeti in erba. E sollecito chiama a raccolta i migliori e distribuisce i temi. Non ricordo quello che fu assegnato a Torraca, Michele, ricordo che a me ne furono assegnati due: 1° Le virtù guerriere di Ferdinando II. 2° Un augurio al giovine sovrano. Per il primo tema stentai molto a trovar le virtù guerriere di quell'eroe e potetti cavarmela mettendo innanzi alla mente l'immagine di Napoleone e scrivendo versi a proposito di questi, senza nominarlo, come ebbi gran cura di non nominar mai l'altro in tutto il componimento. In quanto al secondo tema di auguri al giovine Re, da cui allora si sperava tanto, fu ben altra cosa, l'argomento mi parve bello e promettente, e vi posi a contributo tutte le mie idee di quel tempo sull' Italia, la libertà e via dicendo, e quel che potetti cavare da quei libri, che, per essere allora proibiti, tenevamo gelosamente ed ingegnosamente nascosti fra le materasse e nel vuoto tra' tiretti e le pareti dei cosidetti comodini scrissi dei versi di sapore liberale, che a me parvero belli e riusciti. Si era all'antivigilia dell'accademia e la sera, chiamato dal Rettore, gli presentai le due poesie. La prima fu trovata lodevole e passò. Ma quando fummo alla seconda, vidi il Rettore rannuvolarsi progressivamente nel leggerla e la lesse per ben due volte, ed era per scatenarsi Dio sa qual tempesta per tanta audacia, ma per il tempo che stringeva egli si contenne limitandosi a domandarmi: «che cosa mai avete fatto?» Ed io: «dei versi.» «Ma è tutto sbagliato da cima a fondo. Dovete rifar tutto da capo.» «Non sento di poterlo fare in così poco tempo.» «Voi lo potete e lo farete. » «Non credo» dissi; ed egli mi mandò via. Poco dopo, quella sera stessa, fui richiamato, ma io ero stato sollecito a mettermi a letto e dichiarai di essere stato colpito da una di quelle infermità metafisiche, le quali non sono del tutto ignorate, ma ben praticate anche ai giorni nostri. Allora il Rettore chiamò Torraca, Michele e gli dette il tema già a me affidato; e ricordo la prima strofa di quei versi, che suonavano così: Silenzio! Innanzi al fervido Precoce mio pensiero L'età vegnenti danzano E si appresenta il vero. E mi è parso opportuno rammentare queste bagattelle per dimostrare che, fin da quegli anni, fui compagno ed amico di Torraca, Michele e che fra noi non v'era che emulazione e gara a far meglio. Quell'amicizia e quella stima giovanile e scambievole andò crescendo con gli anni e, nell'età matura, pur avendo ognuno le proprie opinioni, l'amicizia e la stima diventarono saldissime. E devo ciò riaffermare, per smentire ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la più ingenerosa e sciocca diceria divulgata contro di me, in un certo momento, cioè che io fossi stato il costante nemico di lui. Ma mi accorgo di divagar troppo e ve ne chiedo venia. Che volete? Già ve lo dissi, non sono oratore e poi è cosí dolce tornare indietro col pensiero a quella rosea giovinezza, che non sappiamo distaccarcene se non Di ritroso fanciul seguendo il metro Quando la madre ai suoi trastulli il fura Che il piè va lento innanzi e l'occhio indietro. Torraca, Michele è sul punto di compiere con lode i suoi studi letterari e scientifici, quando la rivoluzione, che rumoreggiava lontano, scoppiò fra noi nel 1860. Egli ritorna a Pietrapertosa ed ivi non trova campo adequato al suo ingegno, alla sua attività. Poco dopo, muove di là per Napoli. E qui mi piace riportar la frase felice che l'intelligente nostro operaio Manicone adoperò nella sua commemorazione, il 2 Novembre 1906, quando disse che partì come il viggianese con l'arpa al collo, traendo seco il suo fratellino . In queste parole parmi che egli abbia voluto sintetizzare due nobili concetti, vale a dire che egli partì armato solo della sua energia, della sua intelligenza, degli studii fatti della volontà di compierne altri piú vasti e profondi ed infine e sopratutto di quella fede coraggiosa di potere col suo lavoro, bastare a sè stesso e all'educazione del suo fratello. A mio credere è proprio a Napoli che si esplica il periodo più difficile, più eroico della vita di Torraca, Michele. A 18 anni povero, ignoto, solo in quel mare magno, in quella vasta fucina del bene e del male, senza protettori, senza risorse, senza esperienza, salvo quella scarsissima che gli poteva venire dalla vita di seminario e d'un paesello, egli non si perde d'animo, non si stanca, lotta, stenta, combatte e non si arrende, e pare che dalle nuove difficoltà tragga nuovo ardimento, nuova energia. Fa l'insegnante, studia per suo conto, pensa al fratello. Comincia ad affermarsi con qualche articolo di giornale, guadagna terreno, conquista la sua modesta posizione di pubblicista e trova degno di lui l'argomento, pericoloso in sè, pericolosissimo a Napoli = combattere la camorra . Superate tante aspre difficoltà, l'uomo era fatto ed era fatto sul proprio stampo, perchè, guerriero intrepido ed ardimentoso, aveva scritto sullo scudo del suo carattere il motto antico « non flectar » e sulla corazza della sua probità l'altro motto « potius mori quam fœdari .» Oh dicano quel che si vogliano i saccenti ed i facili dottrinarii moderni, dicano quel che vogliono gli scaltri utilitarii ed i pieghevoli opportunisti del giorno, pronti a tutto pur di arrivare, per me questo tipo di selfmade man , non frequente nella nostra razza, di quest'uomo che per virtù propria e per via retta, seppe ascendere dal nulla alle più eminenti posizioni sociali, è il più bel tipo che io mi conosca ed innanzi a cui tutti dovrebbero sentire il dovere d'inchinarsi con reverenza. Sì, giovani dilettissimi, la personalità di Torraca, Michele si formò ed uscì pura come oro di coppella dal crogiuolo della vita di Napoli. Lo ripeterò cento volte, la figura, il carattere, la personalità di Torraca, Michele furono frutto dell'opera sua in quest'oscuro periodo della sua vita napoletana. Queste eminenti qualità morali non mutarono più mai, perchè l'impronta era già data, quali che potessero essere le vicende e la fortuna della sua vita. E perchè non crediate che io esageri, riporterò le parole dell'On. Riccio, che ne fu amico ed ammiratore «... furono anni di lavoro e di dolore, nei quali patì la fame, anni di fede in se stesso, nel suo lavoro, nella sua onestà. Vi è chi lo ricorda poverissimo, insegnante nelle scuole private a poche lire al mese, ma sempre puro, sempre retto, domandando all'ingegno suo, alla sua attività, il segreto del suo avvenire.» E poi soggiunge: «Lasciate che io ricordi di lui la lunga, operosa, coraggiosa vita di giornalista. Egli a Napoli combattette le più nobili battaglie per la moralità nelle pubbliche amministrazioni, per l'onestà, la rettitudine nei pubblici servizii, esercitando con i suoi articoli, con il suo libro Morale e Politica, con la sua opera personale nelle associazioni politiche, azione moralizzatrice nel mezzogiorno d' Italia ». Ed eccolo già fatto con tutte le sue prerogative. Ingegno per natura robusto, mente svegliata, nutrita di forti studi, osservatore severo ed obbiettivo, acuto conoscitore di uomini e di cose, facile e felice l'analisi, mirabile la sintesi. Ed alla mente corrispondeva la parola, incisiva, efficace ed il periodar breve. Non ebbe vaghezza di eloquenza ricca e smagliante, mirava meno a persuadere, che a convincere con logica serrata. Operosissimo, sapeva trar partito dal metodo nel lavoro molteplice e dall'uso sapiente del tempo. E tutto questo tesoro di virtù intellettuali e morali si nascondeva sotto l'apparenza di uomo austero, freddo, poco espansivo, sprezzante e dirò quasi ruvido. Oh quanto era diverso il giudizio di chi Ti conosceva nell'intimità!... E qui mi piace scagionarti dalla mala interpretazione che taluni vollero dare a questa tua forma esteriore. La dissero ruvidezza che pareva alterigia, indifferenza o sprezzo, come tu pure avessi la terra in gran dispitto , e te ne fecero una colpa e ti paragonarono ad Amleto. No: Tu non eri amico delle apparenze e della vernice; a te non arrise la sorte negli anni tuoi migliori; fu aspra e lunga lotta la tua, tu guardasti sdegnoso tante brutture umane, (del marcio ve n'è in Danimarca ed anche altrove!) tu salisti l'erta montagna della vita per sentieri aspri e selvaggi, e sudasti tanto a raggiunger la vetta! - Che meraviglia che lassù tu avessi l'apparenza di uomo stanco, annoiato e sprezzante? Si comprende bene che coloro che vanno sulla montagna in carrozza, in lieta compagnia e con un buon desinare debbano avere l'aria sorridente. Facile e sorridente la virtù del ricco che non piega al male, perchè non sente la necessità di farlo. Ma la virtù del povero che non s'infanga, pur aggirandosi fra la turba dei gaudenti, che riuscirono per losche vie, questa virtù è magnanima eroica, sublime. E per praticarla occorre una lotta aspra e perenne, che tortura l'anima, logora le forze ed imprime nella persona un'apparenza di sprezzo, di noia e di tristezza che diventa poi abituale! A Napoli dunque la povera ghianda silvestre aveva già messo salde e profonde radici perchè seguitasse a crescere dritta, robusta, maestosa e spandesse lunghi i suoi rami. La quercia è cresciuta e se ha ruvida la scorza, è parata a sfidar la tempesta e per soffiar di venti non piegherà mai la sua cima. Eppure quanta trasformazione si era compiuta nella mente e nell'anima di Torraca, Michele! Il mite seminarista non esita a far duelli, ed alla vigilia di Mentana corre a raggiungere il manipolo che seguiva Garibaldi e coopera nella colonna Acerbi all'audace tentativo! Nel 1880 Torraca, Michele si trasferisce a Roma, campo più vasto e più degno della sua mente eletta e della sua attività. Qui incomincia il periodo storico dell'uomo, periodo che io chiamo necessario, perchè tutto quel che accade è conseguenza necessaria delle premesse alle quali ho accennato. I grandi meriti intrinseci, presto o tardi riconosciuti, impongono alla folla di far largo e lasciare che il merito vada ad occupare il posto che gli compete. E questo periodo, che per essere storico, deve essere a tutti noto, è anche il meno agevole per portarne giudizio imparziale e sereno. Io stesso dissentivo da lui su taluni argomenti e qualche volta ne abbiam discusso. D'altra parte ero legato a Lui da tali vincoli di affetto che temo che altri non mi giudichi spassionato nei miei giudizii. Preferisco perciò andar spigolando e riferire autorevoli giudizii altrui. Ed eccone alcuni. L'uomo ed il pubblicista . «Nell'austerità della vita e sotto un'apparenza fredda ed orgogliosa, ebbe semplicità di modi e gentilezza di animo. La morte stessa sua, così poetica, sulle balze dell'Alpi a fianco ad un mazzolino di edelweis, ce lo mostra nell'aspetto suo vero, così diverso da quello che all'esterno appariva. (On. Riccio). «Fu detto di lui che fosse uomo freddo e poco socievole. Nulla di tutto ciò. Sotto quella veste apparente nascondeva gentilezza di animo e nella conversazione era arguto e piacevole. (On. Lacava).» E sul pubblicista son parole sue riferite dall' On. Lacava: «Giornalista e deputato e giornalista più che deputato, perchè dal giornalismo ho tratto e traggo gli onesti ed onorati mezzi della mia esistenza.» «Per lui la stampa era un altissimo ufficio; era una missione, un sacerdozio. Nella lunga sua vita di pubblicista del Popolo d' Italia, dalla Nuova Roma al Pungolo di Napoli, di cui fu direttore (dal 70 all'80) dal Dritto alla Rassegna, dall'Opinione al Corriere della Sera, egli portò sempre come pubblicista il concetto di una coscienza rigida e serena, di una onestà e rettitudine inappuntabili, di una fedeltà senza limiti a ciò che egli credeva vero e giusto». (On. Lacava). «Fu giornalista forte, vigoroso, uno dei più acuti nella stampa italiana, polemista rude, efficace, senza tergiversazioni, che andava dritto allo scopo coraggioso e retto... Scrittore robusto ed incisivo si esprimeva con invidiabile potenza, eleganza e chiarezza di stile... Fu pubblicista geniale, completo e moderno nel miglior senso della parola... In un momento difficile della sua vita, quando seppe che il Dritto, del quale era direttore, era venduto ad una società straniera, egli preferì perdere una delle più belle, delle più proficue posizioni giornalistiche, pur di non dare l'opera sua a servizio di una causa che non poteva essere la causa italiana. Molte volte idee ardite e liberali trovarono in quest'uomo modesto ed austero, che pareva, e non era, rigido conservatore, il loro difensore ed il loro propagandista». (On. Riccio.) Il Deputato . Nel 1886 viene eletto rappresentante del collegio di Matera e con largo suffragio vien sempre rieletto, per quattro lustri, per 7 legislature, per tutto il resto della sua vita, facendo tacere con la sua rettitudine schietta ed operosa, ogni nobile e legittima ambizione che altri potesse nutrire. Qui più che altrove mi s'impone il dovere di non giudicare e di riferirmi al giudizio disinteressato ed equanime di altri. Ed ecco il parere di persone autorevoli e competenti. «Rifulse alla Camera per le stesse molteplici virtù. Collaborò in varie ed importanti Commissioni, fu presidente della Commissione di vigilanza della Biblioteca della Camera, membro della giunta permanente per il regolamento interno, e della Giunta delle elezioni, relatore di varii disegni di legge, tra cui quella per la revisione delle liste elettorali, ultimo per ragion di tempo, ma tra i primi per importanza e per l'affetto da lui dedicatovi, quello per i provvedimenti a favore della Basilicata. Il suo senno politico, la vigoria della sua dialettica dimostrò nei dotti discorsi da lui più volte pronunziati, ai quali la sicurezza delle argomentazioni dava impronta singolarmente vibrata ed efficace. (Vice Pres. della Cam. On. De Riseis). » «Nella Camera dei deputati egli stesso diceva spesso: "io sono per quanto è possibile inchinevole al silenzio"; però non tralasciava di prender parte alle discussioni, quando era incitato a parlare e quando il suo dovere glielo imponeva. Il suo discorso era sempre breve e logico, per quanto elevato nella forma ed equanime». (On. Lacava). Fu applauditissima ed è rimasta memoranda una sua esclamazione, quando, dopo Adua e poco dopo la caduta di Crispi, si chiedeva che l'antica maggioranza condannasse inesorabilmente tutta l'opera del Ministero caduto. Egli gridò: «On. Presidente del Consiglio, domandateci tutto, ma non domandateci una viltà!» Infine quando Torraca, Michele nel 1889 commemorò a PerugiaMinghetti Marco, Bonghi Ruggiero così scrisse di lui: « Torraca, Michele è uno degli uomini più intelligenti, più veraci e schietti che prendono parte a questa vita pubblica italiana». Il Consigliere di Stato . É Lacava che parla: «Nel Consiglio di Stato, egli compiva il suo ufficio con un alto senso di dovere. Più volte l'ho visto nella Biblioteca della Camera studiare trattati e riviste di dritto e di giurisprudenza per le questioni che quell'alto consesso doveva trattare e non cessava di leggere e studiare finchè la mente sua non fosse edotta della quistione in tutti i suoi aspetti, finchè la sua coscienza non fosse appagata. E l'On. Riccio dice: «Egli per il primo sostenne e fece trionfare la tesi della competenza della IV Sez. del Cons. di Stato ad esaminare i ricorsi sugli scioglimenti dei Consigli Comunali e trovò così la via per arrestare il potere esecutivo nella sua illegittima azione. A lui si deve una giurisprudenza larga e liberale, sanzionata poi con progetti di legge, la quale rappresenta un passo notevole sul cammino liberale dei freni all'indebita azione della politica nell'amministrazione.» Ma se dovessi intrattenermi ancora su queste citazioni e giudizii non la finirei più e vi annoierei più di quanto non abbia già fatto. Non posso tacerne due. La Tribuna che non gli fu amica, diceva: «Lo abbiamo avuto anche noi avversario, ma faceva piacere averlo come tale perchè corrette e cavalleresche furono le sue forme di battaglie. E l'Avanti, col quale fu in perpetua lotta, scriveva: «Noi che gli fummo avversarii dentro e fuori il Parlamento, dobbiamo pure ricordare di lui la tenacia montanara dei propositi, l'indiscutibile lealtà politica e personale e - cosa pur troppo rara nei tempi che corrono - la fiera e dignitosa onestà dei costumi, della vita, degl'intendimenti». E rammenterò pure che lo Stato gli decretava pubbliche onoranze funebri, che riuscirono imponenti come quelle di un Re. Ed ancor poche parole, che saran rapide come l'ultima scena del dramma che diventò tragedia. Torraca, Michele, secondo il suo costume, è ad Alagna per rinfrancar le forze e ritemprarsi, respirando l'aria fresca dei monti, di quei monti che gli ricordano quel nido d'aquila, che fu la sua patria, la sua lontana Pietrapertosa. È il mattino del 23 Agosto 906. Oggi appunto son 10 mesi! Metodico e laborioso anche colà, alle 5-30 del mattino è già in via per l'abituale e solitaria passeggiata mattutina, quella che egli, il giorno innanzi, aveva già preannunziata agli amici, come più difficile ed audace. Bisognava farla quella passeggiata ed in quell'ora perchè la brezza mattutina ed il cielo azzurro rendon limpide le idee, sereno il giudizio, rinfrancano le forze per tutto il giorno, per tutto il resto dell'anno. Bisognava farla senza compagnia perché quelle vie gli erano ben note. E poi... e poi anche il pericolo ha le sue attrattive! Ed è bello ritentare le audacie spensierate della giovinezza!... Sale, s'inerpica, è in faccia all'Andreberg, nel luogo che, per triste rinomanza di assai vittime fatte, vien chiamato carnera . Avanti ancora! Bisogna coglierli gli stupendi edelweis che sono lassù. Avanti, più in alto sull'orlo del precipizio, avanti!... Il piede vacilla e sdrucciola, la mano inguantata mal si aggrappa alla rupe, cade nell'abisso che inghiotte ed uccide inesorabilmente. E nell'angoscia suprema: Ahi la consorte, le nipoti, il fratello!... Ahi gli amici, il collegio, i doveri non compiuti!... Ahi la morte inopinata, miseranda ed orrenda! Giovani , Torraca, Michele fu per voi un modello degno di studio e d'imitazione. Fu egli che, stimolato da me, rese a voi meno ardua qui la via del sapere e del dovere. Anche coloro fra voi, che non l'hanno conosciuto gli debbono gratitudine. Io fui suo amico ed apertamente lo fui, quando botoli ringhiosi lo bollavano con le parole di moda (non so se più vuote o più altisonanti) di retrivo, di forcaiuolo. Ed ora, giovani amici, venite meco a raccoglier fiori sulle montagne. I fiori gli furon cari. Raccogliete fiori selvaggi dai bei colori e dal profumo acuto dei monti nostri, solo quelli, non i perfidi edelweis che lo tradirono. Raccoglietene a piene mani e venite meco a covrirne la tomba! E se le misteriose, mirabili forze che reggono quel mondo che non è materia, se la piena degli affetti di quanti siamo qui radunati potesse indirizzarsi per una linea sola, tu, per un istante torneresti fra noi sotto le antiche sembianze e ti direi: Sorridi, di quel mesto sorriso che raramente errava sulle tue labbra, sorridi a questa balda gioventù, speranza dell'avvenire, sorridi per l'ultima volta all'amico tuo che ancor ti piange!




Colucci Alfonso

L'inaugurazione della bandiera della società magistrale melfese "Andrea Angiulli" e la scuola popolare. Discorso pronunziato il 15 dicembre 1907 nella Sala della Società Operaia, seguito da due corrispondenze del benemerito insegnante signor Antonio Pesce. Melfi, Tipografia di Antonio Liccione 1908

SIGNORI, Allorquando quest' illustre Ispettore scolastico, per un maggiore incremento della scuola, organizzò la Società fra gl' insegnanti elementari della circoscrizione a lui affidata, ed invitò me, quale vice-presidente dell'associazione, ad illustrare il fausto avvenimento cittadino della inaugurazione della Bandiera sociale, vi confesso che esitai alquanto ad accettarne l'incarico, pensando alla responsabilità che me ne sarebbe derivata, assolvendo il mio compito con un semplice rituale discorso, ispirato a poesia ed a vana retorica. E fra la preoccupazione di mancare in tal guisa di rispetto alla dignità vostra e dei tempi presenti, e l'altra di saper trarre profitto da questa geniale riunione, promovendo nella nobile cittadinanza un vivo interessamento per la scuola abbandonata, dubitai, come dissi, d'assumerne il gravoso incarico, ma le insistenze affettuose del superiore vinsero, ed eccomi qui a ricever l'onore di rivolgere la parola ad un uditorio così eletto, non senza esser preso da quella trepidazione che invade chi affronta un pericolo nell'incertezza di superarlo. La festa che ci fa qui, dunque, convenire, e che suscita in noi un sentimento che apre il nostro spirito alla letizia, è la festa civile dell'uomo evoluto che piglia il posto della festa del fanatismo e dell'ignoranza. Quale alto e nobilissimo sentimento è mai quello che desta in noi l'associazione, la fratellanza umana! L'io vien fuori; esce, dirò così, dalla solitudine dell'egoismo, come a diporto, per stringere fraternamente alleanza con gli altri spiriti; e, incurante delle formalità prescritte dall'orgoglio perchè assorbito del tutto dalla letizia presente, nota che anche il sentirsi uguali, veri fratelli liberi dal veleno della presunzione che fomenta la lotta, è benefico! Signori, è davvero un alto e nobilissimo e proprio benefico sentimento quello che desta in noi l'associazione, la fratellanza umana! Sentire, pensare e moversi insieme, ed eliminare l'odio deleterio, pare che sia la legge della vita tanto per l'uomo individuo che per l'organismo sociale: pare che l'uomo sia predestinato ad essere la cellula vivente della società, e che la società sia davvero l'organismo perfetto ed assoluto: pare che l'uomo non possa essere mai perfetto, mai felice se non piegando l'orgoglio a considerarsi parte e non tutto. Quando l'uomo sentirà la coscienza sociale in luogo dell'egoistica o brutale coscienza individuale, solo allora l'umanità potrà dire di aver fatto un gran passo. Lo stesso collegamento pare che esista tra l'umanità e la terra che l'accoglie, tanto vero che l'umanità contravviene, direi, alla Legge dell'ordine quando vuole spiritualizzarsi troppo e credersi a sua volta, come un organismo assoluto, a segno da considerare questo vecchio mondo come ad essa estraneo del tutto. Pare insomma che la legge della gravitazione sia universale davvero! Di qui è che il rodersi nell'inazione, nella ristrettezza, nell' oscurità dell'egoismo è morte: laddove la felicità, che è il risultato del conformarsi alla legge dell'ordine che impera sulla natura, ci vien data dall'operare insieme, che è quanto dire dalla cooperazione. L'associazione ci dà proprio quell'idea di forza superiore che integra la debolezza umana. L'uomo individuo pur troppo sente che è come una festuca in balia del vento; e che per star fermo e sicuro, debolezza vacillante com'è, ha bisogno di aggrapparsi a qualche cosa. Forse per questo sentimento di sfiducia di sè, di incompletezza, sentì il bisogno di ammettere potenze superiori e d'invocarne l'aiuto: certo fu questo sentimento che rese possibile l'esistenza del despota dalle vaste clientele. Si tratta ora di far erompere la luce, e di convincere il povero essere debole e incompleto che, per sentirsi sicuro, deve aggrapparsi al nuovo Dio, alla nuova forza superiore, che è l'associazione. Per convincersi, riflettendo sopra un successo insperato, che l'associazione è davvero la forza che può integrare l'individuo, basta dare uno sguardo retrospettivo al cammino percorso dalla grande U. M. Nazionale. L'umile maestro non curato e vilipeso dalle piccole oligarchie presuntuose e malvage dei villaggi e dei piccoli borghi, sentì più che mai il bisogno d'invocare una forza da contrapporre ai soprusi dei despoti; e accettò giulivo la proposta di alcuni generosi, che, indovinato il bisogno, promossero l'associazione. E l'umile maestro per essa oggi si afferma; e offre un nobile esempio di organizzazione alla diletta patria nostra. La festa che, testè dicevo, qui ci raduna non è più l'orgia dell'uomo incosciente, il quale piglia pretesto dall'adorazione d' un Santo, per sfogare le sue tendenze brutali nel chiasso, nel bagordo plebeo e nauseante. La nostra invece è la festa dello spirito illuminato, infrangente i gioghi secolari, frutto della menzogna e del vizio, è festa della riabilitazione, del riscatto dell'uomo. Di qui debbo trarre una confortante illazione che onora tutti voi, o signori; ed è che, se voi lasciaste le vostre ordinarie occupazioni per convenire a questa festa dello spirito, avete tutti il diritto di dire che costituite la classe eletta, la nuova nobiltà dei coscienti, degl'intellettuali; voi, apostoli della scuola, siete i degni di portare sempre avanti, come l'avanguardia dell'umanità organizzata, questo glorioso vessillo di civiltà che oggi inauguriamo. ( A questo punto, le alunne gli alunni delle classi elementari superiori sciolgono un armonioso canto, e vien fuori la Bandiera ch'è accolta da fragorosi evviva, ed ammirata in tutto il suo splendore del serico tessuto, e dei fini e concettosi disegni eseguiti dal Prof. Luigi Rubino). A voi, alla nostra scuola, come a nuovo faro dell'umanità, la società volge le sue speranze per trovare un suo migliore assetto morale ed economico. Oggi infatti che in ogni angolo della nostra regione ardentemente gli animi si appassionano attorno al grande problema del secolo, come al Bismark piacque definire la questione sociale, per modo che fra i vertiginosi contrasti dei nuovi tempi più non si scorge la via maestra che alla sua razionale soluzione conduce, sia lecito a me ripetere che la prima provvidenza sociale atta a rigenerare, su salda base, economicamente le nostre popolazioni, è l'azione educativa della scuola ispirata al supremo ideale della giustizia umana. Ogni miglioramento economico che da essa si disgiunga, non sarà nè duraturo nè completo. Non c'illudiamo: molte riforme, molte leggi invocammo, non poche se ne ottennero; ma è pur vero che molte di esse s'ignorano completamente dalle nostre popolazioni per il loro basso livello di cultura. Nei nostri luoghi, più che altrove, la democrazia deve convergere i propri sforzi, e volgere la azione in pro della scuola, per elevare con la cultura intellettuale e morale della nostra gente la sua produzione economica: qui, più che nei grandi centri, il socialismo psicologico ha bisogno di precedere quello economico, non essendo niun rinnovamento sociale realizzabile senza un rinnovamento della psiche individuale. A quest'opera seria di rigenerazione morale ed intellettuale, noi del Sud d' Italia, dobbiamo efficacemente attendere, se non vogliamo in perpetuo rimanere in una condizione di vera inferiorità di fronte a quelli del Nord, che al disopra di noi si elevarono per opera e virtù della scuola. Da uno studio del Falcinelli Antonacci, presentato al congresso internazionale di Milano nel 1906 per le opere di educazione popolare, rilevasi che nel Piemonte per ogni 1000 abitanti si hanno 3 scuole con una spesa di 3 lire e 35 centesimi a testa, laddove nella nostra provincia ve n'ha poco più di una, con una spesa di lire 1, 50 ad abitante, onde colassù si hanno 17 analfabeti su 100 e fra noi 75. Ed è decisamente quest'onda di analfabetismo esuberante che opprime la nostra produzione economica, che ci dà il primato nella delinquenza, e la caratteristica della più degradante servilità all' estero. Nelle provincie settentrionali infatti su ogni 1000 minorenni si applicano per delitti vari 28 condanne, nella Basilicata 106; negli emigranti, fra quelli del Nord si trova l' 11% di analfabeti, il 48 fra quelli del Sud. Di quale gravità siano l'uno e l'altro male, rilevasi dalla considerazione che gli stati più civili, impensieriti dalla libera ammissione degli analfabeti nei loro paesi, ne vanno vietando giorno per giorno l'immigrazione, e che le spese di custodia dei carcerati, nel nostro Stato, importano solo 30 milioni in meno di ciò che si spende per la pubblica istruzione. Non è da mettersi in dubbio che l'analfabetismo sia la causa prima dell'arresto del nostro progresso morale, poichè i seguenti altri dati statistici mentre provano la benefica influenza dell'istruzione sulla diminuzione della criminalità, giustificano la lotta che le autorità scolastiche impegnano contro l'ignoranza del nostro popolo. L' Amati «Nell'Istruzione e delinquenza in Italia del 1886» deduce che i delinquenti, esclusi quelli per truffe e furti, più lenti a scomparire, in un popolo civile, salgono fra gli analfabeti al 18 %, discendono al 13 fra coloro che sanno leggere e scrivere, ed al 7 fra le persone colte. Il Bodio nel 1905 segnala in una sua relazione alla Commissione di statistica giuridica 56 delitti fra omicidi e stupri su 100 mila abitanti coll' 86 % di analfabetismo; 34 coll' 80 %; 17 col 50. Il Lombroso infine, in un suo studio comparativo fra l' Italia scolastica e gli altri stati europei, rileva che nella prima si hanno 96 omicidi su una popolazione scolastica di 100 mila abitanti, negli altri invece 20 soli. Bene a ragione dobbiamo ritenere l'analfabetismo, fatto ormai acquisito alla scienza, come quello che nella nostra regione s'accompagna alla delinquenza, dove più dove meno, e riconoscere sapienti e utili i provvedimenti adottati dallo Stato con la legge del 1906 per la maggior diffusione dell'istruzione e per una più efficace vigilanza sulla scuola nel mezzogiorno, semprechè non perduri la nostra proverbiale apatia per la scuola, e più non si opponga all'incremento dei vari servizi scolastici la resistenza del nostro ambiente che inconsultamente li circonda d'un certo disprezzo.

La guerra contro l' analfabetismo, come ammonì alla Camera, non è molto, l'On. Credaro, s'impone per decoro nazionale, come una funzione di Stato. «Sarà occorso, egli dice, anche ai miei colleghi di trovarsi all'estero e di sentire definire l' Italia il paese dove non s'insegna nè a leggere nè a scrivere. Questa definizione scendeva dolorosa al cuor mio d'italiano, ma era verità. L' Italia è la nazione dove non s' insegna nè a leggere nè a scrivere». Ed a provar ciò ritorno all'eloquenza delle cifre che più e meglio della mia parola avvalorano il richiamo che ci viene d'oltre monti e d'oltre mare. In quasi tutti gli stati europei, o signori, l'obbligo scolastico dura, dove più dove meno, 8 anni, dai 6 ai 14, e in alcuni anche 10, esclusa la preparazione prescolastica per mezzo dei razionali giardini d' infanzia; in Italia dura invece 3 anni, dai 6 ai 9 anni per i nove decimi della popolazione scolastica, e si protrae al 12° anno per l'altro 10°, quando gli alunni percorrano le classi superiori 4°, 5° e 6°, non ancora istituita in molte città, contrariamente alla legge 8 luglio 1904. Giova però conoscere come viene osservato quest'obbligo scolastico. Dalla Tabella allegata alla relazione e al progetto di legge 8 luglio 1904 si rileva che nel 1901-902 sulla popolazione italiana di 32.475.253 abitanti 4 milioni e 300 mila erano i fanciulli dai 6 ai 12 anni, 2.732.912 gli obbligati alla scuola, 1.092.220 gl'iscritti alla 1° classe, 700.245 i promossi alla 2°, 484.794 alla 3°, 222.480 i prosciolti dall' obbligo dell'istruzione. Questo spopolamento è un fatto abituale di ogni anno. Meno male che un certo spontaneo interessamento per la scuola, in virtù dei sensibili e reali benefizi che essa arreca alle stesse classi popolari nell' odierna ascensione alle cariche ed agl'impieghi, ci lascia intravedere un risveglio nella vita scolastica anche nei nostri luoghi; ma chi non riconosce ch'esso è troppo lento, laddove l'istruzione vuol'essere rapidamente estesa a tutti, e non limitata al semplice leggere e scrivere? Ed anche per questo il monito ci viene di fuori, dagli Stati Uniti, ove il presidente Roosevelt, Franklin Delano nel 1903, discutendosi il divieto d'immigrazione agli analfabeti, dichiarò che il secondo scopo di una legge sull' immigrazione dovrebb' essere quello d'accettarsi, mediante un esame accurato, e non semplicemente a base di lettura e di scrittura, che l'immigrante possiede la capacità intellettuale per potere agire sanamente quale cittadino americano. E ciò è purtroppo logico e giusto, poichè, come il primo grado d'istruzione elementare non ci conferisce le attitudini di persona civile e le abilità utili e decorose di cittadino, così non impartisce nemmeno quella media coltura, sola efficace ad inibire in noi i malvagi impulsi alla criminalità. Certamente il saper leggere è la base fondamentale di una istruzione che prepari al vivere civile, ma non è tutto, nè ad esso bisogna arrestarsi. «Le condizioni della società moderna sono mutate d'assai; è tutta una nuova vita che si va formando e svolgendo fra i continui mirabili progressi della scienza, nelle sue molteplici manifestazioni, sospinte dalla organizzazione di tutte le energie lavoratrici, che appunto nel lavoro, e nei vincoli della solidarietà rafforzano il proprio ideale che le sottrae al predominio di classi intellettualmente e moralmente noiate ». È tutta una nuova vita che esige ben altra preparazione di quella che può venir dalla conoscenza dell'abbici. «In tutte le forme della produzione, soggiunge Sua Ecc.za Rava, in un' odierna circolare ai vari funzionari scolastici, l'uomo che ha un mininum d'istruzione rappresenta una forza sociale più sicura; e in tutte le moderne forme della vita sociale, la mancanza d'istruzione equivale ad una menomazione del valore sociale, individuale e collettivo; il contadino se lavora il terreno ha bisogno dell'istruzione per valersi di mezzi più appropriati perchè più renda il suo lavoro; se emigra ha necessità assoluta almeno di un primo grado d'istruzione, prima per esercitare il diritto di emigrazione nei paesi d' immigrazione più ricchi, poscia per potere più utilmente impiegare il proprio lavoro, per mantenersi in rapporti continui con la madre patria che esercita la sua protezione verso i figli lontani, ed alla quale l'emigrato rimane quasi sempre avvinto da interessi morali e materiali. E così in tutti i campi dell'attività: il commercio, la piccola e la grande industria richiedono sempre per un rimuneratore impiego del lavoro individuale almeno un grado elementare d'istruzione». Grado d'istruzione, per vero, che non può conseguirsi nella sola scuola elementare, sia per i progressi e le necessità stesse del lavoro e delle idee che richiedono un insegnamento più razionale e più vasto, sia perchè la cultura di tutto l'attuale corso elementare non può avere influenza diretta ed efficace sullo sviluppo sociale, non può porgere criteri per le evenienze della vita, dare cognizioni capaci di regolare le professioni del popolo, e rispondere interamente al nuovo stato di cose. Lo stimolo educativo varia col mutare dell'età dell'alunno. La scuola elementare non può bastare da sola, perchè nell'età dei fanciulli ch'essa raccoglie, non si ha lo sviluppo organico dell'adolescente in cui si svolge il sentimento al suo grado più elevato. La scuola elementare odierna non può nel medesimo tempo acconsentire a due tendenze che sono in opposizione tra loro, come rileva il G. Soli nella scuola di Milano, poichè «l' una per soddisfare ai bisogni della borghesia, aspirante agl'impieghi ed alle professioni liberali, guarda più all' idealismo, della cultura, che è il fine della educazione umanistica, e l'altra all' utilitarismo immediato della cultura che è lo scopo della scuola popolare ». È precisamente questa istituzione sociale della scuola popolare, a tutti obbligatoria, che trasse la sua origine dalla grande rivoluzione francese, e che nel mondo civile si diffuse per i rapidi progressi della scienza e della democrazia, che io auguro, o signori, si affermi e si consolidi anche presso di noi, ove la rivoluzione politica non attese a conferire alla nazione l'unità intellettuale e morale che pur si sarebbe dovuto e potuto raggiungere per virtù di savie disposizioni legislative ispirate ai bisogni ed alla civiltà delle varie popolazioni che la composero. Le pubbliche finanze, stremate dal riordinamento di altri servizi, che apparvero più urgenti, tornarono insufficienti a provvedere alla rigenerazione morale del popolo. Da più parti i savi ammonirono che fatta l'Italia, urgeva riformare gl' Italiani nel pensiero e nell'azione; e tosto gli uomini di Stato si posero all'opera. Nel '60 e nel '61 si estese a tutto il regno l'istruzione elementare, regolandola con la legge Casati vigente in Piemonte; nel '77 se ne dichiarò l'obbligatorietà, e successivamente s'integrarono i programmi, includendovi quasi tutte le attuali materie di studio, e la novità del così detto insegnamento oggettivo, destinato a svecchiare le scuole del dogmatismo trasmessoci dalla Chiesa, nostra dominatrice per oltre un millennio. Questa commendevole riforma, che mirava a ringiovanire la scuola elementare per virtù d'un ideale che scaturisce dalle intime viscere della realtà, per la deficiente cultura professionale della gran parte dei vecchi maestri e le condizioni assai sfavorevoli dell'ambiente extra scolastico, fraintesa dai più, naufragò nella difficile pratica della scuola, degenerando in un gretto artificialismo che tolse non poca fiducia al nuovo ordinamento scolastico. Ed a questo punto non posso non ricordare a me medesimo le preoccupazioni del locale sopraintendente scolastico nel 1887, quando ad iniziativa del compianto R. Ispettore Scolastico, Prof. Ruggiero Luigi, si inaugurò in questo circondario un corso di conferenze pratiche sul metodo sperimentale da applicarsi per mezzo della lezione oggettiva a tutti gl'insegnamenti della scuola. Mi par, dico, di sentir viva ancor l'eco delle lamentele, in parte giustificate di quell'egregio funzionario, sull'indirizzo materialistico ch'egli pensava si fosse potuto imprimere alla scuola per effetto delle così dette lezioni di cose, per le quali, allora, ci fu un singolare entusiasmo da parte dei giovani maestri. Io non temo d'asserire che niuno più di quel brav' uomo, passato di poi all' insegnamento nelle Scuole Normali del Regno, sia convinto del gran merito della pedagogia moderna, ch'è quello appunto, di aver riconosciuto che lo stimolo fondamentale e più efficace per eccitare l'attività cosciente del fanciullo è il complesso delle cose che lo circondano, e di aver restituita la intuizione di queste all' insegnamento scettico delle parole. «E, infatti, dice l' Ardigò, l'insegnamento intuitivo che col fornire la mente di convinzioni sicure, interessa l'alunno allo studio, a proseguirlo da sè, a non lasciarlo indifferente nel giudicare delle azioni, come avviene negli scettici, ma produce in lui quell' inclinazione forte ed indomita a regolarsi nella vita secondo quello che pensa; in una parola produce quello che si dice carattere, che, come si sa, dipende appunto dalle convinzioni certe e sicure ». Sperò di poi nel '94 l'onorevole Ministro Baccelli, organizzando il mal definito insegnamento oggettivo in uno schema di nozioni varie, a tutti necessarie nella vita, di ricondurre per esso la scuola del popolo entro i naturali confini determinati dalla ragione del suo essere e dagli scopi suoi di utilità nazionale, ma per averla nel medesimo tempo destinata alla pratica della vita ed alla preparazione degli studi secondari, i maestri ne allargarono talmente le attività che si sconfinò dalla visione esatta e precisa della scuola primaria, conferendole forza e caratteri non propri. Se non che incalzati dall'evoluzione sociale, al fine di adattare sempre più la scuola ai bisogni della vita, specie nei grandi centri e nelle regioni più progredite, la si gravò di nuovi insegnamenti, rendendone meno vaga ed incerta la materia, sì, ma limitando il corso elementare di un anno per pretendere all'istituzione della scuola popolare. Avemmo così nel '904 l'esame di voluta maturità al 4° anno degli studi elementari, e la 6° classe, con lo sdoppiamento dell'attuale orario della 5°. Quello, o signori, che dal nostro riscatto politico ad oggi si è fatto nel nostro regno per la diffusione dell'istruzione, non è poco, ma l'opera porta i segni della fretta, del disagio economico e della incompleta organizzazione della scuola, il che nocque non poco a noi del Sud, che per usufruire dei reali benefici della popolare educazione, date le nostre condizioni sociologiche, avremmo dovuto con speciali provvedimenti essere iniziati nell' istruzione primaria per mezzo della scoluccia sino all'attuale scuola elementare, affidando l'una e l'altra a maestri versati nelle discipline pedagogiche, e non improvvisati e fatti a macchina in pochi mesi di conferenze, come pur troppo accadde. Storicamente infatti il sorgere della scuola popolare presuppone l'esistenza di una società alquanto evoluta, ed anteriore a sè, di parecchio, la scoletta, di cui quella rappresenta uno sviluppo ed un perfezionamento, sia dal punto di vista sociale, che da quello pedagogico; per vero il fatto dell'educazione che nell'uomo civile si trasforma in fenomeno etico, ritrova la sua speciale azione più precisamente nella scuola popolare, a tutti aperta, a tutti necessaria. Questa la ragione, dunque, per la quale la scuola elementare italiana, gravata, sin dalla sua istituzione, d'un contenuto scientifico non lieve, trovò credito nell'Alta e Media Italia, e niente o ben poco ne trovò nelle nostre regioni; dove non pure la scuola, ma la scoletta istessa era sconosciuta; dove, sociologicamente, la nostra popolazione era «un vasto mosaico a mille tinte e sfumature ». Così si spiega ancora il fatto per cui le nostre genti, poco civili, non furono in grado di assimilare la nuova cultura diffusa dalla scuola elementare, la quale, non traendo le sue origini dai nostri costumi e dai nostri bisogni, non adattandosi e non modificandosi con essi, non prosperò nei nostri luoghi. Una migliore organizzazione della scuola che intenda invece a distruggere l'analfabetismo delle nostre popolazioni, ad avviarle al perfezionamento umano; ad educarle, mercè una cultura generale, ai vari fini della vita; a prepararle, con una cultura tecnica, all'esercizio delle arti, dei mestieri, delle industrie, ovvierebbe ai citati inconvenienti sociologici, agli ostacoli di ordine economico e pedagogico, ed eliminerebbe l'odierno confusionismo scolastico, per cui la cultura professionale s'implica nella generale e questa nella elementare . Le riforme scolastiche, come le altre, non scaturiscono dal geniale intuito di un solo uomo, ma si fecondano, si vivificano e si maturano in seno al popolo, che dei germi vitali di esse dev'esserne cosciente per provocarne direttamente il compimento. Lo Stato, da sua parte, può alimentare le energie del popolo in armonia ai bisogni collettivi, agl'ideali sociali, per indi integrarle con la propria funzione legislativa. Questo avviene almeno nei vari stati liberi. Grave quindi è la responsabilità della classe magistrale nell'ora presente, di fronte al confusionismo pedagogico ed alla incuria delle classi dirigenti per la scuola del popolo, per la scuola di tutti. I maestri, più degli altri, possono illuminare il popolo sui problemi della scuola; essi devono orientarlo e disporlo a risolverli in conformità dei vagheggiati ideali sociali, così come l'impulso alla vita sociale vien dato non dagli uomini ignari e torbidi, ma dagl'illuminati e dagl' inquieti, di quell'inquietezza s' intende non patologica o anarchica, ma giovanilmente sana e rigenerante. Si è perciò che al vostro cospetto, o signori, in esplicazione della nostra nobile e santa missione, solennemente vi dichiariamo che è nei nostri ideali un Istituto popolare educativo , posto in ameno edifizio, che indirizzi con razionale educazione tutti i giovanetti agli scopi pratici della vita, alternando alle occupazioni intellettuali le esercitazioni del lavoro manuale, dei lavori donneschi, della ginnastica, del tiro a segno, del canto, dei giuochi ginnici. Un istituto che includa il vero giardino d'infanzia e la scuola elementare dai 3 agli 11 anni, un 2° grado di cultura generale necessaria al vivere civile di un popolo dagli 11 ai 14, ed un 3° grado ancora di studi professionali per le moltitudini dai 14 ai 16 anni. Al 1° periodo, della elementarità, dopo la 5a classe, seguirebbe la differenziazione degli studi secondari, in classici e tecnici o fusi insieme. Ed è tempo, pel principio d'eguaglianza che ci regge, pel principio della sovranità popolare che chiama il popolo a governarsi da sè, e per la considerazione che il lavoro oggi non è più attività muscolare o meccanismo umano guidato da consuetudinarie abitudini, ma è il risultato composto del pensiero, della volontà e della forza fisica, illuminato dalla scienza, è tempo, dico, che un tale Istituto educativo popolare, funzioni in tutta la sua integrità, essend' esso una necessità storica, da cui non può prescindersi pel benessere morale ed economico di tutta la società. Oggidi, o signori, «si vale quanto si produce; si produce quanto si sa, si sente di noi per quanto produciamo e sappiamo»; ed è indiscutibile che le attitudini decorose e nobilitanti di buon cittadino e di persona civile siano frutto di una educazione scientifica. Io non mi soffermo a dimostrare l'utilità e la convenienza che le classi dirigenti troverebbero in promuovere ed affrettare con una sapiente scuola popolare l'istruzione civile e morale delle classi lavoratrici, poichè l'esperienza quotidiana c'insegna che ciò che si lesina sui bilanci della pubblica educazione, va a mille doppi sperperato sotto forma di pubblica sicurezza di assistenza ad infermi di ogni specie. L'azione benefica, però, di un Istituto popolare educativo, così come noi ve lo abbiamo prospettato, dovrebb' essere rinvigorita e coadiuvata dall'assistenza delle varie istituzioni complementari della scuola, istituzioni che presso altri popoli civili e in più luoghi dello stesso nostro regno «formano una bella e gemmata corona della scuola primaria». Della loro azione educativa, checchè se ne pensi del nuovo onere che per esse occorre impostare nei bilanci dei vari enti, non è conveniente privarsene, costituendo esse appunto un poderoso elemento cooperativo della funzione della scuola, tanto più necessario nell'ora presente, in quanto quest'ultima per la sua attuale organizzazione non risponde completamente ai suoi fini educativi. Pensiamo infatti, o signori, ai fanciulli che non frequentano la scuola, o la frequentano irregolarmente per mancanza di calzature, di vesti, di sufficiente nutrimento; a quelli che dall'alba all'apertura della scuola, e dalla fine di questa al ritorno dei genitori in città restano abbandonati all'ozio sulla strada, in balia di cattivi esempi; a quelli che, inconsciamente, o per malvagità danneggiano piante di ameni passeggi, edifizi privati e pubblici; che incrudeliscono contro le bestie ed i propri simili, anche se sventurati; che trascorrono in ozio le intere giornate, sciupando i propri risparmi e dimenticando le cognizioni apprese a scuola; a quelli che sono, diremo, il tormento quotidiano delle famiglie per le occupazioni o l'assenza dei genitori, e degnativi dirmi se sia civile ed umano ancora che ciò avvenga, e che dell'altro crescano figli si tristi ed indegni della patria. In forza di questi deplorevoli disordini della vita dei nostri figliuoli, vi proponiamo, o signori: a) di ridare vita rigogliosa al nostro Patronato Scolastico; b) di adoperarsi nel circondario a farne sorgere altri perchè adempiano al nobile ufficio d'invigilare sulla regolare frequenza dei fanciulli alla scuola, di provvedere abitucci, calzature, oggetti di cancelleria ed una modesta refezione ai più poveri, senza di che si compie un delitto a tormentarli in lavori intellettuali che più rapidamente ne consumano le scarse energie vitali; c) di istituire degli Educatori che nelle ore dopo la scuola e nei dì festivi accolgano gratuitamente i fanciulli poveri, e, con tenue pagamento, i figli dei benestanti per farli assistere dagl' insegnanti nell' adempimento dei loro doveri scolastici, per addestrarli nelle razionali esercitazioni della ginnastica, dei giuochi ginnici, del canto, del disegno, dei lavori donneschi, e del lavoro manuale, in applicazione alle industrie locali; d) di formare fra gli stessi alunni quelle Cooperative scolastiche altamente commendevoli, che offrono i propri utili, derivanti dalla differenza fra il prezzo d'acquisto e quello di vendita del materiale scolastico, agli alunni poveri; e) di costituire fra allievi ed ex-allievi quelle Società che riescono a mantenere fra essi amichevoli relazioni per mezzo di conferenze, di feste scolastiche, di passeggiate di beneficenza, di esposizioni agricole ed industriali, di visite ad aziende e consorzi agrari nel proprio e nei paesi vicini; f) di far sorgere per cooperazione degli alunni e delle famiglie quelle Collezioni e quei Musei Didattici, tanto utili a porre le scolaresche a contatto col mondo delle cose ed a rendere possibile un reale insegnamento oggettivo nelle nostre scuole; g) di far restituire alla nostra popolazione quella Biblioteca Circolante da noi promossa nel 1882, e di adoperarsi nel circondario ad istituirne altre, per ispirare nel popolo l'amore ai buoni libri che estendono l'azione della scuola a tutta la vita degli operai « allontanandoli dalla bettola e da altri peggiori convegni del vizio, ispirando loro l'aborrimento per tutto ciò ch'è vile, estenuatore dei muscoli, del cervello, della libertà morale.» In tutte queste istituzioni che coadiuvano la scuola a lasciar di sè traccia più vasta e più intensa, non dovrebbero essere omessi gli scopi educativi del risparmio, della difesa contro le malattie infettive, della diffusione delle pratiche razionali di agricoltura, della propagazione delle piante utili alla regione, della protezione degli animali ecc., al fine pratico di risollevare, per impulso di proprie iniziative, le depresse condizioni economiche delle nostre popolazioni che, prostrate sempre più dalle crisi agrarie, dai mal rimunerati lavori, trovano ingiustificate ed insopportabili le crescenti tasse imposte dai vari enti. La scuola che non è integrata da una sapiente assistenza scolastica, non sarà coordinata all'organismo sociale, non educherà alla solidarietà ed alla redenzione umana. Molto domanda per questa sua rigenerazione la società al maestro: larga cultura professionale, assiduo lavoro, sincero sacrificio. Ma pretenderemo ch'egli passi perciò la vita sua esclusivamente fra la scuola e la casa con i segni della miseria e del martirio sul volto? No. Vogliamo ch'egli ampli la sua cultura intellettuale e morale; ci piace che, con vera abnegazione, adempia ai doveri della sua professione; ma desideriamo pure che partecipi alla vita sociale, e che sia vero elemento cooperativo, con l'esempio e con la parola, ma senza ostentazione, della rigenerazione morale ed economica del popolo. Ci piace che vigili sugli atti parlamentari degli uomini politici del luogo, rilevandone, se del caso, senz'ira e senz'asprezza, l'influenza malefica che ne deriva alla scuola; che polarizzi il movimento economico-politico della classe, senza tramutarsi in galoppino elettorale, verso quel partito che ne ami il reale miglioramento, giusto non essendo che gli educatori del popolo languiscano in una condizione assai vicina alla miseria. In Italia, per effetto dell'ultima legge 8 luglio 1904, al maestro è assegnato uno stipendio medio che va dalle 750 alle 1320 lire, mentre in altri stati d'Europa, gli è corrisposto un compenso che da un minimo di 860 si eleva ad un massimo di 7500 lire, e in Australia e negli Stati Uniti dalle 10 alle 12 mila. Ci si fa, o signori, in questo generale rincaro della vita un trattamento inferiore a quello dell'usciere, del sottoufficiale dell'esercito, dell'impiegato subalterno delle poste e dei telegrafi, e ci parificano, per virtù di quell'estimazione che si ha dell'opera nostra, a sole parole, ai fattorini postali. In non miglior considerazione è tenuta la scuola dalla società; sconoscendosi che un intimo rapporto corre fra l'istruzione di un popolo e il suo sviluppo economico. Da alcuni dati statistici dell'on. Colajanni Napoleone risulta che gli Stati Uniti, l' Inghilterra e la Germania in media, annualmente, spendono per la istruzione di ogni abitante 11 lire, la Francia 7 circa e l' Italia poco più di 2, per cui nelle prime si ha un reddito personale medio di circa 900 lire, di 800 circa nella Francia e di poco più di 300 in Italia. Ed, ecco come, ben a ragione, affermammo, che si produce per quanto si vale, e che l'egemonia morale ed economica nel mondo sarà di quella nazione che se l'avrà sapientemente preparata nei banchi della scuola. «Ovunque, dice il De Dominicis, nella sua rivista pedagogica del decorso anno, è civiltà, vi ha scuole; le grandi zone della civiltà sono anche le grandi zone della vita scolastica, e quando si consideri la portentosa diffusione della scuola per rispetto agli ostacoli ed ai pregiudizi che ha dovuto vincere, e si ponga mente alle ingenti spese che richieda, torna evidente che s' incarnino in essa nuove forze sociali, intellettuali e morali dell'epoca nostra». Forze che in parte invochiamo da voi in pro dell'educazione dei vostri figliuoli, in pro della pacificazione sociale, poichè niente più dell'educazione razionale avvicina gli uomini e li rende meno dissenzienti; in nessun altro campo come in quello della scuola armonizzano gl'interessi delle varie classi sociali. Solo dal concorso armonico delle iniziative dello Stato, della Provincia, del Comune e dei privati, può derivare la vita alla scuola popolare, così come noi l'abbiamo rilevata, nella sua completa organizzazione pedagogica, circondata dalla simpatia calda e vivificatrice dei maggiori cittadini e delle dame benefiche che la rende meglio accetta alle popolazioni, più frequentata, più utile. E la cooperazione degli enti locali e dei cittadini per la vita della scuola che ne determina l'aspetto pedagogico, poichè come concordemente rilevano i luminari della scienza dell'educazione, essa, sebbene una nei suoi fondamenti, nelle sue idealità razionali ed umanitarie, non può nei suoi fini pratici non variare da luogo a luogo, specializzandosi in relazione alle forme di attività economica delle singole popolazioni. Questo generoso concorso delle classi dirigenti alla vita della scuola, nei nostri luoghi, mancò totalmente in passato, e l'assenza di tale partecipazione influì molto a non farla adattare ai bisogni eminentemente agricoli della nostra regione, ed a farla fallire nei suoi vari altri scopi secondari pratici ed utili. E mi piace addurre a conforto della mia tesi un brano del discorso che il nostro concittadino G. B. Guarini ebbe, non ha guari, l'onore di leggere in occasione dell' inaugurazione della Bandiera della nostra balda Unione democratica. Egli disse: «Al nostro proprietario ormai restano i nomi sonori e pomposi delle terre intristite; l'operaio stenta faticosamente un misero guadagno insicuro; e non ha che il contadino il quale lo vinca nella febbre dell'espatriare dalla terra natia. Una terra per vero, o signori, che ancora a molti di noi appar ricca e ferace, capace ancora di essere atta a cacciare dalle sue viscere, rivoli d'oro. Una grande illusione. La nostra regione non fu mai largamente produttiva, mai un Eldorado economico, se non la fecondi quel complesso di cure sapienti e moderne, individuali e collettive soltanto può venire la ricchezza». Cure agricole sapienti e moderne, o signori, che la sola graduale razionale preparazione della scuola popolare può profittevolmente impartire. Ogni altra istituzione, che non sia fatta per integrare l'opera della scuola, ma, che facendo astrazione di essa, esercita, indipendentemente da quella, la sua azione sulle masse incolte, sarà un fuor d'opera, un vero aggravio alla pubblica finanza. I maestri di questo Circondario, o signori, compresi dell' alta missione ad essi affidata in questa lotta incruente, ma non senza trepidazioni, contro l'ignoranza, ch'è la causa precipua della nostra miseria morale ed economica, han preso il loro posto avanzato di battaglia, organizzati in associazione che prende nome dall' Illustre pedagogista pugliese Angiulli Andrea. Da quell' insigne filosofo che fra i primi, in Italia, proclamò la necessità dell'educazione scientifica nei suoi fondamenti, nelle applicazioni alle industrie, nei fini ideali e morali, quale condizione indispensabile al progresso. La nostra associazione, facendosi centro d'irradiazioni della moderna azione educativa in questa zona della Basilicata, esorta, per mezzo mio, i cittadini di qualsiasi ordine, i professori di vario grado, le associazioni di ogni colore politico, le autorità, il Comune, la Provincia, al cui capo agli studi, mio amato maestro, mi è caro volgere in questo momento il pensiero reverente ed affettuoso, esorta, dico, tutti, seconde le proprie attitudini ed abilità, a cooperarsi in pro dei nobili scopi educativi pei quali essa sorge. Le istituzioni complementari della scuola che la nostra Associazione intende promuovere, se verrà incoraggiata dal concorso dei cittadini, sono destinate da un lato ad assumere una grande importanza civile, dall'altro a riunire i cittadini di ogni ordine, signori e popolani, nel nobilissimo fine della pacificazione sociale. «L'impresa a cui ci accingiamo, lo rilevò il compianto On. Gianturco, è degno del nostro tempo, nel quale, se è vero che pel rapido mutarsi delle condizioni, sono più stridenti gli attriti fra le varie classi sociali, non è meno vero che più luminoso risplende il concetto della solidarietà e della fratellanza umana». SIGNORI, In nome di questa solidarietà umana, di questo sublime ideale sociale, vi invito a cooperarvi pel trionfo della scuola; e nella lusinghiera speranza che il mio disadorno discorso abbia alquanto disposto il vostro animo a favore di essa e delle sue istituzioni complementari, del che mi convincono e il benevolo sorriso e il tacito assenso vostro, mi onoro esprimervi, in nome dei soci, un sentito ringraziamento per avere gentilmente aderito al nostro invito. COLLEGHI, Abbiatevi col saluto fraterno, l'augurio che una maggiore considerazione sociale premî l'opera nostra. ISPETTORE, A voi, che nell'arguta serenità dei vostri giudizi provate d'adornarvi d' una sapienza non comune, in sì giovane età, io esprimo pubblicamente la mia gratitudine per avermi deputato a parlare innanzi ad un uditorio sì eletto, in cui ci è caro sempre veder rifulgere l'astro maggiore della costellazione intellettuale cittadina, in persona del nostro amato e venerando Senatore Del Zio Floriano. Salve, pacifico e glorioso vessillo, che con la sapiente purificazione degli egoistici sentimenti, preconizzi la redenzione morale economica della Umanità. Melfi, 15 dicembre 1907. COLUCCI Alfonso. Corrispondenze estratte dal «Giornale di Venosa», in cui furono pubblicate dal benemerito Insegnante, signor Pesce Antonio, che gentilmente volle porre in luce l'azione spiegata dall'Autore in pro della Scuola e delle sue istituzioni complementari, del che gli si rendono i più sinceri ringraziamenti. Inaugurazione della Bandiera della Società Magistrale Melfese, « Angiulli Andrea ». Dopo la nomina del Prof. Cosentini Nicola, già Direttore Didattico di queste scuole elementari, a R. Ispettore Scolastico di Monopoli, veniva a sostituirlo per il corrente anno scolastico, nella direzione il Prof. Colucci Alfonso (che ne ha sin dallo scorso agosto ottenuto il titolo), laborioso e provetto insegnante di quinta classe, in cui tanti e ben meritati allori ha già mietuti, e che nella nuova carica ha già dato prova novella della sua non comune abilità didattica ed educativa, e da lui, ne son certo, le scuole riceveranno sempre nuovo incremento. Già le iscrizioni, mercè la sua opera alacre ed efficace, hanno avuto un notevole, aumento; tre classi femminili stanno per essere sdoppiate, come nel venturo anno Melfi dovrà anche pensare allo sdoppiamento delle tre prime classi maschili. E una parola di viva e sincera lode va dovuta al nostro solerte giovane Regio Ispettore Scolastico, Prof. Coletti Giovanni, il quale, venuto fra noi dopo due anni d'interregno, ha con ardore, con fede e con entusiasmo rivolta la sua energia e dedicato la sua soda coltura a promuovere e a diffondere nel nostro Circondario l'istruzione elementare sì diurna che serale e festiva, per la quale chiedeva ed otteneva per questo capoluogo l'apertura di sette scuole serali e di tre festive in cui si son iscritti ben oltre quattrocento adulti d'ambo i sessi, persuaso che in queste contrade la scuola elementare dev'essere la rigeneratrice di questa misera ed afflitta popolazione. Il 12 dicembre le scuole tutte, ad iniziativa del giovane direttore e guidate dai rispettivi insegnanti, fecero una lunga passeggiata in aperta campagna. Era bello, piacevole e commovente vedere al ritorno la gente farsi agli usci ed ai davanzali delle finestre e dei balconi per ammirare l'ordinata, lunga (erano quasi mille fra alunni ed alunne) e gradita sfilata della scolaresca, che giuliva rientrava in Città. Era uno spettacolo nuovo, non mai visto in tanti anni, e tutti erano commossi e presi d'ammirazione e per gl'insegnanti tutti e per il giovane e solerte Direttore, che con sì belli auspici iniziava la propria carriera. Il giorno 15 poi la scuola ebbe la sua apoteosi finale. L'Associazione Magistrale Melfese « Angiulli Andrea », sezione dell'Unione Nazionale, volle inaugurare la propria bandiera, ed all'uopo diramò numerosi inviti. Intervennero nel Circolo Operaio, gentilmente concesso, oltre il numeroso corpo insegnante della città e molti maestri e maestre dei paeselli circonvicini, il R. Ispettore Scolastico, Prof. Cognome Nome Giovanni Coletti, i Professori del R. Istituto e della R. Scuola Tecnica, il venerando Senatore Del Zio Floriano che disse acconce e belle parole di occasione, le autorità locali e gran numero di signori e di signorine di ogni gradazione sociale. In mezzo al silenzio generale prese la parola il Professor Colucci Alfonso, quale Vice Presidente dell'Associazione, e dopo aver presentato all'uditorio il R. Ispettore Scolastico, il quale parlò brevemente del Patronato e dell'assistenza scolastica, infervorando tutti a far risorgere sì belle e sante istituzioni per venire in aiuto dei meno abbienti col provvederli di quanto loro occorre perchè essi non disertino la scuola e la frequentino e la amino, lesse con voce forte il discorso inaugurale. «Esordì dichiarando che il suo non era un discorso ispirato a poesia ed a vana retorica, ma diretto a promuovere, in conformità degli scopi dell'Associazione magistrale, l'incremento della scuola e il miglioramento della classe. Inneggiò alla portentosa forza benefica dell'Associazione e della Cooperazione, che alla coscienza egoistica individuale sostituisce quella sociale, di cui bell'esempio porge alla patria diletta la grande Unione Magistrale, che è riuscita a trasformare i dispersi ed umili maestri, non curati e vilipesi, in avanguardia organizzata dell'umanità aspirante alla civile redenzione, alla solidarietà ed alla fratellanza dei vari popoli che la compongono. Giustamente perciò la nazione volge alla scuola, come a nuovo faro, le sue speranze per un suo più glorioso avvenire. La quistione sociale, egli rilevò, è questione eminentemente scolastica; e qui nei nostri luoghi il socialismo psicologico ha da precedere quello economico; senza di che non scomparirà la piaga dell'analfabetismo a cui s'accompagna quella della delinquenza». «Parlò della necessità di un primo grado d'istruzione utile a sfruttare il diritto d'immigrazione nei paesi più ricchi e più civili del mondo, ed indispensabile ad elevare la sua coltura intellettuale e morale, la produzione economica del nostro popolo, adattando perciò ai suoi bisogni la scuola. Ma un tale scopo, egli soggiunse, non si consegue con la sola scuola elementare, che non può nel medesimo tempo soddisfare ai bisogni della borghesia ed all'utilitarismo immediato della coltura. Occorre un terzo stadio di studi che prepari le moltitudini con la coltura tecnica all'esercizio delle arti, dei mestieri, delle industrie; occorre la scuola popolare a tutti obbligatoria, a tutti necessaria. Diffusamente trattò dell'interessamento dei varii enti sociali e dei privati cittadini per le istituzioni complementari della scuola, dirette e vigilate dai maestri, ai quali perciò la società è in obbligo di fare un miglior trattamento, non di parole solamente, ma di stipendio che li salvi da una condizione che si avvicina alla miseria. Chiuse il suo discorso inneggiando al trionfo della scuola, ispirata al supremo ideale della solidarietà e della fratellanza dell'umanità.» Inutile dire che il magistrale discorso, ascoltato con attenzione e deferenza, fu spesso interrotto da applausi ed ebbe alla fine una vera ovazione. E quando gli alunni e le alunne della quinta classe ebbero cantato l'inno reale, e la Bandiera, questo simbolo di unione, di forza e di fraterno amore, ricco e pregevole lavoro eseguito su disegno del Prof. Luigi Rubino (un amico sincero e provato della scuola e dei maestri) fu spiegata, la commozione invase tutti e gli applausi echeggiarono per l'ampia sala. Dopo furono serviti agli astanti dolci e liquori, e così ebbe termine la bella e civile cerimonia, lasciando in tutti indelebile e vivo desiderio di veder migliorate le sorti del popolo per la scuola e con la scuola. In seguito al caldo invito del R. Ispettore Scolastico e alle solerti cure del Direttore Didattico, il 26 dicembre u. s., sul Palazzo del Municipio si radunò una larga rappresentanza di ogni classe di cittadini per costituire il Comitato a pro del Patronato. Il Comitato riuscì composto di egregie e volenterose persone; le quali si misero in giro per la città lo stesso pomeriggio per raccogliere le offerte. E Melfi non fu sorda all'appello della carità, poichè in poche ore furono raccolte circa lire 160, che unite a quelle avute nei giorni seguenti ora raggiungono la bella somma di lire 400 circa, che col sussidio del Governo e con quello del nostro Comune verranno erogate per dare la refezione agli alunni poveri, che saranno provvisti anche d'indumenti, come già furono sollecitamente e largamente forniti di libri e quaderni. Ed ora la nostra città si accinge anche con amore e con perseveranza a risolvere degnamente l'importante problema della costruzione dell'edificio scolastico, di questo tempio della scienza, e vedrà sorgere, fra pochi mesi, a cura del R. Ispettore Scolastico, del giovane Direttore e di altri benemeriti cittadini, il Ricreatorio, che di grande vantaggio sarà per l'educazione morale della nostra scolaresca, col sottrarla al malefico e letale contagio dell'ozio e del vagabondare. PESCE ANTONIO, Insegnante.

Ricreatorio Rubino Luigi. La prima idea del Ricreatorio sorse in Melfi nel 1898 con la fondazione del Patronato; e il Prof. D'Amico Giovanni, allora R. Ispettore Scolastico, nel suo discorso tenuto nel Circolo Operaio innanzi a scelto e numeroso uditorio, ne fece intravedere e l'utilità e i benefici effetti. E poichè la cosa parve buona, tutti gli si misero attorno per coadiuvarlo nella nobile e lodevole iniziativa. Le offerte vennero copiose, spontanee dai privati; la nostra Amministrazione, non mai restia a tutto ciò che può interessare la scuola e le istituzioni filantropiche della città, fissò il suo contributo annuo in lire. 200, come pure vi concorse largamente il governo! E poichè anche allora mancava un locale capace per raccogliere la scolaresca, si chiese e subito si ottenne dal Principe Doria il grande appezzamento di terreno della cittadella in prossimità dell'ingresso del castello, perchè gli alunni vi fossero raccolti per le esercitazioni ginnastiche e per godervi la tanta sospirata ricreazione in comune. In breve il terreno fu livellato; dei pini alti e maestosi furono rasi al suolo, e tutto pareva sorridere al compimento dell'opera sì felicemente iniziata, allorchè la fulminea ed inaspettata morte del R. Ispettore D'Amico Giovanni ne fece tramontare l'attuazione; del Ricreatorio non si parlò più, ed il terreno ritornò al Principe, poichè era fallito lo scopo per cui era stato dato. Passavano così dieci lunghi anni fra un dormiveglia snervante, un indifferentismo colpevole ed una facile maldicenza contro la scuola, perchè i figliuoli erano lasciati in balia di se stessi, liberissimi di bighellonare per le vie, di tirar sassi e di commettere ogni sorta di scapataggini, ma nessuno pensò a porre rimedio a tanto disordine educativo e morale e di adoperarsi acciò la gazzarra avesse una buona volta fine. Assunto però alla direzione didattica delle nostre scuole elementari il Prof. Colucci Alfonso, la cosa cambiò aspetto, perche egli, incoraggiato e secondato da tutti gl' insegnanti, ruppe ogni indugio e volle,«fortissimamente volle», che Melfi avesse il suo Ricreatorio per mettere riparo allo abbandono dei nostri figliuoli. Nessuna difficoltà lo scoraggiò: nessun ostacolo lo vinse; paziente e tenace nel suo proposito, guadagnò la fiducia degli scettici, scosse l'incredulità dei più, e sorretto dalla fiducia del R. Ispettore Scolastico, il quale trova in lui un valido cooperatore nel nuovo indirizzo didattico educativo dato alle nostre scuole, ha ormai dotato la città di sì bella e santa istituzione, i cui benefici non tarderanno a farsi sentire. Il Ricreatorio, mantenuto dall'amore e dall'abnegazione del maestri, dalla fiducia e dalle benedizioni delle famiglie, avrà vita lunga e prospera, ed il suo nome sarà mai sempre legato a quelle del giovane ed energico Direttore Didattico. Unicuique suum! Nell'adunanza del 9 volgente il nuovo Consiglio d'Amministrazione del Patronato decise l'apertura del Ricreatorio per il giorno 15, e d'intitolarlo al nome venerato ed amato di RUBINO LUIGI, di questo figlio del popolo che, dedicando la sua vita all'educazione della gioventù ed accoppiando nel suo animo mite e buono sentimenti di vera religione e di forte italianità, seppe colla forza dell'ingegno e della buona volontà innalzarsi ai primi onori, tanto da essere stato per il primo nominato Preside del nostro R. Istituto Tecnico, sul cui ingresso una lapide inaugurata solennemente il 5 giugno 1892 ricorda ai giovani il suo nome ed il suo lungo e proficuo insegnamento. Il Ricreatorio provvisoriamente ha sede nella strada Ronca Battista, al largo S. Benedetto, in una casa di ben oltre sei vani, dei quali dalla parte di libeccio si ammira il Vulture, alla cui base passa rumorosa e sbuffante la vaporiera, la deliziosa collina dei Cappuccini, Monte Lapis e, a ponente, Monteverde in alto. Vi è annesso un giardino, in cui è stata collocata la palestra per le esercitazioni ginniche. Finora vi sono iscritti a pagamento ben oltre cinquanta alunni, ognuno dei quali paga la retta di due lire mensili, e deve avere un piccolo tavolino ed una sedia, ed una quarantina circa gratuitamente. Tutti poi avranno un berretto uniforme, e l'assistenza vien fatta dai maestri per turno col seguente orario: GIORNI FERIALI: Dalle ore 15:30 alle 16: Ingresso e visita della pulizia della persona e delle vesti. Dalle 16 alle 17: Giuochi ginnici adatti al numero degli educandi ed alla località. Esercizi ginnici. Dalle 17 alle 17:30: Riposo e conversazione in cui possono darsi chiarimenti sui compiti scolastici per casa. Dalle 17:30 alle 18: Giuochi ed esercizi ginnici. N.B. Le due ultime ore possono impiegarsi per una passeggiata istruttiva, ovvero allo scopo di eseguire in luogo più ampio i giuochi e gli esercizi, ginnici che non si possono fare nel giardino del Ricreatorio. GIORNI FESTIVI (ore antimeridiane): Dalle 9 alle 9:30: Ingresso e visita della nettezza e pulizia della persona e delle vesti. Dalle 9:30 alle 10:30: Giuochi ed esercizi ginnici. Dalle 10:30 alle 11: Lavanda. Dalle 11 alle 12:15: Esecuzione dei compiti scolastici - Disegno - Lavoro manuale e froebeliano - Canto - Brevi esercizi ginnici. N.B. L'intera mattinata con ingresso alquanto anticipato può consacrarsi ad una passeggiata istruttiva. Ore pomeridiane: Dalle ore 15 alle ore 15:30: Ingresso e visita della nettezza e pulizia. Dalle 15:30 alle 16:30: Giuochi ed esercizi ginnici. Dalle 16:30 alle 17: Lavanda. Dalle 17 alle 17:45: Lavoro manuale e froebeliano - Disegno. Dalle 17:45 alle 18: Canto e giuochi. N.B. L'orario delle ore pomeridiane subirà delle variazioni a seconda delle stagioni. Il Direttore COLUCCI Alfonso. Così, o colleghi, non assisteremo più al brutto e triste spettacolo d' imbatterci in frotte di fanciulli bighelloni e sciatti bisticciarsi fra loro o fare a sassaiuola, con vantaggio inestimabile della scuola e della famiglia. Spetta a noi che questo istituto prosperi e che i fanciulli vi trovino colla vigoria delle membra il rinnovamento morale ed intellettuale e tutte quelle cure paterne, amorose di cui già per tanti e tanti anni noi fummo loro prodighi. Nè le fatiche, nè il disagio per il grave compito assunto ci spaventino; lo so, siamo adusati a questi cimenti, e nel chiudere l'onorato nostro apostolato, facciamo che i fanciulli portino almeno con loro dalla scuola il ricordo incancellabile della bontà e dell'amore dei loro maestri, l'unico forse che li conforterà nell'aspra vita che li attende, e che la benedizione e la riconoscenza delle famiglie riscaldi i nostri cuori, dai quali erompa ognora possente il grido: Sempre avanti, Savoia! Melfi, 17 febbraio 1908. PESCE ANTONIO, Insegnante.




In memoria di Emanuele Gianturco nell'anniversario della sua morte. La sua terra natale. X NOVEMBRE MCMVIII Potenza, Tipografia La Perseveranza 1908

Perché, dopo i molti che se ne sono in tutta Italia pubblicati, la stampa di questi discorsi non sembri per avventura un tardo tributo di onore reso da Avigliano alla memoria dell'Illustre Suo Figlio, e a dichiarare forse anche il contenuto di alcuni di essi, è bene avvertire, che i medesimi furono quasi tutti pronunziati nella solenne commemorazione tenutasi in Avigliano nella sala massima dell' Ospizio Provinciale "Umberto I" il 30 novembre 1907, vigesimo dal giorno nefasto della morte lacrimata. La Giunta Municipale ne deliberò subito la stampa a spese del Comune; ma l'indugio che ne seguì, e che in principio fu segnatamente cagionato dalla difficoltà di averne tutti pronti i manoscritti, qualcuno dei quali, come delle efficaci parole dette dall'egregio pubblicista Sig. Achille Mango, fu addirittura impossibile riavere è infine tornato, per così dire, opportuno. Se invero, come dice il Sommo Trageda, una buona azione, che si lascia morire nel silenzio, ne impedisce mille altre, che l'avrebbero seguita, il contrario è avvenuto nel caso presente: si è per tal modo colta l'occasione, non solo di pubblicare in luogo di quello pur mirabile del Mango, il discorso nobilissimo letto dal colto giovine concittadino Rosa Pietro ai fratelli di oltremare, in una di quelle pur troppo rare manifestazioni sinceramente patriottiche delle nostre colonie, alle quali si volgeva sovente il vigile pensiero del Grande Estinto, ma di spargere altresì, — in questo primo tristissimo anniversario - sulla sua tomba venerata un rorido cespo dei fiori non marcescibili, che assiduamente educa la gratitudine imperitura della Sua terra natale. Avigliano, 10 Novembre 1908. X NOVEMBRE MCMVII DISCORSO DEL PROSINDACO DI Avigliano SUL FERETRO DI Emanuele Gianturco Era l'autunno d'oro, e dall'estremo orizzonte in un ultimo palpito il sole baciava la terra, il sole avvolgeva la selva: una terra brulla e deserta, un dì fiorente di biade e di pascoli; una selva d'abeti grandissimi e foschi, quasi giganti posti a guardia d'un rupestre paese. Tu venivi, apostolo raggiante del lavoro e del dritto, e dai più lontani confini di quella terra a te movevano incontro, sotto gl'immensi padiglioni verdeggianti, i rudi agricoltori, gl'industri artigiani, i pensosi reggitori della piccola Comunità, i bimbi festanti, le madri piangenti di gaudio, le vergini dagli occhi lucenti; e ti portavano i fiori, e ti portavano i rami d'abete. Oggi è ancora l'autunno; ma il sole non brilla più sugli aspri gioghi di nebbiose montagne: il sole oggi si specchia nel mare, nel dolce mare d'una grandiosa città; e non più grida di gioia intorno a te, ma nenie dolenti tra il velo del pianto infrenabile; e non Tu a noi, ma noi a te ne venimmo, e ancora ti portammo i fiori e i tremuli rami d'abete. E ti portammo pure la nostra lacera e antica bandiera, che alla gloria d'essere stata segnacolo di libertà, in una triste stagione per la nostra provincia, va fiera d'aver aggiunta la gloria nuova e più fulgida di sventolare sulla modesta casa, ove il tuo padre buono sali per primo ad annunziare che Tu gli eri nato. E ti portammo con le nostre le lacrime di mille famiglie, in cui si mormorava il tuo nome come simbolo di sapienza e d'amore; in cui le madri insinuavano nel cuore dei figli il giusto e santo orgoglio d'averti concittadino; in cui, quando l'ala gelida della sventura o del bisogno lambiva i miseri tetti, il pensiero e la parola a te ricorrevan fidenti, e non invano mai, a te fratello, a te padre, nella cui scomparsa immatura, oggi tutte piangono come la perdita di sè stesse, dopo l'ottenebrarsi del cielo, dopo il terribile crollo d'un mondo. Altri ha detto o dirà quanto nella scuola, nel foro, nel nazionale consesso Tu fosti grande, quanto saresti stato maggiore: io, oscuro rappresentante della terra affaticata che ebbe l'invidiato onore d'averti dato i natali, dirò soltanto che pari al tuo ingegno maraviglioso, esplicantesi in cento guise diverse, fu la tua bontà infinita. Andando diritto e sereno per l'aspra via del dovere, Tu fosti onesto sempre, in misura quasi incredibile nell'odierno progrediente inquinarsi della vita italiana; e questa rara rigidezza del sentire e dell'opera non ti creò veri nemici - mai - e ti fece uscire da ogni lotta trionfatore ammirato e applaudito - sempre -. E bene lo sa la patria tua derelitta, dove con mano discreta, angelo di pace e d'amore, lenisti tante oscure miserie, tergesti tante lacrime silenti; dove il Comune, per lunga vicenda e singolarità di casi oltre ogni dire povero, aveva in Te il protettore equanime, il difensore autorevole; dove, non mai smentendo le tue origini di figlio del popolo, con tutti usavi i modi medesimi, dall'umile colono cinto di sandali villosi al cittadino cospicuo per nascita e per censo, e a tutti donavi senza iattanza o superbia il tuo sorriso vivido, il tuo bacio sincero, la tua affettuosa parola. E lo sa la Lucania montana, che Tu non dimenticasti mai e che fino agli estremi vigori della tua utile vita s'ebbe da te le cure più vigili; e lo sa Napoli bella nei suoi divini scintillii di cielo e di mare, alla quale lasci in retaggio un contributo immenso per il suo migliore avvenire: Napoli, sogno dei tuoi giovani anni, a cui oggi io mando il mesto saluto di Avigliano, che se a lei ti cedette una volta, a lei tanto più nobile e grande sorella, non per questo cessò di amarti del più tenero amore materno. E lo sa l' Italia tutta che t'invia piangendo la lode temprata nell'universale consenso... E noi, che ora ti demmo il bacio ultimo e triste, ritorneremo tra poco alla nostra, alla tua patria lontana, dove Tu accendesti un faro in alto in alto quasi a sfiorare le stelle, e dove da una repentina tremenda bufera ora spento troveremo quel faro nè una fiaccola dintorno vedremo che venga a ridargli la luce. Nel buio fitto che ci premerà d'ogni parte che sarà di noi? Ombre tristi, vaganti, ti chiameremo..., ti chiameremo con formidabili grida, ma Tu tacerai, ma Tu non verrai, o Diletto; e allora tutta una gente, affranta dal colpo crudele dell'indeprecabile fato, sentirà penetrare il gelo nel cuore e impallidir l'ideale e svanire a poco a poco la fede, e dispererà della vita, che vien largita e strappata quasi gioco d'ignoto capriccio....... Ma no! Ecco, io vedo che dalla bara infiorata Tu sollevi un braccio e lento col dito fai un segno di diniego, e poi lo volgi di là, verso la nostra, verso la tua patria lontana: ecco, io giro lo sguardo e scorgo quella terra avvicinarsi e disegnarsi a un tratto in una strada ben nota la tua bassa casetta biancheggiante, dove dalla zana di vetrici emettesti il primo vagito per morire oggi all'ombra di un Trono; ecco, io vedo quella casa trasformarsi innalzandosi, espandendosi, e sull'atrio emergere a caratteri d'oro una parola: TEMPIO. Ah! sì, nella tua casetta biancheggiante noi l'avremo il nuovo tempio della nostra religione civile; noi ad esso tenderemo in ogni cupa ora della vita, e da esso trarremo gli auspici, invocando il tuo pome adorato, per temprarci alla lotta affannosa onde tutta preme l'umanità anelante a nuovi e più alti destini; noi verremo, e i nostri figli verranno, agitando la fiaccola per tener desta la fede e renderci degni di Te. O padre, o fratello, o maestro, o dolce amico, addio! Napoli, 12 Novembre 1907. ANTONIO LABELLA Consiglio Comunale di Avigliano - SEDUTA PUBBLICA - TERZA TORNATA - 1a CONVOCAZIONE L'anno millenovecentosette, addì ventisette del mese di Novembre nella Casa Comunale di Avigliano. Commemorazione dell' On. Gianturco Sono presenti: 1. MONACO CAV. GIUS. — Sindaco 2. VIGGIANO NICOLA 3. LABELLA AVV. ANTONIO 4. MORLINO ANGELO VITO 5. MANCUSI ANGELO RAFFAELE 6. SUMMA ANDREA 7. SUMMA GIUSEPPE 8. TELESCA VITANTONIO 9. D'ANDREA SALVATORE 10. ROMANO SAVERIO 11. CLAPS LUDOVICO 12. LA CAPRA ANGELO 13. BOCHICCHIO VITO 14. CLAPS GENNARO 15. TELESCA GIUSEPPE 16. PERROTTA NICOLA 17. COVIELLO ANGELO RAFFAELE 18. PACE LEONARDO 19. PIEDILATO CARMINE Assiste il Segretario CAV. LUCIO MANGO. Il Sig. Monaco Cav. Giuseppe, Sindaco, assume la Presidenza e dichiara aperta la seduta. Il banco della Presidenza è parato a lutto. Il Sindaco comunica la deliberazione presa dalla Giunta in data 16 corrente mese con la quale si promuove la solenne commemorazione del Grande Concittadino On. Emanuele Gianturco tolto immaturamente alla Patria nel pieno vigore degli anni e nel fulgore del suo talento quando grandi servigi avrebbe potuto ancora rendere all' Italia. Riassume le espressioni di dolore manifestate da quella intera popolazione riunita orbata del più Grande e migliore Cittadino. Dichiara che l'alto compito della Commemorazione di tanto uomo è affidato al chiarissimo magistrato avv. Tommaso Claps e che la Commemorazione avrà luogo alle ore 11 ant: del giorno 30 Novembre, nella Sala dell'Ospizio provinciale messa a disposizione dall'egregio Direttore Sig. Genovese, con intervento di tutte le autorità locali, delle associazioni e della cittadinanza. Comunica infine che la Giunta ha deliberato pure di proporre che sia sospesa questa seduta, la prima dopo l'immane sciagura, e che il Consiglio sia aggiornato per il prosieguo dei suoi lavori. L'Assessore avv. Labella avuto la parola dice, che ogni giorno che passa più triste diventa il nostro paese per la perdita di Emanuele Gianturco, dell'Uomo a cui tutto deve Avigliano, non escluso il Sommo onore di aver reso noto questo nostro paese, di già negletto ed oscuro. Lascia al collega La Capra di commemorare il Grande statista. L'assessore La Capra pronunzia il seguente discorso: Non ripeterò io qui i grandi meriti dell'Illustre Uomo che tutti piangono, e che sono stati giustamente celebrati in questi giorni da tutta la stampa, e dai molti discorsi commemorativi pronunziati in ogni parte d' Italia, e di quelli che saranno pronunziati qui nel giorno trenta del corrente mese, nella sala dell'Ospizio Umberto I, dal valente Magistrato avv. Tommaso Claps e da altri cittadini. Le mie parole sono dirette alla nostra Avigliano, sempre deferente e sempre entusiasta dinanzi allo scomparso. L'ultimo sogno, l'ultima vita fu per il paese natale. Vagava in quell'occhio, vivido dello splendore della luce pochi giorni innanzi che Egli ci abbandonasse, e allora smorto, quasi vitreo, soffuso d'un pallor di viola, la memoria di questo paese di roccia, della sua Casa confusa nella modestia dell' altre, ma splendente, nell' aspetto buono, pel ricordo d'una cuna antica. Erano, con quel corpo già presso alla fine, le rimembranze di quegli edificii anneriti, accostato l'un l'altro quasi da tenerezza fraterna, e che si dicevano tante cose buone, e s'inchinavano, e s'addossavano, spinti come da montanaro impulso di popolo, e l'allegria di quei camini fumiganti e la purezza d'argento della sua «vecchiarella». Io non so, vidi tremulo l'occhio quando ancora non vi premette la palpebra in un doloroso amplesso di tre giorni. E fu stoica agonia, d'un saggio antico fra il male dissimulato e la fierezza del sopportarlo, e la pupilla ardeva di nostalgica armonia. E ripensai ai monti brulli, alla giovinezza sua fiorita nell'audacia d'una speranza, in una magica visione di gloria, alla minuscola scuola dove il vecchio Zio Prete passava dalla rudezza dell'ammonimento, impavidamente severo, alla serenità d'una declinazione. E piccoli fiori e piccole rose; le albe e i tramonti, il bimbo chiassava nell'orto, crescendo di povero nutrimento e di gioie oneste, vissute sulle pagine sconnesse d'un vecchio calessino, dopo di aver ruzzolato nel piccolo orticello col suo amico Peppino Monaco tutte le zucche che la sua vecchiarella aveva fatto piantare pel quotidiano nutrimento. Vissi anch'io un attimo di quella operosità, dell'attenzione fosforescente delle sue pupille allor quando chinava la ricciuta testa pensosa nelle ansietà di una lettura, al lume stentato di una lampada povera. E dei sorrisi di una esistenza cara e laboriosa di Madre, acuta nella mente e forte nel fisico, sebbene asciutta e magra di complessione e di fatiche, e tutta cuore; dell'attesa di due fanciulli che aspettavano al Natale la tenerezza di un bacio e il premio di una scarsa moneta. Quando era il Natale, e le campane squillavano lo ricordavamo nella vecchia casa, bimbo, ma vivo e parlante nell'irrequietezza vispa dell'infanzia sua laboriosa. Ed ora la festa sarà forse nel mistero d' un camino, quando scricchiola vive e s'agita l'armonia carezzosa d'un fuoco che arde di speranze nove per l'anno che viene... Ma l'occhio stanco s'era sopito, e l'orecchio suo non udiva e l'anima sua moriva e si spezzava nelle ansie e nelle spasmodiche contrazioni di quel respiro. Nell'anima del modesto Aviglianese che vi parla, ancora palpita l'armoniosa e melanconica Eco del rintocco delle campane al Natale, la triste nota della contadinella alla pieve nevosa e quella mestissima in cui s'incrociano tutte le sfumature del sentimento d'un tramonto di rose sulla neve. Passano gli anni ed Emanuele Gianturco diventa uomo, con gli anni gli si accresce il senno, in una assemblea di popolo risplende la sua figura di oratore e di poeta, nel foro sfolgora tersa come l'oro la splendida coscienza del giurista. Ed ora che la morte lo prese, la fata che rinnova il candore (e che è bella secondo il detto di un saggio, come ogni cosa che parta dalla vita), e che la sua figura passerà magica, toccando le nostre vette e sublimando i nostri cuori, sorgerà la leggenda a dire l'epopea d'una grandezza: un popolo in un uomo, un uomo in un popolo. Nacque sui nostri monti dove il contadino fa fremere la zappa, e palpita la terra della vergine energia della selva. E sulle labbra si posarono le api e vi deposero il miele come narrò una favola di Plutone greco; ebbe per culla le testure di un albero magico ed esse nella primitiva lor vita di rami, serbarono all'usignuolo la sede dei canti. Ed il giovine crebbe di splendori nuovi, d'ingegno e di bellezza, la natura vi trasfuse il genio d'una gente greca che per queste terre era passata, ed egli seguendo una tradizione tramandata da un saggio, Plutarco, e cioè che l'uccello più puro della selva ammaestrasse i giovani col suo canto, si recò ogni alba e ogni tramonto a contemplare e a palpitare di quella gioia e di quell'estasi, a cantare, alla Patria e ad innalzarsi. Poi i destini lo addussero alla sirena d'ogni incanto, e Partenope l'accolse, ed Egli, uomo, non resistè al fascino della dea che l'attirava. Ma ebbe il pensiero volto alle sue cime, alla sua dimora d'artigiani quando gli arridevano il foro e le assemblee: la parola egli ebbe profonda come il mare, ma portò sempre seco la nuda fierezza lucana. Commosse le moltitudini, le spinse al giusto e all'onesto, ne ascoltò il palpito, ne intese il sospiro. E nelle lotte ritemprò le audacie per due popoli: Quando l'avvolse di una candida ala la fata della morte, che gli antichi simboleggiavano per gli Eroi in Apoteosi, vennero sommessi a lambirne la spoglia i flutti d'azzurro del mar di Partenope, fieri di una immortalità secura, gli allori della Patria a decretarne il trionfo. E fiori e fiori caddero su quella bara, e arsero in magnifico coro le fiamme del popolo in nova gloria. Il battesimo fu grande, poiché le api vi deposero il nettare e la povertà di pecunia ne fece splendidi gli ardimenti per la ricchezza dello spirito suo. Amici! Oggi l'eroe del sacrificio e del dovere è morto, ravvolto di piume d'aquile delle sue montagne natie, cinto il capo di vergine alloro natio. Le bandiere s'inchinano al bacio dei raggi, splende il sole dell'apoteosi sui mari e sulle vette. Ad onorare ed a eternare la memoria di Emanuele Gianturco vi propongo, onorevoli colleghi, di incominciare subito il lavoro per una sottoscrizione sia pure regionale, per l'erezione di un monumento degno di Lui, e che subito sia nominato un Comitato. Approvazioni. Ha la parola il Consigliere Coviello. Onorevoli Colleghi, Ben arduo è il compito che volontariamente assumo di ricordare in quest'assemblea, nella prima riunione dopo la terribile disgrazia, il nome di Emanuele Gianturco, così immaturamente rapito alla famiglia, al Paese, alla Patria. Ed il compito diventa tanto più arduo quando si consideri che la mia povera parola segue a tutto quello che si é saputo dire di Lui, negli altri consessi da persone degne di tesserne l'elogio. Sento però di rispondere ad un dovere portando in mezzo a Voi l'espressione della mia classe, di cui mi rendo interpetre presso quest'Assemblea, ed in nome della Società Operaia, e in nome di quella classe da cui non disdegno di ripetere i natali Colui che ha saputo far stupire di ammirazione l' Italia tutta, consentite che io gli tributi in forma solenne tutta la profondità del dolore, che già ebbe la sua manifestazione tacita, ma sincera, il giorno che ci raccogliemmo mesti intorno alla sua bara. Purtroppo non ho quella competenza che vorrei per tessere un conveniente elogio del Padre affettuoso, del Professore insigne, dell'avvocato indiscusso, dell'Uomo pubblico prodigioso, che giovine, povero ed oscuro, uscendo dal nostro paese in cerca di istruzione, seppe in breve volgere di tempo circondarsi di un'aureola che non si cancella. Altri vi ha detto o vi dirà delle nobili aspirazioni della sua gioventù; e come Egli governando tutta la sua vita con la legge del volere, seppe perseverare - come disse Egli stesso nella sua ultima venuta tra noi - sì da raggiungere una meta, il cui principio segna per molti un sogno. Ascolteremo dall'insigne Concittadino che l'On. Giunta incaricò della commemorazione ufficiale, quello che fu l'Uomo e quale la sua opera nella manifestazione della sua molteplice attività, dal suo ingresso nella vita dell'intelletto e del pensiero fino all'apogeo della gloria. Ascolteremo il ricordo della sua attività parlamentare e fisseremo bene nella mente le date più importanti della Sua vita pubblica, riandando tutte le vicende fortunate delle legislazioni, in cui la sua magica parola seppe demolire e ricostruire. E di Lui deputato e di Lui più volte Ministro dirà chi più di me, può ricordarne l'opera, tracciando tutti i vantaggi da Lui concepiti. Accenno fra l'altro alla Legge sul Riordinamento delle Opere Pie e al progetto sulla ricerca della paternità. Sentiremo tutta l'apoteosi del Suo genio in un ramo tanto dissimile da quello a Lui familiare e come in un momento terribile per lo Stato (per il passaggio ad esso delle Ferrovie) Egli, con coraggio inaudito, si attentò a presiedere il faticoso Ministero dei LL, PP., e in men di quattro mesi, riuscì a stordire l' Italia intera per la tecnicità e competenza acquistata e significata in quel discorso memorabile, per gli annali d' Italia, della tornata del 7 dicembre 1906. Mai eloquenza umana ha riportata simile vittoria, che stupefece anche chi, conoscendo il suo valore e la sublime forza di assimilazione, lo sapeva Duce e Maestro nel conseguirlo. In quest'ora di intimo e solenne raccoglimento, mi piace richiamare alla memoria le parole pronunziate sulla salma venerata, dall' On. Girardi, il quale, sopra tutti, ostacolò il grande disegno dell'Illustre Estinto, tendente all' unificazione di tutte le forze politiche del Mezzogiorno, per venire in aiuto delle sue regioni, perchè esse sintetizzano con sublime verità le doti del Grande statista. "Era forte come il dritto - Egli disse - Severo come la legge - Onesto come la giustizia ed inflessibile come il dovere" - Ed ora non è più. E tanta sventura cade su noi più terribile, in quanto che, con la di Lui morte, ci è tolta la colonna su cui era poggiata la nostra prosperità, l'avvenire e il miglioramento di questo disgraziato paese! E il grido di dolore che promana dalla mia classe ha la sua eco oltre mare fra i nostri poveri fratelli lontani che, abbandonando la Patria in cerca di un miglior corrispettivo al lavoro, della sventurata terra natale portavano il retaggio, il più forte retaggio di sapersi concittadini di Emanuele Gianturco. Essi, come noi, sentiranno di essere orbati del loro Padre, sentiranno come noi di essere ormai dei poveri orfani, cui la falce inesorabile ha tolto l'unico sostegno della famiglia: il giovane padre lavoratore! Piangeranno come piange la nostra terra per la perdita del figlio prediletto, e saranno come noi inconsolabili, per un vuoto che non si colma. Essi, che, come noi, si erano formati del sacro nome di Emanuele Gianturco l'idea di un mito e da esso tutto speravano, tutto si ripromettevano, come noi risentiranno tutta la gravità della disgrazia che ci ha colpiti. Mai, mai sarà dimenticata tutta l'infinita bontà, tutto l'immenso amore, tutta la sublime abnegazione, tutta l'avversione all'odio e sopra tutto la forza del perdono di cui era capace! No, mai dimenticheremo chi nel mondo rappresentava una vera biblioteca ambulante Aviglianese; come mai dimenticheremo il monito semplice e tenero, che lasciò per testamento ai teneri figli: "Non temete che Dio, ed ispiratevi sempre alla legge del dovere e dell'amore". Ammonimento che è supremo anche per noi, specie nello stato d'inquinamento della nostra Società. Compresi d'immenso dolore, ci sia di conforto la sincera apoteosi fatta dell'immortale Genio nel giorno dei suoi funerali, ed il pianto che l' Italia tutta riverente ha versato per la perdita di Chi ebbe il cuore nella mente e la mente nel cuore. Nella bella Partenope, tra la vita gaia e la vera poesia del sentimento delicato, in quella Città cui Emanuele Gianturco tutto chiese e tutto diede, vi è una vedova, vi sono dei figli desolati che ne piangono la morte; e la sincerità del profondo compianto della terra natia pel Caro Estinto possa lenire l'immenso dolore! Ai figli, che noi aneliamo sapere come il Padre intelligenti e forti, a Mario e Giulio che più degli altri sono in grado di comprendere la sventura che li ha colpiti; io mando da questo banco il mio reverente saluto e il voto, che la classe operaia solennemente fa, di riaprire su essi le speranze spezzate con la morte immatura. Il nome Sacro, scritto con caratteri indelebili nel cuore di ogni Aviglianese, germoglierà frutti degni di chi nell'orizzonte d' Italia volle e seppe scrivere sulla bandiera della gloria il nome di Avigliano. Consentite ora, egregi colleghi, che io esprima un mio voto con l'augurio di ottenere in nome di Lui, benevole accoglienza alla proposta che significo all' On. Giunta. Il giorno della commemorazione ufficiale di Emanuele Gianturco, io penso che sarebbe necessario apporre una lapide all'umile casetta, dove il Genio volle che il fanciullo destinato a rappresentarlo sulla terra emettesse il primo vagito; e la lapide indichi al viandante come un Aviglianese seppe, per sola forza di volere, ascendere a tanta gloria. Ed ancora, che s'intitoli Corso Emanuele Gianturco quella via che dalla Piazza passa per la casa dove Egli è nato. Essa sarà sempre per noi il Sacro tempio della grandezza e delle memorie, e che sia acquistato un ingrandimento fotografico dell'Estinto per ornarsene la sala Consiliare. IL CONSIGLIO Per acclamazione si associa alle parole dei signori Labbella, La Capra e Coviello e pure per acclamazione approva tutte le proposte fatte dal Consigliere Coviello, dando incarico alla Giunta di ordinare la lapide, le targhe per la strada e l'ingrandimento fotografico, affinchè almeno la lapide e le targhe si trovino murate per il 30 del corrente mese, salvo la liquidazione della spesa. Prende inoltre atto dei telegrammi di condoglianza di Enti e personalità pervenuti al Comune ed approva le risposte fatte dal Sindaco. Prende atto del dono fatto e dedicato al Comune dall'Insegnante signor Claps Vincenzo, consistente in un elegante album che contiene i giornali che pubblicarono il diario della morte del nostro Venerato Gianturco, e delibera di porgere al signor Claps in nome della Rappresentanza Comunale i più vivi ringraziamenti pel prezioso dono e pel gentile e delicato pensiero avuto. Delibera di mandare alla Giunta la nomina di un Comitato d'Onore e di un Comitato Esecutivo per raccogliere offerte per un monumento in Avigliano all'Illustre Estinto. Delibera infine di togliere la seduta in segno di lutto, e di comunicare alla desolata vedova e ai figliuoli derelitti la deliberazione odierna, riconfermando le più sentite condoglianze a nome del Consiglio e del Paese. LAPIDE APPOSTA ALLA CASA PATERNA DI Emanuele Gianturco IN QUESTA UMILE CASA ADDÌ XX MARZO MDCCCLVII NACQUE Emanuele Gianturco CON LA VIRTÙ GRANDE DELL'INGEGNO E DEL CUORE NE FECE UN LUCIDO FARO ALLA GENTE LUCANA XXX NOVEMBRE MCMVII PAROLE DELL'ASSESSORE AVV. A. LABELLA PER LO SCOPRIMENTO DELLA LAPIDE Cittadini! Il Consiglio Comunale, che è l'espressione della vostra fiducia, nella seduta del 27 corrente, la prima dopo l'incommensurabile recente sventura caduta come improvviso uragano sull'intera cittadinanza aviglianese, trovandosi a compiere il più triste e insieme il più solenne atto della sua vita di libera assemblea, deliberò unanime di apporre oggi un ricordo marmoreo sul frontespizio della casa, ove Emanuele Gianturco emise il primo vagito, e crebbe fanciullo, e trascorse i primi anni della sua giovinezza pensosa. A far ciò il Consiglio, sicuro interprete del sentimento pubblico, fu spinto dal desiderio di consacrare con segni visibili il luogo da cui ebbe principio l'ascesa luminosa dell'Uomo, che questo nostro e suo povero e oscuro paese, sperduto alle falde d'un'aspra catena di monti, ha sublimato tra i più chiari spazii della celebrità. Ed ecco, o Signori, che la Giunta, avendo sollecitamente eseguito il voto del Consiglio, oggi scopre per mezzo mio la lapide che indicherà eternamente al viandante la casa paterna di Emanuele Gianturco: casa avventurata nella sua modestia, che la sorte ha prescelta fra tante alla rinomanza e alla gloria, facendola segnacolo di riverenza e d'incitamento al bene operare a tutto un popolo, che porta latente tanta forza d'intelletto e mostra ogni giorno tanta virtù di sacrifizio: casa soffusa di mestizia puranco, che avrà di continuo con l'immensa nostra ammirazione i sospiri dei nostri cuori, dolenti d'un tesoro troppo presto perduto; contrasto questo che il fato getta spesso tra gli uomini, la cui vita vuole materiata di gaudio e di pianto nella corsa affannosa verso il bene, che brilla lontano. Signori, Tra poco sentirete commemorar degnamente il Grande scomparso da un coltissimo suo discepolo, da un ottimo nostro concittadino: non è quindi il caso di trattenervi qui a lungo con la mia parola. A me non resta che affidare al vostro culto perenne questo breve ricordo marmoreo, che chiama giustamente FARO la casa ove nacque Emanuele Gianturco. Se dalle memorie del passato la vita d'un popolo assorbe come a dire il suo alimento quotidiano e trae la forza di plasmare il suo avvenire; se l'esempio degli umili, che diventan giganti del pensiero per la volontà ferrea e lo studio costante, fu sempre caro all'umanità travagliata, perchè in quell'esempio essa tempra la fede e corrobora gl'ideali pallenti; se ogni gente, vedendo in un uomo alla grandezza dell'intelletto congiunta la fermezza dei principii e l' inesausta bontà del cuore, plaude ammirata a tal uomo e benedicendo lo segue: oh! miei concittadini, rammentatevi sempre di questa che è la domus aurea di Avigliano, e del Grande che vi bevve le prime aure di vita; tenete sempre desta nei vostri cuori e insegnate ai vostri figli a tenerla desta nei loro la venerazione, di cui son degne queste basse pareti; pensate sempre che qui un fanciullo preparò col sorriso gentil sulle labbra e con la fede inconcussa nell'animo una face, che poi - uomo - doveva accendere altissima sul tetto e da cui doveva spandersi dintorno e lontano una perpetua aurora lucente: ricordate, e il ricordo vi farà buoni, che di qui egli uscì povero, con la scarsella vuota, ma col cuore rigonfio di trepida speranza, e di qui intraprese quel cammino, che doveva condurlo quasi agli ultimi fastigi dell'umana grandezza: ricordate che qui egli spesso tornò come al sacrario della sua gioventù fortunosa, forse a sorbir spiriti nuovi e incorrotti per la lotta che ogni giorno combatteva per il trionfo del bene, e qui avrà ripetuto nella notte silente, guardando le stelle scintillanti e la bruna selva vaporosa, i fieri versi del dolce e mite poeta, così anche a Lui confacenti: Da me, da solo, solo e famelico, per l'erta mossi rompendo ai triboli i piedi e la mano, piangendo, si, forse, ma piano:... .... Da me, da solo, solo con l'anima, con la piccozza d'acciar ceruleo, su lento, su anelo, su sempre: spezzandoti, o gelo! Ricordate, concittadini, ricordate, e, stringendo teneramente al seno i figli diletti, invocate su loro la divina benevolenza, affinchè qualcuno ne sorga degno di ritrovare e impugnar la piccozza gloriosa, per scavare ancora nel monte e attingere alfine la meta! Avigliano, 30 Novembre 1907. ANTONIO LABELLA Tommaso Claps - GIUDICE NEL VIGESIMO DALLA MORTE DI Emanuele Gianturco DISCORSO PRONUNZIATO IL 30 NOVEMBRE 1907 NELLA SALA MASSIMA DELL'OSPIZIO PROVINCIALE "UMBERTO I" IN Avigliano. Dato oramai sfogo alla piena irrompente del nostro cordoglio; compiuti, o concittadini, pur nella breve cerchia delle nostre mura, i pietosi ufficii della morte, che con la mistica solennità del rito ricordano a tutti il comune destino dell'uomo e ci persuadono a meditar col Sapiente, esser noi pellegrini su questa terra; poi che alla riluttante fede, che prestammo al primo ferale annunzio, è andata già lentamente sostituendosi l'amara persuasione della dura realtà, in cui la sorte ci ha travolti: facciamoci con virile animo a riguardare in faccia il nostro dolore; scrutiamo l'ampiezza della nostra piaga ancora sanguinante; misuriamo con fredda mente l'immensità della perdita irreparabile che ci è toccata. Vero è, che la fine immatura di un uomo quale Emanuele Gianturco induce nell'anima un così vivo senso di sgomento e di terrore, per la pietà di Lui che amammo e per la caducità stessa delle cose umane, che neanche ai più forti consente di parlarne ora degnamente. Ed è certo del pari, che nè l'apoteosi con cui Napoli ha saputo onorarne la salma; nè questa nostra odierna mesta solennità, che tien dietro alla commovente funzione sacra di propria iniziativa celebrata dal nostro patriottico clero nel raccolto piccolo tempio della nostra "dolce nativa terra, dove l'affetto è forte come il suggel di morte"; nè la più fulgida glorificazione, che dell'ingegno e delle virtù dell'Estinto si è fatta e si farà ancora nella stampa nelle assemblee e nelle accademie, giovano ad attenuare l'acerbo lutto, in cui è tuttora immerso il paese o a lenire la pena esulcerata degli afflitti parenti. Nel modo istesso, che all'alterna vicenda di ansie e di speranze, in cui volsero per noi eguali i giorni dell'ottobre maturo, seguì il tetro uniforme sconforto del triste e freddo brumaio ("o qual caduta di foglie, gelida continua, muta, greve fu l'anima! "); nel modo istesso, alla luce diffusa, che sulla nostra Avigliano da Lui emanava, è succeduto ora il fitto buio iu cui ci sentiamo sperduti. E, come ai voti e alle preghiere che da tutti i cuori s'innalzavano ferventi al Cielo per la salvezza di Lui, fecero poi eco, nel fondo di ogni anima, le irresistibili imprecazioni al fiero destino; così, per quanti furono presenti, ai plausi di gioia e ai lieti clamori dei giorni di trionfo (ahimè, appena un anno è trascorso che in questa medesima sala risuonarono con fervidissimi auspicii!) fanno oggi triste eco le voci di pianto, che nell'ampia artistica dimora di Napoli al pari che nell'angusta e modesta casa avita di Avigliano, i superstiti fratelli dell'Estinto, con la degnissima consorte inconsolabile ed i teneri figli, piansero nel dì funesto, in cui per sempre si chiusero gli occhi del loro Diletto alla dolce luce del giorno. L'una voce stanca mormora di qui dolente: «... Era alla mia vecchiezza questa sorte dovuta...» ; e dell'altro fratello maggiore, e padre più che fratello, che la Divina Clemenza invocava pel moriente, assistendolo con stoica fermezza degli estremi conforti del suo sacro ministero ... al passo che Omero ellenico e il cristiano Dante passarono , mentre a fianco stava pensoso e lacrimante l'ultimo germano, con gli afflitti nipoti: dell'altro fratello, padre e maestro insieme, la più stanca ed esausta voce ripete da lungi il noto latin funebre metro, ahi quante volte appreso ai prediletti discepoli «... et nulli exaudita deorum vota precesque meae... contra ego vivendo vici mea fata, superstes restarem ut genitor...» Nè sembri vana rettorica questa classica evocazione del più umano episodio che è nel nostro antico poema nazionale, dove geme tra i versi il pianto sconsolato del vecchio Evandro presso l'esanime spoglia del giovinetto figliuolo, giacente sui contesti rami di árbatro e quercia «....... qual di viola o di giacinto un languidetto fiore, colto per man di vergine e serbato tra le sue stesse foglie, allor che scemo non è del tutto il suo natio colore né la sua forma; e pur dalla sua madre punto di cibo e di vigor non ave» . No; dappoichè noi tutti abbiamo qui ancora dinanzi agli occhi della mente e quasi a quelli del corpo - come l'altissimo Poeta dell' Italia risorta ammoniva nel suo Peana per la morte di Garibaldi Giuseppe — noi tutti abbiamo quasi davanti, e non ci par vero, il cadavere dell'Uomo, che più abbiamo amato in vita, circonfuso di fiori delicati e di verdi selvatici rami, divelti dagli abeti delle nostre brulle e franose serre, emananti ancora la soave fragranza della campagna nativa! No; dappoichè, oltre gli eroi e l'eroismo della guerra, v'hanno, secondo scriveva un altro geniale cultore del dritto civile morto pur Lui giovanissimo, v' hanno gli eroi e l'eroismo della pace eroismo, forse più difficile e più meritorio, che il giovine autore della Nuova fase del dritto civile si proponeva di seguire e che il nostro Grande Concittadino doveva, ahimè, compiere, trattando, col completo sacrificio della propria persona, i grandi interessi pubblici del proprio Paese! Amara ironia della sorte, che, nel breve corso di appena venti anni, accumunava, pur nella morte prematura, i due più forti e più giovani antesignani del rinnovamento degli studii di dritto civile in Italia, con questa sola differenza che l'uno cadeva alla vigilia della sua prima vittoria politica; e l'altro, nel pieno meriggio del Suo giorno mortale e della Sua ascenzione politica, quando la fiducia del Suo Re gli avrebbe certamente, alla prima occasione, affidata la somma del potere e la direzione Suprema della pubblica cosa. Un tale nostro stato di prostrazione è umano; ed il dolore, così profondamente sentito dall'intero popolo aviglianese, è materiato di tutti questi varii e tra loro opposti sentimenti, a cui sopra ho accennato. Occorre, però, che noi non solo sentiamo, ma benanche comprendiamo interamente e, per cosi dire, svisceriamo questo nostro dolore, sforzandoci di scorgere e di mostrare agli altri, di qual ricco inesauribile tesoro la cieca morte ci abbia defraudato, e quasi provando la voluttà del rimorso, come accade allorchè un bene od una persona cara si sono irreparabilmente perduti, nel ricercare per qual modo sia potuto avvenire che noi stessi qui, talora, ne misconoscessimo o disconoscessimo addirittura, le virtù insigni: dimentichi, che Egli era di quegli uomini i quali non si sostituiscono; memori, sol dopo morte o poco prima dell'estremo giorno, che lo stesso Suo nome suonava per noi come un inno di vittoria e che la mano istintivamente ne tracciava, e per taluni ne traccerà forse ancora macchinalmente, sulla scheda, le lettere; servi purtroppo, inconsciamente, dell'antico mal costume di nostra "schiatta ignava e finta", per cui "virtù viva spezziam, lodiamo estinta", quando addirittura, a chi vale, non diamo l'ostracismo, come gli Ateniesi al loro grande Capitano, sol perchè egli sia o venga al pari di Aristide agnominato il Giusto! Seguitemi, adunque, amici, in mesto raccoglimento; ed io procurerò, facendo forza al mio animo abbattuto, di parlarvi, il meglio e più succintamente che possa, di Emanuele Gianturco giurista maestro e patrocinante: dell'uomo politico e dell'uomo privato, nell' augusta intimità della famiglia e delle relazioni sociali. Di un tale compito, veramente, che l' On. Giunta Comunale ha voluto affidarmi, non a me, ma ad altri, di me più degno e più innanzi negli anni e negli studii, spettava l'onore altissimo e la gravosa responsabilità che l'accompagna. Purtuttavia, nonostante diverse contrarietà prevedute ed impreviste, ho, come un dovere, accettato il ben grave e ben triste ufficio, perchè, senza vana modestia, ho riconosciuto io stesso, d'essere qui per caso l'unico dei discepoli, condannati a rimanere o rimasti per loro elezione nel paese o nella Provincia natia, l'unico, il quale abbia avuta la fortuna non solo d'essere stato alla scuola di Lui, ma d'avere, ben più, portato altrove (e, m'è grato riconoscerlo, dietro Sua benevola designazione e dell'Illustre Prof. Scialoia) il nome e il metodo della Sua scuola, già ivi trapiantata dal Suo primo e maggiore discepolo, il Prof. V. Simoncelli, che qui nomino a titolo di onore, non tanto pel decoro, di cui seppe far rifulgere quel nome e quel metodo, quanto più per la devozione filiale di cui circondò il Maestro, al quale, morto, recò, a nome di tutti i discepoli, l'estremo commosso e commovente saluto. Siano grazie, intanto, all' On. Giunta di Avigliano, pel delicato pensiero avuto verso di me; e giunga fervido e rispettoso, da queste sorelle balze native, il mio memore saluto alla Libera Università di Camerino, con le cui nobili tradizioni è omai legato indissolubilmente il nome di Emanuele Gianturco e della sua scuola del primo, maggiore e più autorevole discepolo di Lui; e dell' ultimo, in ragion di tempo e di merito, modestissimo scolare, che dovette per necessità, con suo non lieve rammarico, disertare dal nobilissimo arringo in quel glorioso Ateneo intrapreso. Non a caso io pocanzi associavo al nome di Emanuele Gianturco quello di Cimbali Enrico; giacchè furono questi due giovani Antei delle Provincie Meridionali, l' uno disceso dalle falde dell' Etna focosa e l'altro dalle pendici del Carmine nostro, che si distacca dal Vulture un giorno pur esso fumante, furono questi due giovani provinciali dalle pupille mobili ed acute come punte di spille secondo l'incisiva espressione del Morello, che levarono primi in Italia, ed alta, la voce sulla necessità di rinnovare gli studii ed il metodo del diritto civile, languente ed immiserito nei vecchi pedestri comenti, che radi si pubblicavano e che sonnolentemente si leggevano nelle chiuse aule delle nostre antiche gloriose Università, segnatamente in quella un di fiorentissima di Napoli. Ad essere giusti, invero, già il Bellavite da Padova, il Gabba da Pisa, e, nella stessa Napoli dapprima e in Roma dappoi, il Filomusi-Guelfi, sebbene quest'ultimo nel campo suo proprio della Enciclopedia del Diritto, come pure in parte il Pacifici Mazzoni ed il De Filippis, avevano avvertita (e lo stesso Gianturco fu primo a render loro questa giustizia) la precisa necessità di rinnovare la palude delle scienze giuridiche al soffio potente degli studii compiuti in Germania. Ma tutti cotesti valentuomini o avevano prima ristretta l'opera loro nel campo chiuso ed augusto della Università, allora disertate dai giovani che correvan dietro ai fantasmi della gloria, sui campi delle battaglie nazionali; ovvero, dopo che la Patria fu unificata, attuarono bensì nelle opere e nella scuola il loro metodo rinnovato, ma non se ne proposero l'ardua quistione nè tanto meno ne mostrarono la immensa importanza, anche nel campo della pura pratica. Nell' Ateneo napoletano, singolarmente, si poteva quasi dir spento, prima del 60 e per un pò anche nel decennio successivo, quel fervido speculativo raziocinante vigore della razza meridionale, come lo chiama il Carducci, il quale, sebbene tutt'altro che esauritosi col Vico e col Giannone, aveva nel secolo innanzi dato ancora un filosofo economista, Genovesi Antonio; un ingegno francesemente enciclopedico e pur tanto cordialmente napoletano, che la Francia sparte con noi, Galiani Ferdinando; un infiammato ed eloquente amatore dell'umanità e di ogni altra idealità, Filangieri Gaetano; ed, ultime vittime eroiche alla corda austro-borbonica, l' insigne medico Domenico Cirillo e il sommo penalista, gloria della nostra Basilicata, Francesco Pagano Francesco Mario. L'insegnamento ufficiale era addirittura fallito; e, sebbene tenessero ancora scuola aperta Pisanelli Giuseppe e Savarese Roberto, la privata docenza, per la sospettosa costrizione della tirannide regnante, da cui il Mancini e lo Scialoia si sottraevano cercando ospizio nel libero Piemonte, la privata e non libera docenza era del tutto caduta dall'antico splendore, ridotta al punto com'era e come poi ebbe a ricordare in un suo magnifico discorso alla Camera lo stesso Gianturco, che, per ottenerla, gli aspiranti dovevano, tra le altre, sostenere una prova in Catechismo maggiore. Imperava, daccanto al Re fanciullone, il suo fedel confessore Celestino Cocle, arcivescovo di Patrasso, frate di S. Alfonso, che Settembrini denunziò alla Storia nella sua fiera Protesta; e perciò non deve meravigliare, che, da chi pretendeva ammaestrare i giovani magari nel Diritto Romano, si richiedesse l'esatta cognizione non della Somma Filosofica di D'Aquino Tommaso, ma della elementare Dottrina Cristiana, come dai giovani delle Scuole Pie. Però, nel decennio che l'unità della Patria felicemente si compiva, coi nuovi ordinamenti civili s'iniziò anche a Napoli, e ben pure nella invecchiata Facoltà giuridica, un salutare risveglio. E la Scuola di G. Polignani dapprima e di G. Plastino dopo del povero D. Peppino Plastino, cui era riserbato un destino ancora più amaro che al suo diletto Emmanuele e il quale pur dorme, ahimè, da pochi anni, l' estrema invocata pace nel Camposanto della vicina Rionero in Vulture e la scuola di questi due insigni cultori del Diritto, ed anche in parte quella civilistica vecchio stile di Festa Nicola e di Colamarino Diego, ebbero il vanto non tanto di rinnovare le gloriose tradizioni dei nostri giureconsulti napoletani, Maestri insigni del diritto romano del diritto feudale e del diritto patrio napoletano, ma, sopratutto, di educare giovani nuovi, tra cui primo eccelse subito Emanuele Gianturco. Non piccolo nè disprezzabile vanto, cotesto, chiunque non guardi mercantescamente, come oggi pur troppo usa, alla sola mole dei volumi o della carta stampata, dove da taluni si vuol ritrovare accolta tutta la sapienza dello scienziato e del maestro; eccelso vanto, invece, che con maggior fortuna, potette per sè in seguito invocare lo stesso Gianturco, il cui maggior titolo, se altro davvero non ne avesse potuto vantare, è di avere prodotto in Napoli una Sua scuola fiorente, la quale ha dato alla cattedra alla magistratura e al Foro, giuristi come Vincenzo Simoncelli, i fratelli Leonardo e Nicola Coviello, Giuseppe Claps (anch' essi, questi tre ultimi, con nostro orgoglio, di sangue e di ingegno aviglianesi), Arnaldo Lucci, Filippo Longo, Umberto Pranzataro, Ugo Minozzi e, sebbene in campi diversi ed affini, Francesco Saverio Nitti, Francesco Perrone, Michele De Palo, Pasquale Di Fratta, Vincenzo Galante, Federico Celentano, Donato Faggella ed una schiera di altri mille valorosi insegnanti magistrati ed avvocati, che sarebbe lungo e tedioso compito enumerare. E questo maggior vanto fu Suo non solo e non tanto per l'efficacia del metodo che teneva nell'insegnamento, di cui toccherò più innanzi, ma anche ed essenzialmente pel nuovo sistema strettamente scientifico ch' Egli adottò primo in Italia dagli insigni Maestri tedeschi, in particolar modo da Giuseppe Unger, cui dedicò la sua maggiore opera, e che seppe far suo - con italiana versatilità come Egli stesso ebbe a scrivere incisivamente del Bonghi - e con italiana misura ». Anche il Cimbali, infatti, ch'io testè ricordavo e che, migrato ben presto dall' Università di Napoli a quella di Roma, quivi tenne nel 1881 la sua Prolusione sulla Nuova Fase del Diritto Civile pubblicata l'anno appresso, dopo che già del Emanuele Gianturco era sul Filangieri apparso quel mirabile scritto su - Gli Studi di Diritto Civile e la quistione del metodo in Italia che con la Parte Generale del Sistema aprirono davvero nuovi orizzonti a tutta la scienza del Diritto Privato; anche il Cimbali, dicevo, e con essi due, poco prima contemporaneamente o poco dopo, il Gabba il Chironi il Melucci, a non citar altri, avevano intuite le nuove esigenze del metodo e sfruttati, a dir così, i meravigliosi portati dell' esegesi e della dommatica tedesca. Però, l' ingegno meravigliosamente assimilatore di Emanuele Gianturco seppe far sangue suo quel che gli altri non sempre nè in tutto riuscivano a sfrondare della pesante scorie e dell' involuto pensiero, tutto proprio dei gravi scrittori tedeschi; per modo che di Lui, giurista, si potrebbe forse con maggior ragione affermare quel che, nel suo solito stile lapidario, Giovanni Bovio ebbe a dire di Lui, maestro ed appassionato cultore di musica, un giorno che, nella cara intimità dell'amicizia sincera da cui gli era avvinto, il grave filosofo pugliese sentì da Lui eseguire e rimase vivamente rapito dalla meravigliosa arte con cui l'amico aveva saputo rendere non so più quale notturno o quale sinfonia tedesca: - "aver avuta l'immagine di ciò, che è la profonda musica tedesca suonata dal Genio italiano ". La lucida ed ordinata esposizione dei principi; la breve e succinta storia dell'istituto; l' acuta critica esegetica della norma di diritto positivo; la netta e recisa esplicazione del principio razionale al caso pratico: ecco i pregi indefettibili ed invidiati d'ogni scritto di Emanuele Gianturco, trasfusi poi, per la fluidità della calda e colorita parola, docile ancella del corrispondente cristallino pensiero, in ogni suo discorso, lezione accademica, arringa forense od orazione parlamentare, che fosse. E a tutti questi pregi intrinseci si aggiungeva in Lui, come virtù del pensiero, la pronta e felice intuizione della realtà pratica, di fronte all' astratta verità scientifica; e, come dote intrinseca dell'eletta e chiara parola, il calore di convinzione, la viva comunione di spirito e l'energia di vita, con cui sapeva a sè avvincere ogni uditorio, da quello degli intenti scolari a quello dei gravi magistrati e dagli astiosi o distratti e svogliati parlamentari, che senza distinzione di partito accorrevano da ogni settore della Camera ad ascoltarlo, non appena Egli sorgeva a parlare. Con tale dovizia di rarissime preclare doti, si comprende agevolmente come a Lui bastasse accennare più che svolgere il suo programma nella Scuola, la sua tesi davanti al magistrato, la sua opinione nella Camera, perchè al discepolo potesse dire con Dante "posto t'ho innanzi: omai per te ti ciba"; perchè dal giudice potesse aspettare fiducioso la sentenza ed il plauso dai colleghi del Parlamento; perchè in ogni evento lo accompagnasse, ed Egli quasi presentisse, la vittoria, in guisa da esserne giá in precedenza sicuro e da sembrare perciò a taluni finanche altezzoso audace e temerario. Quello che costituiva però il singolare carattere dell' ingegno di Emanuele Gianturco ed il vero segreto del suo successo in ogni campo della mirabile attività sua, sembra a me sia l'intuito potente, con cui divinava il lato pratico ed attuabile d'ogni idea o disegno che vagheggiasse o gli venisse proposto. Come giurista, infatti, Egli, non pago d'aver gettato le basi del Sistema di Diritto Civile italiano, che il subito avvento ai più alti fastigi della vita pubblica gl' impedì di compiere, seppe, dei più ardui ed urgenti problemi che travagliano la vita moderna, scorgere e far sua la parte più immediatamente attuabile; onde, fin dall'inizio della sua carriera di studioso, venne, in svariati studii monografici articoli note e recenzioni, calorosamente propugnando le sapienti riforme del dritto di famiglia, della legislazione del lavoro e della proprietà immobiliare, le quali poi con potente sintesi enunciò nella sua memorabile prolusione «L'individualismo e il socialismo nel diritto contrattuale" che lesse nel 1891, quando salì per la prima volta sulla Cattedra di professore ordinario di Dritto Civile nella R. Università di Napoli, dove, da ben dieci anni, quelle nuove esigenze aveva professate ed inculcate nella Sua fiorita scuola di libero docente. Come maestro, anche quando, per l'assunzione alla cattedra di ordinario e più ancora per l'assorbente vita politica, il suo insegnamento divenne per necessità meno assiduo e, perciò, meno efficace, Egli, pur rinunziando di mal suo grado a quelle acute ed utilissime discussioni di «casi pratici», che per primo aveva introdotte e divulgate in Italia sull'esempio del von Jhering, non trascurò giammai, nelle Sue sapienti lezioni, di accennare alle più vitali controversie della moderna legislazione e dell'attuale giurisprudenza. E, come giurista e come insegnante al pari che come avvocato, per quel graduale e perenne adattamento della norma scritta ai bisogni ed alle esigenze della pratica, in cui consiste la vita del dritto, a somiglianza di due altri insigni giureconsulti, gloria della nostra Provincia e dell' Italia intera il cardinal De Luca ed Antonio Rinaldi, costui pur non ha guari immaturamente scomparso - seppe attingere nelle ricche miniere, che sono e saranno sempre i responsi dei giureconsulti romani, e, dagli antichi scrittori di diritto comune, seppe prendere e ritenere la parte perennemente viva e vitale, attuando in pratica quel che era stato il colorito disegno di un suo lavoro, annunziato e non più forse compiuto, per esaminare e mostrare quanta parte abbia avuto, nel nostro rinnovamento legislativo, l'opera riflessa dei giuristi e quanta la produzione spontanea della coscienza nazionale, studiando gli effetti della introduzione del Codice francese in Italia sulla continuità delle nostre tradizioni giuridiche. In conferma, mi basterà accennare alla singolarità degli argomenti che Egli ogni anno presceglieva e designava come tesi di laurea ai suoi discepoli, cui non si stancava giammai di consigliare lo studio amoroso degli antichi, nonchè alla breve sintetica trattazione dell'ultima sua nota di giurisprudenza "Intorno al valore e all'efficacia della clausola esclusiva della concorrenza nei contratti": breve monografia, nella quale, più che in ogni altro suo scritto, appare come Egli, simile a tutti i sommi maestri, sapesse "trarre dall'intimità della storia il sistema del dritto vigente", per servirmi del compendioso elogio che il Vivante fa di Federigo Goldsmith, e come, giusta la bella epigrafe dettata dallo Zambaldi per il povero Cimbali Enrico, più e meglio di quest' ultimo, sapesse "temperare le ardite intuizioni del novatore, assicurando, senza turbarlo, il progresso delle relazioni civili". Ma io m' accorgo, che l'affetto dell' insigne giurista e del venerato maestro, quale per noi suoi discepoli Egli è rimasto essenzialmente, mi ha forse condotto alcun poco fuori di strada, facendomi perdere di vista l' Uomo politico, benchè come tale Egli non abbia fatto, a parer mio, se non viemeglio esplicare in un campo il quale, per simili uomini politici nel senso più augusto e genuino della parola, dovrebbe essere il più pratico e fattivo, ma che purtroppo è instabile come l'aria ed infecondo come l' arena quella tipica e singolare virtù sua di acuta percezione della realtà, della quale fin qui vi ho discorso, industriandomi di rendervi fedele l'immagine del suo pensiero speculativo e della sua pratica attività didattica e forense. Perciò ritengo dover poco altro soggiungervi di Lui e della sua attività politica, anche perchè più divulgata e più recente che non quella scientifica è indubbiamente la sua feconda opera di rappresentante della Nazione e di Ministro del Re, nella qual veste ebbe la ventura di cader come soldato sulla breccia, occupandosi instancabilmente fino ai suoi ultimi giorni di tutti gli affari del suo Dicastero importantissimo. Convinto, che, se i partiti sono una necessità nella vita delle assemblee, tramontate le grandi divisioni storiche della Camera, l'ascriversi ad uno dei cosidetti partiti militanti fosse una menomazione della propria libertà, Egli se la serbò piena ed intera, specie nel dare il suo voto coscienzioso, professando apertamente, fin dai suoi primi discorsi elettorali, la teoria, che i partiti devono sorgere e determinarsi a proposito delle singole quistioni e mantenendosi estraneo a tutte quelle numerose conventicole, le quali, come è stato saggiamente osservato, costituiscono la peggiore sventura, da cui sono travagliati gli odierni Parlamentari. Sedendo al Centro sinistro, non fu quindi nè un gretto conservatore nè un radicale rivoluzionario, ma, semplicemente, un rappresentante della Nazione, nel più esteso senso democratico, ossia difensore assiduo degli interessi popolari e sociali di tutto il Paese. Come tale, rimanendo sempre nel giusto mezzo, Egli portò in ogni dibattito il contributo del suo vasto sapere e del suo capace, agile ed equilibrato intelletto, insorgendo con due memorabili discorsi tanto a difesa dell'opera politica di un Presidente del Consiglio che veniva da tutti aggredito ed abbandonato, quanto a tutela della libertà dei cittadini e della legge comune, che si voleva violentare con i famosi provvedimenti di Pubblica Sicurezza proposti dal Ministero Crispi contro gli anarchici e le associazioni sovversive; effondendo sempre intorno a sè quell'aura di onestà di equità e di equanimità, che s'ispira alla eterna morale di Gesù e che costituisce la verace sapienza civile, in virtù della quale, soltanto, come di recente ha scritto il Labanca, divengano bene accette al popolo le deliberazioni dei proprii rappresentanti, in ogni più controverso campo economico sociale giuridico e politico. Da semplice deputato, Egli, infatti, propose o strenuamente difese le più urgenti riforme, già dalla cattedra proclamate, da apportare al nostro Codice Civile, nel quale, come soleva dire, è tutta, o quasi tutta, la quistione sociale, e da introdurre nei nostri decrepiti ordinamenti delle Scuole e dei Tribunali. Famosi sono rimasti i suoi discorsi e le sue relazioni sulle Opere Pie; intorno al progetto di legge, tale ancora pur troppo rimasto, per far cessare anche presso di noi la vergogna, indegna d'uno Staso civile e cristiano, del divieto delle indagini sulla paternità; circa altre notevoli riforme del nostro Diritto matrimoniale, nelle quali sapientemente sosteneva potersi, con una opportuna revisione della dottrina dell'errore, contemperare i bisogni della nuova coscienza giuridica con le tradizioni della nostra salda compagine famigliare, che strenuamente difese nella pertinace campagna contro il divorzio; circa la complicata ed urgente riforma universitaria e quella non meno complicata e non meno impellente della Magistratura e dell' ordinamento giudiziario, che poi da Ministro tradusse in altrettanti poderosi Progetti, per mala ventura non giunti in porto - tranne la breve e pure praticissima riforma del Procedimento sommario - a causa delle instabilità dei nostri Governi Parlamentari, ma che sono rimasti monumento perenne della Sua mente illuminata e della Sua indefessa operosità legislativa. E, per la prima volta chiamato al potere nel 1893 quale Sotto-segretario al Ministero di Grazia e Giustizia, ben presto si ricordò dei nuovi doveri che incombono ad un Uomo di Governo veramente progressista, nel campo della legislazione sociale, e portò subito in discussione al Senato del Regno il disegno di legge sui Probiviri, divenuto più tardi legge dello Stato, istituendo altresì un'apposita Commissione per preparare le modificazioni da introdursi in ordine ai contratti agrarii, agli infortuni e al contratto di lavoro, in genere, ed auspicando, in una sua famosa conferenza, tenuta al Circolo Giuridico di Napoli, al formarsi e al sorgere di quel novello diritto pretorio , come egli lo disse, nel quale vedesi in atto la continua estensione della morale che diviene diritto, che è parsa a taluni una illusione, ma che costituisce invece l'essenza vera di ogni benintesa riforma sociale, attuata con spirito di giustizia e non sola predicata con vane formole utopistiche e mitingaie. Questa, di cui si onorerebbe ogni più consumato statista, gl'intransigenti della politica partigiana dissocialista e piazzaiola, chiamano «opera infeconda» dell' Uomo che, pur essendo vissuto soli cinquanta anni e pur avendone dedicati appena venti alla vita parlamentare, da deputato portò in ogni legge e in ogni discussione il lume della Sua dottrina e della Sua esperienza e che, Ministro negli ultimi tempi pel Dicastero dei Lavori Pubblici, in soli otto mesi, come non ha guari mi scriveva l' on. Fortunato in una lettera calda di affetto e di trepida ansia per il suo e nostro Emmanuele, «in soli otto mesi risolse tutto l'immane problema della nostra nuova legislazione ferroviaria» ed intravide ed attuò in gran parte, deve aggiungersi, tutta la portata economica e sociale di quella che Egli definì "politica dei trasporti ". Questa, chiunque giudichi serenamente, è da proclamare, invece, sia opera verace di Legislatore sollecito del bene pubblico e di Uomo di Stato che si sobbarca al peso del governo non per avidità di potere, ma per solo desiderio di servire al Paese con le migliori sue forze e per solo intimo spirito di abnegazione in prò della Patria. Siffatto suo alacre bisogno e simile potente brama di utile operosità governativa, che in Lui derivava forse da un segreto presentimento della sua fine immatura, quasi fosse memore, come recentemente ha scritto il Chiappelli, delle parole del Savio Antico: «affrettati a fare il bene che puoi fare, imperocchè nè bene nè scienza han luogo nel sepolcro verso il quale tu corri»; la condotta corrispondente a tali suoi spiriti è potuta agli avversarii sembrare incoerenza di carattere e mancanza di sicura fede politica, Ma, se, giudicando del carattere di chicchesia è necessario badare alla costanza del fine, non all' incostanza dei mezzi adoperati per raggiungere quel fine, la Storia ch'è severa dispensiera di lode o di biasimo, dirà, non avere Emanuele Gianturco giammai decampato dalla diritta norma di vita, lasciata in retaggio per tutto viatico ai suoi figli «non temete di altri che di Dio» amando e praticando ed assecondando il bene, da qualunque parte provenga, senza nessuna prevenzione di setta o di fazione politica o religiosa, senza nessuna illegittima preferenza per questa o quella regione della gran Patria italiana. Affrontò, quindi, con fronte serena, la taccia, data a Lui e ad altri uomini politici del Mezzogiorno e della nostra Basilicata in ispecie, di essere un deputato troppo idealista, secondo la volgare frase ricorrente in bocca ai barbassori della politica spicciola da caffè o da farmacia e ai facili e sistematici denigratori dell'opera altrui; ma, d'altra parte e pur sempre rifuggendo da quel sistema d'arrembaggio regionalistico cotanto esiziale alla concorde unità della Patria, cui sembra proclive l'indole di noi altri Italiani, fu primo a riconoscere, quando ne giunse il momento opportuno, la necessità impellente di avvisare ai mezzi e di concretare i provvedimenti necessarii, onde venire in aiuto delle più povere e neglette provincie meridionali, e diè poi, da Ministro, pronta ed efficace opera per l'esecuzione della legge sulla Basilicata e di quella in prò delle Calabrie. Di questo stesso giorno - dieci anni già volgono e la memoria è in voi sempre viva, miei cari concittadini, come sempre è in me viva per voi la riconoscenza, chè mi trovavo col mio primo dolore solo e lontano dalla cara terra nativa e mi confortava il pensiero del vostro lutto comune - di questo stesso giorno, una gran folla di popolo traeva qui in mesto pellegrinaggio a salutare l'estrema volta piangendo la salma di un Uomo generoso e pio, ch'era padre amorevole de' poveri orfanelli in questo Ospizio ricoverati, che aveva vissuto la sua non breve vita mortale beneficando, che per tutti aveva sempre avuto una lagrima ed un sorriso. Ed indulgerete al mio affetto filiale, se il modesto e sincero rimpianto di quell' Uomo ch'io adorai in vita, ardisco oggi associare a questa solenne mestissima cerimonia in onore del primo e più glorioso Cittadino di Avigliano, che tutto il popolo ha pianto come un figlio e come un padre. In quel triste novembre lontano, Egli, "il bruno e penoso figlio - di questa terra affaticata e buona" il quale trovansi allora nel pieno vigore delle sue forze e, per la prima volta Ministro, erasi qui dianzi recato, accolto con onori quasi divini, si univa da Roma al lutto della famiglia e del paese, evocando in un commovente telegramma, a sommo conforto dei parenti, come uno de' migliori ricordi dell' infanzia qui lietamente' trascorsa, la cara immagine paterna del vecchio Sacerdote benefico, il quale, a somiglianza del Divino di Nazareth, così cordialmente prediligeva i pargoli e tante volte aveva accarezzato il bruno e ricciuto Giovinetto, che in sè portava i più fulgidi destini della vita. Ho di proposito rievocato ed associato i due mesti ricordi, perchè, o amici, io penso che, di sopra alla gloria, di sopra alla grandezza dell'ingegno, di sopra ad ogni altra più ambita dote dell' uomo, stia l'impero della bontà dell'anima, che è amore simpatia indulgenza e compatimento verso gli altri, ch'è sorriso di sollievo puranche per quelli, cui null' altro possiamo porgere di bene, se ne togli un sorriso. È questa divina tra le virtù umane, questa primigenia figlia del Cielo, dalla quale perfino l'arte ripete la sua forza, che, anche in questa dolorosissima occasione, spiega di per sè il generale compianto ed il lutto comune ad un popolo intero per la morte lagrimabile di Emanuele Gianturco; il quale aveva preminente a tutti i pregi di cui Natura lo aveva colmato, la bontà sincera dell'anima e la purezza immacolata del cuore, che, come bellamente ricordava l'altrieri alla Camera il Suo dilettissimo amico ed estimatore Fortunato Giustino, seppe mirabilmente armonizzare con le sue qualità di pensatore e di artista, "volgendo, con spirito spiccatamente italico, le doti positive e sane del carattere a vita sempre più pronta e più intensa di bene". Già, come dicevo, l'Arte stessa è bontà e, secondo un mio fermo convincimento che corrisponde del resto alla concezione più popolare di essa, non v' ha opera d'arte veramente duratura - letteraria plastica o musicale che sia - se l'opera ammirata non ci renda o non ci faccia sentire migliori. Ed Emanuele Gianturco era innanzi tutto un artista, perchè era intimamente buono; ed era intimamente buono, perchè era essenzialmente un artista: artista, non della sola parola e dell'eleganza del pensiero, pur se rigorosamente scientifico o pratico, ma altresì, e non per mezzo dilettantismo, nella divina maestria dei suoni, che è l'arte più eccelsa e più divinamente consolatrice. Perciò, a somiglianza delle aureole di cui son circonfuse le imagini dei Santi, emanava da Lui, dalla sua persona come dalle sue cose, un fascino ch'era di simpatia e di rispetto, d'impulsiva attrazione e di prepotente desiderio d' imitarne le virtù e che, al suo contatto, ci faceva sentire e ci rendeva più buoni. Chiunque è stato qualche volta nella sua casa ospitale e l'ha per ventura sorpreso nella cara intimità della famiglia o, tra la corona dei bei vispi figliuoli, gli ha sentito modulare al piano una di quelle gravi e patetiche sonate che Egli tanto prediligeva, non ha potuto giammai dimenticare la profonda suggestione di bene e di generosi propositi, che quella raccolta pace di famiglia esercitava sul nostro animo. Io ricordo - e con me molti compagni ricorderanno - d'esserne più volte uscito commosso al punto, specie nei primi deserti anni della giovinezza affaticata, che, con gli occhi velati di lagrime rigeneratrici, dopo aver vagato distratto per le ampie frequentate vie della Metropoli rumorosa o lungo l'incantevole riviera, giunto nella solitaria stanzetta di studente, mi son riposto al lavoro con tale una tenacia di nobili propositi, che solo la povertà dell'ingegno ha potuto, nella modestia dei risultati, tradire. — Si può, adunque - suggeriva all' anima commossa l'interno dèmone della benefica emulazione — si può, adunque, con la costanza del volere, raggiungere la mèta prossima o lontana: si può, con la fermezza dei propositi generosi, venir su dal nulla ed acquistare un giorno o rifarsi almeno la vecchia casa paterna e vedersi dattorno radianti di giubilo i cari parenti; si può sentir benedetti dalla loro tremula voce, i durati comuni sacrifici e di questi, in qualche ora del giorno, confortarsi tra le pure gioie dei figli e le intime dolcezze dell'arte, nel sacro raccoglimento della pace domestica. - "O casa, o dolce casa!", di cui il Maestro sentiva tutta l'intima poesia, così soavemente cantata da Roberto Browning e tradotta in divine note da Sigismondo Thalberg - O casa, o dolce umile casa, che Egli non volle sfregiare di un vano blasone gentilesco, rinunziando modestamente ed argutamente al titolo nobiliare, di cui lo si voleva un giorno insignire, in premio di notevoli servizi da Lui prestati per la Patria ed il Re - O casa, o dolce casa, la cui umile grandezza noi, per converso, abbiamo oggi consacrata alla Storia! - Ed, in tali generosi fremiti del cuore, uscendo dalla sua artistica casa di Napoli, il pensiero correva all' alpestre nostra terra nativa, alle povere domestiche pareti, e ritrovava - chi, ahimè, poteva vantar la fortuna di averla ancora in vita, amata e venerata, così come il Maestro aveva allora la sua buona vecchietta, il cui somigliantisstmo ritratto, dono dell' Altamura, teneva come sacra immagine nella silenziosa camera di studio - ritrovava la cara indulgente bontà della madre; ritrovava il dolce sorridente viso della sorella; ritrovava lo stanco pensoso sguardo del padre affaticato e, in compagnia di quei cari fantasmi, lo spirito si ritemprava come nel primo abbraccio dato e ricevuto nelle vacanze sospirate. Poichè questa, io penso, sia l'intima virtù rappresentativa di noi altri provinciali, a cui, da parte le diverse forze di ciascuno e il vario cammino e la varia fortuna, è dovuto il nostro qualsiasi successo: l'amore indomito alla famiglia e alla terra natia, donde tutti portiamo indole e modi, e l'amore corrispondente dei conterranei e dei parenti per noi, del quale Emanuele Gianturco ed i suoi han dato sempre così lodevole e mirabile esempio. Onde, a ben giusta ragione, l'on. Francesco Saverio Nitti, commemorando non ha guari in Potenza il primo centenario del Capoluogo, rilevava con belle e schiette parole il vigile affetto, di cui le aduste madri lucane perseguono dovunque i forti loro nati, sparsi per le terre d' Italia o peregrini pel mondo; ed, in altra mesta occasione, l'on. Fortunato Giustino, portando il suo estremo saluto alla frale salma del povero compianto prof. Plastino, che così saldi e tenaci vincoli di affetto legarono in vita al nostro Gianturco nella prospera come nell'avversa fortuna, esclamava commosso: « Ah, sì, tutto ci si può contendere, a noi del Mezzogiorno d' Italia, meno che la tradizione dello spirito, solidale e magnanimo, di famiglia», il quale in nessuna parte è certamente più energico, in nessun luogo è più diffuso che da noi. Nè l'intima bontà, di cui rifulgeva l'anima di Emanuele Gianturco, irradiava la sua luce soltanto nel breve augusto ambito della famiglia; chè, come il fulgore dell'ingegno elettissimo, essa spandeva i suoi raggi in quanti lo avvicinavano, in quanti al nobile cuore facevano appello Ed io non ho bisogno di ricordare a voi, concittadini, che ne seguiste a passo a passo l'ascensione dai modestissimi natali ai fastigi più ambiti dell'umano consorzio, non ho bisogno di ricordare tutto il bene pubblico e privato che Egli ha fatto alla sua città nativa e ai singoli conterranei. Seguendo con più fattiva energia la nobilissima tradizione dei grandi avvocati napoletani, di prestare gratuitamente il proprio patrocinio a favore di qualche Opera pia tradizione, che Egli, mirabilmente delineando la simpatica figura di Don Ciccio Correra, con belle parole invocava, suggerendo a tutti d'imitarla e di conservarla Emanuele Gianturco donò più volte l'onorario delle sue difese a prò di questa o quella benefica istituzione, sorta od erigenda. E tutti ricordano che il non lieve sudato compenso a Lui spettato nella famosa causa della "Utopia" famosa per la catastrofe di tanti poveri emigranti delle provincie meridionali, non meno che per la novità ed importanza delle numerose quistioni di diritto pubblico e privato, cui dette luogo. Egli, con ammirevole slancio di vera e provvida carità sociale, volle costituito in fondazione a prò degli emigranti poveri della nostra provincia, intitolandola dal nome della diletta compagna della sua vita. E nessun Aviglianese ignora che, vinta in buona parte nel secondo stadio, per merito suo precipuo e dei suoi valenti cooperatori, e transatta poi, per suo autorevole consiglio e mercè i validi suoi buoni uffici, la non meno per noi famosa causa vertita tra il Comune nostro ed il Principe Doria intorno alla proprietà dei tratturi, Egli volle donare parte del non esiguo onorario a favore del nostro Patronato Scolastico e parte a favore del nostro Ospizio di mendicità: - due modeste e non mai abbastanza encomiate istituzioni della nostra povera terra, ricca solo di cuore, al cui incremento e alla cui stessa consistenza la pietà di tutti i cittadini presenti e lontani dovrebbe sempre soccorrere non con la sola larghezza delle vane parole, ma col diuturno ed efficace aiuto, in qualsiasi misura, e con operoso instancabile spirito di carità, il quale, come la fede muove le montagne, è, secondo si esprime il nostro popolo, capace di cavar sangue perfino dalle pietre. Ricordando il nostro Patronato Scolastico, ho fatto implicito accenno ad un'altra illuminata e civile benemerenza di Emanuele Gianturco; e non soltanto noi, ma tutti gl'Italiani non dimenticheranno giammai l'insigne iniziativa di vera e benintesa solidarietà civile, che il nostro grande compianto Ministro seppe prendere in prò dei derelitti figli del popolo, a cui Egli ammonì, non dovere la società procurare il solo pane della scienza, che tornerebbe inutile, ma ben pure il quotidiano vitto e la necessaria difesa dalla inclemenza delle stagioni. Opera questa, che da sola basterebbe a render degno un uomo d'essere annoverato tra i veri grandi benefattori del Popolo e che, insieme con l' assidua cura da Lui spiegata per la diffusione e la prosperità della «Dante Alighieri» in Italia e più ancora all'estero tra i nostri operai e contadini emigrati, i quali colà finiscono per dimenticare la dolce favella e le sane costumanze della Patria noverca, giova a rendere perennemente onorato e venerato il nome di Lui. E benedetta sia nei secoli la tua memoria, o Maestro, che fosti a noi guida e segnacolo glorioso, sempre primo della balda schiera dei tuoi emuli conterranei; che di tutti i discepoli fosti padre sollecito, mettendo loro innanzi una méta sempre più lontana, desiderandoli primi in ogni cimento; che avresti ora dovuto raccogliere, secondo il gentile italico costume, nel tuo prossimo giubileo d'insegnamento, l'omaggio fervido e devoto dei giovani tuoi, nelle cui menti, dalla cattedra con la parola coi libri ella consuetudine della vita, al pari dei maggiori Maestri, sapesti ognora infondere generosi propositi, destare impulsi nuovi, lasciare profonde incancellabili impronte! Concittadini, ho fornito il mio compito. Una gentile e pietosa leggenda dei popoli ariani, a noi pervenuta attraverso la grande raccolta dei poemi Vedici, che va sotto il nome di Mahabharata, in un celebre episodio d'ingenua primitiva bellezza e di profondo significato etico, narra di Savitri devota, che ritolse al Dio della morte il marito dilettissimo. Simile miracolo opererà, certamente, pei figli suoi, nell' intima cerchia della sua vedovata famiglia, la Donna eletta che Emanuele Gianturco ebbe a compagna della sua breve vita di gloria ed il cui dolce sorriso fu per Lui il premio più caro e più desiderato ai ben duri sacrifizi della giovinezza e dell'età virile. Ma uno maggiore, se possibile, ne compirà Avigliano, la terra povera ed altera che Lo vide nascere e che, nella sua storia di ieri, non vanta maggiore nè più superba grandezza di quella d'avergli dato i natali. Questo miracolo è, che, come dall'intimo cuore ne traggo oggi l'auspicio, nei baldi e forti figli del nostro popolo si rinnovi eternamente, nei secoli, per virtù di sangue e per efficacia di esempio, la vita purissima di Emanuele Gianturco, che appartiene oramai alla civile storia d' Italia, alla terza rinascenza della nostra Gran Madre Adorata! Dopo dal pubblicista Signor ACHILLE MANGO della "Tribuna" fu pronunziato un vivido ed efficace discorso, non giunto a tempo per la stampa. DISCORSO DEL RAPPRESENTANTE IL COMUNE DI Ruoti Signori, quando un uomo per virtù tutta personale, colla sola sua intelligenza, senza aiuto di protezione e senza risorse di sorta arriva ai più alti gradi sociali e illustra la Patria nel campo delle arti e delle scienze, la sua morte è un rimpianto generale - la sua scomparsa lascia un vuoto immenso - la sua perdita rompe l'equilibrio dell'ordine sociale della Nazione. Tale è stata l'immatura fine del sommo illustre, di Emanuele Gianturco. Parlare di Emanuele Gianturco, della elevatezza, delle multiformi manifestazioni del suo portentoso ingegno, certamente è cosa superiore alle mie forze, e non potrei darne che una pallida idea. Già molti insigni e d' Italia e di fuori ne hanno magnificato le sue mirabili qualità di artista, di giurista, di letterato, di oratore, di maestro, di padre, di uomo politico, di uomo di Stato; ed io non potrei far altro che ripetere con meno belle parole quanto di Lui si è detto. Dirò solamente che noi di Ruoti l'amavamo assai, noi amavamo fortemente Emanuele Gianturco, la stella fulgidissima del Mezzogiorno. Noi eravamo orgogliosi di Lui, quanto voi stessi, suoi concittadini, perchè, sebbene Egli nato in Avigliano, pure sentivamo che in Lui v'era qualche cosa di noi, o meglio, noi sentivamo di avere qualche cosa di comune con Lui. Infatti a piè del Carmine Egli aveva respirato le stesse aure appennine, che abbiamo respirato noi: aveva ammirato lo stesso panorama delle valli del Bradano, che noi ammiriamo: a Lui, come a noi, era piaciuta la fragranza del cupo abete. Ci eravamo compiaciuti all'apparire sull'orizzonte dell'astro splendidissimo e ne avevamo seguito con vanto e amore il suo rapido ascendere: ora noi di Ruoti, come voi di Avigliano, piangiamo la perdita del padre, del fratello, dell' amico. della nostra Gloria. Or è un anno, noi di Ruoti venimmo in questa Avigliano a tributargli il nostro omaggio: or ci siamo qui raccolti, chi il doveva dire!, in si breve tempo, a ricordar la sua santa memoria. O Grande, dormi, dormi il sonno della Pura Coscienza nei fioriti campi del Sebeto: tu vivrai in eterno nei nostri cuori! Tu fosti per noi il vero Emmanuello: e noi tramanderemo a chi verrà dopo, il ricordo di Te: innalzeremo monumenti e marmi a te, o Grande della Patria, perchè le vegnenti generazioni s'ispirino alle grandi cose. Ma, o Signori, che ho detto? Marmi e monumenti! Il miglior monumento se l'ha eretto da sè, Emanuele Gianturco, se lo ha edificato colle proprie mani, colla potenza del suo ingegno: le sue opere sono monumenti imperituri, che mai verranno meno. L'opera deleteria di millennii potrà corrodere e abbattere e monumenti e marmi, ma le massime di Dritto di Emanuele Gianturco resteranno là ad attestare dell' uomo. Egli vivrà nei secoli futuri e sarà sempre ricordato come i celebri giureconsulti Romani, come Papiniano, come Paolo Giulio. Or che dirò più? Dirò ancora che il miglior discorso commemorativo se l'ha fatto da sè Emanuele Gianturco: leggete il suo testamento: in due parole è compendiato il ritratto morale dell'uomo e il suo Genio: Siate sempre onesti, e non temete altro che Dio. Queste parole, dette ai figli, dicono abbastanza di Lui, molto più di quanto si sia detto finora. Signori, molto egli fece a favore della Basilicata, e molto ancora aveva promesso nel suo nome stringiamoci e teniamoci tutti uniti, se vogliamo esistere: Lui vivente, le battaglie e le lotte di regionalismo e di contrade erano facilmente vinte; ora, Lui scomparso, sorgeranno molti ostacoli, che ci sarà difficile abbattere e sormontare. Letto in Avigliano il giorno 30 Novembre 1907. DR. GIOVANNI BUCCICO Seguirono brevi e commosse parole del Dott. Cav. ANGELO TELESCA, Consigliere Provinciale, il quale ritrasse rapidamente la rara armonia tra il cuore e la mente geniale di Emanuele Gianturco, che si ripercoteva sempre e dappertutto nella multiforme opera di Lui. PAROLE DI RINGRAZIAMENTO DELLA FAMIGLIA GIANTURCO L'ltro ieri ho assistito alla commemorazione che del nostro Grande morto hanno fatto alla Camera i più autorevoli parlamentari d' Italia; ho assistito, pochi giorni innanzi, alla commemorazione che di Lui ha fatto Napoli, la sua città di lavoro; ed anche senza il vostro invito sarei venuto ad assistere a questa commemorazione, la più cara ed affettuosa fra tutte. Di qua egli è partito con le scarpe scucite, ma con la bella e serena fronte rivolta al Cielo. Voi lo avete accolto con grida di gioia, quando era già grande e siete in ultimo partiti di qua, ahimè in una compatta falange, per venire a baciare la mano - ahimè gelida ed inerte. di colui che, in vita, l' ha sollevata sempre per benedire e per soccorrere. Qui non dovevo mancare e permettete a me che vissi accanto al grande morto dal suo incerto ma luminoso mattino, alla lugubre sera della sua vita, che, prima di ogni altra cosa, vi esprima dal fondo dell'anima mia le più vive ed effettuose azioni di grazie. Grazie in nome di una vedova desolata, che tutti i suoi palpiti e i suoi fremiti aveva dati a quel grande, della cui vita ella fu la luce, la gioia, il consiglio amoroso. Grazie in nome di sette orfani doloranti, privati, ad un tratto, di colui che tutti li avvolgeva con il suo splendore. Grazie in nome di un carissimo vecchio, fratello, padre dilettissimo del grande morto, e che io ho visto, a mano a mano che il terribile male schiantava, come un fulmine, la maestosa quercia della nostra gente, aggirarsi sempre più smarrito, dolente, per le vie della città, per la gelida casa, in un dolore muto ed infinito. Grazie o miei cari concittadini, a nome di tutti noi, che non dimenticheremo mai, comunque possa girare le sue ruote il carro della Fortuna, le prove del vostro affetto infinito per il grande estinto: io vi ho visti, con i miei occhi, nella sera tremenda, uno per uno, entrare nella sua casa, che egli si fece con il suo lavoro e con il suo ingegno, curvi come sotto il peso di sua grande vecchiezza, e guardare intorno con religione, gli oggetti, le pareti della camera dove egli, poco avanti, aveva girato per l'ultima volta, i suoi occhi neri, dolci, sereni, come per benedire tutti noi che gli stavamo intorno, in ginocchio, intenti, affranti, desolati. Vi ho visti tutti, uno per uno, intorno alla vedova consorte, piangere e lagrimare insieme. Vi ho visti, uno per uno indugiarvi nella sua casa di lieta, ora e per sempre triste e ricercare, in ogni angolo, le sue vestigia, quasi i suoi passi e la sua diritta persona: e il giardino profumato e fragrante che lo accoglieva nella mattina e dopo le ore della fatica; e lo studio nel quale egli ci riuniva ed ammaestrava con l'esempio e con la parola; e il pianoforte al quale confidava, con un linguaggio di un mondo infinito, le sue tenerezze ed i suoi entusiasmi, le note della tristezza ed i lieti canti della vittoria. Voi gli avete voluto portare, come estremo tributo, il ramo verde dell' abete nativo, e lo avete agitato sulla sua bara, radioso di gloria e di amore, così come, altra volta, lo agitavate, per festa, avanti ai suoi occhi luminosi e raggianti. Nessun fiore e nessuna ghirlanda poteva esprimere meglio l'anima gentile e la tenera poesia della nostra terra; nessun fiore poteva meglio di te, abete benedetto, sa cui il suo sguardo si è tante volte adagiato calmo e sereno, rendere omaggio alla sua memoria. Egli era dritto come te; sempre, come te, verde nelle speranze e negli entusiasmi; e, come te, resistente alle bufere e alle tempeste. Una volta sola ha curvato la sua persona ed ha piegato la bellissima testa di leone, ed è stato innanzi a Dio, nel quale egli ha sempre fermamente creduto, senza vane ipocrisie e senza inopportuna jattanza. Ma è egli veramente morto? Narra una leggenda che circa duemila anni fa, sulle rive della Brettagna, il mare inghiottì una città. Quella città, sprofondata nell'acqua, era morta? No. La leggenda continua a narrare che, quando la calma del meriggio è profonda, quando è profondo il silenzio della notte, i pescatori sentono uscire, di giù dall'acqua, dei suoni di campane, indizio che la vita non si è interamente spenta. Ed anche la vita di quel grande, o signori, non si è interamente spenta aleggia sopra di noi la grande anima sua e noi dobbiamo tendere l'orecchio e sentiremo che la sua voce, la sua bella e cara voce armoniosa ci indicherà le norme della giustizia e del dovere; giustizia e dovere che Egli scrisse nella sua bandiera, che egli agitava, in tutti i momenti, come una fiaccola splendente. Alamus flammam! signori, alimentiamo la fiamma, agitiamo quella fiaccola: così soltanto potrà degnamente risorgere la sua bella figura e non già nella materialità della pietra, ma nella signoria dell' intelletto e della virtù. Avv. Emanuele Gianturco TELEGRAMMA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI AL SINDACO E RISPOSTA DEL SINDACO Sindaco - Avigliano. Ad Emanuele Gianturco, l'uomo politico saggio, il giurista eminente, l'amico infinitamente caro, rivolse oggi la Camera, riprendendo il suo lavoro, un affettuoso reverente saluto. Alle parole degli Onorevoli Fortunato Giustino, Guarracino, Chimirri, Strigari e Mirabelli, alle quali si associò per il Governo l'On. Presidente del Consiglio, seguì una calda intensa unanime manifestazione di dolore da parte della Camera tutta, che sa quale irreparabile perdita fu quella di un così insigne collega. Alla Città che ebbe le gran ventura di dare i natali ad Emanuele Gianturco giunga la voce del nostro cordoglio e l'assicurazione che la Sua memoria sarà esempio costante e venerato per l' Italia tutta. Presidente - Marcora A S. E. Presidente Camera Deputati - Roma. L'alto onore che ieri nel nome di Emanuele Gianturco s'irradiò sulla sua umile Città nativa ha reso più aspra la ferita dei nostri cuori sanguinanti! La calda glorificazione del Grande Concittadino fatta di ricordi e di pianto ha accresciuto l'intenso vivissimo dolore dell'averlo perduto. Nella perenne memoria che gli Aviglianesi serberanno di Lui associeranno in un palpito di riconoscenza sincera gl'illustri Componenti il Parlamento Italiano, che fu la palestra ove Egli diffuse tanta luce di civile sapienza, ove riscosse tanto fervido plauso, ove insegnò alle genti che solo col retto sentire e col retto operare si fa buono il popolo, si fa grande la Patria. Sindaco - MONACO DISCORSO TENUTO A New York DAL SIG. ROSA PIETRO L'8 DICEMBRE 1907 Sig. Console, Sig. Sindaco di New York, Cittadini d' Italia! Che Cosa è la patria? Questo nome che nell'incalzante pulsare della vita dei popoli sembra occultarsi e sparire addirittura dal cuore degli uomini, e sulle labbra di taluni risolversi, putrida schiuma, in un ghigno d'indifferenza o di sprezzo, esiste invece e splende da quanto la luce del sole. Chè come d'inverno la terra sembra sparire in un funebre spasimo sotto la distesa dei geli, ed ai primi fiati di primavera ne vigoreggia da riaprirsi alla vita, così la Patria non si distrugge; e quando non si creda o si pensi, risorge onnipossente nel cuore degli uomini con maggior simpatia affratellandoli. O non è vero quello che da talune persone si va propagando in privato ed in pubblico essere anch'essa la Patria un nome vano. Ch'è mai quell'impeto di dolore, quella trepidazione che taluni fortemente, altri temperatamente assale, ma sempre assale, alla notizia delle sventure della terra dove ebbero culla e tomba i nostri antenati? E quando questa terra si chiami l' Italia? O cittadini d' Italia, voi dovete ben sentirla questa patria, poichè fatalmente i suoi trionfi sono pari alle sue sventure. In due mesi, ecco, dopo la gloria della telegrafia Marconi praticata con pieno successo attraverso l'Oceano, un altro terremoto nelle Calabrie; e, come se non bastasse, la scomparsa fulminea di Emanuele Gianturco. Bene i giornali della penisola hanno chiamato lutto nazionale la morte di lui parlando ampliamente della vita, dell'opera e delle grandi speranze che ne faceva concepire; e bene un fremito di sincero compianto è corso per le metropoli, e, giunto al paese natale, alla mia Avigliano, si è disciolto in pianto. Che diremo noi, lontani tante miglia e arresi al cieco errare in terra straniera? Pensate voi all'anima di quel paese che s'era avvinta a quell' uomo come alla speranza all'orgoglio ed alla sincerità della vita? Pensate come triste sarà lo spettacolo dei poggi, delle case, delle selve che Emanuele Gianturco non dovrà più rivedere? Prima di parlare di altro e cercare di offrire un meschino contorno alle grandi cose, lasciatemi ricordare Avigliano di circa venti anni sono, una sera che nella larga piazza urgeva una folla varia e commossa per l'aspettazione di qualcosa di solenne. Finalmente il risultato delle elezioni a scrutinio di lista s'era conosciuto il nostro concittadino era deputato. D'un tratto la facciata larga del Castello fu illuminata da un fascio di luce abbagliante e chi non era potuto andare in piazza guardava a quella luce e porgeva gli orecchi agli spari ed al suono delle trombe osannanti e si trascolerò fin l'ultima casetta dell'anfiteatro e i campi e le selve che dormiano al ritmico gridio dei grilli si risvegliarono come in un racconto leggendario, e s'illuminarono riecheggiando il palpito della gioia suprema. E lo stuolo vario di vecchi, di fanciulli, di ogni classe di cittadini circondò dell'onda del suo entusiasmo e rapi il giovane bruno e lo condusse agilmente per tutte le vie ed i quadrivii del paese non piccolo, sicuro ormai della conquista operata in un attimo, certo della perpetuità del trionfo di cui intanto mandava entro la cerchia delle proprie case la prima familiare teoria. E l'impannate si aprivano e le vecchiette dalle grinze longeve s'affacciavano sorridendo e benedicendo alla madre portentosa e i bimbi anche essi per mano alle nonne applaudivano e qualche contadino stanco dei campi usciva fuori alla porta e stringeva la mano al neo Deputato e lo baciava addirittura insoffiandogli la vergine forza delle memorie e delle speranze. Erano le carezze più sentitamente pure che gli adusti lavoratori avessero mai sognato d'offrire all'eroe immaginario delle veglie intorno al focolare domestico dopo il turbine della rivoluzione e la riconquistata libertà d' Italia. Chè dalle viscere ormai di quello sventurato lembo del disgraziato e generoso meridione della Patria un figlio gentilissimo e fortissimo era venuto a suggellare anche per loro la rappresentazione ideale delle molteplici virtù della stirpe. Il popolo nell' esuberanza delle commozioni reali non divide o sentenzia; si leva intero per dove lo trae il senso di amore o di odio e, sotto l'impulso di tal forza, canta la gesta e fonda l'epopea; e sa immediatamente dar di piglio a quello che vuole e possentemente spingerlo verso la méta intravista nella sincerità dei suoi furori. Ora il popolo Aviglianese che quella sera si levò tutto in un sentimento di orgoglio avea intuito il vero, perchè senza un tangibile fondamento di verità non sono possibili certi sublimi compiacimenti dell' anima collettiva. Il giovane mingherlino ed alto gli avrebbe dato nominanza e fortitudine perchè nato di popolo e perchè, come tale, portava sulla fronte non solo l'impronta dell' intelligenza, ma del lavoro e della disciplina costante. L'erta infatti era stata faticosa, intricata nei viottoli, aspri di aggrovigliamenti, solitaria nel cammino. V' immaginate? Avrebbe l'ascensione spaventati molti, come molti che la tentarono ne furono perduti; ma il giovinetto, che incamminatosi dalla soglia della botteguccia paterna con le scarpe rotte e l'abito sdrucito, al suono di certe melodie che gli suonavano dentro e che egli per mancanza di strumento scandiva certe volte nell' aria, tentò i primi passi della montagna e li prosegui sicuro, rompendo della forte piccozza il masso scabro e carico di pericoli. Furono sacrifizi, e privazioni di ogni sorta durati negli anni preparatori degli studi classici a Potenza e a Reggio Calabria insieme col buon D. Peppino, primo fratello d'altro letto che della messa faceva olio alle veglie dello studente e luce di sorveglianza risvegliatrice correttrice all' intelletto di colui che traduceva Sallustio e Virgilio e un giorno avrebbe compulsato e dichiarato pubblicamente Ofilio Labeone e Columella; che incominciava a tentare sul pianoforte le proprie composizioncelle ed un giorno avrebbe rifiutata la scrittura di direttore di una grande orchestra di New York. Un giorno? Noi diciamo così per abitudine di rettorica narrativa lasciando immaginare quasi l'evo; perocchè se la durata effettiva fu di pochissimi anni, l'intensità di energie consumata e la celerità nel movimento di essa furono tali da rendere possibile le linea storica che racchiude il grande avvenimento. Oh, quando l'entusiasmo deve fare i conti con i bocconi di pane e i voli della sensibile intelligenza devono sentire il morso della miseria viaggiante indissolubilmente ai fianchi, che momenti allora di orribili tentazioni e smarrimenti e per converso che ineffabili sorrisi di gioia dopo il primo trionfo! E il primissimo trionfo fu nella musica: Una volta nella iemale Potenza c'era festa da ballo alla Prefettura e vi doveva naturalmente convenire tutta l'aristocratica società potentina; ma all'ultima ora un componente principale dell'orchestra mancava, perchè ammalato, se mal non ricordo, e v'era ansietà o timore di insuccesso, quando un giovinetto con un gomitolo di carte sotto al braccio si presenta alla porta illuminata, dà il nome, dice che cosa sa fare, entra e la musica del piccolo maestro riesce superiore ad ogni aspettazione. O anima degna di trionfal fama, che emigri di là nei campi dell'immortale asfodelo, perdona a me poveretto d' aver ricordato questo, e permettimi di pensare oggi, giunto a questo punto, che dovesti meritatamente avere un palpito d'orgoglio, quando per quell'istessa piazza, nel medesimo palazzo entrasti in carrozza ministeriale, accompagnato dalle autorità inchinate e dall' entusiasmo del popolo che ti si stringeva da presso; e che quelle vie per le quali tu, adolescente andavi inseguendo con gli occhi ardenti i fantasmi dell'avvenire e ti aggiravi umilmente vestito e desideroso di qualche libro e di qualche strumento musicale che si mostrava nei pochi negozi della Pretoria, echeggiarono grida affettuose e videro pioggia di fiori e lampi di sorrisi sul tuo passaggio! Quanta gioia dunque dopo il primo trionfo, ma quanta segreta vigilanza di dolore e di studio, per giungervi. Il buon prete, sulle cui braccia pesava totalmente l'educazione dei fratelli, ottenne finalmente l'insegnamento governativo e potè, dopo Potenza e Castellammare di Stabia ritornare a Napoli che il refugio cui tendono instancabilmente i giovani del mezzogiorno che amano, che attendono la rigenerazione e che fu appunto il sogno e la mèta di Emanuele Gianturco. - Tandem venit serena dies! si narra che battendo il pugno sulla cattedra il buon fratello istitutore esclamasse una mattina che veramente il sole entrando da una finestra della scuola diffondeva intorno al capo di D. Peppino una grande promessa e il riconoscimento insieme di non aver sperato ed operato invano. Emmanuele, com' egli lo chiamava, di esame in esame aveva guadagnato a pieni voti la sua laurea in giurisprudenza e il diploma di compositore all'istituto musicale di S. Pietro a Majella. I primi passi vantaggiosi erano fatti, dunque; ma l'erta era salita per metà; e appena si distingueva la cima sui cui basalti favoleggiano elevarsi l'immane statua della gloria, e che solo i grandi raggiungono, per reclinare la fronte e dileguare dalla vita. Ed Emanuele Gianturco vi giunse perchè fu un grande e fu un grande non forse altro che per aver anche lui, nell' età delle terribili tentazioni e degli angosciosi scoraggiamenti in mezzo alla povertà, dimenticato ogni allettamento di sensi e dato soltanto "l'amplesso aereo in faccia all' avenir". Chè della giovinezza e dei furori suoi propri ritenne soltanto l'accendimento che serve alla elevazione delle forze intellettuali, la dolce simpatia che scalda il mondo entro cui si muore l'anima giovanile; per la qual cosa, quando l'ingegno è forte e la volontà tenace, si perviene ad egregie cose. La visione perenne della nobiltà della vita in tutto ciò che riguarda se stesso, la tenzione dolce e veemente insieme verso il raggiungimento del proprio io, questo vuol dire giovinezza poetica ed ardente; l'irraggiamento poi delle potenze conquistate con lungo e silenzioso fervore e il desiderio di trasmutare moltiplicato in mille forme il patrimonio di sapienza e di fede acquistato via via nel primo tempo di preparazione, quest'è giovinezza insieme e virilità, è sentimento di missione ed è ragione di vita, è pensiero ed è parola che agilmente lasciano il centro dell'intimo essere dove germinarono e si propagano con la virtù della luce inesauribile. Dal 79 all' 87 così, dopo otto anni di studio, si apparecchiava alla cattedra universitaria e vinceva due concorsi a Macerata e Perugia ed a cui rifiutava per ottenere quella di Napoli, dove ascoltato attentamente, ammirato per la virtù chiara dell' esegesi e per la ricchezza di confronti e di ricostruzioni originali, nell' esposizione della scienza giuridica, entrava sicuramente nella seconda fase testè descritta. Avendo però seco coscienza del lavoro assiduo, il favore della scolaresca che accresceva numerosa alle lezioni del giovine insegnante e del popolo aviglianese che gli aveva inteso parlare una elevata parola di patriottismo, quando nella casa comunale fu murata la lapide al gentil sangue di Nicola Palomba e dei fratelli Vaccaro; avendo il cuore nobilissimo e puro e la prima aureola di scienziato e di artista, non dubitò di presentarsi candidato nell'89 per l'elezione a scrutinio di lista e fu solennamente proclamato deputato all' assemblea legislativa. Ormai era uomo pubblico. Di qui il movimento non si arresta e la progressione sembra fatidica. Alla Camera va a sedere al centro, e, discutendosi la legge sulle opere pie, proposta da Crispi Francesco, si leva la prima volta magnifico, per quanto rapido nell' orazione e riceve un battesimo tale da essere memorabilmente consacrato negli annali parlamentari. (E qui va notato che le opere pie furono uno dei suoi costanti pensieri per avere ad esse legato qualche bene sottratto alla irrisoria fortuna lasciata ai figliuoli). Aveva intanto dettato il "Sistema del dritto civile" in cui tenta la fusione armonica delle funzioni del jus e delle sue applicazioni, affatto nuovo in Italia; la Crestomazia dei Casi Giuridici, che rinnova le glorie delle glosse bolognesi e le "Istituzioni di Dritto Civile" di cui in un sol anno furono vendute ben 6000 copie, meritatamente famoso per la concezione chiara nell'ordine, o, direi meglio nella riorganizzazione del diritto, che riafforzò la tradizione della scuola napoletana, adottato non solo da tutte le università e dagli avvocati e dai magistrati, ma dagli Istituti tecnici puranco, dove si richiede qualche nozione delle nostre leggi; libri non di quelli che si ha la furia di scrivere come semplice prova di corredo scientifico, ma nuovi, originali, esciti dall' intima forza del raziocinio, e che, se trovano qualche volta la critica di punta, dopo l' intoppo, corrono per la via larga. Sicchè oltre che all'estero, dove l'opera del giovine giurista veniva tradotta ed accolta favorevolmente, anche in Italia, s' incominciò ad aprir gli occhi intorno al lavoro di Emanuele Gianturco, che, non tralasciando di seguire l'aspirazione dell'arte musicale di cui pure andava producendo saggi di fattura mirabile, s'era curvato allo studio alacre delle discipline giuridiche. E crebbe man mano, per distendersi ampiamente, la fama di giureconsulto e di avvocato insieme, per modo che gli venivano affidate cause importantissime che resero in breve il suo Studio uno dei più sicuri del regno. Chi in vero non avrebbe in quelle mani dato ogni più difficile incarico? Argomentando e deducendo col maggior ordine possibile e col più vivo senso dell'opportunità districava le arruffatte matasse delle liti, padrone assoluto della dialettica, mai atteggiandosi alla posa, e quella asservendo alla funzione del pensiero rapidamente, artisticamente, vivo, poderoso, efficace. Le sue memorie defensionali però, più di cento le famose, si accumulavano quali monumenti di giurisprudenza costante; e le sue difese e i suoi pareri richiesti anche all'estero facevano epoca, per togliere la frase alla cronaca delle gazzette; e formavano volumi come sarebbero le Fiducie, il Fondamento e Scopo della Perenziane, del Dritto delle Successioni, i quali aggiunti all'Individualismo e Socialismo nel Dritto Contrattuale, alle Lettere sui Contratti Agrarii, ai discorsi tenuti nelle commemorazioni e nelle accademie formavano il piedistallo della statua formidabile. Sono tutte pubblicazioni di alto valore anche perchè controllate e passate a traverso la prova del fatto, dal quale, mercè la virtù logica e sintetica di una mente dotta è possibile risalire al sistema e discendere da questo a quello senza confusione di limite; perchè come nell' ordine fisico senza la materia non si può concepire la forza spirituale, così senza la contingenza non si può assurgere alla teoria. Di esperienza, di dottrina praticata, di sveltezza e di energia risultava in tal modo armonica la fusione del giureconsulto, dell' avvocato, del politico, del maestro che incominciò ad essere ritenuto come un elemento essenziale dell'Ateneo ed uno dei numi protettori della sapienza. Parla Gianturco stamane, si sperava, si susurrava nei corridoi stipati dai discepoli e la notizia si popolava come una festa ed il pigia pigia incominciava molto prima per essere pronti ad occupare i primi posti. - Come parla Gianturco? chiedevano i matricolini. — Non si può descrivere, bisogna sentirlo; e volevano dire come insegnava. - E con gli studenti? Buonissimo. E si entrava finalmente nell'aula ad anfiteatro. E chi non ha visto veramente, non può immaginare. L'ora trascorreva in un baleno a tutti e massime ai discepoli che prendevano note e che auspice la parola insonnemente incantatrice del maestro, sarebbero divenuti anche essi insegnanti ed avvocati famosi; passavano in un baleno e facevano domandar trepidi quando si sarebbe potuto riudirlo, temendo che la politica fosse da un momento all'altro per frastornarlo dalle lezioni. La politica? E perchè? Mormoravano quelli che non erano discepoli e volevano solo il maestro. Ed altri invece volevano l'uomo. Gl'interessi dello Stato vogliono gli uomini come l' On.le Gianturco fu, perchè ogni sapienza giuridica veramente alta si deve sobbarcare. Era questo l'ammaestramento che veniva a lui dalle memorie di Roma augusta che fu madre dell'universale incivilimento perchè seppe legiferare. E non erano questi forse gli ammonimenti di tutta la nostra tradizione che fu nel diritto e nella poesia? Cicerone era console, Tacito scriveva per il diritto e Giustiniano imperava: Nessuno doveva assumere veste pubblica se non conscio della legge; guidavano eserciti ed armavano galee i giureconsulti, e fin l'auspicio aveva forza di legge. Or l' Italia nostra, di recente escita affranta dalla rivoluzione come un corpo visitato dalla morte, non aveva e non ha essa bisogno di uomini che non intrighino per l'affare e non scaldino le panche di Montecitorio? Non sonava forse negli orecchi di tutti i giovani, nati nel periodo della costituzione della Patria, il monito terribile di Carducci Giosuè, che chi non la riconoscesse si trovasse al mattino serpi adulteri nel talamo? Ecco il significato ideale della politica di Emanuele Gianturco. Salito al potere la prima volta nel 1893 Sottosegretario di Grazie e Giustizia nel ministero Giolitti, egli aveva già fatto parte integrante di molte commissioni legislative ed aveva presentati importantissimi progetti di legge, come, per tacer di altri, quelli sulla ricerca della paternità, sulla repressione dell'usura, sulla riforma del procedimento sommario; ed aveva già date prove del talento politico tali che nel 1896, non ancora quarantenne, salì alla Minerva, pieno di nobili idealità ed ispirato dalla fiducia di operare in modo che finalmente la classica compostezza e dirittura serena tornasse a splendere sul volto della figlia di Giove, offuscato come era di molte macchie Giovine, fervido nell'azione, scrupoloso dell'adempimento dei propri doveri ed inflessibile nell'esigere quello degli altri, entrò nel labirinto, spauracchio agli intricanti ed ai poltroni. Ma per un snaturato progetto di tasse che risaliva al Bonghi, per una tentata riforma radicale degli studi universitarii ed un atto di energia contro un professore ebbe un forsennato movimento di avversione dalla scolaresca troppo corriva alle false apparenze e la solita protesta di telegrammi e di fischi. Da molti dunque avversato, da pochi ammirato fra i quali Carducci Giosuè che pubblicamente lodò lo spirito tenace del giovine Ministro; dopo aver dato efficace impulso alla costruzione degli edificii universitarii di Napoli e aver nella storica Urbino, cadendo il centenario di Raffaello, dato agl'Italiani il grido d'impulso al mantenimento del fuoco sacro; morto il senatore Costa, passò al dicastero della Giustizia, che resse scrupolosamente ed attivamente e che poco di poi dovè lasciare per la caduta del gabinetto Starabba di Rudinì Antonio e risalirvi ancora passati due anni, chiamato dalla fiducia di Saracco. Poteva allora tentare le riforme che già aveva rivolte nell'animo al primo momento, intorno all'amministrazione della giustizia e pubblicate nella Rivista d'Italia; quando, perduto il Re Umberto I di Savoia così lugubremente, ei dovè pensare agli anarchici, contro i quali già da deputato aveva presentato un progetto di misure restrittive. Ma cadde anche il ministero Saracco e l' On. Gianturco ritornò alla diletta Napoli, agli scolari che attendevano, al patrocinio delle cause che gli erano state affidate prima del potere e che aspettavano di affidargli dopo, perchè, durante la gestione degli altissimi uffici, l' On. Gianturco tenne sempre sbarrate le porte dello studio legale. O esempio veramente memorando di virtù civica in tempo di corruzioni sfacciate, quello di un ministro che rifiuta il frutto privato della propria attività e che alla Minerva, proprio alla Minerva, rimprovera acerbamente un segretario che lettere private del ministro aveva spedito con francobolli di ufficio! Ma di quante virtù non ha egli lasciato esempio specialmente nella vita politica? L'ultimo periodo è il più formidabilmente ricco. Eletto in tre collegi, optò per quello di S. Ferdinando di Napoli sperando di dimostrare più tangibilmente alla città carissima l'amore che fin dagli anni delle vigilie segrete ne aveva chiuso in cuore, non invidiante la natale Avigliano che generosamente godeva del figliuolo altruista. Venne eletto quando il sintomo del male distruttore apparve e, dopo un' operazione chirurgica per cui vi fu molta trepidazione, parve dileguata; onde ricominciò il lavoro costante, e nel maggio 1906, correndo un periodo fortunoso per le più vitali funzioni del paese, fu dalla fiducia del Governo chiamato al Ministero dei Lavori Pubblici come colui che nel momento potesse essere l'unica speranza di salute. Acconsenti egli alla chiamata per quanto non avesse potuto; e a chi faceva non lieti presagi per l'impreparazione tecnica egli rispose ben presto; perchè mediante la versatilità dell' ingegno e il lavoro forsennato d'ogni giorno, potè rimuovere ostacoli sembrati fino allora gravissimi, facendo in pochi mesi liquidare vantaggiosamente la gestione dell'ex-rete Mediterranea e passare allo Stato con uso e benessere maggiore le linee delle meridionali e parecchie altre minori e togliere molto intrico alla materia ferroviaria, risolvendo la quistione del personale e instituendo la facoltà del ricorso alla quarta sezione del Consiglio di Stato. Ma non si ferma quì il lavoro, che più s'andava avanti e più cresceva di mole e che egli assecondava egualmente con celerità avviandosi alla morte. Compiendo via via altri importanti disegni di legge abbozzati dai predecessori, come quello inteso a dotare il mezzogiorno di tranvie e di linee automobilistiche e quello che consolidava il bilancio dei LL. PP. al 1920-21 ed assicurava 60 milioni di fondi alle ferrovie complementari; consolidando il bilancio del 1906, si dà allo studio di tutte e tre i grandi mezzi di trasporti, ferrovie, porti, e navigazione interna; e per le prime con la legge 27 dicembre 1906 stabili l'assegno di 60 milioni; per i porti con la legge 14 luglio 1907, 137 milioni; per la navigazione interna si promette di portare alla discussione parlamentare il disegno di legge 27 novembre 1906. Io non fo che accennare: e se si pensa che nel giugno, assalito novellamente dal male, non si scoraggiò, e stando a letto per una seconda operazione chirurgica, discute e detta intorno ai problemi che si affacciavano continui alla perspicacia della sua mente, è dubbio se più di questo coraggio debbasi tener conto nell' estimazione di lui ovvero della vasta opera compiuta e tuttavia pensata in brevissimo tempo. Quando nella tornata del 7 dicembre egli difese l'esercizio di Stato, da alcuni meritatamente si gridò al miracolo. D'onde e come mai erano venute fuori le minute complete e stringenti argomentazioni? Oratore era conosciutissimo ormai; ma, e in materia di trasporti, di ponti e di strade cui soltanto i tecnici si credevano eletti? Così fu: il giurista, l'artista si sostituì all'uomo tecnico e l'acume speculativo e dialettico si piegò mirabilmente a tutti i raffronti, a tutte le ipotesi ed a tutti i giudizi. Ma chi potrà mai degnamente rendere la figura di Lui? Eppoi chi può seguire le tracce del fulmine? Bisognava vederlo l'anno passato nella desolazione diffusasi a Napoli per l'eruzione del Vesuvio. Si era centuplicato nell'ansia del soccorso e dell'incoraggiamento. Parlava dal balcone alle turbe dubbiose di insorgere o buttarsi alla morte e prometteva l'era nuova con un arrendimento apocalittico che lo trasfigurava, come altre volte nel 98 che tutte le classi si volevano azzannare e sul popolino urgeva il livore e la falsa ombra. E dopo la parola corre tra le macerie alle falde dello sterminatore, e il giorno seguente al mercato di Monteoliveto crollato orribilmente; porge la mano, soccorre i più bisognosi, incora gli oppressi fraternamente, così come il più umile gregario dell'esercito gentile accorso sui luoghi della sventura. Alto ed eretto allora, intorno al capo dai lunghi capelli inanellati pareva il pensiero formare un cerchio di adamante e fiammeggiargli più vivido in tutto quanto il viso lo stesso splendore che la leggenda degli evi italici narra splendesse al capezzale di certe culle, lampo di divinità, che il parvolo voleva predestinato alla grandezza. Io che lo vidi pensai: Carlyle lo aggiungerebbe alla schiera dei suoi grandi. Non sembra infatti segno di grandezza predestinata l'ultimo atto della vita? Sicuro di andare verso la fine, non si sbigottisce e si curva infaticatamente allo studio di problemi la cui risoluzione avrebbe ancora portato giovamento al paese, offrendogli gli ultimi tormenti della titanica energia; s'ammanta di stoicismo e sorride alla sposa ed ai figliuoli diletti. Chè della famiglia visse intensamente come della patria, della scienza e dell'arte, il santissimo fulcro onde sali tanto sicuramente in alto; e dagli affetti domestici, riflesso dalla semplicità della casetta natale dove il virgulto si avvicina continuamente alla quercia, trasse le più sincere ispirazioni; e se ne fortificò in modo da non dubitare mai, anche a costo di sembrare uomo antico, di difendere l'istituto della famiglia, quando lo vedeva minacciato dall' intrusione di elementi dissolvitori. Ho detto uomo antico, e coloro che dopo il discorso fatto alla Camera contro gli anarchici e dopo una conferenza tenuta a Firenze contro il divorzio lo dissero forcaiolo, e dopo che, alla vigilia di essere presidente del Consiglio, osò affermare l'inopportunità d'una politica sistematicamente anticlericale, lo chiamarono baciapile, maledirono; e chi proclamò Gianturco soltanto un grande avvocato della politica non intese il vero, o parlava iroso, non pensando del resto che altri famosi governatori e diplomatici, per lasciare un'orma pari a quella lasciata da lui, dovettero aspettare ben altra età che non fosse il cinquantesimo anno di vita. Ma gli avversari ci vogliono per dare risalto alla verità delle cose che assalgono per sistema o per il partito al quale appartengono. L' On. Gianturco passò immune in mezzo alle camerille e agl'intrighi dei corridoi, nè s'avvantaggiò dei dietrosceni parlamentari per compire la propria fortuna. Delineò sempre nitidamente il cammino all' idea più dritta, e non piegò mai innanzi al suggerimento della propria coscienza; e fece parte a se stesso, quando le altre parti non andarono a trovar lui. Nato in mezzo alla fede semplice dei riti domestici, se n' imbevve naturalmente come delle armonie cui ritornava dopo la lotta; e adulto pensò alla divinità come a un riposo infallibile sortita la giovinezza in mezzo al fervore della rivoluzione e negli anni di studio educatosi alla voce dei magnanimi che avevano portata ed accompagnata l' Italia a Roma, uomo politico e giureconsulto può senza contrasto stare in compagnia dei primi ministri del Regno, che si compiacevano dell'arte e studiavano Dante e nelle leggi riguardavano come alla salvaguardia imprescindibile dello Stato. Da Mancini Pasquale Stanislao e da Zanardelli Giuseppe ad Emanuele Gianturco però il cammino è diritto: integrità di carattere, discernimento sicuro, eloquenza fortissima ed amore gelosissimo della Patria. E poichè ho nominato il sacro nome di Dante, devo dirvi che egli fu ancora uno dei più attivi presidenti dei comitati regionali della società che dell' augusto nome s'intitola, cooperatore efficace ed alacre di Croce Benedetto e Torraca Francesco; e devo proclamare altamente che di Emanuele Gianturco si può avere idea certa, pensando alla Divina Commedia dove è fusa ogni lirica ed ogni colore e dov'è delineata l'immagine del genio italico e però degli uomini italici più puri, i quali racchiudono nel vasto cerebro e nell' anima capace le vibrazioni delle grandi idealità e delle grandi speranze. Una volta in uno studio di arte pittorica, dovendo il maestro ritrarre dal vivo un personaggio, desiderò che vari discepoli si accingessero a renderne l'immagine sulle loro tavolozze. Fu un lavoro attivissimo di qualche ora ed un'ansietà di verisimiglianza, che a nessuno dei pittori fece avvertire il trascorrere del tempo, tranne al malcapitato che dovèa posare. Finì dunque il lavoro nel medesimo punto e il personaggio si fermò davanti ad ogni tela, desideroso di ammirarsi sotto le varie intuizioni degli artisti. In ognuna riconobbe una linea essenziale e alla fine disse che se tutte le linee raffiguratevi si fossero ritrovate insieme, ne sarebbe risultato il più bel quadro del mondo. Tant'è di certi uomini succede come dei vari tentativi di rappresentazione fatti dai discepoli dello studio descritto. Ad ognuno manco qualche cosa per il completamento del carattere morale ed intellettuale. In Emanuele Gianturco non ci è stata discontinuità, e tu non sapresti se, essendo esemplare la dignità e l'integrità dell'uomo pubblico e privato, fosse in lui maggiore la virtù assimilatrice e produttrice dell' ingegno e se l'impeto e la forza del pensiero fosse maggiore del senso della misura e dell'euritmia che contempera e riduce a bellezza artistica il movimento della parola abbondante. Chè grandissima fu in lui la virtù dell'eloquio. La parola che veste il pensiero e lo asseconda naturalmente delle proprie modulazioni, detta dinanzi ai consessi legislativi ai discepoli o alle turbe silenziose, esploda virtiginosamente o dolcemente molle a simiglianza del fiume nestoreo, io credo che non passi, anche se non ci sia la fantasia di Omero o la stenografia, a tramandarla. Ignoto resta dove vadano queste impalbabili e sonanti vibrazioni dello spirito e qual mondo creino, d'onde prende vigore e lena rinnovantesi il cammino dell'umanità. L'inconoscibile, il mondo delle pure voluttà ideali! Quivi forse si raccolgono e la Dea eloquenza si allegra degli uomini che fur grandi oratori. O solennità dell'ora che si perpetua nell' incalzare delle melodie supreme! O grazie svaditrici del pensiero e dell'amore, osannate or che la parola di un uomo come Emanuele Gianturco ha lasciato il corpo dove si foggiò a tutte le battaglie e a tutte le feste dell'arte e della civiltà ed è salita per sempre lungo le ascenzioni infinite della vostra dimora; osannate e cingetela del fiore dell' immoralità. O Italiani, Saepius ventis agitatur ingens Pinus et celsae graviore casu Decidunt turres, feriuntque summos Fulgura montes. E sul più bello, stretto ancora poderosamente il morso della fiera che lo trascinava nel tumulto delle lotte più utili alla Patria e lo riportava di vittoria in vittoria, si rompe tanta vita di schianto così che ne trema ogni cuore, ma si rompe nel sole perchè soltanto nel sole guardano i figli ardenti e generosi della terra. Italiani, L'apotesi di Napoli è stata memoranda ed è stato il riconoscimento dell' Italia intera ivi rappresentata e di cui l'eco ha fatto affermare in Parlamento doversi le generazioni future ispirare all'esempio di cosi nobile vita; ma il gruppo degli aviglianesi, che ai funebri onori di Napoli hanno portato la grande corona di abete attorta nel cuore della loro selva e che piangendo silenziosamente a parte dalla folla aspettavano forse che il Fratello li contemplasse un solo momento così deprecanti al fato, esalta il dolore umano. Fermi nella statuaria immobilità sembrano essi ammonirmi che non si deve da nessuno, terminando di parlare di Emanuele Gianturco, non terminare col ricordo di Avigliano. Or venga l' ultimo ricordo del saluto che i compaesani tributavano al Fratello, che andò loro incontro per l'ultima volta. L'incontro fu commovente. Mai, a memoria d' uomo, intorno al deserto dei paeselli Lucani suonò più lieta, più armoniosa voce di festa. I fanciulli, tutti i fanciulli aviglianesi lasciarono le piccole occupazioni e andarono a frotte sei miglia fuori alle mura, cantando e battendo le mani come per la vicinanza reale d'un tesoro nel sogno. Sudarono e l'incontrarono alla selva foltissima e verde, emergente nell' aura azzurrognula come un largo respiro di forza e di salute; nella selva appunto dove i novelli arbusti tendono voluttuosamente alle cime dei tronchi, che un giorno anche essi erano stati oscuri e piccini. I bimbi d' una volta erano uomini e stupivano nella selva e i loro figliuoli guardavano a quello stupore e comprendevano, Divenuti padri, avrebbero anch'essi narrato ai piccini il miracolo del figlio della loro Terra e avrebbero detto come questa selva si infoltisce si distente e si propaga, così la nominanza di lui si tramanderà di generazione in generazione e sarà della storia. ROSA PIETRO




Di Muro Antonio Discorso d'occasione (educazione fisica) nel Ricreatorio popolare di PotenzaPotenza, Stabilimento tipografico Carlo Spera 1908

ALL'ILLUSTRISSIMO SIG. CAV. AVV. SAVERIO BONOMO CONSIGLIERE DELEGATO NELLA PREFETTURA PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE PER L'INCREMENTO DELL'EDUCAZIONE FISICA DI Potenza DEDICO DISCORSO TENUTO NEI LOCALI DEL "RICREATORIO POPOLARE" IN OCCASIONE DI UN VERMOUTH D'ONORE OFFERTO DAI CAPISQUADRA DEL "RICREATORIO" E DAI GIOVANI DELLA "SQUADRA GINNASTICA" AGLI ILLUSTRISSIMI SIG. PREFETTO DELLA PROVINCIA E SIGG. COMPONENTI IL COMITATO DIRETTIVO DELL'ASSOCIAZIONE PER L'INCREMENTO DELL'EDUCAZIONE FISICA IN Potenza IL GIORNO 12 SETTEMBRE 1907. Illustrissimi Signori, La riunione di oggi, fatta in forma così modesta ed in un locale ancor più modesto, potrebbe sembrare di nessun significato, mentre, a parer mio, è di una importanza assai grande. Per ricevere le Autorità, altri ambienti sarebbero stati necessari, e non sarebbe stato difficile trovarli; ma questi giovani han voluto prescegliere la stessa aula, che nei dì festivi accoglie i ragazzi bisognosi di cure e che essi, in concorrenza dell'opera vostra e mia, cercano nel miglior modo possibile di indirizzare per la via del bene. Il fatto che eglino han voluto offrirvi un vermouth d'onore indica che sentono realmente per voi della riconoscenza sincera, e questa manifestazione, credetemi, è veramente spontanea, onde io mi mostro assai lieto. Voi avete accettato l'invito con eguale simpatia e ne avete apprezzato lo slancio giovanile, il quale non ha niente di ingenuo, ma ha tutta la caratteristica e l'importanza di atti assai significativi e nobili: son persone di intelligenza e di cuore, e la riunione di oggi vi dà una pruova; son persone di intelligenza e di cuore, e queste qualità addimostrano sempre in tutte le loro azioni ed in ogni circostanza - in concorrenza delle loro doti fisiche, di cui in forma solenne e sotto i vostri auspici fecero sì bella mostra nel passato giorno della riuscitissima festa sportiva. Voi voleste in una occasione grandiosa, come quella delle feste centenarie di Potenza a capoluogo, anche una festa per la educazione fisica, fra le tante, che racchiudevano uno scopo di educazione morale od intellettuale; i giovani han sentito il bisogno di mostrarvi il loro grato animo - e sono riesciti invero assai espansivi - e di ringraziarvi per gli aiuti dati e per l'opera vostra grandemente benefica ed altamente umanitaria. lo li lodo e mi unisco a loro nel ringraziarvi di tutto, e mi onoro altresì di porgervi il nostro deferente saluto. Giovani ed amici carissimi, Non è il momento opportuno per farvi una conferenza di educazione fisica, sebbene sia questo un momento assai solenne per l'intervento delle Autorità; a farvi una conferenza avrei bisogno di molto tempo, ma avrei anche a caro l'intervento delle vostre famiglie, di tanti altri giovani vostri condiscepoli, di un pubblico assai numeroso, insomma, perchè la mia sarebbe una conferenza di pura propaganda. Ciononostante, però, non trovo fuori di posto il dirvi poche parole di sfuggita, a migliore ricordo di me. Noi abbiamo fatto insieme un buon passo avanti per l'incremento dell'educazione fisica in questa città: vi ricordate quante volte ci siam sentito dire e ripetere che qui non si sarebbe fatto mai niente? Ebbene, ve lo voglio dire a cose fatte: io non mi sono mai sgomentato ed ho continuato nella mia opera graduale e progressiva: io al di sopra di una scala vi ho tesa una corda e vi ho dato il modo di giocare alla fune - io solo da un'estremità e voi tutti, in tanti...., dall'altra - Mi avete fatta molta resistenza, sapete, e spesse volte temevo di essere precipitato e vinto. Inconsciamente ed incoscientemente volevate rovinare me e l'opera mia, ma io ho trovato il segreto della forza: quando voi tiravate con veemenza, non scendevo, molto agguerrito, in lizza, e, quando cominciavate a stancarvi, tutte le forze mie si concentravano, e riuscivo a rialzarvi di un gradino. Cosi feci per il 2° e per il 3° e via; ad un certo punto, però, mi accorsi che non facevo io più forza per farvi salire di quella che fecevate voi per avvicinarvi a me e per trascinare dietro a voi i più neghittosi, Oh! gioia e grandezza dell'opera educativa! Voi non siete moltissimi, lo so; ma siete i giovani, che, seguendomi in tutto sempre - e lo dico a vostro onore - foste per me di gran sollievo e conforto nel dolore, che provai - e non completamente ed impunemente, però, per fortuna nostra, subii - nel vedere ostacolata l'opera mia da atti di inconsapevolezza e di imperdonabile leggerezza di un capo d'istituto, che ora in Potenza più non è..., e, perciò, pace... a lui! Udite e ricordate: l'ideale dell'insegnamento sta in questo che ogni insegnante deve saper trasfondere negli alunni l'amore ed il gusto per la materia, che professa od insegna, e l'entusiasmo per ogni cosa, che elevi l'animo e la mente: il segreto ed il difficile sta proprio nel suscitarne l'entusiasmo. La istituzione del Ricreatorio è una bella istituzione, che si deve all' on. Prefetto comm. Vincenzo Quaranta. Il Ricreatorio vive per l'opera zelante del presidente cav. Saverio Bonomo, per il caro Segretario Avv. Antonio Ruffo, che con dispiacere in questo momento non vedo fra noi, per me e per voi, e ci coadiuvano efficacemente parecchi signori e specialmente questi, che volentieri sono ora qui convenuti, accettando il vostro invito ed apprezzando la vostra manifestazione simpatica. Sicchè voi siete capaci di educare? Anche voi dal vostro gradino della mia scala avete dato ad altri le estremità delle vostre funi? Bene, bravi! Mi rallegro con voi, vi lodo e vi ringrazio che, mentre vi avvicinate a me, cercate di trascinare altri con voi, e tutti insieme ci iniziamo per il nobile ed assai difficile cammino della perfezione umana. Non qui solo, ma ovunque si vada io credo che si possa sempre fare opera utile e benefica: basta mettersi all'opera e cercare di operar bene, con passione, con entusiasmo vero, con pazienza, con perseveranza. Ricordatevi che se qualche volta vi è difficile ottenere, dovete cambiare strada, e, quando non potete ottenere, la colpa è quasi sempre vostra, vuol dire, probabilmente, che non possedete ancora ciò che occorre per ottenere. Ricordatevi di non essere pigri e fiacchi, ma di essere attivi, vigili ed operosi sempre e sappiate misurare il passo per l'erta del monte se volete avvicinarvi alla vetta: il passo troppo lento vi fa restare sempre verso la valle; il passo troppo veloce vi stanca, vi infiacchisce presto e vi fa restare a mezza costa. Ricordatevi che il retrogrado è abbominevole ed il precursore si fiacca troppo precocemente, in ragione diretta della velocità del suo cammino: seguite il progresso dei tempi ed il continuo evolversi della civiltà. L'illustre Sighele Scipio nella sua preziosa pubblicazione «Mentre il secolo muore », che tutti dovrebbero leggere, così termina il libro ed il saggio di psicologia «Virtù antiche e virtù moderne»; «Il destino dell'umanità somiglia ad una faticosa «salita verso una cima altissima e lontana, ravvolta fra le nubi, e che a pochi e per pochi istanti mostra. I più non credono di poterla raggiungere mai: solo alcuni ne hanno la fede. Chi ha torto o ragione? Noi non sappiamo, ma sappiamo che se la cima non fu ancora raggiunta, tutti - cercando di arrivare a toccarla - si sono elevati. » Avete sentito? Ho ricordato a proposito, o non? Comunque, riflettete ed agite. Signori ed amici, Dovrei ora parlarvi dell'utilità dell'educazione fisica e della ginnastica, che ne è fondamento, « ma chi non sa ormai - poichè tutto in natura è consentimento, relazione, armonia mirabile - l'importanza dell'educazione fisica e l'efficacia dei nostri movimenti sul sentimento, sull'intelligenza, sul costume e sullo sviluppo di tutte le nostre facoltà?» Chi non sa che l'uomo, esercitando le membra, i suoi muscoli, i suoi nervi, il suo organismo, si rende più agile, destro, forte, coraggioso ed agguerrito contro le intemperie delle stagioni, la variabilità del clima, le contrarietà della vita e gl'infortuni, gli ostacoli d'ogni maniera che si parano spesso innanzi? Chi non sa che, fortificati per via della ginnastica i muscoli e i nervi e però l'intelligenza ed il carattere, «potrà l'individuo più agevolmente riuscire a trionfare della varia, diversa e spietata lotta dell'esistenza, a protrarre la vita sana e valida fino alla più tarda vecchiezza, a migliorare la propria specie, a rendere i più segnalati servizi alla patria, all'umanità?» La ginnastica, come coefficiente indispensabile alla educazione della gioventù, fu introdotta nelle scuole al principio del secolo XIX e produsse un grande rivolgimento nell'ordine degli insegnamenti; però, la lotta vera, viva, intensa per una seria riforma, sia dal lato igienico che pedagogico, cominciò verso il 1878 e si accentuò nel 1883. La grande spinta al movimento riformista venne data dalla grande Accademia medica di Parigi, che, rilevati gli effetti dannosi della vita sedentaria e dei cattivi locali scolastici, sostenne la necessità di provvedere ad aule ampie, ben aerate e luminose in conformità alle esigenze igieniche ed allo sviluppo degli alunni; di diminuire le ore dello studio ai giovani e di accrescere quelle del sonno e della ricreazione e affermò l'urgente bisogno di sottoporre gli allievi ad un allenamento di forze continuo, per via di esercizi fisici di ogni genere, e proporzionato alla loro età e costituzione. La voce dell'accademia francese ebbe un'eco - sebbene un po' tardi - anche in Italia, ed avvenne con grande reazione. Non v'è ormai fisiologo, pedagogista, scrittore che non propugni il principio che la educazione intellettuale e morale formano un solo ed unico organismo: la triplice educazione dove svolgersi conformemente alle leggi della fisiologia, della psicologia, dell'igiene che sono il fondamento della pedagogia, coll'intendimento alto di migliorare l'uomo e di giovare alla patria ed all'umanità. E la coltura fisica e la ginnastica debbono essere debitamente curate per la grande efficacia, che sulla vita del popolo esercitano, e come quelle che sono così indicate e proficue a svolgere e fortificare tutte le energie dell'uomo. Ma dovrebbero essere più tenaci e caldi quelli che hanno il dovere di far crescere alla Patria ed all'Umanità generazioni sane, di fibra attevole e gagliarda, di forte ingegno, di carattere integro e retto. Bisogna svolgere e perfezionare tutte le energie umane, nessuna eccettuata: energie fisiche, intellettuali e volitive. Ciò per la ragione che l'uomo non è un essere meramente organico, o intellettivo, o etico, ma riunisce insieme tutte e tre queste qualità essenziali, che vanno svolte e fortificate armonicamente e simultaneamente. Utile assai, ma assai lungo pure, sarebbe il lavoro se dovessi parlare minimamente della importanza dell'esercizio muscolare: ma chi sa che non sia non molto lontano il dì per compiere anche quest'altro dovere professionale? Prima di terminare devo togliere qualche possibile dubbio. Spesso mi viene domandato, or qua or la: io vado a caccia, faccio così ginnastica e il pattinaggio e il ballo non sono ginnastica? ecc. ecc. La caccia, il pattinaggio, il ballo ecc., sono delle branche. La ginnastica è la scienza e l'arte dei movimenti umani, voluti e precisati, cioè degli esercizi, al fine di educare o perfezionare. Essa ha un mezzo ed un fine: per mezzo ha gli esercizi, per fine ha l'educazione ed il perfezionamento dell'uomo. Tutti gli atti, perciò, che, o non usano lo stesso mezzo, o non si dirigono allo stesso fine, non appartengono alla ginnastica: appartengono alle così dette branche, le quali vanno nelle categorie degli sports. Vari sono i sistemi di ginnastica: il tedesco, con prevalenza di esercizi di forza e spettacolosi ai grandi attrezzi; l'inglese, con prevalenza di giuochi; lo svedese, che mira piuttosto alla esecuzione lenta di esercizi non spettacolosi, ecc. Varie sono le specie di ginnastica: la educativo scolastica; la medico - ortopedica; la militare; l'acrobatica; l'atletica. L' Italia ha il suo sistema e la sua specie di ginnastica: la educativa - che è naturale e con attrezzi, collettiva ed individuale, metodica e libera e spontanea, con esercizi e con giuochi, con esecuzione or lenta or veloce, or lunga or tronca. Il nostro sistema in rapporto agli altri è eclettico e ben applicato, da i migliori risultamenti. Il nostro sistema di ginnastica educa il corpo, ma concorre in modo singolare anche all'educazione morale ed intellettuale. Il De Dominicis Saverio Fausto - uno dei maggiori nostri pedagogisti - disse che «la ginnastica è la migliore igiene e la migliore profilassi pel corpo, per l'anima, per la società.» Il fautore vero del nostro sistema è, mi piace dirlo, il mio illustre maestro dott. comm. Baumann Emilio, il più grande ginnasiarca dei nostri tempi, il quale nella "Psicocinesia" - una fra le numerose e pregevoli sue pubblicazioni - fa uno studio stupendo circa l'influenza della ginnastica educativa sulla formazione del carattere. Ed ora, mentre vi ringrazio singolarmente per avere ascoltate le mie povere parole, vi ringrazio pure della medaglia d'oro che con gentile pensiero mi offriste, per ricordo, il giorno della festa sportiva e dell'inaugurazione ufficiale del Ricreatorio Popolare, che con disinteressato entusiasmo noi tutti sorreggiamo. Antonio Di Muro, Direttore del Ricreatorio Popolare di Potenza.




Statuto dell'Associazione Magistrale Lucana

Potenza, Tipografia Garramone e Marchesiello 1913

Statuto dell' Associazione Magistrale Lucana ART. 1 È costituita l'Associazione Magistrale Lucana per la difesa degli interessi morali ed economici degli insegnanti primari di Basilicata, e per l'incremento della istruzione e della educazione popolare sulla base dei principi cristiani. L' Associazione resterà estranea alla politica. ART. 2 L' Associazione si compone di tutti gli insegnanti di scuole elementari pubbliche, pareggiate o private nonchè di tutti coloro che siano muniti di titolo di abilitazione all' insegnamento primario, e intendano cooperare agli scopi determinati nel precedente articolo. ART. 3 L'Associazione Magistrale Lucana aderisce allo Statuto dell'Associazione Magistrale Italiana Niccolò Tommaseo. ART. 4 Per ogni dieci soci che risiedono nello stesso mandamento si intenderà formata una sezione che eleggerà in suo seno un Presidente, un Segretario ed un Cassiere. Per ogni dieci soci risiedenti in mandamenti diversi, si nomina un delegato nell'Associazione. ART. 5 A capo dell'Associazione sarà un Consiglio direttivo composto di un Presidente e sei consiglieri, due dei quali possono essere scelti tra i soci aggregati e anche fra i non soci. Il Consiglio si raduna ogni qualvolta il Presidente lo creda necessario ed elegge nel proprio seno un vice presidente, un segretario ed un cassiere. Saranno dall'Assemblea generale nominati due revisori dei conti che restano in carica due anni e sono rieleggibili. ART. 6 Spetta al Consiglio Direttivo deliberare sulle domande di iscrizione dei nuovi soci, stabilire ed approvare la costituzione delle sezioni, compilare e modificare i regolamenti per l'esecuzione del presente Statuto, e quelli per le sezioni; preparare i bilanci e le relazioni annuali, e promuovere il conseguimento degli scopi sociali. ART. 7 Tutti i soci avranno diritto a voto per la elezione del Consiglio Direttivo e dei revisori dei conti, cui si procederà secondo le norme stabilite nel regolamento per l'applicazione dello Statuto. ART. 8 Il Presidente dura in carica due anni, ed è rieleggibile. I consiglieri durano in carica due anni e si rinnovano per metà ogni anno; nel primo anno la scadenza si determina per sorteggio. Sono rieleggibili. Tutti gli uffici sociali sono gratuiti. ART. 9 Ogni socio contribuisce all'Associazione una quota annua di L. 1,50 ART. 10 Ogni anno i Presidenti delle sezioni o i delegati dei soci risiedenti in mandamenti diversi si riuniranno a Congresso per deliberare sui bilanci e sulle relazioni annuali e le questioni riflettenti la scuola, formulare voti per l'indirizzo generale dell'Associazione e designarsi i delegati di essa per il Consiglio annuale della Tommaseo. Ogni due anni si riuniscono in congresso tutti i soci. ART. 11. Possono far parte dell'Associazione come soci aggregati tutti coloro che vogliono concorrere all'incremento di essa che non abbiano titoli di insegnamento primario. I soci aggregati verseranno all'Associazione una quota annua non minore di lire due, ma non avranno diritto a voto in nessuna questione. Essi potranno tuttavia formulare proposte da sottoporre al Congresso dei delegati e dei presidenti di sezione, o al Consiglio Direttivo. ART. 12 La sede dell'Associazione è in Potenza.




Di Nunno Pasquale

Il ricreatorio educativo a MontemiloneMelfi, Tipografia Editrice F.lli Insabato 1910

ALL'ILLUSTRE CAV. GAETANO PROF. COGO R. PROVVEDITORE AGLI STUDI DI POTENZA MENTE ELETTA CUOR NOBILE RISPETTOSO OMAGGIO Egregi Signori, Ideali nuovi di giustizia sociale, studi profondi di investigazioni e trovati moderni per realizzare il benessere dell'umanità soffiano impetuosamente in giro nella nostra vita civile. Ed in questo turbine anche la scuola è sospinta nell'ora presente dalla fede oramai incrollabile che tutti i sociologhi ed uomini di governo, militanti in qualsiasi partito, hanno unanime nella cenerentola di ieri. Nè il nostro popolo rimane indifferente. chè una voce imperiosa gli dice: Avanti! Avanti!, ed il colosso cammina, cammina, accendendosi a palpiti di vita nuova per tutte le buone e belle cose, non ostante lo scetticismo di alcuni solitari retrogradi e cariati. Nè dobbiamo meravigliarci di queste tendenze, perchè il vero, il buono ed il bello prevalgono nel cuore e nel sentimento di tutta l'umanità, e nell' Italia nostra sono come naturali disposizioni. Ma chi raggiungerà la meta desiata e tanto disputata? Chi conquisterà il palio? L'uomo educato, o Signori. Educate ed insegnate ad amare è il grido che prorompe nei parlamenti, nelle conferenze e nei congressi; educate ed insegnate ad amare ci suggeriscono i nostri superiori nelle loro istruzioni; educhiamo ed insegniamo ad amare diciamo noi a noi stessi. E se la scuola degli antichi Romani era presieduta dalla dea Educa, noi, figli non degeneri, aggiungeremo a quella Amore, il più bello ed il più antico degli dei: l'uno completa l'altra. Canova Antonio rappresentò divinamente coi celebri gruppi in marmo queste due deità affascinatrici; Gérard François ne dette la splendida visione col suo capolavoro nel Louvre di Parigi; noi educatori abbracceremo queste deità che ci riscalderanno e ravviveranno la mente ed il cuore. Ed in questo divino amplesso la nostra prole acquisterà la forza necessaria per la desiata meta. Ma basterà il nostro entusiasmo ad educare i fanciulli a noi affidati? Non vorrei qui delinearvi un quadro abbastanza brutto per dimostrarvi che l'entusiasmo dei maestri non basta; ma, l'affetto sinceramente sentito per questa mia patria elettiva, i miei personali sentimenti e l'ufficio delicatissimo che occupo, mi obbligano a sollevare un lembo del velo che copre questo brutto quadro. Però, o Signori, se il quadro è brutto, e se c'è dolore, ciò non è imputabile del tutto a noi, bensì ad un complesso di cause che va ricercato in tanti anni di servaggio, di umiliazioni e prostrazioni ad assassini incoronati, che tennero tiranneggiando sino a cinquant'anni or sono il bel reame, chiamato, da un eminente statista inglese, sorriso di Dio, mentre il suo governo, negazione di Dio. Noi non vedemmo questo sorriso di Dio mutato in inferno di tormentatori e tormentati, annichilito per arte d'interni e stranieri oppressori; ma i nostri genitori, oh quante volte, ci raccontarono, quasi tre manti, le nequizie di una tirannide la più sospettosa e crudele. Noi quando aprimmo gli occhi alla luce, e quando pensammo di avere una patria, la vedemmo avvolta nella sua porpora, libera, forte e coronata dalle sue torri. Un lavacro del più puro sangue dei suoi migliori figli l'aveva mondata dalla lebbra di che giacque da tanti secoli. La tirannide conculcò lo spirito, la volontà, il genio meridionale, che pur aveva dato all'umanità sommi letterati, pittori, scultori, musicisti, filosofi e patrioti, come Sannazzaro Iacopo, Salvator Rosa, Bernini Giovanni Lorenzo, Genovesi Antonio, Filangieri Gaetano, Vico Giambattista, Pagano Francesco Mario, Caia e Cirillo. E nelle armi basterà ricordare quella nobile figura del Risorgimento italiano che fu Pepe Guglielmo. Ma la tirannide fu l'Idra di Lerna le cui teste dovettero essere arse ed il mostro lasciò a noi le stimate dolorose che non scompaiono del tutto ancora. Ecco la ragione della constatazione della miseria civile ed intellettuale del Mezzogiorno, che si presta come vittima allo studio dei sociologhi e di chi ama il nostro miglioramento. Ricordate, o Signori, la domanda che faceva un giornale della capitale? Quali le virtù e i difetti nel Mezzogiorno d' Italia? L'ignavia, risposero quasi tutti concordi scrittori, scienziati, poeti. Triste parola; ma, diciamolo fra noi, non è vero che la pigrizia ci padroneggia ancora? Non è vero che rimaniamo quasi sempre freddi spettatori dell'altrui progresso? O dormenti nel giorno, il gallo canta, Ferve il lavoro e cedon l'ombre al ver. Signori, il periodo storico delle congiure, delle barricate, delle rivoluzioni, delle battaglie e delle vittorie è chiuso, ma un altro periodo storico è aperto, inalberando la sua bandiera non meno gloriosa di quella della vittoria delle armi; quella cioè dello studio, dell'educazione, del lavoro e della pace universale. non sono «Il Giovanettin che passi per la via », lo «Addio, mia bella, addio» non che canzoni patriottiche d'altri tempi e ricordanze soavi delle nostre guerre d' indipendenza; altre canzoni ed altri inni canta ora il nostro popolo. Ma veniamo al nostro scopo; ed io vi tratteggerò il quadro con quella sincerità che congiunge e fonde le anime in un'anima sola più che non faccia la suggestione dell' eloquenza. I fanciulli a noi affidati stanno in media 4 ore al giorno e nelle scuole sdoppiate 3. In un anno scolastico, sottraendo le vacanze e le feste, i ragazzi godono del nostro indirizzo educativo, su per giù, per 2 ore, e le classi sdoppiate per un'ora e mezza. Qui si ferma l'opera educativa del maestro, ed alla fugace carezza d'amore di questo martire, devoto al proprio dovere di uomo e di cittadino, subentra per 22 ore al giorno l'azione d'un ambiente inquinato e corrotto. Perdonate! Tolto il ragazzo dalla scuola egli è costretto a tuffarsi in quell'ambiente, incontrando e stringendo relazioni e connessioni coi suoi simili d'ogni età e d'ogni sesso lì per le strade sudicie e nelle bettole infernali. Quivi diverse lingue, orribili favelle, Parole di dolore, accenti d' ira, Voci alte e fioche, e suon di man con elle. Quivi altri educatori, più valenti del maestro di scuola, più coll'esempio che colla parola dei nobili sentimenti, nella loro scuola di strada, danno spettacoli vivissimi di alcoolismo, di violenze, di risse, di teppismo, di ribellioni e tumulti. Tutte queste barbarie lordate da sfoghi d' invettive e discorsi turpi, osceni, riluttanti. Bravura un atto d' impulsività; prodezza un atto di furfanteria; talento un atto di ruberia o borseggio; coraggio mettere fuori il coltello ed alle spalle accoltellare il suo simile. Fama di loro il mondo non lassa, Misericordia e giustizia gli sdegna. Ma v'è di più: il ragazzo abbandonato a se stesso, per imitazione e suggestione foggia la sua psiche a quelle date bravure e prodezze ed addestrasi in ogni genere di turbolenze; mentre la ragazza, questa pura e dolce creatura, questa rosa che si schiude al sole della illibatezza e della virtù, quest'angiolo che sotto le sue grandi e radiose ali deve paradisiare l'uomo affranto dalle lotte quotidiane per la vita onorata, si conduce per altra via oscura, che, ahi, quanto a dir qual' è, è cosa dura. Ma non basta: la famiglia, specialmente nei paesi rurali, non continua l'opera di rigenerazione del maestro; anzi, quasi sempre, discredita e demolisce. Spesse volte una mammina, allora quando un bamboccio ha commesso una biricchinata, la sentite esclamare iraconda: Quest' è la educazione che t'insegna il maestro. E la colpa è tutta nostra, solamente nostra. E non è raro il caso che un padre rozzo, o una madre ignorantella, arrivino pubblicamente in istrada ad offendere chi ha in custodia i loro figli: insulti poi che non si lanciano con parole vaghe, ma con vocaboli precisi e determinati, sol perchè un loro figlio è stato ripreso per la sua villania (in nota: Il maestro signor Copersino fu l'altro giorno ingiuriato in istrada dalla madre d'un suo discepolo, la quale gli dette del mangione e del ciecato.). E così noi ci troviamo ogni giorno in una condizione dolorosa: dobbiamo lambiccarci il cervello, arrovellarci l'anima, serbare una condotta più che esemplare dar tutto noi stessi per ingentilire i piccoli ometti, ed in contracambio ci vengono serbate offese ed ingiurie. Non mancano però, per vero dire, persone elette, che sanno con benignità apprezzare la missione del maestro di scuola; alle quali persone noi sentiamo riconoscenza, ammirazione e gratitudine, confidando sempre che l'opera loro non ci venga mai meno. In conseguenza di tale ambiente, i fanciulli crescono per lo più senza freno, capricciosi e rozzi, giacchè l'amore, il vero amore dei sentimenti superiori, è un mito, e l'esempio trascina al male. Con tale corredo poi entrano a far parte della grande famiglia umana ove o si riformano o incontrano la morte civile. E quand'anche in una buona famiglia si voglia ben custodire e difendere le proprie creature, il bisogno, «terribile signore», scrisse il Parini Giuseppe, spinge i genitori ad abbandonare al proprio destino la cara prole per andare al lavoro, rincasando a tarda sera, quando i loro bimbi, sonnecchiando, chiudono gli occhi. Fortunati questi geni- tori se rincasando non hanno a piangere gravi disgrazie, o se, come giorni passati accadde, non trovino che le brutte ed or- ride Parche abbiano tagliato il filo della vita al frutto delle loro viscere. Ed ora vada l'estremo vale a quella bimba la cui alma alla sua stella riede (in nota: Filomena Mennuti di Attilio, un gioiello di bimba di ro anni, morta bruciata il 29 marzo u. p. mentre i genitori erano in campagna a lavorare.). È un quadro che trafigge il cuore; ma se non c'è dell'esagerazione, è pur troppo tratto dal vero. Da ciò il dovere per i maestri, per le famiglie e per i dirigenti, di essere i favoreggiatori di tutte le istituzioni nuove che hanno caratteri di utilità educativa. La nostra scuola poi, coi suoi maestri degni, deve reagire contro quella così funesta dell'ambiente; e al ricreatorio incivile e del vizio opporremo quello civile e della virtù, Sorreggeremo amorosamente il ragazzo a noi: affidato, lo rialzeremo nelle sue cadute, lo ecciteremo, lo stimoleremo, lo spingeremo sulla via del bene, perchè non rimanga vittima inconscia di quella sfinge che precipita i deboli nel burrone. Questo è lo scopo della nostra riunione; quest'è l'intenzione delle mie povere parole; questa fu la mira principale, nell'ultima sua venuta, del nostro beneamato e valoroso Ispettore Prof. Ciarla Guglielmo, che aiutato dall'impareggiabile gentiluomo signor Pantaleo, R. Commissario del nostro aprico Comunello, istituì il Ricreatorio scolastico, e dispose che i bravi colleghi giovani, forti d'animo e ricchi d' ingegno per luce vivida e propria, facessero, come fanno, funzionare per tutto l'anno nei giorni di vacanza il Ricreatorio. Quivi per le attrattive della vita libera, per i vantaggi fisici,, intellettuali e morali, che accompagnano i nostri figli, li faranno accorrere sempre più numerosi fra le amorevoli braccia dei maestri, i quali troveranno nell'opera benedetta la loro poesia, e le loro ispirazioni, come dalle alate odi di Carducci Giosuè e dalle divine terzine di Dante. Ma basterà poi questa istituzione ad educare e salvare le nuove generazioni? Ma qual è il programma del nostro Ricreatorio?... Son questi precisamente gli argomenti che saranno trattati con più larghe vedute di idee da uno dei colleghi miei, in un altro giorno, con la sua abituale vivacità e ricchezza d' eloquio. Noi constatiamo con piacere che il primo passo è fatto, il più arduo, il più difficile; e quando saranno superati i primi ostacoli, oh! allora sarà più facile apportare altri benefici aiuti ai figli nostri. Il primo passo è fatto, e il prof. Ciarla Guglielmo, l'ispiratore di così benefica istituzione si abbia il plauso umanime e riconoscente di questa popolazione. E voi, o Signori, abbiate fede nell'opera nostra, alle volte vilipesa, perchè non conosciuta abbastanza, ed incomprensibile da chi non ama, e da chi non ha il culto per quella vergine in bianca veste. Liberiamoci una buona volta dalle piccole passioni personali e dalle nostre puerili discordie; risvegliamo lo spirito ed attacchiamoci con tenacia al progresso della civiltà e della scuola, la predestinata alla grande emancipazione delle coscienze. Avanti! Avanti è il grido fatidico, e guai a rimanere indietro; saremmo miseramente travolti e soffocati dal turbine. «II dilemma è questo oramai: o riformarci o morire: o piegare alle esigenze» dei nuovi tempi, o scendere nel sepolcro «per lenta consunzione». Le finalità della vita sono comuni, e comuni devono essere gli sforzi per la conquista del vero, del buono e del bello, e mentre i maestri, queste anime giovani di una giovane Nazione, non verranno meno all'amoroso loro compito, i dirigenti del nostro comune e tutte le persone di cuore assisteranno e circonderanno coi loro migliori palpiti la nuova istituzione educativa per renderla veramente efficace. Ho finito; ma prima di chiudere devo rinnovare un voto. Achille, il più valoroso dei Greci, offeso dal suo migliore amico, ritirossi sotto le tende; ma quando Patroclo fu ucciso da Ettore, ripigliò il campo e vendicò l'amico. Vorrà ripigliare il campo chi m'intende? Carità di patria glielo consiglia. Stringiamoci adunque in un fascio solo; fondiamoci tutti in un sol uomo per la salvezza dei nostri figli, e sia benedetto l'amore universale. Montemilone, il 24 aprile 1910.




Franciosa Enrico

Melfi e il suo ricreatorio Melfi, Premiata tipografia F.lli Insabato 1911

Patronato Scolastico PER GLI ALUNNI POVERI DI Melfi OGGETTO Compiacimenti. 24 giugno 1910. Sono lieto di esprimere a V. S. il vivo compiacimento mio e dell' On. Commissione direttiva del Patronato, che ho l'onore di presiedere, per l'opera intelligente e amorosa da Lei spesa efficacemente nel Ricreatorio educativo annesso alla Scuola elementare. Mercè il suo interessamento e le cure assidue, il Ricreatorio è riuscito davvero un luogo di svago geniale per i nostri fanciulli, e continuando con lo stesso zelo esso acquisterà sempre più le simpatie e il plauso del paese. Mi creda intanto Il Presidente del Patronato CIARLA GUGLIELMO R. Ispettore Scolastico Ill.mo Franciosa Enrico Assistente al Ricreatorio Melfi A traverso le vicende che ha subito il pensiero umano e col pensiero umano il problema educativo, si è giunto a riconoscere che la scuola elementare, per quanto efficace, non può sufficientemente preparare in modo molto degno il fanciullo agli uffici della vita civile. E così, la Pedagogia, illuminata dalle scienze Biologiche, ha sentito la necessità imperiosa di mettere accanto alla scuola una nuova istituzione, che meglio avesse disciplinate e rese piacevoli e ricreative tutte quelle esercitazioni capaci di combattere l' intellettismo malattia che distrugge o annienta ogni giovane energia e che rende l'uomo fiacco di membra, privo d'affetto, sprezzante di onestà e di giustizia e bramoso di subiti guadagni. E dal 1889 ad oggi i propugnatori della nuova opera educativa si affacendarono per istudiare e ben definire l'indole e lo scopo dei Ricreatori civili; e in diversi congressi stabilirono che unico fine a cui devono queste istituzioni integrative della scuola mirare sia quello di guidare il fanciullo ad operare in modo che l'infinita moltitudine delle molecole formanti la compagine del nostro corpo funzioni armonicamente per raggiungere il relativo benessere. Perciò non dal trasformare, ma dal formare, non dall'uomo adulto, ma dall'uomo nuovo vi ha da attendere la migliore e più completa educazione. Un bel posto era serbato nella storia della civiltà per coloro che riuscivano a far della scuola. popolare un benefico lume che veramente avesse migliorato e sollevato il popolo ignorante e povero. E in quest'opera di affratellamento, di pacificazione e di redenzione sociale la parte interessata degli uomini di cuore era veramente delle più degne delle più commoventi e anche delle più liete. E a Melfi non mancarono di questi uomini, che plaudendo al filantropico impulso venuto dall'alto, fecero sorgere fra di noi un Patronato pei fanciulli poveri delle scuole elementari. Esso esplicò sempre la sua azione benefica, invitando specialmente le così dette classi dirigenti a dare opera diretta individuale, immanente alla redenzione dei fanciulli meno favoriti dalla sorte, ponendo a principio che «in una mutua corrispondenza di uffici e d'affetti sta la base indefettibile della educazione e della stessa morale unità della Nazione». Ma la sua opera fu poi davvero provvidenziale quando, ad iniziativa del sempre lodato ispettore scolastico, prof. CIARLA GUGLIELMO determinò far risorgere il Ricreatorio Educativo. Difatti la Commissione Amministratrice deliberò, al principio dell'anno scolastico 1909-10, la riapertura del Ricreatorio, e ne affidò la direzione morale al Direttore prof. Bergamasco Michele e quella tecnica all'umile scrivente. E per ben dieci mesi ed in tutti i giorni il Ricreatorio svolse la sua benefica ed educativa influenza, raccogliendo un numero sempre maggiore di alunni. Scrivendo la presente relazione ometterò la solita cronaca degli ordinari provvedimenti amministrativi e disciplinari adottati, sia perchè i primi furono registrati nei conti delle spese del Patronato; sia perchè i secondi furono così rari e lievi che non occorre neppure far menzione. Accennerò piuttosto ad alcuni fatti salienti, che lasciarono nell'animo dei fanciulli, insieme a dolci e cari ricordi, l'impronta netta e viva dell' istituzione civile che li aveva accolti. Fin dal primo giorno curai di migliorare l'intelletto e l'affetto, e tenni di mira che la corrente vitale del sangue apportasse il dovuto nutrimento a tutti gli organi del corpo umano, affinchè ciascuno avesse potuto compiere le proprie funzioni senza usurpare egoisticamente il bene degli altri. Nel Ricreatorio il riposo non era ozio, il giuoco non era comandato, ma regolato e armonizzato a lavori geniali nei quali si svolgeva tutta l'attività fisica ed intellettuale dei fanciulli, dei quali si correggevano gl'impeti sfrenati, e se ne spronava l'indolenza. Tenni di mira ad aprire l'animo infantile ai sentimenti d'amore verso i superiori e verso il prossimo, e preparare corpi sani e svelti, per formare il buon artigiano, l'artista, il ginnasta. E gli alunni frequentanti, vivaci, esperti franchi, spesse volte irrrequieti, ebbero però durante l'anno sempre e dappertutto un contegno rispettoso, dignitoso e civile. Certe cattive tendenze, se favorite dalle circostanze e dagli esempi, progrediscono con l'accrescimento organico; fu necessità correggerle, arrestarle ed attutirle. Molto perciò apprezzai sorvegliai e curai lo sviluppo del senso morale, mirando sempre alla formazione d'una personalità, svolgendo le interne energie e fecondando le parti più intime dello spirito. Il cortile di S. Francesco venne trasformato in palestra scoperta, con palco di salita, passo volante, pertiche, corde, cavallina, ed altri numerosi attrezzi di ginnastica, e con la piccola fanfara, composta di dieci trombe e quattro tamburi, che organizzai tra gli alunni stessi, quell'atrio diventò un luogo di svago geniale, che in molti giorni si apriva alla piacente ammirazione del pubblico. Grande importanza venne data agli esercizi fisici a corpo libero, con le bacchette e con gli appoggi, sia perchè essi sono fattori importanti di disciplina e d'ordine; e sia perchè correggono le pose e le movenze danneggiate da posizioni poco igieniche, a cui sono predisposti gli alunni delle nostre scuole; e sia perchè essi aiutano immensamente a ben formare la grossa muscolatura. Nessun esercizio era troppo faticoso, ma tutto adatto, come è immaginabile, alle diverse intensità, secondo la classe e l'età degli alunni. Quando qualcuno voleva oltrepassare la misura cambiare giuoco e fare della pause, egli veniva da me ammonito o richiamato amorevolmente, perchè nella vita l'amore e nell'amore lo sviluppo morale del perfezionamento umano. Ben predisposto e ben dirette erano poi le passeggiate, che con la fanfara alla testa si facevano. Tutto ciò che colpiva la curiosità degli alunni veniva da me spiegato ed illustrato. Lo studio delle bellezze della natura è sempre il più atto a sollevare l'animo dalle angustie; a staccarci dall'ignobile lotta delle meschine passioni; a svolgere in noi sentimenti generosi; a farci dimenticare i nostri dolori. E così io cercavo di ricordare ed educare l'animo dei fanciulli nei prati, nei campi, nei boschi, e, facendo ammirare la ridente e maestosa vegetazione delle nostre campagne, la vastità del cielo e la sua magnificenza, e lo splendore degli astri, elevavo gli animi a sentimenti nobilissimi di venerazione e di gratitudine infinita verso l'Ente Supremo, che regge l'universo. Quanti sentimenti d'amore, di pietà, di rispetto faceva pullulare nei teneri petti quando in campagna si vedevano nerboruti contadini lavorare e sudare per provvedere del necessario vivere; o'quando s'incontrava per via qualche infelice, che, ricoperto di laceri panni, implorava un pane per carità! Tutto serviva di utile ammaestramento, di guida e d'esempio per modificare l'indole e i costumi e per promuovere l' intellettuale sviluppo per mezzo della vista. I fanciulli erano lieti e beati, si divertivano e gustavano con compiacenza incredibile le lezioni e i deliziosi spettacoli della natura. Nelle giornate di cattivo tempo, non potendo i fanciulli divertirsi all'aperto, per mancanza di tettoie nel cortile, venivano trattenuti nelle sale ad eseguire i compiti scolastici o a far disegno e calligrafia. Il disegno consisteva per quelli della 1a, 2a e 3a classe nel copiare su carta quadrettata, dalla lavagna o da un modello, linee e figure geometriche: per quelli della 4a e 5a poi in facili figure e corpi dal vero. Non mancai di tenere qualche conferenza utile e adatta alla intelligenza. Parlai dell'indole e dello scopo dei Ricreatori, del Cinematografo, di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi Giuseppe, della festa degli alberi ecc. Si ebbero non poche lezioni di lavoro manuale dalle signorine Grieco, Gonnella, Orsi, Mancini, Delle Donne e signora Pierri. Si fecero tessitura in carta, lavoretti in trucciolo, in cartone, in paglia (cestini, sottolumi, scatole ecc.); lavori in ricamo su cartone, lavori in cartone e in tela; trapunto, ritaglio geometrico e frastaglio. Il materiale venne fornito tutto a spese del Patronato. Tutti questi lavoretti fanno ancora bella mostra in apposita vetrina della direzione didattica. Ogni piccola festa che si faceva nel Ricreatorio allietava sempre il cuore del ragazzi ma quella poi che riempì l'animo di gioia e produsse una gara d'entusiasmo nelle famiglie e nel paese, lasciandovi un ricordo dolce, ed indimenticabile fu la gita a Venosa, voluto ed organizzata con intenti sinceramente educativi dal caro Ispettore Prof. CIARLA GUGLIELMO insieme al Direttore persName Bergamasco Michele. Nell'antica città, per tradizione ospitale e gentile, 50 e più fanciulli del nostro Ricreatorio, il 9 giugno 1910, si confusero con tutti gli alunni delle scuole di Venosa. Dire dell' incontro commovente all'ingresso del paese, della suprema contentezza, che sorrideva nell'animo di ognuno, dei baci, dei saluti, dei suoni, degli applausi che risonavano per l'aria nel momento che i figli delle due città amiche si abbracciavano, è cosa difficile assai. Chi non fu presente a quello spettacolo d'amore fraterno non può aver goduto tutta quanta l'effusione di gioia che erompeva da quei giovani petti; non può aver sentito la commozione profonda e ineffabile che si prova dinanzi alla fanciullezza gaja, balda e raggiante di bellezza morale. La giornata fu splendida non solo per l'immenso diletto provato dai fanciulli, per la propaganda morale, civile e patriottica che scaturì dai diversi discorsi pronunziati dal Direttore didattico di Melfi, dall'Ispettore CIARLA GUGLIELMO e dal Prof. Goglia, intorno allo scopo della gita e intorno ai monumenti antichi e moderni di cui mena vanto la vetusta città. Quella giornata e i nomi dei promotori resteranno indimenticabili nella storia del nostro Ricreatorio; imperocchè in quel giorno i figli delle due città sorelle e solidali nelle lotte per la libertà, nel darsi il bacio fraterno, giurarono il patto solenne di lotta per la liberazione da un altro giogo, che gràvita da tempo su queste contrade: l' analfabetismo. Nella mia opera lenta ed incessante di dieci mesi vissi sempre in mezzo ai ragazzi, cercando d'indirizzarli verso la luce, formando delle menti rette, verso il bene, formando delle libere e forti volontà. Ma il miglior risultato ottenuto in quel luogo di ginnastica fisica ed intellettuale, si fu il sentimento di sociabilità, che veniva come un buon seme a gittarsi fra quei piccini. Il concetto della vita, lungi dal rannicchiarsi in bozzoli egoistici si allargava nelle figure dell'amorevolezza, si consolidava nei conforti della fratellanza e si spiegava al contatto della gente educata. E in quella comunità di studi, di lavori e di giuochi, in quella intimità di sentimenti, tutti, ricchi e poveri, posti sotto la medesima disciplina, imparavano come le note di lode e i premi erano regolati alla stregua dei meriti. Ringrazio ora sentitamente tutti i componenti l'Amministrazione del Patronato per la fiducia riposta nella mia umile opera educativa. Di tale fiducia io molto usai, ma non ne abusai. Non so se vi abbia corrisposto in modo degno: quello però che posso accertare è che, essendo fortemente convinto dell'utilità e genialità dei Ricreatori, io misi nel disimpegno delle mie mansioni tutta quanta la mia buona volontà e tutta la mia anima di educatore e di padre di famiglia. INNO Noi siamo la balda coorte, I figliuoli noi siam del lavor, Che nei ginnici ludi più forte Tempra il braccio, la mente ed il cor. Siam di Melfi la nobile schiera; Nati ai piè del Vulture monte: Vita e fuoco nell' anima fiera Vita e fuoco dagli occhi mandiam! Plaudi Italia a la vita gioconda, Plaudi ai figli! E il verdissimo allor Che la fronte turrita t'infronda, Ci sia premio sul campo d'onor! Siam di Melfi la nobile schiera; Nati ai piè del Vulture monte: Vita e fuoco nell'anima fiera Vita e fuoco dagli occhi mandiam! (1) Quest'inno su motivo d'una marcetta, che suonava la fanfara del Ricreatorio, veniva nelle passeggiate cantata dai ragazzi.




Cantarella Vincenzo

Programmi didattici per la 1a, 2a, 3a classe elementare a tavole sinottiche Melfi, Tipografia Di Antonio Liccione 1913

PROGRAMMA - ORARIO - DIARIO I più notevoli pedagogisti assegnano alla compilazione ed allo svolgimento graduato e metodico del programma didattico la più grande importanza, perchè in esso si rivela la capacità e l'abilità didattica del maestro. Per mezzo di esso l'insegnamento si svolge armonico ed organico, ed il maestro procede con sicurezza verso la sua meta, senza che sia sorpreso ed ostacolato nel suo lavoro. Il programma didattico deve essere compilato quando l'insegnante ha già un concetto esatto e chiaro della scuola, quando conosce bene l'ambiente in cui vive e lo stato morale e intellettuale dei bambini a lui affidati. In esso la scuola elementare deve essere rappresentata a circoli concentrici, i quali acquistano maggiore larghezza e valore a seconda delle classi, per svolgere armonicamente le materie richieste dai programmi governativi. E poichè nella mente dei bambini non nasca disordine e non si corra il rischio di perdere di mira lo scopo precipuo dell'insegnamento, il programma deve essere compilato con la massima cura, affinchè il suo svolgimento riesca uniforme e corrispondente al fine, rispecchiando i bisogni della scolaresca con le esigenze della società e dell'ambiente che lo circonda. Alla compilazione del programma didattico deve seguire quella dell'orario settimanale, il quale non è meno importante del primo, anzi ne è la logica conseguenza. Il tempo deve essere distribuito secondo l'importanza delle materie. Curi l'insegnante di svolgere nelle prime ore quelle che richiedono maggiore attenzione, badando di alternarle con una lezione od un esercizio più facile e più dilettevole. La lezione non deve avere una durata di venti o trenta minuti al più, perchè i bambini non possono sopportare una maggiore tensione di mente, e lo sforzo nuocerebbe loro sia fisicamente che intellettualmente. Agli esercizi di educazione fisica non si facciano mai seguire esercizi grafici, e per fugar la noia e la disattenzione, più che la materia, il docente alterni gli esercizi. Il diario deve costituire la storia vera dell'insegnamento, affinchè dal suo esame si rilevino lo svolgimento chiaro e preciso del programma, i limiti ed i mezzi di cui si è avvalso il maestro per l'insegnamento di una data materia. Esso deve essere redatto prima della lezione, in modo breve e compendioso, perchè non è un lavoro letterario, ma lo svolgimento delle operazioni che di giorno in giorno, nei loro particolari, si vanno compiendo. «In esso gioverà far rilevare, dice il Vecchia, il titolo o il perchè della lezione, del brano o capitolo di lettura, il tema di composizione o d'altro esercizio, il problema, lo scopo di tale o tal altro dettato, le punizioni, i fatti e le occasioni più eminenti della vita morale e della scuola; e ad ogni argomento, alla succinta relazione del suo sviluppo, far seguire le sue riflessioni, le sue critiche, i suoi propositi, sanzionando così il ben fatto e preparando la riprova del non riuscito e del manchevole.» Il programma didattico, l'orario settimanale ed il diario costituiscono le basi incrollabili di un insegnamento fecondo e dilettevole. ORARIO GIORNALIERO (Da Scuola Nostra, Periodico scolastico delle Puglie e della Basilicata - Anno I - N. 12.) Perchè la scuola sia frequentata con maggior profitto e con maggiore interesse dagli alunni, fa d'uopo che l'orario si adatti ai loro bisogni fisiologici ed economici, non che alla loro capacità intellettuale. Tanto nell' orario continuato che in quello diviso, adottati qua e là nelle nostre scuole, si notano grandi vantaggi e non pochi inconvenienti. Nell'orario continuato si ha stanchezza fisica ed intellettuale cagionata principalmente dall' insufficienza di moto e di aria e dai locali antigienici, focolari di mali seri e di malattie contagiose. In quello diviso gli svantaggi sono ancora maggiori, perchè gli alunni, obbligati a venire due volte a scuola, hanno agio di bighellonare per le vie e mancare di puntualità o addirittura alle lezioni per le lunghe distanze da percorrere in tutti e due i periodi delle lezioni, sia nell'estate per i grandi calori, che nell'inverno per le intemperie a cui s'è soggetto. Quale amore possono essi dimostrare per la scuola e quale profitto ricavarne quando tutto ciò riesce loro di fastidio e di noia? L'efficacia dell'insegnamento non risulta certo da un orario prolungato, sebbene dall'adattamento di esso alla natura del fanciullo ed ai bisogni della vita. E siccome le nostre scuole sono frequentate in maggior parte dai figli del popolo, è necessario che essi abbiano qualche ora al giorno in cui possano abituarsi ad una occupazione proficua. Così i genitori manderebbero con maggior lena i figli a scuola, ben sapendo di averli liberi nelle ore di bisogno, o per farli applicare ad un'arte o mestiere, o per far loro frequentare le istituzioni sussidiarie alla scuola, dove hanno modo di dedicarsi ad altre applicazioni istruttive e sviluppare il loro fisico. Da ciò emerge la necessità di modificare l'attuale orario di cinque ore e di ridurlo a tre ore e mezzo, sopprimendo, per non diminuire le ore d'insegnamento stabile, la vacanza del giovedì. Anche nelle nazioni più evolute è stato sperimentato che l'orario limitato a tre ore e mezzo giornaliere riesce più proficuo di quello di cinque ore, durante le quali la psiche infantile, capace al più di una tensione riflessiva di quindici minuti, resta affievolita e depressa. E perchè il numero delle ore di lezioni settimanali non venga diminuito, conviene sopprimere la vacanza del giovedì, giorno in cui il fanciullo si abbandona ad ogni sorta di scapestrataggini che spesso riescono a fargli dimenticare le cognizioni apprese il giorno precedente e a distrarlo dal sentimento del dovere scolastico, facendogli considerare la scuola come luogo di punizione. E si osserva anche che il giorno dopo la vacanza, il maestro non trova la scolaresca puntuale e attenta, per cui deve durare non poca fatica a ridestare l'attenzione e l'interesse degli allievi e per poter continuare con sicurezza e vantaggio il suo insegnamento e perchè questo riesca dilettevole ed efficace. Perchè dunque non attuare una riforma che, svolgendo egualmente il programma con profitto, senza stanchezza, con massima diligenza ed assiduità, riesca di sollievo all'insegnante e nello stesso tempo di sommo vantaggio per l'alunno? È bene perciò che la classe magistrale si agiti ed ottenga la modificazione dell'art. 97 del Regolamento 6 febbraio 1909 (Vedi il modello a pagina 29). CANTARELLA VINCENZO NOTE DIDATTICHE Educazione morale. L'insegnamento morale e civile si fa direttamente o mediante lezioni occasionali, cioè in seguito a qualche avvenimento che accade in iscuola o altrove e che abbia richiamato l'attenzione dei bambini. Il primo invece deve essere dato mediante racconti morali, massime ed esempi, che debbono avere per l'alunno un valore assoluto. Lezioni di cose. Le nozioni di cose si insegnino, per quanto è possibile, mediante lezioni oggettive, perchè lo spirito del ragazzo, vedendo un oggetto presente ai suoi sensi, s' infiamma del desiderio di sapere. La lezione oggettiva ha potente azione, perchè lascia sullo spirito del ragazzo l'interesse di imparare ed ampliare le sue cognizioni, le quali debbono servire di base all' insegnamento della lingua. Lingua italiana. L'insegnamento della lingua dev'essere fatto con brevi e semplici conversazioni socratiche, affinchè il bambino si abitui a narrare cose e fatti da lui veduti ed osservati. Bisogna far parlare sempre il bambino. L'insegnante non deve preoccuparsi se l' alunno si spiega con dialetto; ma deve anzi cooperarsi, mediante acconce domande, a tirar fuori ciò che ha il bambino nel pensiero. Composizione. L'avviamento al comporre deve essere fatto a mezzo di brevi proposizioni, facendo ripetere il nome e cognome dell' alunno e dei suoi genitori delle nozioni varie da lui apprese e volgere dal singolare al plurale - dal maschile al femminile nomi di oggetti noti o che cadono sotto i sensi, facendo aggiungere qualche qualità più appariscente. Questo esercizio si deve fare prima a voce e poi per iscritto nei due ultimi bimestri. Lettura. La lettura dev'essere fatta con assiduità su proposizioni. Essa va fatta sul sillabario e sulla lavagna. Dettatura. La scrittura e la dettatura debbono limitarsi alle parole, alle proposizioni o frasi che l'alunno già capisce. Calligrafia La calligrafia deve servire a fare sì che l'allievo acquisti la perfezione della forma delle lettere insegnate e a saper conservare la nitidezza del quaderno. Storia e Geografia. L'insegnamento della storia e della geografia deve limitarsi a brevi accenni, che diano all' alunno conoscenza del luogo in cui vive e delle persone illustri che egli sente ripetere e di tutto ciò che lo circonda. Aritmetica. L' aritmetica dev'essere insegnata oralmente facendo tesoro della conoscenza del calcolo che gli alunni già sanno, e graficamente mediante le diverse cifre nel loro ordine di gradazione. Il calcolo mentale, fatto sempre su oggetti concreti, servirà a fare svegliare l'attenzione dei fanciulli e come ginnastica alla loro intelligenza. Educazione fisica. La ginnastica non dev'essere mai trascurata, sia come riposo e interruzione di lavoro, sia come vera e propria materia d'insegnamento giusta le istruzioni ministeriali. In questa classe specialmente essa è necessaria che sia impartita, perchè serve a fare acquistare buon portamento alla persona, forza, grazia e a sviluppare tutte le funzioni dell' organismo. Essa poi va fatta per cinque minuti fra un cambiamento di lezione o di esercizio, sposata al canto ginnastico, che dev'essere fatto con tono e voce timbrata. NOTE DIDATTICHE Educazione morale. L'educazione morale e l'istruzione civile in questa classe ha lo scopo di avvezzare l'animo dei fanciulli verso il bello ed il buono, e far loro acquistare maniere gentili e modi garbati. Il maestro perciò si serva di questo insegnamento sia in modo diretto che in modo indiretto, ogni volta che gliene capiti il destro. Legga aneddoti, azioni eseguite da uomini grandi, e infine prenda occasione da tutto ciò che circonda l'allievo, vale a dire dai fatti giornalieri, dalle relazioni tra allievo ed allievo e da tutto ciò che può sembrare adatto al fine, ma in modo sobrio e vivo. Lezioni di cose. Le lezioni di cose debbono servire a far acquistare all'allievo l'abito dell' osservazione e della riflessione, mettendo sempre sotto i suoi sensi l'oggetto di cui si vuol parlare, facendone notare la forma, il colore, la materia di cui è composto, l'uso a cui serve, e il modo come usarlo. Nella scelta degli oggetti il maestro si avvalga di quelli di cui l'allievo avrà occasione di avere per le mani o di cui egli ha visto usare dalle persone di sua conoscenza, servendosi all' uopo della forma socratica. La conversazione serve a far abituare l'alunno a manifestare i propri pensieri intorno ad un dato argomento, a fargli acquistare il patrimonio linguistico, a fargli togliere le voci dialettali ed acquistare quelle della lingua. Sia fatta, però, sempre intorno ad un solo argomento per volta, ma che interessi sempre il fanciullo, in modo chiaro e breve, badando che l' accrescimento delle nuove idee sia anche accrescimento del patrimonio linguistico. Le risposte da esigersi siano sempre esplicite, e, per quanto sia possibile, esaurienti, badando che la risposta sia data da un solo alunno. Lingua italiana. Lettura. Il capitolo da leggersi dagli alunni sia prima letto e poi spiegato dal maestro con la cooperazione di tutta la scolaresca. Ogni parola sia ben pronunziata con le debite pause ed inflessioni di voce, facendo leggere dapprima i migliori alunni e poi man mano gli altri, dopo essersi assicurato che sia stato ben compreso da tutti. Alla lettura meccanica segua quella corrente ed a senso, senza interruzioni di sorta, le quali sogliono farsi per accertarsi che il brano letto sia stato ben capito. Lingua parlata. Alla lettura seguono gli esercizi di lingua o di lingua parlata mediante brevi ed acconce proposizioni, per dare agli alunni la conoscenza esatta delle parole indicanti persone, animali, cose, facendole poscia volgere dal singolare al plurale, dal maschile al femminile con la coniugazione del presente, del passato e del futuro dei verbi più in uso, e facendo tradurre dal dialetto in lingua italiana frasi e modi di dire. Composizione. Preceda la composizione orale quella scritta, che in questa classe appunto s' inizia. Si pigli occasione per la composizione orale dalla lettura, dalle lezioni di cose, dalla conversazione socratica, o facendo completare pensieri e racconti o facendo rilevare le qualità più appariscenti degli oggetti loro presentati. Sarà anche di grande vantaggio la presentazione di quadri raffiguranti immagini o scene campestri, perchè atti a destare lo spirito d'osservazione e di riflessione. Simili esercizi siano fatti tanto oralmente che per iscritto. Dettatura. In questa classe si dia maggiore importanza alla dettatura ortografica anzichè a quella ideologica, badando di presentare con giusta gradazione le diverse difficoltà ortografiche e farne precedere sempre la lettura e la spiegazione da parte dell' insegnante. La correzione sia individuale e alla lavagna, perchè il maestro può prendere nota degli errori più comuni dei fanciulli correggendo così un difetto forse uguale in tutta la scolaresca, e non trascuri neanche quella collettiva. Sia la dettatura sempre, però, il riassunto del brano letto, della lezione di cosa e della conversazione socratica o di cose note agli alunni. Essa gioverà immensamente anche alla buona, riuscita della composizione. Calligrafia. Si completi e si perfezioni in questa classe l'uso di scrivere per imitazione su apposito quaderno sentenze morali, massime ed aforismi ecc., per fare meglio acquistare all' alunno la forma delle lettere, sia minuscole che maiuscole, che l'abito di una scrittura chiara ed eguale e di una buona posizione della persona. Storia e Geografia. L'insegnamento della storia sia dato in modo breve, facendo tesoro della denominazione delle vie, di qualche lapide, di qualche iscrizione, di qualche nome di uomo illustre locale, dandone in modo sintetico, ma chiaro, un' idea precisa. Per la geografia basterà far rilevare la ubicazione della scuola e della casa dell' allievo, dei più comuni e noti edifizi pubblici, sia rispetto alla scuola che alla piazza del luogo. Aritmetica. Per l'insegnamento dell'aritmetica si ripetano sempre gli esercizi già appresi in prima classe, facendo dapprima numerosi e svariati esercizi di calcolo mentale, e procedendo man mano agli esercizi scritti di lettura e scrittura di numeri. Gli esercizi orali siano dati mediante quesiti adatti alla intelligenza dei bambini su cose e fatti della vita giornaliera, sui pesi, sulle misure, sulle monete ecc. Con questi esercizi proceda, l'insegnamento delle quattro operazioni scritte. Ginnastica e canto corale. La ginnastica si deve eseguire tutti i giorni, perchè essa non solo mira a sviluppare il bambino fisicamente ed intellettualmente, ma anche a mantenere fra la scolaresca la disciplina. Gli esercizi ginnastici siano fatti il più che sia possibile all'aria aperta, senza trascurare le passeggiate e le escursioni campestri. Alla ginnastica si unisca sempre il canto corale di inni patriottici. NOTE DIDATTICHE Educazione morale. Il maestro consideri questa disciplina come un principio informatore, intorno al quale si debbono volgere tutti gl' insegnamenti. Mediante la sua arte educativa si avvalga di esempi, di fatti occasionali, e bandisca le teorie, perchè breve ed efficace è il cammino degli esempi, come lungo ed inefficace quello delle teorie. Nozioni varie. Se ne faccia scaturire l'argomento dal libro di lettura e dai fenomeni che cadono sotto i sensi del fanciullo. Tali nozioni siano date in modo che l'alunno abbia un'idea chiara e precisa dell' argomento che si vuole insegnare, servendosi delle somiglianze e delle differenze che possono presentare gli oggetti fra loro, mettendo questi sotto l' osservazione diretta del fanciullo o quando meno con disegni eseguiti sulla lavagna. Si richiegga dall'alunno una risposta precisa e chiara e non confusa, dalla quale il maestro si convinca che nella mente del bambino sia rimasta esatta la cognizione appresa. Lingua italiana. Lettura. In questa classe si curi molto la lettura spiegata e quella corrente, che vuole essere fatta con grazia e giusta modulazione di voce, perchè riesca intonata ed espressiva. Non dimentichi l'insegnante che la lettura non è il solo esercizio glottologico, ma è la fonte viva del sapere, perchè quando il fanciullo legge correttamente e con speditezza, fa conoscere di capire ciò che legge ed impara a parlare ed a scrivere con garbo. La spiegazione del brano letto ed i richiami alle nozioni di grammatica si facciano sempre dopo la lettura. Il libro di lettura influirà senza dubbio sull' inclinazione del fanciullo a non tralasciare l'esercizio della lettura anche dopo lasciata la scuola. Si abbia perciò la massima cura nella scelta del testo, affinchè esso sia di una locuzione chiara e facile e tratti di cose piacevoli e inerenti alla sua vita. Grammatica pratica. L'insegnamento grammaticale deve essere fatto praticamente, facendolo scaturire da tutto ciò che s' insegna nella scuola, partendo sempre dall'esempio per arrivare alla regola. La coniugazione dei verbi si faccia sempre a mezzo di proposizioni semplici e complesse. Dettatura. Sia prima il brano da dettarsi scelto ed accuratamente preparato dal maestro per il fine che si vuol proporre, poi letto e fatto comprendere agli alunni con voce chiara ed espressiva. La dettatura non sia interrotta per qualsiasi motivo, altrimenti il fanciullo si distrae e non riflette a ciò che deve scrivere. Essa, oltre ad integrare le cognizioni apprese dal libro di lettura e ad arricchire la sua mente di utili cognizioni, gli offrirà un esemplare di bello scrivere, che gli tornerà utile nella composizione. Conversazione. La conversazione socratica deve far sempre più acquistare all'alunno l'abito della riflessione col fargli esporre le proprie idee ed i propri pensieri sopra un dato argomento, facendogli nello stesso tempo allargare il patrimonio delle cognizioni e della conoscenza della lingua. Composizione. L'argomento principale della composizione deve essere il riassunto della lettura, della lezione di cosa o della conversazione socratica, ma soprattutto ogni lezione occasionale ed ogni avvenimento che abbia attirato l'attenzione dell'allievo. Sia l'alunno abituato a riassumere il brano letto, a 0 narrare fatti e scene da lui viste o udite raccontare da altri, ad esporre tutto ciò che sa intorno ad un dato oggetto, messo anche con relazione ad un altro a lui cognito, e facendone rilevare le somiglianze e le differenze ecc. prima oralmente e poi per iscritto. Le relazioni personali degli alunni, la malattia e l'assenza di uno di essi o la partenza per altri luoghi darà occasione al maestro di far abituare l'alunno alla forma epistolare, la quale non dovrebbe essere mai trascurata nelle nostre scuole, anche per dare agio di conoscere i loro sentimenti personali di relazione e di amicizia. Sieno prima pensieri semplici, brevi, spontanei; poi man mano più lunghi e più complessi, in modo che il loro progressivo accrescimento indichi anche il loro sviluppo intellettuale nella manifestazione e nella estrinsecazione delle loro idee e dei loro sentimenti. Storia e Geografia. L'insegnamento della storia e della geografia deve limitarsi a dare all'alunno una semplice conoscenza dei luoghi e dei fatti locali per metterli poi in relazione coi principali avvenimenti e luoghi della patria. Si parta perciò dalla topografia del luogo ove s' insegna (Comune) per passare gradatamente a quella del Mandamento, del Circondario, della Provincia, ed infine di tutto il Regno, dando un' idea chiara, ma sufficiente, dei fiumi, dei torrenti e di tutto ciò infine che può interessare. Prima però di procedere oltre, è necessario che l'alunno sappia distinguere i punti cardinali; e per fare ciò, il maestro si serva dell' aperta campagna, come pure per dare praticamente conoscenza del monte, della pianura, del ruscello, del fiume e del torrente ecc. Contemporaneamente alla geografia debbono darsi le nozioni di storia, le quali debbono procedere di pari passo. Si allarghino perciò le nozioni date in seconda classe, dando cenni biografici degli uomini illustri per dottrina, per scienza e per lavoro, che abbiano avuto nascimento nei luoghi ove s' insegna o nei paesi limitrofi, o illustrando qualche località ove si è svolto qualche avvenimento importante o sia sede di qualche stabilimento industriale o manifatturiero. A fine d'anno poi, si aggiunga la biografia del Re e della Regina e dei più importanti avvenimenti e dei principali Fattori del Risorgimento italiano. Aritmetica e Geometria. i In questa classe l' insegnamento dell' aritmetica assume un'importanza maggiore delle altre, perchè la mente dell' alunno, che ha già appreso nella seconda classe la conoscenza grafica delle quattro operazioni, deve essere addestrato con larghezza nel calcolo mentale, nella composizione e nella scomposizione di un numero qualsiasi. Sia perciò ogni giorno abituato a risolvere quesiti e problemi orali e scritti, i quali trattino dei bisogni reali della vita di ogni alunno, di aziende, e infine di tutto ciò che può loro interessare. In tal modo questo insegnamento servirà loro come una vera ginnastica intellettuale. L'insegnamento della geometria deve limitarsi alla conoscenza pratica ed intuitiva delle principali figure geometriche sia presentandogliene il modello, ovvero tracciandogliene la figura alla lavagna. Disegno. Benchè i vigenti programmi limitino in questa classe l'insegnamento del disegno a tracciare le principali figure geometriche, pure è bene che esso non sia trascurato per l'applicazione che avrà nella vita degli alunni, i quali, prosciolti dall'obbligo scolastico, si daranno subito ad un'arte o ad un mestiere, e potranno così rilevare la forma di un oggetto. Perciò s' insegni praticamente con esercizi graduati, che siano di sussidio allo studio della geometria, della geografia e della calligrafia. Calligrafia. Questa non s'insegni facendo copiare brani dalla lavagna, altrimenti la vista non si educa alla proporzione, ma su modelli appositamente preparati, con norme che valgano a formare una scrittura nitida e chiara. Ginnastica e canto. L'educazione fisica e il canto corale devono avere in questa classe una maggiore importanza, perchè oltre a sviluppare gli organi respiratori e a fare acquistare al corpo sicurezza e leggiadria, servono anche a sollevare lo spirito tra una disciplina e l'altra. Gli alunni debbono intendere bene ciò che cantano per avere una giusta pronunzia e una giusta intonazione, e frequentemente e a lungo essere esercitati alle passeggiate scolastiche. Il Maestro Elementare nell' ora presente (Da Scuola Nostra, Periodico scolastico delle Puglie e della Basilicata - Anno I - N. 13. ) In questi giorni è un gran discutere nella stampa politica e scolastica sul progetto presentato da S. E. Credaro, Luigi pel miglioramento economico dei professori delle scuole secondarie, e pare che questi non ne siano neanche entusiasti, anzi..... Non è nostro compito fare appunti e spunti di critica obbiettiva e subbiettiva sul dato progetto; solo affermiamo che era doveroso da parte dello Stato provvedere al miglioramento dei suddetti insegnanti. Il succitato progetto desta però nell' anima nostra una immensa delusione ed amarezza: delusione ed amarezza che ci spingono a fare degli odiosi paragoni. E perchè no? Dando una capatina per quanto timida ed innocua alle annesse tabelle degli stipendi, ci sentiamo montare il rossore al viso e venire il bisogno di coprircelo con ambo le mani per la vergogna, per la umiliazione che si infligge a tutta la classe magistrale, la quale si vede trattata peggio dei bidelli delle scuole secondarie. O che bisogna essere inserviente - custode o bidello per arrivare ad uno stipendio di 1840 lire a cui un povero insegnante elementare, neanche dopo quarant'anni di pubblico insegnamento, dopo cioè essersi logorato lentamente le forze del corpo ed essere incanutito più che dagli anni dall'improbo diuturno lavoro, non può mai aspirare? Ha mai pensato a tutto ciò S. E. Credaro, Luigi o coloro che compilarono il progetto? Pensarono essi alla grande amara delusione che avrebbero provato gli educatori del popolo? O forse credevano essi che le famose 200 lirette (elargite a spizzico per evitare un' indigestione) avrebbero tappato loro la bocca per un ventennio almeno? Se così fosse, essi s' ingannerebbero a partito, perchè il maestro elementare può fare fino ad un certo punto getto dei suoi sacrosanti diritti, ma non può farsi impunemente calpestare e mettersi supinamente al disotto di un bidello o di un inserviente-custode qualsiasi. Si sa: oggi le condizioni finanziarie sono rese troppo critiche dal rincaro dei viveri, e il Governo viene in aiuto dei suoi funzionari con l'aumentare più o meno sensibilmente i loro stipendi. Ma poco si è fatto e si vuol fare per togliere il maestro elementare da ogni preoccupazione e per sollevarlo dalla stridente inferiorità in cui fatalmente viene a trovarsi. Quando l'istruzione e l'educazione non erano tenute in conto, era naturale che il maestro fosse considerato una quantità trascurabile, ma ora che esse hanno assunto una grande importanza, quale ricompensa riceve dalla Società cui rende tanti grandi servigi chi ne è il grande fattore e propulsore? Ormai dall' educatore del popolo si pretende molto senza concedergli quei vantaggi necessari, che lo rendano un funzionario tranquillo, pieno d'interessamento al proprio lavoro, che lo sollevino nella sua dignità e nel rispetto popolare. La Minerva ben comprende questa condizione umiliante che ci affligge, eppure si trincera nel mutismo, credendo già di aver fatto troppo per noi, senza riflettere che la inferiorità economica del maestro, rispetto agli altri funzionarii dello Stato, fa allontanare dalla scuola le migliori energie, le quali non vedono nel loro lavoro indefesso nessun miraggio di benessere. È tempo perciò che i nostri rappresentanti al Parlamento tengano presente che la scuola non potrà mai rispondere alle esigenze odierne, se il problema del maestro non sia risolto e presto in tutta la sua interezza. E se è vero che l'unione fa la forza, uniamoci dunque, o colleghi, per procedere concordi e decisi verso la conquista di un diritto finora calpestato e vilipeso. La nostra inerzia significherebbe incoscienza, e ci farebbe perdere sempre più quel prestigio che si addice a chi sente l'importanza sociale della propria missione. CANTARELLA VINCENZO MODELLO di orario giornaliero per la terza classe con la riduzione o modifica dell'orario settimanale (Articolo 97 Regolamento 6 febbraio 1908). Lezioni Lunedì - lettura, aritmetica, dettato, educazione fisica, esercizi mnemonici. Martedì- aritmetica, lettura, educazione fisica, nozioni varie, calligrafia e disegno. Mercoledì- lettura, composizione, educazione fisica, correzione della composizione, dettato. Giovedì - nozioni varie, dettato, educazione fisica, aritmetica, lettura. Venerdì - educazione morale, dettato, educazione fisica, lettura, storia e geografia. Sabato - lettura, composizione, educazione fisica, correzione della composizione, aritmetica. Nota al testo: le tavole sinottiche non sono riproducibili perché il testo, talvolta, non è leggibile e ciò compromette la fedele trascrizione della fonte.




Franciosa Enrico

Melfi e il suo ricreatorio. Vol. II Melfi, Tipografia R. e A. Ercolani 1916

« Assistiamo il fanciullo in tutti i modi: col buon nutrimento e col buon insegnamento. «Il fanciullo si chiama, l’ «Avvenire»: ciò che noi avremo fatto per l’Infanzia, l’Avvenire ce lo renderà centuplicato. «Inalzando il fanciullo, inalziamo l’avvenire. Se il fanciullo ha la salute, l’avvenire sarà prospero; se il fanciullo è onesto, l’avvenire sarà buono. «Illuminiamo ed educhiamo quest’Infanzia che è sotto i nostri occhi... La luce nel fanciullo è il sole nell’avvenire.» Hugo Victor EDUCHIAMO I FIGLI DEL POPOLO «L’infanzia ha tutti i diritti La società tutti i doveri.» Ferriani Lino Il problema dell’educazione popolare, problema molto com plesso, se deve essere risolute presso tutte le nazioni civili, deve proporsi con maggiore ragione presso di noi, ove le tradizioni storiche e le condizioni sociali contribuiscono a fomentare l’indisciplina, la scostumatezza, il vizio e il delitto. Tutti riconoscono la differenza enorme che esiste della educazione popolare tra le nazioni nordiche e quelle meridionali. In Germania, in Svizzera, in Inghilterra si rispetta la proprietà pubblica e privata, non si danneggiano piante, non si colgono fiori, non s’insudiciano le pareti delle case, i monumenti, le porte e le strade con le più sozze e cretine figure ed iscrizioni. Da noi invece avviene tutto il contrario; non si pensa a commettere una violazione. É una gloria quando si può insudiciare pareti, guastare monumenti, tagliuzzare alberelli, intercettare con giuochi chiassosi il movimento stradale, provocare disordini e alle volte disgrazie, deturpare ringhiere, provocare malumori, stuzzicare cavalli, cani, asini ecc., fumare dove è proibito, sputare dove vien viene, proferire parole sconce. Qualcuno potrebbe dire che queste sono semplici infrazioni e mancanze più o meno di gentilezze e di cortesie e noi possiamo di certo in qual modo acconsentire; ma la quistione diventa però più grave quando, studiando l'anima popolare, le si scoprono assai spesso difetti gravissimi, che assumono l'aspetto di un serio danno sociale. I popoli nordici non sono esseri più perfetti di noi, sono però più educati. Quando vediamo gran parte del nostro popolo infiacchito, rovinato in salute, votato alla criminazione pel vizio orrendo del vino; quando assistiamo ad atti che denotano la completa assenza del sentimento morale in certi individui, che commettono il male per il male, spinti solamente da malvagità brutale e inescusabile, erompe spontaneo dal nostro petto il grido di « Educhiamo i figli del popolo!.... ». Con una completa educazione il delitto, il vizio, l'indisciplina, la scostumatezza e tutte le monellerie, non sarebbero distrutti, ma molto, oh molto mitigati. I ragazzi del popolo acquistano nella strada abitudini tali da farli pervertire irrimediabilmente. Non trattenuti da nessuna soggezione essi si abituano alla più sfrenata libertà, pervertitrice d'ogni senso morale. Vivono nel fango e s'imbrattano, s'avviluppano, s'immischiano così, che in nessun modo riescono più a liberarsene. Le loro glorie, le loro ambizioni diventano di tal natura, da condurli inesorabilmente sulla strada del vizio, della delinquenza, della criminalità. Eppure essi soffrono per l'abbandono in cui sono lasciati dalla società. Bisogna vivere in mezzo al popolo per conoscere l'anima sua. Essa, eccitata ed avviata su buona strada, nell'età infantile, per quanto traviata da esempi tristi ed immorali, si mostra sempre con inclinazioni belle, affettuose, semplici ed ingenue. Fecondiamo adunque questo terreno con opera continua, tenace, paziente; estirpiamo a tempo le male radici; poniamo in esso i germi di piante utili sotto forma di sane, fresche e belle virtù, e vedremo come queste presto ci produrranno piante sane e rigogliose, che, oltre a purificare l'ambiente, lo rigenereranno, moltiplicando i frutti benefici. Il compito è formidabile, è pieno di difficoltà tali da far scoraggire i più audaci; ma non per questo ci dobbiamo astenere dal porre anche il nostro sassolino per il grande edificio di rigenerazione morale. Quasi tutti gli abbandonati sono orfani con i genitori. viventi, e lo stato di abbandono fisico, psichico, mentale in cui vegetano, costituisce l'esponente maggiore dell'incuria sociale » dice Lo Ferriani. Disinteressarsi dei deboli, dei piccini è un grossolano errore, che potrebbe, in un tardo avvenire, pagare con turbamenti sociali fatalissimi. La borghesia, la democrazia, il socialismo, tutti debbono ora essere animati da un fervore di bene, da una sete di giustizia, da un'esuberanza di altruismo, per il miglioramento dell'ordine sociale. Non è la razza, non sono le teorie che fanno gli uomini, ma è l'educazione, che coltiva, esercita, sviluppa, fortifica, ingentilisce tutte le facoltà fisiche, intellettuali e morali, le quali poi formano nel fanciullo la natura e la dignità umana. I primi chiamati a compiere questa santa missione sono i maestri e questi l'han sempre compiuta con grande fede e santo dovere. Ma occorre però che la propaganda per i figli del popolo si esplichi in una maniera ancora più intensa, più continuativa e più rispondente alle ultime osservazioni delle scienze sociali. A tale scopo molto giovano l'istituzione dei Ricreatori, che continuano l'opera educativa della scuola e che rispondono pienamente a quell'assistenza sociale, saggia, igienica, preventiva e provvida da tutti invocata. È questo un compito tanto nobile, quanto delicato ed arduo, noi lo sappiamo per esperienza. Per raggiungerlo, fa mestieri che chi è proposto alla direzione tecnica di una tale istituzione, sia veramente compreso dell'alta sua importanza, perchè affratellando tutte le sue energie fisiche, intellettuali e morali in un sol volere, le faccia convergere tutte con la sapienza, l'amore, l'abnegazione e il sacrificio al raggiungimento del fine ultimo. Da parecchi anni io lavoro nel Ricreatorio di questa città, e so dire che l'anima dei figli del popolo si manifesta quasi sempre con inclinazioni belle, affettuose, semplici e ingenue. Ho fatto e faccio del mio meglio come far fecondare i germi di queste sane, fresche e belle virtù; ho lavorato e lavoro come certa atmosfera di egoismi, di rancori ignobili, di lotte senza creare in essi una idealità di vita, facendo sentire ribrezzo di serenità, di rettitudini ipocrite, che stanno asfissiando la società, ed ho studiato e mi studio come adattare l'andamento del Ricreatorio agli scolari, al luogo, alla classe sociale, alla quale in prevalenza appartenevano, alle abitudini del paese, all'indole della popolazione ecc., tenendo conto sopratutto: 1° di assicurare ai fanciulli il riposo mentale e l'attività muscolare necessaria nelle ore che essi passavano fuori della scuola; 2° di sorvegliare in queste medesime ore i fanciulli, perchè non avessero abusati della loro libertà per mal fare; 3o di aiutarli e guidarli nell'esecuzione dei compiti e dare loro il modo di ascoltare o di leggere cose utili e dilettevoli; 4° di formare il loro carattere, di invigorire la loro volontà, di favorire le loro iniziative, di correggere gli eccessi, le deficienze, le deviazioni di tutte le loro attività cerebrali. La presente monografia illustra il modo con cui ho atteso al delicato ufficio. Non mancheranno forse dei beceri o dei bighelloni, che leveranno la voce contro questo tenue lavoro; ma io non mi curerò del buscherio degli uni o della gargagliata degli altri. Sede del Ricreatorio. Il Ricreatorio ha avuto sede nei locali scolastici di San Francesco. La vicinanza al centro della città lo ha messo in condizione di far godere tutti i benefizi, tutti i vantaggi anche ai più piccoli ragazzi, senza correre alcun pericolo e senza avere alcuna distrazione. La vita nel nostro istituto è stata piacevole e lieta, e, a renderla tale, concorse la razionale distribuzione delle occupazioni giornaliere. Orario. Gli estremi dell'orario sono stati fissati dai miei Superiori. La durata è variata dalle due alle due ore e mezzo di istruzione. Nessuna esercitazione ha oltrepassato i trenta minuti. Ad una occupazione sedentaria si sono fatti seguire giuochi ed esercizi ginnastici all'aria libera. Nel vasto cortile annesso al locale, i fanciulli accorrevano bisognosi di sprigionare l'energia delle loro membra, avide di movimento. E colà come i più piccoli mettevano in moto altalene, o battevano con i tamburrelli palle e volani, che si lanciavano in aria, o facevano rincorrere in gare ridenti cerchi di ferro e di giunchi, così altri ragazzi, i più grandi, si affaccendavano a respingere coi piedi l'un l'altro una palla di gomma gonfia d'aria, o passeggiavano o camminavano diritti sui trampoli, o si divertivano al giuoco delle bocce. Durante le giornate piovose o fredde invernali, o quando. nella bella stagione, l'incostanza del tempo non permetteva di stare all'aperto, gli alunni si raccoglievano nella sala maggiore, e colà s'intrattenevano con le narrazioni di novelle, racconti umoristici, favole ecc. ecc., preceduti quasi sempre da esortazioni morali-educative. All'ora d'uscita tutti si raccoglievano allo squillo della tromba, al luogo ordinario di raccolta, e là, disposti per due dai capi-squadra, aspettavano il rullo del tamburino che accompagnava le squadre fino all'incrocio delle vie. Disciplina. Nel Ricreatorio imperava una disciplina rigorosa sì, ma temperata da grande affabilità e cortesia. I ragazzi al loro entrare comprendevano subito che alla direzione tecnica presiedeva una persona di grande volontà ed energia. La disciplina non era fatta d'inutili esteriorità e di disposizioni puramente formali, che danno solamente l'apparenza dell'ordine e dell'obbedienza, che rendono la vita di un istituto noiosa, pesante e fanno nascere sentimenti di disgusto e d'indifferenza. Nulla si richiedeva ai fanciulli che non era strettamente necessario per garantire l'ordine, l'educazione e la morale. E neppure la disciplina era ridotta ad una lotta piccina di mancanze o punizioni. Le punizioni puerili erano sconosciute, e per tutte le età la ragione era una guida e un freno in certo modo sufficiente. La funzione del maestro assistente dev'essere la missione dolce e cara della madre, e non la severa occupazione d'un sorvegliante pronto sempre a reprimere e a punire. Il ragazzo capisce bene chi lo tormenta col sussiego dell'età, della forza, del comando, e chi lo circonda di mille affettuose attenzioni e chi si preoccupa di lui e non di altre cose. I bambini venivano ricreati, divertiti, sorvegliati amorosamente, occupati amorosamente e moderatamente; e non mai intristiti in mezzo a sciocche e pretenziose pedanterie. Chi presiede alla direzione di questa istituzione ha da essere padre e madre ad un tempo. Coi fanciulli bisogna essere sempre ilare e dolce, ma fermo. Igiene. «L'Italia senza geli, senza nevi, senza calori torridi dovrebbe essere il paese dell'infanzia florida e prosperosa, come è il paese dei fiori. Ma sventuratamente ciò non accade perchè in Italia non solo l'infanzia e l'adolescenza non sono protette da leggi speciali, ma su di esse esercitano maggiormente le loro influenze deleterie le cattive condizioni morali, economiche ed igieniche, nelle quali vivono in generale le classi lavoratrici.» Preoccupato da ciò, io mi studiavo di far mettere in pratica le norme igieniche che i moderni pediatri danno e per quanto i mezzi me lo consentivano. Esigevo perciò molta nettezza nel corpo e nel vestiario. Non permettendo l'istituzione il bagno settimanale, per mancanza del necessario, lo consigliavo e, all'occorrenza, lo raccomandavo ai genitori dei fanciulli stessi. Mai ho represso, anzi ho assecondato la loro naturale irrequietezza e attività, lasciandoli liberamente correre, saltare; proibendo però, allorchè sudati, di fermarsi e, molto meno, di sedersi. Ricreazione. La ricreazione libera era pei fanciulli l'ora veramente ricreativa, perchè gioconda, movimentata, ristoratrice. Ogni fanciullo si trastullava a suo bell'agio, si accompagnava col fanciullo a lui più simpatico, poteva, sempre nel limite del conveniente, sgambettare, correre, saltare, parlare, discorrere e cantare come voleva. Ma anche in quest'ora di piena libertà non mancavo di richiamare l'attenzione dei piccoli frugoli, di sorvegliarli con affetto e di studiarli con intelligenza. In ricreazione il bimbo si rivela e manifesta sinceramente i suoi caratteri e le sue tendenze. Educazione morale. L'educazione morale era in tutte le ore, in tutti i minuti, in ogni esercizio, in ogni occupazione, in ogni parola. Essa non veniva insegnata come una lezione, ma con la forza dell'esempio, colla vita stessa, procurando che l'ambiente fosse stato tutto una benefica suggestione. Ho sempre prevenito ed arrestato le violenze; ho inspirato sentimenti altruistici; ho abituato alla sincerità, alla temperanza e al lavoro. I mezzi sono stati semplici, ma assidui e inspirati al grande amore per i figli del popolo; a quell'amore, che non è debolezza, ma che è energia calma, serena, irremovibile, che penetra l'animo del fanciullo con la persuasione. Pur troppo è questa la parte che più costa e che più esaurisce nel Ricreatorio; ma come non curare l'educazione dei sentimenti, degli affetti, dei pensieri, delle parole e delle maniere? Ora più che mai si deve impedire l'avvelenamento dei cuori dei bimbi. Non di rado s'insinuano idee e teorie materialistiche e si tenta di scuotere il sentimento religioso, che tanto contribuisce all'educazione morale. Nel santuario di certe famiglie sovente i genitori non sogliono o non possono impartire ai loro figli una sana e forte educazione: nè sono infrequenti il malo esempio, le cattive abitudini, la vita scorretta, che esercitano influenza deleteria sugli animi dei figli, togliendo ad essi ogni sentimento del dovere. L'opera educativa si deve intensificare nella formazione del carattere, mettendo a base una giusta intuizione del concetto ideale della vita, una ferma risolutezza della volontà, un vivo coraggio nelle proprie opinioni, e una continua coerenza nella propria condotta e nella coscienza del proprio valore. Così facendo i fanciulli venivano abituati ad avere il cuor più onesto e l'anima più grande. Non esagerate esigenze, nè osservazioni e correzioni incessanti ed inutili, che snervano la volontà e portano all'indifferenza e allo scoraggiamento, ma abitudine costante e amorosa del fanciullo a cercare dentro di sè l'approvazione o il biasimo delle sue azioni. Ecco a quali principi è stata inspirata la mia opera educativa. Un vivo e forte sentimento d'italianità ha guidato sempre e pensieri e atti di tutti i fanciulli. E perchè tale sentimento trovasse la naturale sua espressione ed il suo naturale appagamento, nelle occasioni solenni, quali la proclamazione dello Statuto, il XX Settembre, la nascita del Re, della Regina, l'anniversario della morte di Vittorio Emanuele II, di Re Umberto I di Savoia, di Garibaldi Giuseppe ecc. ecc., così non ho trascurato di ricordare agli alunni i fasti della Patria, la storia del nostro risorgimento, i più grandi fatti dell'umanità, da quelli che hanno spezzato le catene degli schiavi, a quelli che hanno dato una patria indipendente e libera, temuta e grande. «Il giovane spirito dell'infanzia è il campo della futura messe; esso contiene la società nuova. Gettiamovi dunque buoni germi: mettiamovi la giustizia, mettiamovi la gioia.» I progressi intellettuali, disse Sighele, sono innegabilmente dovuti al genio di qualche individuo; i progressi morali sono sempre dovuti all'opera oscura delle moltitudini. Se in tutte le scuole d'Italia ci studiassimo concordemente e coscienziosamente di avvezzare i fanciulli a farsi un giusto concetto del nostro paese, fornendo loro nozioni chiare, precise, esatte in cambio di frasi rimbombanti e vuote; se facessimo loro comprendere che il disprezzarci e il dirci ingiuria da regione a regione, da paese a paese è la stessa vergogna che lo screditarsi a vicenda tra i membri di una stessa famiglia; se non permettessimo assolutamente mai nè a loro, nè, tanto meno, a noi stessi, neppure un lieve scherzo su questo punto, se anzi ne cogliessimo sempre occasione per contrapporre all'idea di un difetto rimproverato ad alcuni nostri connazionali, quella di un loro pregio; ad un'onta, una gloria, avremmo giovato assai più all'educazione nazionale che non facendo ripetere freddamente imparaticci mal compresi sul dovere di amare la Patria. L'opera dell'educazione morale e civile si deve riassumere nella formazione del carattere, mettendo a base una giusta intuizione del concetto ideale della vita. Intanto ognuno dovrebbe lavorare ignorato e tranquillo, come gli artefici che innalzarono le magnifiche cattedrali del medio evo, dei quali non si conoscono i nomi, ma tuttora si ammirano le costruzioni gigantesche: e l'opera benefica di vera educazione morale e pura redenzione civile, trasmessa con la fiaccola della vita di generazione in generazione, sfiderà anche più a lungo di quelle, l'ira dei secoli. I Decaloghi. Il Galateo, il Decalogo civile del fanciullo e quello della strada, che si riproducono in appendice, sono stati il compendio dei precetti, che si sono svolti agli alunni del Ricreatorio. Per suscitare poi nell'animo di essi ripugnanza all' alcoolismo e per convincerli del danno terribile ch'esso arreca e all'individuo che lo possiede e alla società intera, i ragazzi hanno avuto sott'occhio dei quadri sui tristi effetti prodotti da questo vituperevole vizio. Contro la parola triviale, contro l'oscenità e la bestemmia è stata rivolta ogni diligenza mia. Un malo andazzo di licenza le bestemmie e le imprecazioni orribili, che paiono forse, a parolaia, che i fanciulli imitano dai peggiori per incoscienza, taluni, affermazioni di insane energie o di libertà, hanno prodotto in me un non so che di disgustoso. E con opera assidua, pertinace, instancabile mi son dato a far scomparire ogni forma di turpiloquio. L'elemento estetico. Estetica e Ricreatorio sono due parole che sembra strano trovarle l'una vicino all'altra. Che ha di comune, direbbe qualcuno, la scienza del bello con i banchi e gli arnesi del Ricreatorio? Parlateci di elemento intellettuale, fisico e morale; poichè la parola estetica ci sembra una parola vuota di senso, una scienza di cui si può dire come della poesia: che cosa ci porta di nuovo? Eppure tra il Ricreatorio e l'estetica vi ha un rapporto di buon senso, un rapporto senza del quale il prodotto educativo sarebbe impossibile, perchè senza la coltura del sentimento estetico non è possibile far del Ricreatorio una fonte di educazione. «L'arte per l'arte, dice Mario Pilo, cioè l'arte per la conservazione e la moltiplicazione della bellezza, di tutta la bellezza; della bellezza infinita, sensoriale, sentimentale, intellettuale, ideale: e siccome la bellezza è piacere e l'arte è per il piacere, per la gioia, per la felicità fisica e psichica di chi la fa e di chi la gusta.» Le emozioni estetiche strappano all'egoismo ed alla volgarità, purificano ed elevano le anime, predispongono ad amare; e le anime, specie quelle dei fanciulli, dal piacere sensibile si elevano a grado a grado ad un sentimento estetico abituale. Nel Ricreatorio, dove si deve cominciare a formare l'abito alla morale, dove si devono cominciare a rinsaldare i vincoli dell'amicizia e della solidarietà, non deve, non può mancare il concorso dell'estetica, sia nell'abbigliamento del locale, sia nella parola del maestro assistente, sia nei lavori di disegno, calligrafia, musica, canto, lavoro manuale e ginnastica. Il bello parlando al cuore il suo potente linguaggio fa provare emozioni profonde, diletti misteriosi, entusiasmi sublimi. L'istruzione. Se l'educazione morale e la disciplina hanno avuto le cure e le attenzioni più sollecite, ancora maggiori ne ha avuto l'istruzione, che consideravo come uno dei compiti se non importante, almeno necessario. L'azione del Ricreatorio è stata guidata ed illuminata dal concetto e dal desiderio di procurare che la salute e la vigoria fisica dei fanciulli fossero state tali da permettere loro di applicarsi efficacemente, gioiosamente allo studio e di giovarsene in seguito nei molteplici uffici della vita pratica. Per la qual cosa nel Ricreatorio si è espletato ogni anno il seguente programma: Ginnastica - Canto corale - Scuola di recitazione - Studio di poesie patriottiche - Lavoro manuale Letture morali e patriottiche - Conferenze igieniche - Giuochi ginnici - Passeggiate in campagna - Escursioni - Gite d'istruzione - Musica ecc. Per gli esercizi di ginnastica libera gli alunni disponevano di tutti gli attrezzi necessari: bastoni, appoggi, anelli, trave d'equilibrio, pertiche e funi per la salita. Il cortile di S. Francesco è stato il vasto campo, ove gli alunni si sono dedicati con grande passione al giuoco del « Fout ball », della palla a sfratto, del cavallo, della cavallina vivente e di cento altri giuochi, che appassionavano l'anima infantile e soddisfavano l'istintivo bisogno di moto. E in tutto l'alternarsi di giuochi e di grida festose, il sole amico sorrideva e l'aria pura riempiva i polmoni. Nell'infanzia ogni cosa si desta, fermenta, bolle; e dove non si giuoca, dove la noia, lo scoraggiamento, la mollezza hanno eletto il loro domicilio, vanno ad albergare tutte le più tristi forme d'immoralità; le ricreazioni faticose e divertite, le occupazioni esteriori ed intelligenti sono uno sfogo, una diversione salutare. Un Gesuita del collegio scozzese di Ascott, domandato dal barone De Coubertin, se, per avventura, la molta libertà data ai fanciulli non riuscisse dannosa alla loro moralità, rispose: «Ma no; è solo l'anemia fisica che porta seco l'anemia morale, e noi qui formiamo i giovani larghi di spalle, e perciò larghi d'idee e di aspirazioni ». «L'opera riparatrice della società, che corrisponde a sensi di giustizia, di equità, d'amore, se costerà sacrifizi di mezzi, di persone, di tempo, varrà però ad evitare alla società turbamenti dannosi e sarà feconda di tali risultati da corrispondere grandemente e degnamente ai sacrifizi compiuti.» «Ogni fanciullo che delinque non è che la vittima di un delitto, che altri ha commesso contro di lui. » Giuochi liberi all'aperto. Nulla è più istruttivo, per la conoscenza del carattere di un fanciullo, quanto l'osservare cosa egli fa liberamente quando finisce il suo lavoro, quando riposa, quando traspaiono nei suoi giuochi le tendenze e la natura dell'animo suo. In forza di questo principio molta importanza ho dato ai giuochi liberi all'aperto. E qui se qualche piccolo prepotente abusava della propria forza contro un debole, questi accorreva subito alla mia protezione paterna, che interveniva; e poi conversando amorevolmente da solo a solo col forte, gli facevo riconoscere il torto da lui commesso. Nello stesso tempo mi studiavo di scavare un solco nell'anima tenera e di deporvi un germe di bontà, di tolleranza e d'altruismo. E non di rado avveniva che un piccolo offeso trovava subito protezione in qualche ragazzo più grande presente, che ammoniva o che confondeva il tristarello con buone parole. Così i fanciulli stessi sotto l'influenza d'una educazione civile, che generava la nausea della volgarità, s'infastidivano delle laidi espressioni, eco del turpiloquio delle strade e alle volte di certe case. Escursioni e passeggiate. Le domeniche di sole erano giornate di gite. I ragazzi tutti, provvisti di una modesta colazione, marciavano, con la fanfara in testa, per le vie ridenti della campagna, sempre guidati e accompagnati da me. Se qualcuno pensava di restare, subito il piacere di ricrearsi all'aria libera vinceva la fiacchezza e l'indolenza. E come si attendevano le belle giornate! E quando si ritornava, si passava in bell'ordine per le vie della città, seri e fieri nella nuova e bellissima uniforme garibaldina. «Tornano con le guancie rosse per il moto affrettato del sangue, con gli occhi splendenti di gioia, col portamento più franco, sotto la guida del loro Direttore, il maestro Enrico Franciosa, che dedica alla bella istituzione civile tutte le sue cure e il suo affetto » ebbe a dire il giornale "Il Lavoratore" nel N.° 7 dell'anno 1912. Cosi abituando ad apprendere e a gustare tutte le gioie e le bellezze della madre natura, i piccoli figli del popolo fatti uomini, non cercheranno il piacere nei giorni festivi nelle bettole fumose e fetenti, rintonanti di rauchi canti avvinazzati e di luride bestemmie contagiosissime. Giuochi di sala. Nei giorni piovosi o rigidi i ragazzi si raccoglievano nelle sale del Ricreatorio, e là intorno al tavolo, o fra i banchi o sulle sedie, alcuni giuocavano ai dadi, altri all'oca, altri al domino o alla tombola e i più piccoli con pesi di legno o con mattoni costruivano palazzi, che poi disfacevano per modellare ponti, campanili, casupole, ecc. Tutti gli esercizi, tutti i giuochi con steccone, bastoncini, piastrini, mattoni ecc. venivano fatti con una sana e Serna applicazione delle gaie letture fatte su vignette, dei racconti esposti. Letture, conferenze e proiezioni. Presso la Direzione esiste una piccola biblioteca, dono di un uomo gentile il sig. Vincenzo Brocchi. Questi con generoso e sentito sentimento di affetto perenne istituì questa biblioteca in memoria di suo suocero Dottor Masciola. Conta per ora circa 60 volumetti e tutti i ragazzi dalla 1a classe alla 6a trovano sempre qualche cosa che si addice alla loro età ed al loro sviluppo intellettuale. Quando un popolo ama i libri e legge molto, dà bene a sperare per il suo elevamento morale ed intellettuale. E i piccoli del Ricreatorio amavano la lettura, perchè appena terminato di leggere un libro, ne volevano un altro; e questo portavano a casa, avvolto con cura in un foglio. Così il Ricreatorio non abbandonava l'alunno neppure nella sua casa; la sua opera educativa continuava dentro e fuori l'istituzione. Nei giorni, poi, in cui gli alunni avevano pochi lavori scolastici, si leggevano ad essi brani di libri più importanti, da cui potevano apprendere serie cognizioni ed utili ammaestramenti intorno alla vita sociale. Per rendere poi queste letture più attraenti e più piane, ognuna di esse era accompagnata da spiegazioni e commenti particolareggiati. Le conferenze erano tenute dall'insegnante assistente e trattavano i soggetti più vari e più adatti a dare agli alunni nozioni utili ed interessanti. Erano sempre conferenze che portavano dentro il Ricreatorio la nota viva e vera della vita reale, anzi si aveva somma cura di trattare degli avvenimenti che s'imponevano per mezzo della stampa all'opinione pubblica. Con ciò non si ha da credere che i fanciulli avevano ad occuparsi di politica, no; si era mosso solo dal vivo desiderio di tenerli bene informati di quanto succedeva di più saliente nella vita della nazione, cercando d'insegnar loro che, fatti adulti e prendendo parte alla vita agitata pubblica, avessero a portare tutta la gentilezza squisita del cuore, tutta la fermezza sapiente dell'ingegno. Lavoro manuale. Come la base della vita umana è il lavoro, così la base di tutta o quasi tutta l'istruzione del Ricreatorio è stato il lavoro manuale. Questo, se per le scuole è un bisogno, per il Ricreatorio una necessità. Oggi più che mai si manifesta il bisogno, anche per ragioni sociali e per il fine che ciascuno deve conseguire, che il lavoro manuale sia introdotto come una istituzione di carattere perfettivo, che allarghi ed estenda il movimento educativo nella vita pubblica ed accompagni il futuro cittadino fin sulla soglia di essa. In quasi tutti i fanciulli v'è nelle agili dita uno spirito irrequieto, attivo di costruzione e di modificazione abbellitrice, che appaghi l'occhio. E quelle manine hanno trovato nel Ricreatorio l'occupazione necessaria. La sala, in tutti i giorni e per quasi un'ora, non era che un'officina gioconda. Tutti erano in moto. Chi tagliava, chi tesseva, chi intrecciava; qualcuno zufolava beatamente lavorando e chi si studiava di terminare un lavoro e chi un altro. I bimbi delle prime classi costruivano facili lavori froebelliani, in cartonaggio, in truccioli, come portagiornali, cornici, portaspazzole ecc. ecc. Nella sala della Direzione Didattica c'è una piccola esposizione permanente dei lavori, per i visitatori. Il lavoro non assumeva mai l'aspetto d'un compito imposto, ma il ma il giocoso e spontaneo lavorio educativo che sviluppava i sensi e l'intelligenza, che abituava all'osservazione, al giudizio sicuro e al raziocinio retto. La mano così diveniva agile ed addestrata a provvedere da sè alle piccole cose e si preparava a far risparmiare il lungo tirocinio nella bottega di qualche arte o mestiere. E famigliarizzando con gli elementi del bello, dell'ordine, della proporzione e dell'unità, si affinava nel ragazzo il sentimento naturale ed artificiale, accrescendo le poche gioie della vita. Istruzione musica e canto corale. Il canto e la musica nell'educazione hanno grande importanza, e sono potenti fattori di progresso fisico e morale, perchè fondati sopra una base fisiologica e psicologica. Da tempo è stata riconosciuta la importanza dello studio musicale; ed è perciò che esso ha avuto una parte notevole nella vita del Ricreatorio. Tutti i giorni per mezz'ora gli alunni (gruppo fanfara) venivano istruiti nei primi elementi di musica. In pochi anni di assidua applicazione sono riuscito a formare della sezione un discreto concertino musicale, che in ogni occasione non ha mancato di far conoscere il suo progresso. Due volte alla settimana poi gli alunni inscritti alla sezione del canto corale venivano istruiti nella teoria musicale e negli esercizi di solfeggio. Vennero eseguite alcune cantate a voce scoperta e altre con accompagnamento di un'orchestrina composta di ragazzi del gruppo fanfara. Vacanze annuali. Le vacanze annuali, due lunghi mesi diventano due mesi d'ozio indisciplinato. Dall'agosto all'ottobre le scuole son chiuse ed i fanciulli corrono i pericoli fisici e morali delle lunghe e calde giornate passate nelle strade, in mezzo al sudiciume, che inquina i corpi e che perverte le anime. Per ovviare a tale e tanto gravissimo danno il Ricreatorio ha sempre funzionato. Al mattino tutti gli alunni avevano una scuola di ripetizione, sia per far preparare alla prova di ottobre i ragazzi ritenuti nella prova di luglio, sia per non lasciare del tutto inoperosi quelli già approvati per la classe superiore e sia ancora per dare alle famiglie dei poveri operai il conforto di sapere che i propri figli non erano interamente liberi alla scuola della strada. APPENDICE DECALOGO DELL' IGIENE 1° Ricordati che per essere felice e contento al mondo si deve essere sano, perchè la salute è il più prezioso dei beni. 2° La sporcizia è uno degli elementi che favoriscono le malattie; e perciò cerca di tenere la tua persona e le tue vesti sempre pulite. 3° Tutte le mattine lavati la faccia con acqua fresca; lavati il collo, la nuca e le mani con acqua e sapone e pettinati il capo. Porta le unghie sempre corte e pulite. 4° Una volta al mese fa un bagno generale, e almeno ogni dieci giorni lavati i piedi. 5° Non ti insudiciare il vestito e spolveralo ogni giorno all'aria aperta. Allontana sempre la polvere e le immondizie. 6° Il vino, tutte le sostanze alcooliche, il fumo e il mangiare abbondantemente e affrettatamente fanno molto male alla salute; e perciò non fumare mai e non assaggiare mai liquori. Quando hai sete bevi solamente acqua pura. Sii parco nel mangiare e mastica bene e a lungo ciò che mangi. 7° Nella tua bocca, nel tuo naso e sulle tue mani possono trovarsi i germi di diverse malattie; e perciò per non nuocere agli altri e a te, quando hai la tosse metti il fazzoletto o la mano innanzi alla bocca, sputa nelle sputacchiere, non metterti le dita nel naso o in bocca e lavati le mani con acqua e sapone prima di mangiare. 8° Sulle sostanze alimentari e nelle frutta si possono trovare germi di molte malattie; preferisci perciò gli alimenti cotti e caldi- perchè il fuoco distrugge i germi - e lava sempre la buccia alle frutta che devi mangiare. 9° L'aria pura è necessaria ai tuoi polmoni, al tuo sangue e quindi alla tua salute; e perciò la mattina appena esci di letto spalanca la porta o la finestra della tua casa e respira a pieni polmoni; lavora all'aria aperta, quando lo puoi, evitando però l'umidità e le correnti d'aria. 10° La vita di onesto ed attivo lavoro è necessaria alla serenità del tuo spirito come l'esercizio fisico è necessario a tonicizzare i tuoi nervi, a rinvigorire i tuoi muscoli e a dare agilità e sveltezza al tuo corpo. E perciò non stare mai in ozio, va a letto presto la sera e levati presto la mattina. DECALOGO CIVILE DEL GIOVINETTO 1° Ricordati che lo scopo della tua vita dev'essere quello di giovare alla famiglia, alla società e al tuo paese. 2° L'interesse tuo personale sia sempre sottomesso al bene di tutti. 3° Difendi i deboli, soccorri i vecchi e ama i poveri. 4° Di' la verità sempre, ad ogni costo, se voi essere creduto e stimato. 5° Ricordati di eseguire scrupolosamente i tuoi doveri, quando sarai grande, sul lavoro, nella società. 6° Studia con amore la tua bella lingua, perchè tu impari a non parlare e a scrivere bene. 7° Tienti pulito nella persona e nelle vesti se vuoi mantenerti sano ed essere bene accolto da per tutto. 8° Rispetta la strada, le piante e i monumenti pubblici, perchè la tua città sia bella e ammirata. 9° Saluta ed interroga con modi cortesi e rispondi ad ognuno gentilmente; non essere prepotente con nessuno. 10° Ricordati che chi maltratta le bestie dimostra animo cattivo. DECALOGO DELLA STRADA 1° La strada è la casa di tutti. Avvezzati a considerarla non come un luogo destinato ai tuoi giuochi, ai tuoi divertimenti, alle tue monellerie e ai tuoi comodi. 2° Ogni inconveniente, ogni danno, che tu ad essa arrechi, è una mancanza di cui devi render conto alla società ed ai cittadini, che hanno tutto il diritto, quando ti vedono commettere qualche monelleria, di ammonirti. 3° Se un ingombro sulla via ti dovesse ostacolare il compimento dei tuoi doveri, non ti lagnare, pensa quante volte tu stesso coi tuoi baccani hai arrestato il movimento dei cittadini. 4° Se rispetti la casa devi rispettare la strada. L'educazione d'un popolo si giudica innanzi tutto dal contegno che egli tiene per la strada. Dove troverai la villania per le strade, troverai la villania nelle case. 5° Se vuoi avere bella, pulita, decente la strada, sii decente e pulito tu stesso nel corpo, nelle vesti e nelle parole. Non lordare muri, porte, ringhiere e monumenti con le più sozze e sciocche figure e iscrizioni. 6° Non gettare sulla pubblica via immondezze, non sollevare mai la polvere della strada, non sputare dove vien viene, non danneggiare le piante, non tirar sassi, non stuzzicare gli animali. 7° Mostrati sempre educato, cortese, gentile e compiacente coi cittadini come coi forestieri. 8° Avvezzati a rispettare la vecchiaia, la miseria, il lavoro, 9° Non andare incontro ai pericoli e non provocarne con l'arrampicarti sui muri, carri, tramvai, alberi, cancelli ecc. Non disturbare gli altri col tuo portamento, con grida, schiamazzi, chiamate inutili, insulti triviali e indecorosi. 10° Rispetta soprattutto le scuole, gli ospedali, i circoli d'istruzione e d'educazione, che servono non solo all'istruzione, all'assistenza e all'educazione di tuoi concittadini, ma anche all'istruzione, all'assistenza e all'educazione tua stessa. GIUDIZI E COMPIACIMENTI Avvocato Gennaro Ripandelli -- Melfi. Casa, 25-4-1911 «Mio caro maestro Franciosa, Vi ringrazio della vostra bella relazione sul nostro Ricreatorio per l'anno o nell'anno 1909-1910. La vostra è una buona azione, e tanto più buona perchè arriva opportuna a richiamare l'attenzione dei cittadini sopra una santa istituzione, alla quale tutti, senza preoccupazione e passione di parte, dovrebbero dare il loro contributo. Sia lode a voi dunque, e faccia Iddio che le ire partigiane e malsane non turbino lo sviluppo del nostro Ricreatorio. Con una cordiale stretta di mano credetemi sempre G. RIPANDELLI. » Il Prefetto Commissario Civile per la Basilicata. Potenza, 2 maggio 1911. « Egregio Signore, Mi compiaccio vivamente della efficace sua opera educativa diretta allo incremento d'una fra le più importanti istituzioni sussidiarie della scuola popolare. Le auguro di conseguire mandato, e mentre le porgo le mie azioni di grazie per il sempre maggiori soddisfazioni nel disimpegno del delicato il più fervido voto per il progresso morale e materiale del gentile invio del suo recente opuscolo sul Ricreatorio, formo nobilissimo istituto. Con distinta considerazione Quaranta Vincenzo » Insegnante Quaranta Antonio -- Melfi. Melfi, 7 maggio 1911. « Carissimo collega, Grazie della bella relazione sul Ricreatorio, che mi hai mandata. L'ho letta con piacere, e mi compiaccio con te per l'opera buona compiuta, opportunamente in questo momento turbinoso in cui s'è tentato menomare il prestigio della scuola con basse ed infami calunnie. Hai dato un altra prova che il Corpo insegnante di Melfi ha sempre mirato in alto, luminosa facendo della sua nobile missione un vero apostolato di amore e di santa abnegazione in pro dei figli del popolo. Continuiamo per la nostra via sereni e tranquilli, con sempre crescente fede nei destini della nostra patria diletta, e daremo così la migliore risposta ai nostri maligni detrattori, che resteranno confusi ed avviliti. In alto i cuori e sempre avanti. Ti saluto con affetto. Tuo A. QUARANTA. » Avv. cav. Pistolese Giuseppe - Melfi. Melfi, maggio 1911. «Caro Maestro, Vi ringrazio per l'invio della vostra ultima pubblicazione. Io che come componente del Patronato ebbi a constatare le cure assidue e intelligenti che consacraste con entusiasmo alla nobile istituzione, trovo nel vostro libro la migliore conferma. Saluti cordiali. Vostro G. PISTOLESE.» Archivista Notarile Vincenzo Sacchitella -- Melfi. Melfi, maggio 1911. «Preg.mo Sig. Enrico Prof. Franciosa - Melfi. Ho ricevuto il tuo opuscolo "Melfi e il Suo Ricreatorio". Grazie di cuore. Già il suo contenuto mi era noto, perchè da te letto nell'adunanza della Commissione del Patronato Scolastico, di cui facevo parte e che ti tributò le meritate lodi per l'opera tua energica ed amorevole spesa a vantaggio di una nobile e pietosa istituzione. Ora sento il dovere aggiungere i miei personali compiacimenti. Abbiti una stretta di mano dal tuo amico VINCENZO SACCHITELLA. » R. Ispettorato Scolastico - MelfiMelfi, 24-10-1914. «Gentilissimo sig. Franciosa, A codesti baldi giovanetti del Ricreatorio ed a V. S. che abilmente li educa a nobili sensi rendo vive grazie per gli auguri ed i fiori offertimi, graditi dall'animo mio, come segno di affetto sincero sentito e promettente. Cordialmente saluto SALERNO R..» Dalla Relazione sul tema "Che cosa deve fare il maestro per assicurare l'assidua frequenza degli alunni alla scuola, letta dal Prof. Zappella Costantino nelle Conferenze Magistrali di Melfi. PAG. 15. "Si istituì anche la fanfara con abito e berretto uniforme; si somministrò agli alunni poveri la refezione, ed il Ricreatorio, per unità d'indirizzo, di responsabilità e di andamento, fu affidato al collega Franciosa, il quale vi attese con zelo ed assiduità. L'anno testè decorso poi, il Ricreatorio, affidato nuovamente al collega Franciosa, si è messo alla pari di quelli delle principali città d'Italia." "Il Lavoratore", Anno VII, — Melfi, 10 marzo 1912-N. 7. «GLI ALUNNI DEL RICREATORIO POPOLARE. «Da qualche tempo per le vie del paese, come papaveretti fiammanti, passano gli alunni del nostro ricreatorio, nella nuova e bellissima uniforme garibaldina. Sfilano in bell'ordine, serii e fieri, con la fanfara in testa che suona marce militari ed escono dalla città per acquistare salute e forza nelle passeggiate ginnastiche per le vie campestri. E ritornano con le guancie rosse per il moto affrettato del sangue, con gli occhi splendenti di gioia, col portamento più franco, sotto la guida del loro Direttore, il maestro Enrico Franciosa, che dedica alla bella istituzione civile tutte le sue cure e il suo affetto. Ecco un'altra istituzione, che ha avuto per virtù dell'Amministrazione Popolare risveglio e vigore: languiva ormai abbandonata e senza alcun entusiasmo, ora rinasce in mezzo alla simpatica attenzione della cittadinanza, perchè ognuno capisce fa ogni giorno progressi, si esercita una efficace attrazione sui figli del popolo, che abbandonano l'ambiente corruttore della strada e entrano in un ambiente sano e civile, nel quale si irrobustisce il corpo e si educa l'animo. Poichè oltre le passeggiate, il Ricreatorio ha l'insegnameneto della ginnastica, dei lavori manuali, e di ogni altra disciplina che insieme divaghi ed educhi il fanciullo.» "Il Lavoratore" - Anno VII - Melfi 9 gennaio 1912, n. 15 «Solo al Ricreatorio si è fatto qualche cosa, ma esclusivamente, per buona volontà del maestro Franciosa e per personale iniziativa del Sindaco, il quale direttamente ha acquistati gli strumenti della fanfara ed ordinate le divise da garibaldini.» " Il Lavoratore" - Anno VII - Melfi, 3 dicembre 1912 N. 30. «IL RICREATORIO POPOLARE. Con vera soddisfazione segnaliamo i grandi progressi che il nostro Ricreatorio per l'incremento dell'educazione fisica e morale dei fanciulli, vien facendo, mercè l'impulso dell'attuale Amministrazione Comunale e per la solerzia del suo Direttore Tecnico, Enrico Franciosa. Il numero degli alunni è aumentato notevolmente; la fanfara che prima aveva solo 11 strumenti ora ne ha 23; come pure le uniformi da garibaldino sono aumentate da 20 a 40. «Il Direttore, Enrico Franciosa, che molto si adopera a favore di sì nobile istituzione, ha iniziata una pubblica sottoscrizione allo scopo di istituire un fondo per la premiazione degli alunni, che così potranno affezionarsi ancora di più alla loro scuola di educazione. Apprendiamo intanto con piacere che S. E. il Principe Doria-Pamphilj, per il suo Agente di Melfi, ha aderito con un sussidio di L. 225. Esprimiamo l'augurio che altri enti morali vorranno imitare l'esempio del Principe Doria. Il Ricreatorio, come istituzione laica e di assistenza sociale, ha bisogno della maggiore cura da parte di tutti, per l'alto fine morale cui vuol conseguire.» "Corriere delle Puglie" - Anno XXIX - Bari, 22 agosto 1915-N. 233. «... egregiamente funziona anche il numeroso e disciplinato Corpo di giovani esploratori, sotto l'instancabile direzione del prof. Franciosa Enrico, che tanto bene ha avviata la sua diletta fanfara del Ricreatorio. Essi fra l'altro, hanno cura dei soldati feriti che transitano da questa stazione ferroviaria, dando loro, a spesa del Comitato, ciò di cui normalmente ha più bisogno il viaggiatore. I feriti, che per ragione di mancate coincidenze debbono pernottare a Melfi, hanno dal Comitato vitto ed alloggio e l'indomani i bravi esploratori in carrozza li accompagnano alla stazione, eppoi redigono il loro dettagliato rapportino.(Ocirne). » "Il Giornale d'Italia" - Anno XV - Roma, 24 settembre 1915-N. 266. «I GIOVANI ESPLORATORI A Melfi. Anche noi, in quest'ora di rivendicazioni nazionali e di solenni affermazioni patriottiche, abbiamo un magnifico drappello di Giovani Esploratori. Il maestro elementare prof. Enrico Franciosa, che della sua carriera fa un vero apostolato, ha saputo in breve tempo organizzare circa cinquanta giovanetti, che ha ben disciplinati e che istruisce in ogni giovedì e domenica: in questi giorni, il simpatico manipolo, della bella uniforme, ordinato militarmente, al comando del capo-squadra D'Addezio Antonino, percorse le vie della città, preceduto dalla brava fanfara del Ricreatorio popolare anch'essa dovuta alle infaticabili cure del prof. Franciosa: indi, si reca in piazza d'armi per le esercitazioni di obbligo.» "Corriere delle Maestre", Anno XIX - Milano 28 novembre 1915, n. 8 « Al completo le istituzioni integratrici della scuola primaria e popolare: il Patronato, che lo scorso anno, fornì indumenti, quaderni, libri e refezioni a ben cinquecento allievi; le bibliotechine pei giovinetti e quelle di cultura per i maestri; il ricreatorio; il corpo dei piccoli esploratori con la fanfara, che suole associarsi a' momenti di entusiasmo patriottico ond'è suscettibile la cittadinanza. Di tali provvidenze, che sono pure caldeggiate dall'egregio direttore didattico, sig. Bergamasco, è anima l'instancabile insegnante, sig. Franciosa, pel quale la scuola è apostolato. Indimenticabile, in vero, l'impressione ricevuta l'11 c. m., ricorrenza nazionale, vedendo il piccolo corpo musicale dal grazioso uniforme e dal passo militare, guidato dal detto Franciosa, e seguito da un drappello di minuscoli garibaldini dal camiciotto rosso, percorrere le vie della città, sonando inni patriottici. (Goffredo).»




Bonitatibus Giuseppe

La scuola industriale in Basilicata. Prolusione all' anno scolastico 1903-04, nella R. Scuola d'Arti e Mestieri di Potenza. ???,??? 1904

Signori, Come gli uomini, le cose o le regioni, hanno il loro quarto d'ora di ribalta nella molteplice vicenda della vita. Da un poco in qua, per esempio, sul piedistallo dell'interesse collettivo, è stata collocata, abbastanza in luce, una fra le più povere, ma anche fra le più nobili provincie ne: La Basilicata. Ne trattò nella sua poderosa opera «Nord e Sud» il Nitti; la difese dalla tribuna parlamentare e la illustrò, l'On. Ciccotti; la venne a visitare un vecchio, Capo del Governo, l'on. Zanardelli; ne hanno scritto, con competenza, in due laboriose monografie, l'On. Lacava e l'ing. Spera; se ne occupa ora con una serie di articoli su giornali politici, l'on. Materi. Tutto questo nel breve volgere di pochissimo tempo, quasi come se una angosciosa premura incalzasse questi uomini egregii, quasi come se tra essi e tra una moltitudine di altri concittadini che, se non ne hanno scritto ne hanno certamente discusso ed a lungo, si fosse sviluppata come una febbre di interessamento. Eppure la Basilicata esisteva già, anche prima che l'On. Presidente del Consiglio la venisse a scoprire, ed alle disperate condizioni odierne non è giunta per un cataclisma atmosferico o geodinamico, nè per un crac di Borsa, ma a gradi, ma lentamente, ma fatalmente! Aggregata alla grande nazione italiana, questa nostra povera regione, per la sua innata fierezza e per la nobiltà delle sue tradizioni, non seppe o non volle presentare alla patria il conto del suo patriottismo, e dovettero passare 20 anni prima che la vaporiera portasse nel suo Capoluogo l'alito della nuova civiltà, e ne passeranno, forse, chi sa quanti ancora prima che tutti i suoi centri di popolazione avranno una strada, o una condotta d'acqua, o un filo telegrafico; prima che i suoi cittadini cesseranno di pagare il triste tributo di vite alla malaria ed al tifo. Io non intendo muovere rampogne, chè anzi desidero compiacermi di questo risveglio nostro dall'ignavia davvero vergognosa di tanti anni, e, per quanto mi è dato, desidero di portare il mio modesto tributo alla rigenerazione di questa cara contrada, dove ho giocato da bambino, dove lavoro da uomo, e della quale mi sento figlio, pur non essendovi nato, pel diritto sacro di avere affidato alla sua terra le ossa dei miei cari. Non vi spaventate però. Io non intendo di affrontare l'arduo problema regionale in tutta la sua vasta e scabrosa proteiformità. Troppo esso è difficile e troppe parole si son dette. Intendo invece di compiere un dovere che si integra nelle quotidiane occupazioni della mia vita. Leggendo, e studiando anche, come la serietà dei lavori e degli autori me ne facevano obbligo, tutta la recente bibliografia sulla provincia nostra, ho invano cercato tra le tante proposte qualcuna che si occupasse in modo adeguato del suo sviluppo e del suo avvenire industriale, tutte, o quasi, mirando allo studio del risollevamento dell' agricoltura in questa contrada, generalmente, ritenuta per eminentemente agraria. Ma può, oggi, all'alba di questo secolo ventesimo, che trasmette il pensiero ad enormi distanze senza mezzi tangibili di comunicazioni, e che ha raccolto tutto il faticoso patrimonio di scoperte del secolo decimonono, per cui le braccia umane non possono più sostenere la concorrenza delle macchine che entrano dappertutto, nella casa, nel campo, nell'officina; può oggi una regione, qualunque essa sia, disinteressarsi della quistione industriale? Si può oggi, come una volta, distinguere le regioni in agricole, industriali, commerciali, quando per lo sparire delle distanze, per le cresciute esigenze delle nuove generazioni, per la forma stessa della produzione, ciascuna di queste varie attività si compenetra e si completa nell'altra? Quando il contadino ha bisogno della macchina agraria per produrre, e delle vie di sbocco sui luoghi di consumo, rapide ed economiche, se vuol sostenere la concorrenza degli altri mercati? 50 anni fa, non più che 50 anni fa, quando la posta si distribuiva nei paeselli attaccati sul greppo di una montagna quasi inaccessibile, una volta la settimana, e quando ciascun centro di popolazione doveva pure pensare da solo a soddisfare a tutte le esigenze della sua vita, le piccole industrie locali e casalinghe, se proprio non fiorivano, vivevano almeno: Oggi non più. Non perchè oggi sia cessato o diminuito il bisogno, chè anzi esso è cresciuto a mille doppii per le cresciute esigenze della vita moderna, ma perchè, oggi, quella produzione grossolana, grave, primitiva, non corrisponde più al bisogno nostro, al nostro gusto più fine, alla nuova signorilità delle nostre nuove abitudini, e quel che è peggio, costa di più. Quella sedia tozza, quel tessuto pesante da coatto, quelle serrature mastodontiche, quei mobili antiestetici, quelle maioliche decorate con animali antidiluviani, non appagano più il nostro senso artistico, nè soddisfano le nostre esigenze e la nostra borsa. E quando, a parità di condizioni, dai mercati delle città più civili d' Italia e dall'estero, da tutti i centri industriali e manifatturieri ci può essere fornito tutto ciò facilmente, con risparmio e con l'ap [mancano le pagine 11-12-13-14] suddetto, anche essa è abbandonata al più incerto destino, giacchè gran numero delle Scuole industriali d' Italia non hanno officine, altre le hanno soltanto di nome, perchè prive di gran parte del necessario, come a Potenza, altre non sono di proprietà della Scuola, perchè affidate allo sfruttamento di aziende private, come a Genova. E per citare un esempio, che ci tange tanto da vicino, la nostra scuola ha vissuto i suoi primi 15 anni di vita senza l'ombra di un'officina, mentre pure portava il pomposo titolo di Scuola di Arti e Mestieri. Indubbiamente tutto questo è caos, per riparare il quale, Governo e Parlamento avrebbero l'impellente dovere di intervenire provvedendo con una legge alle seguenti quistioni: 1. - Organizzazione didattica, unica, di tutte le Scuole industriali italiane, classificate in Scuole superiori industriali - Scuole medie industriali-Scuole d'Arti e Mestieri con programmi generali determinati ed identici per tutte le Scuole. Con tale organizzazione si avrebbero 3 tipi di Scuole industriali progressive, dopo le elementari, paragonabili ai 3 tipi delle scuole professionali; facendo così agli operai lo stesso trattamento che ai prediletti dalla fortuna, ed aprendo a quelli, come a questi, una palestra per la prova della propria intelligenza e buon volere, e pel raggiungimento di quella posizione sociale che dovrà formare, con la coscienza civile, la base del benessere. I programmi, generali, sarebbero frazionatamente applicati in ciascuna scuola a seconda del tipo che questa dovrebbe assumere, subordinatamente alle esigenze industriali della regione. Di tal che potrebbe bene una Scuola aver l'uno o l'altro dei vari laboratorii industriali pratici, ma il programma per ciascuna sezione dovrebbe essere sempre lo stesso, poichè non si comprende come un meccanico, od un elettricista, o un intagliatore, qui a Potenza possa essere istruito in maniera diversa che a Milano. 2. - Organizzazione finanziaria unica e sicura di tutte le Scuole industriali d' Italia sotto l'egida di una legge. I Comuni, le Provincie, le Camere di Commercio, possono, nell'interesse dello sviluppo industriale della propria regione, invocare dal Governo il concorso per l'impianto e pel mantenimento di una scuola industriale; ma ottenutolo, il loro contributo nella spesa di esercizio dell'istituto non potrà mai scendere al di sotto di un minimo indispensabile, e tanto meno venir soppresso, senza la volontà di tutti gli Enti del Consorzio e senza che Governo e Parlamento studino e valutino le ragioni materiali e morali del provvedimento. 3.- Costituzione di un ruolo organico per tutti gli insegnanti delle Scuole industriali, con un minimum umano di stipendio per ciascuna categoria e con tutti i diritti e doveri degli altri impiegati dello Stato, cioè trasloco, agevolazioni ferroviarie, pensione di riposo, promozioni per merito e per anzianità, aumenti sessennali, etc. Ed è così semplice, così logico, così umano, questo desiderio di essere trattati come tutti gli altri impiegati dello Stato, che proprio appare strano come in questo momento, dopo 43 anni di vita nazionale, se ne debba ancora parlare ed invocare come una pietosa elemosina un provvedimento di giustizia. 4. - Assegnamento di valore legale alle licenze delle Scuole industriali, alla stessa stregua che in tutti gli altri tipi di Scuole, col diritto agli industriali di pretenderne l'esibizione dagli operai, e col dovere di corrispondere loro almeno un minimum di salario. Ma prima che tutto questo riordinamento generale della Scuola industriale italiana diventi un fatto compiuto, occorre purtroppo molto tempo e molta buona volontà. E intanto a noi del meridionale le necesità incalzano gravi ed impellenti. I nostri giovani operai o coloni emigrano a migliaia, portanti in giro pel mondo l'ignoranza e spesso la maledizione per la Patria lontana, maledizione forse non ingiusta perchè, francamente, noi non sappiamo se a loro pro abbiamo compiuto tutto il nostro dovere. Senza occuparmi dell'insegnamento Agrario, che esce fuori dell' orbita di questo lavoro, che cosa abbiamo fatto noi, Governo ed Enti locali, per l'istruzione e per l'educazione dei nostri operai? In questa nostra provincia che si estende per 10 mila chilometri quadrati e che è popolata da circa mezzo milione di uomini, l'unico istituto industriale che esiste è questa Scuola di Arti e Mestieri. Povera, cara Scuola, che è la nostra pena ed il nostro orgoglio, e che noi affidiamo a voi e a tutti gli uomini di cuore e di pensiero, perchè la difendiate e la sospingiate verso i destini che le sono dovuti. E intanto la sola provincia di Milano conta ben 18 Scuole industriali, quella di Como 17, quella di Napoli 15, di Firenze 10, di Alessandria, Roma, Torino, Novara, Catania, 7 e così via, fino a discendere ad una sola in queste nostre tristi province di Potenza, di Cosenza, di Catanzaro etc. E intanto il Governo spende all' anno per le sole scuole speciali della Provincia di Torino lire 150949, per quelle di Napoli 99000, per quelle di Genova 72700, per quelle di Firenze 36650, per quelle di Vicenza 36400, per quelle di Venezia 33000 fino a discendere alla Basilicata con lire 4000, che erano state anche ridotte, ad onta del decreto reale, a L. 3500, e che solo da qualche anno sono state ripristinate - dopo una campagna promossa dall' On. Consiglio Direttivo e da me, e propugnata da quasi tutti i deputati della provincia e dall' On. Ciccotti. Figurarsi che ci volle tutto l'interessamento di questi uomini egregi per ottenere che fosse portato al concorso normale il sussidio del Governo, stabilito per Decreto Reale; ed occorse un memoriale all'On. Zanardelli Giuseppe, per ottenere una volta tanto un sussidio di lire 1000 per le officine, già stanziate in bilancio! E se per caso mi si obbiettasse che in certe scuole importanti, come e più della nostra, il Governo concorre con somme anche inferiori alle lire 4000, io risponderei subito che, se ciò è vero, non è meno vero, però, che nella maggiore parte dei casi si tratta di scuole serali soltanto, che quelle scuole non hanno officine proprie che assorbono gran parte del Bilancio, e che gli altri Enti concorrono con somme cospicue, come ad esempio a Foggia dove la sola Camera di Commercio accorda lire 38000 annue, a Fermo la Provincia lire 17500, a Cosenza la Camera di Commercio lire 17500, a Livorno il Comune lire 12000, a Napoli Comune e Provincia lire 70000, mentre qui da noi, Comune, Provincia e Camera di Commercio concorrono con sole lire 7500. Tutte queste cifre, però, potrebbero anche non rappresentare nulla di concreto, se non si badasse alla popolazione su cui queste somme sono ripartite ed alla maggiore o minore convenienza della spesa. Per tutte le scuole industriali e commerciali d' Italia si spendono in complesso lire 2.389.674 con una quota di lire 8000 per ogni centomila abitanti mentre da noi la spesa è di appena lire 2222 per 100 mila abitanti, e tenendo conto del solo concorso dello Stato, che raggiunge per tutto il regno la somma di lire 732474, i 500 mila abitanti della Basilicata dovrebbero essere sussidiati dal Governo nelle loro scuole industriali con lire 12200 annue, ed invece ne hanno soltanto 4000! Di tal che se la distribuzione dei benefici in Italia dovesse essere fatta con un certo sentimento di giustizia, noi dovremmo avere nella nostra Provincia almeno 3 scuole industriali o commerciali con 40000 lire da spendere, di cui 12200 da parte dello Stato, invece ne abbiamo una sola con un bilancio ordinario di lire 11500. Ma la Lombardia, ma il Piemonte, ma il Veneto, il Genovesato etc. sono regioni dove fiorisce l'industria, mi sento spesso ripetere, onde la necessità di correr loro in aiuto in proporzioni maggiori. Ma la Basilicata, dico io, è una regione dove l'industria non c'è, e ci dovrebbe, anzi ci deve essere, e poichè gli altri, industriali sono già diventati, sarebbe tempo che lo diventassimo un poco anche noi, e su noi si cominciasse a riversare, da ora in poi, parte di quel beneficio che per tanti anni è piovuto colà. E se le altre regioni italiane sono più attive, più civili, più industriose della nostra, tanto meglio per loro, noi non lo siamo e vogliamo divenirlo oramai; e credete pure, se a noi non mancherà la fede, la concordia e la volontà, lo diventeremo, perchè nella testa di questi poveri figliuoli pulsa un cervello egualmente attivo, volenteroso e pensoso che negli altri giovanetti d' Italia. Ed ora riassumo e concreto per non essere accusato di vagare fra i campi fioriti delle idealità senza finalità pratiche. Per la formazione della coscienza industriale necessaria, oltre che all'industria vera e propria, anche all'agricoltura, che con l'industria deve procedere di pari passo, occorrono le scuole industriali. Di Scuole industriali in Basilicata non ve ne è che una sola, questa d'Arti e Mestieri poverissima. E pur volendo, per ora, rinunziare a tutto quanto noi abbiamo diritto, per la formazione di altre scuole consimili sufficientemente sussidiate, non possiamo non insistere perchè questa unica, almeno, viva una vita dignitosa ed adeguata ai bisogni di una intera, vasta e popolosa regione. Si è definita da tutti la Basilicata eminentemente agraria, ma non si è pensato che con l'agricoltura razionale va di pari passo la macchina agricola, e con la macchina il macchinista; si è osservato che noi possediamo immagazzinato, nei corsi precipitosi dei nostri fiumi e torrenti, un tesoro di energie perduto, anzi dannoso, e non si è poi parimenti detto che la disciplina di queste energie si riduce alla costruzione di opifici meccanici, ed al bisogno di operai relativi; si è deplorato che le nostre vinacce vanno perdute, che i nostri oli ed i nostri vini sono prodotti coi mezzi di Noè, che i nostri grani sono macinati da antiche retrecine; che noi dipendiamo in tutto e per tutto dalla produzione forastiera che, assorbe milioni e milioni della nostra ricchezza, che dico, della nostra miseria; si è biasimato che una quantità sconfinata delle nostre terre non sia destinata alla coltura della barbabietola per la produzione dello zucchero, che le nostre lane siano esportate a prezzi bassissimi, che la ginestra che cresce sulle nostre brulle pendici, senza alcuno aiuto della mano dell' uomo, abbia pure una fibra tessile che potrebbe essere utilizzata in filati ordinari per la produzione di tele da imballaggio, o da sacchi, o da altro uso consimile; e non si è poi parimenti constatato che, anche quando esistessero opifici industriali, e il capitale e la volontà dei nostri concittadini si decidessero alla produzione del cremore, dell' acido tartarico, degli oli e vini raffinati, di farine, di paste, di zucchero, di tessuti etc. mancherebbe sempre l'operaio adatto, e, più che l'operaio, la coscienza operaia. S. E. l'on. Zanardelli Giuseppe, nella relazione che precede il progetto di legge in pro della Basilicata, costatando lo sviluppo dell'impianto di officine per la produzione di energia elettrica, consiglia alla Scuola di Arti e Mestieri la produzione di operai elettricisti, fuochisti, macchinisti, ma purtroppo, per la triste fatalità che accompagna questo istituto, mentre nel progetto di legge citato prevede e provvede a tante esigenze grandi e piccine, dimentica poi del tutto che, volendo aggiungere delle nuove sezioni di elettricisti-macchinisti etc., è necessario un aiuto finanziario adeguato. E della Scuola non una parola nei provvedimenti finanziarii (in nota: Produzione di energia per illuminazione, Da qualche tempo ha preso un certo sviluppo l'impianto di officine per la produzione di energia elettrica a scopo d'illuminazione. Sono così illuminate Potenza, Lagonegro, Matera, Lauria e parecchi altri centri minori, e siccome ciascuna di queste officine richiede capi tecnici, elettricisti, macchinisti e fuochisti che per lo più vengono di fuori, sarebbe bene che la Scuola d'Arti e Mestieri di Potenza si occupasse di formare operai adatti a questo genere di lavoro per occupare in esso l'emento locale - G. Zanardelli Giuseppe - Relazione che precede il progetto di legge per la Basilicata.) Già questo problema degli opifici e degli operai, presenta tutti i caratteri di una involuzione. I nostri capitalisti non si arrischiano ad investire i loro capitali in un' industria qualsiasi, perchè sanno di non trovare elemento locale a cui corrispondere un modesto salario e da cui pretendere un sufficiente corredo di cognizioni: i nostri giovanetti, invece, non orientano la loro vita verso l'officina o verso la macchina, perchè sanno, prima di tutto, che il titolo che acquisteranno è destituito di valore legale, e poi che, non esistendo opifici, non avrebbero dove sviluppare la loro attività. Assegnamo noi un valore ad una di queste incognite e subito a questo corrisponderà un valore per l'altra. E cominciamo dalla più impellente e dalla più umana delle due, quella della produzione degli operai. Chè se l'altra non corrisponderà nè in tutto nè in parte, e i nostri giovanetti dovranno pur sempre espatriare, per lo meno ramingheranno colti e capaci, preparati alle lotte della vita e con un ricordo più affettuoso del paese ove nacquero. La fucina di questi operai dovrà essere la Scuola, ed alla Scuola bisognerà accordare i mezzi che Le occorrono. L'ordinamento avvenire di questa nostra Scuola sarà completo quando saranno istituite le seguenti 4 sezioni che si impongono alle esigenze del paese. 1.° Lavorazione del legno - Sezione falegnami, ebanisti, intagliatori in legno, tornitori. 2°. Lavorazione del ferro Sezione fabbri-aggiustatori, fonditori, tornitori. 3°. Lavorazione della pietra e laterizi - Sezione capimastri, scalpellini, intagliatori in pietra. 4°. Sezione fuochisti, macchinisti-elettricisti. Di queste sezioni, indispensabili in questo paese, non vi è ora che l'embrione delle prime due. Bisogna completare quelle esistenti e provvedere alle altre due - e per far ciò, il bilancio è assolutamente insufficiente. Le scuole di Catanzaro e di Cosenza, per esempio, in due provincie del tutto paragonabili alla nostra, hanno rispettivamente un bilancio di lire 16500 e lire 19000, quella di Potenza invece di appena lire 11500. E quelle non hanno che le sole sezioni per le lavorazioni del legno e del ferro come da noi. E mentre per la scuola di Catanzaro l'impianto della sola officina meccanica è costato parecchie diecine di migliaia di lire, per la stessa officina a Potenza ha concorso il Governo con L. 1000 e la Provincia con L. 750! Eppure l'illustre prof. Cavalli ispezionando la scuola nel 1900, quando non ancora aveva lo sviluppo odierno, proponeva al Ministero una spesa, una volta tanto, di almeno lire 6000 ed un aumento ordinario di bilancio di lire 2200 ( E. Cavalli - Relazione al ministero sulla Scuola d' Arti e Mestieri di Potenza Agosto 1900). Da allora, all'officina falegnami, ebanisti, intagliatori si è dato un assistente (indispensabile) non potendo un uomo solo provvedere a tanti svariati e complessi insegnamenti, con un numero rilevante di apprendisti; e lo stesso bisognerà fare per l'officina meccanica, con l'aggiunta fatta ora delle sezioni tornitori e fonditori. Ai due capi officina si è dovuto aumentare lo stipendio da L. 1000 a L. 1500, per sentimento di dignità umana, e per evitare lo sconcio che i capi d'arte di questa scuola, « che avrebbero tanto più bisogno di permanervi, quanto più speciale e pratico « è l'insegnamento, vi passino invece come meteore, e vi restino solamente quel tanto che basti per attendere un'occupazione meno transitoria e più rimunerativa, prestando l'opera propria a malincuore, senza fede nell'avvenire, con grave scapito della serietà e continuità degli studi (in nota: Nei 5 anni da che ho l' onore io di dirigere questa scuola vi sono passati 3 professori di disegno e 4 capi officina dei fabbri. ) E gli allievi non hanno neanche il tempo di affezionarsi al proprio maestro e di comprenderne, e seguirne il metodo, che questi già li abbandona alle cure di un altro (in nota: Bonitatibus - Relazione del Direttore sull'anno scolastico 1899-900.) ». All'insegnante d'Italiano, Storia e Geografia, con 18 ore d'insegnamento per settimana, si corrisponde ora uno stipendio di L. 600! All'ufficio di segreteria si è dovuto provvedere con la nomina di un segretario, essendo impossibile al solo Direttore adempiervi insieme alle altre incombenze sempre maggiori d'insegnante, di Direttore della Scuola, del Convitto e delle officine, di economo etc. E, per l'aumentato numero degli apprendisti nelle officine, le spese pel materiale di lavoro, consumato anno per anno, si sono addirittura quintuplicate, pur avendo sottoposto ogni più piccolo acquisto al più rigido controllo, sia per conto della Direzione, sia per conto del Consiglio d'Amministrazione (in nota: Il Governo riportò nel 1901 il suo sussidio al concorso normale con l'aumento di L. 500 annue, e l'Amministrazione Provinciale nell'ottobre scorso deliberò un aumento ordinario di L. 500 portando il suo contributo annuo a L. 2500.). Così, mentre da una parte le esigenze e le spese si sono sempre più accresciute, la scuola non ha avuto nemmeno quell'aumento ordinario di Bilancio che l'ispettore ministeriale riteneva indispensabile fin dal 1900! A quanto dovrebbe ammontare il Bilancio della Scuole per poter fare fronte degnamente a tutte le sue esigenze, e per acquistare quel carattere di serietà che pure deve avere? Per quel diritto che mi danno i 7 anni da che sono nella Scuola, della quale ho seguito col più vivo affetto ed interesse tutte le vicende, io credo che il suo bilancio ordinario dovrebbe salire da lire 11500, quale è oggi, a lire 20000, risultando la maggiore entrata di lire 9500 appena sufficiente pel maggior pigione dei locali delle due nuove sezioni, per gli stipendi ai nuovi insegnanti, capi d'arte ed assistenti relativi, per un doveroso aumento di stipendio al professore di Storia e Geografia (il prof. Leggeri aveva uno stipendio di lire 1200, mentre l'insegnante attuale ne ha solamente 600), pel pagamento di un qualsiasi sussidio all' insegnante di Matematica e Computisteria che da 4 anni insegna gratuitamente, per una rata annuale per acquisto e consumo di macchine utensili ed una per sciupo di materiale da lavoro necessario all'insegnamento, per acquisto annuo di materiale scolastico indispensabile, per maggiori spese di illuminazione, cancelleria, riscaldamento etc. Chi dovrà provvedere alla maggiore spesa? Gli Enti che sussidiano la Scuola sono: Il Governo. La Provincia. La Camera di Commercio. Il Comune di Potenza. Di questi; il Comune di Potenza è stato dalla Commissione reale dichiarato nello stato di insolvenza legale; la Camera di Commercio non può più nem- meno pagare i propri impiegati, per l'onere che ha per altri 5 anni ancora delle rate di pagamento del palazzo, che è la sua sede e quella della Scuola, e, in ogni modo, sopra poco più di 10 mila lire di bilancio ne accorda già, con encomiabile generosità, 4000 alla scuola, pur prescrivendone il Decreto Reale lire 3000. Restano la Provincia ed il Governo, che sono proprio i due Enti da cui la Scuola attende fiduciosa l'aiuto. Un aiuto doveroso ed urgente. Per invocare ed ottenere l'aiuto, però, bisogna dimostrare di meritarlo, e sopratutto non bisogna mai adagiarsi nella comoda attesa della manna celeste, soprafatti come da un senso di nirvana, apati, fiacchi, senza energia e senza iniziative. Pur troppo questa accusa deve essere mossa un poco a noi Basilicatesi, e se così non fosse, l' on. Presidente del Consiglio non sarebbe venuto a scovrire la Basilicata, che per la maggior parte di noi era e rimane ancora sconosciuta. Io intendo però di scagionare questa Scuola dall'accusa, specie pel periodo di questi ultimi due anni in cui Essa é stata guidata da un Consiglio Direttivo intelligente e volenteroso, al cui capo, all' egregio ing. Severini, interpetre del sentimento dei miei colleghi e dei discepoli, io volgo ora il pensiero riconoscente. In questi ultimi pochi anni la scuola più che modificata si è trasformata. Mentre il numero degli allievi del Corso diurno è cresciuto da circa 20 ad oltre 70, quanti saranno in questo anno, viceversa il numero degli insegnanti teorici si è ridotto da 5 a 3 per ragioni di unità didattica...... ed economica. Mentre esisteva appena un embrione di officina per falegnami che permetteva il lavoro a soli 3 o 4 allievi, nell'anno decorso oltre 40 alunni hanno lavorato contemporaneamente nelle due officine, imparando i mestieri del falegname, dell' ebanista, dell'intagliatore, del tornitore in legno, del fabbro, del meccanico, dell'aggiustore, a cui si aggiungeranno in questo anno, quello del fonditore e del tornitore in ferro. Mentre la Scuola pel passato è stata solamente Comunale, non permettendo che ai soli giovanetti di Potenza di frequentarla, con la costituzione di un Convitto annesso, essa ha acquistato quel carattere di provincialità che non aveva prima; e nell' anno decorso 10, e questo anno circa 20, giovanetti della provincia frequentano l'istituto, riportando poi nei loro paeselli, con l'affetto addirittura filiale pei loro maestri, quel corredo di cognizioni che li faranno bravi, ricercati, e stimabili operai. E tutto ciò non essendo parso sufficiente, si sono fatti, nell'anno ora decorso, e si continueranno anche in questo nuovo anno scolastico, dei corsi straordinarii di lingua inglese e di conduttori di caldaie a vapore, impartiti gratuitamente, il primo, dell'egregio prof. Giocoli, della nostra Amministrazione Provinciale, e l'ultimo, dal Direttore della Scuola. Alla produzione della Scuola, che è andata sempre crescendo, sono stati cointeressati i giovani che imparando l'hanno prodotta, di tal che ogni fanciullo, per la sua parte, ha raccolta una indennità maggiore o minore, a seconda della classe che ha frequentata e della capacità e buona volontà dimostrata. Così questa Scuola, pur tanto povera e modesta, ha dato, auspice l'energia e l'affetto di chi l'amministra, per la prima credo in Italia, l' esempio di accogliere ed istruire i bambini in un mestiere, educarli, fornir loro tutto il materiale da lavoro e le macchine utensili necessarie, senza poi pretendere da essi il pagamento di alcuna tassa scolastica, ed invece fornendo loro la blouse, il berretto, qualche volta il vestito, e delle indennità in danaro, non già sotto la forma umiliante dell' elemosina, ma sotto quella, dignitosa, di un premio pei lavori eseguiti. E non poche volte quei pochi soldi sono dai bambini consegnati direttamente alla mamma per l'acquisto del pane! Ora è più inutile che io continui in questa specie di autoapologia che ripugna anche alla modestia del Consiglio Direttivo e degli insegnanti. I prodotti della Scuola nell' anno scolastico 1902 1903 eccoli qui. Giudicateli voi, che vi siete degnati di onorare con la vostra presenza questo sereno ambiente di attività e di lavoro; giudicateli voi, come nei 5 anni passati da che è invalso l'uso di queste esposizioni annuali, con le quali la Scuola rende pubblico conto dell'opera sua. E li giudichino anche gli Onorevoli Enti che con tanto lume di civile coscienza hanno finora concorso al mantenimento e sviluppo dell'istituzione. Li giudichino serenamente e seriamente, e ponderate e vagliate le strettezze nelle quali l'istituto si dibatte, che arrestano o intorpidiscono il suo ulteriore sviluppo, si pongano francamente il dilemma: O la Scuola è necessaria e procede per una via diritta di progresso e di miglioramento, ed allora è necessario altresì che l'aiuto finanziario e morale sia sufficiente e proporzionato al suo sviluppo ed alle sue esigenze. O la scuola è inutile o, peggio ancora, dannosa, ed allora è inutile e dannoso lo sperpero del danaro dei contribuenti, e bisognerà avere il coraggio di assumere a viso aperto la responsabilità di buttarla giù, e chiudere per sempre questo unico istituto industriale che esiste in Basilicata. Una sola cosa è certa, ed è che lo stato presente di incertezze, di battaglie quotidiane con la miseria, di preoccupazioni di ogni ora, non può e non deve durare. Non può e non deve, perchè già da tempo, da troppo lungo tempo, su questa derelitta terra lucana incombe grave l'oblio; non può e non deve, perchè in Italia, fortunatamente ancora, si rispetta tutto ciò che è nobile e buono, e nulla è più nobile e più buono di questa forte e paziente contrada; non può e non deve perchè gli uomini che la governano nelle amministrazioni locali, da una delle quali, prima ancora che dallo Stato, attendiamo l'aiuto, sono quanto di più degno e generoso questa terra produca. Con questo augurio, bambini, ritorniamo fiduciosi al nostro lavoro consueto; fiduciosi nell' aiuto della Patria, nelle nostre forze e nel nostro avvenire. E mandiamo un saluto a tutti i bambini nostri conterranei lontani, che, senza coltura, forse senza entusiasmi e senza fede, hanno abbandonato il paesello nativo per ramingare nel mondo alla ricerca del pane. Voi, piccoli operai, contadini, lavoratori, che abbandonaste la patria per non rivederla forse più mai; voi, vittime sacre della malaria e del tifo in regioni forestiere; voi, cavalieri ignoti del lavoro fra gente sconosciuta, senza carezze e senza baci, solitarii fra popoli che non vi comprendono e che voi non comprendete; voi, martiri veri che stentate senza lamenti la vita e senza tributo pietoso di lagrime sparite, u- nità anonime fra i caduti dell'esistenza; voi, cui non applauso di platea vi sospinge agli eroismi quotidiani ed oscuri; siete voi i veri, i grandi eroi. Qui, sulle tradizioni torbide e paurose delle vostre torture fisiche e morali, noi prepariamo la generazione nuova più colta, più forte e.... forse più felice. Signori, In nome di S. M. il Re dichiaro aperto l'anno scolastico 1903-04, e vi prego di concedere, con le vostre mani autorevoli, gli attestati di lode ed i premi ai seguenti giovanetti che nel decorso anno scolastico si resero degni per intelligenza, disciplina e buona volontà. Premio di 1°. grado COVIELLO ROCCO - Ebanista intagliatore - Licenziato Medaglia d'argento e libretto postale di lire 28,00 Premio di 2°. grado MARTORANO MICHELE - Ebanista intagliatore - Licenz. Medaglia di bronzo e libretto postale di lire 36.00 MAZZONE FRANCESCO - Fabbro - 1° Corso - Convittore Medaglia di bronzo e libretto postale di lire 14,00 DE MARTINO FRANCESCO - Falegname - 1° C.so - Conv. Medaglia di bronzo e libretto postale di lire 14,00 GUIDA LORENZO - Fabbro Corso Prepar. - Convit. Medaglia di bronzo e libretto postale di lire 14,00 TROSO NICOLA - Falegname Corso Preparatorio Medaglia di bronzo BERNALDI FRANCESCO - Ebanista - 2° Corso Medaglia di bronzo e libretto postale di lire 20,50 Potenza, 26 Ottobre 1903. IL DIRETTORE G. BONITATIBUS